I [G 20]

A Scipione Gonzaga

[1] Ho ricevuto l’ultime di Vostra Signoria de i sette di marzo, con lo scattolino; e ne la ringrazio. Il mio sospetto è nel termine ch’io le scrissi per l’altra mia. [2] Sono in grandissima ansietà d’animo, vedendo che Vostra Signoria non m’accusa la ricevuta de’ quattro primi canti ch’io le mandai da Ferrara il 2 di quaresima, né meno la ricevuta del quinto ch’io le mandai da Padova quindici giorni sono; [3] né risponde ad alcune mie lettere che vennero co i canti, di molta importanza: di maniera che stimo ch’ogni cosa sia mal capitata, almeno que’ primi; nella perdita de’ quali, oltre la fatica del trascrivere e ’l dispiacere ch’avrei che fossero in mano d’altri, vi sarebbe il danno di molte correzioni, delle quali non ritenni copia; e non me ne ricordo. [4] Io gl’indirizzai al Lamberto, consignandoli a suo fratello. Parli con lui e ’l preghi in mio nome che faccia tutta quella diligenza che sarà possibile in sì fatto caso.

[5] In quanto al quinto canto, vivo in alcuna speranza che possa esser comparso dopo ch’ella m’ebbe scritto. Però non replicherò quello che si conteneva nella lettera alligata, sin che Vostra Signoria non mi certifichi stesso ancora si sia smarrito. Io avevo il sesto apparecchiato per mandarlo con questo ordinario; ma mi son risoluto di ritenerlo sin a tanto ch’abbia nuova de gli altri; ché non vorrei che tutti fessero la medesima strada.

[6] Al particolare del […] abbastanza avrà risposto l’ultima mia lettera, se sarà arrivata.

[7] Verrà a Roma, inanzi Pasqua, messer [Luca Scalabrino], nato d’onorata famiglia; il quale verrà a baciar le mani a Vostra Signoria, desideroso d’esserle servitore. Né dirò a Vostra Signoria ch’egli sia intendentissimo delle leggi e molto avanzatosi ne gli studi d’umanità e di buonissimo gusto nell’eloquenza così poetica come oratoria; perché tutto questo credo ch’ella il conoscerà conversandolo. [8] Le dirò solo due cose, le quali desidero che vagliano tanto appresso Vostra Signoria ch’egli ne sia ricevuto da lei nel numero de’ suoi più intrinsechi. L’una è che, se v’è lealtà e nobiltà d’animo ne gli uomini, è in lui quanto in alcun altro; l’altra, che (trattone Vostra Signoria) è colui ch’io più amo e da cui più sono amato; ond’è ragione che tenga appresso Vostra Signoria quel luogo di servitù che terrei io se fossi a Roma.

[9] È uomo a prima vista assai freddo e niente ostentatore di molte cose che sa; e che in somma ha bisogno anzi di sprone che di freno. Però sia contenta (e conceda questa grazia all’amor che mi porta) di provocarlo talora a quella famigliarità, alla quale non so s’egli da se stesso saprebbe insinuarsi, per molto che ’l desideri. E nel rimanente mi persuado che non gli mancherà in alcuna cosa del suo favore. [10] Egli è informato di ogni mia intenzione e d’ogni mio fastidio, e con lui potrà Vostra Signoria parlar liberamente delle cose mie. Ben è vero che di quest’ultimo particolare del […] vorrei che se ne perdesse a fatto la memoria, perch’io mi sono troppo ingannato e me ne vergogno. E le bacio le mani.

II [G 21]

A Scipione Gonzaga

[1] Gran conforto m’ha portato la lettera di Vostra Signoria, perché io dubitava che i canti fossero perduti; e questo mi faceva temer di peggio. Non resti però d’avvisarmi, quanto prima potrà, che gli altri sieno capitati. [2] E perché sospetto che la cagion della tardanza non sia stata curiosità del sig. [Lamberto] o del fratello, ch’abbia voluto leggerli e forse trascriverli, supplico Vostra Signoria a farne dal canto suo quelle provisioni che saran possibili, perché non si divulghino, né vadano in mano d’alcuno, com’avvenne dell’egloga. E certo io non potrei sentir cosa che più mi dispiacesse per infiniti rispetti. Ne parli di grazia al sig. [Lamberto] su ’l saldo, ch’io ne scriverò al fratello.

[3] Scriverò al cardinale Albano e chiederò che mi faccia grazia d’impetrarmi il privilegio. Fra tanto procuri Vostra Signoria quel di Napoli e di Parma; ché di Fiorenza non mi risolvo ancora come governarmi.

[4] Io son certissimo che Vostra Signoria mi ama e che ne’ miei particolari non ha altro oggetto del mio bene; però ogni testimonio in questo caso è soperchio. Non mi sarebbe discaro saper, quanto a dentro si può, ciò ch’io mi possa promettere del favor del […] . Scriverò anche a lui e con la lettera aprirò la strada a Vostra Signoria et al signor Lamberto d’investigare la verità. Desidero che mi consigli nel particolare del […] , come la pregai per l’altra mia.

[5] Le scrissi di messer [Luca Scalabrino]: ora le replico che ogni favore che sarà impiegato da Vostra Signoria nella sua persona mi sarà più caro che se fosse impiegato nella mia propria. Egli se ne viene per viver nella corte di Roma e volentieri s’introdurrebbe al servigio d’alcun cardinale: e questo mi scordai di scriverle per l’altra mia.

[6] Co’ primi quattro canti è una lettera, dove dava ragguaglio a Vostra Signoria di molte mie intenzioni intorno al poema, delle quali credo che sia bene che sia informata: però m’avvisi se l’avrà ricevuta. Le mando il sesto canto; e le manderei il settimo, se non volessi mutarvi una stanza. L’avrà per quest’altro ordinario.

[7] In quanto a i nomi, non ho già dato l’arbitrio a Vostra Signoria? Voglio però che sappia che mi servo più volentieri de i nomi dell’istoria, quando vi sono, che de i finti; come mi pare che per molte ragioni si debba fare. E Dudon di Consa fu un gran cavaliero, che veramente fu a quella impresa; ma Guidone o Ugone o Ottone alcuno non si legge che vi fosse: pur mi rimetto. [8] Quel nome d’Eustazio vorrei ben che mi fosse accomodato alquanto da Vostra Signoria.

[9] Intorno a i concieri, credo che dica più che vero ch’io in alcun luogo abbia peggiorato. Pur mi sarà poi caro l’intenderne il loro giudicio più particolarmente.

[10] Io credo tornarmene a Ferrara fatte le feste: ma di questo l’avviserò più risolutamente venerdì che verrà.

[11] Avrei caro d’intendere se la pratica fu sopita con sodisfattione e come.

[12] Non si maravigli s’io non scrivo a questi cardinali oggi, perché, oltre le molte occupazioni che mi dà la revisione, non posso supplire a i molti banchetti e alla curiosità de gli uomini, che mi tiene occupatissimo. E le bacio le mani.

III [V 2, G 22]

A Scipione Gonzaga

[1] Questa mattina, ch’è il giovedì santo, me ne torno a Ferrara: risoluzione improvisa, ma cagionata da commodità di carrozza e da compagnia d’amici che mi conducono.

[2] Lascio al signor Giovan Vincenzo Pinelli il settimo canto, che l’invii a Vostra Signoria; nel quale ho sudato molto, perché molto avea bisogno di lima; ho cancellatevi molte cose a fatto e ritrattele di novo: quanto felicemente non so. E tanto più ne sono incerto, quanto io sono meno atto a giudicare de i parti ancor rescenti. [3] Questo so bene, che per tutto il canto sono sparse alcune cose che non mi piacciono, e ne ho segnate due o tre. Que’ duoi versi dell’araldo non li voglio per niente, anzi vo’ dire altro. Nel verso «... E raddoppiando / Va tagli e punte» non so se «tagli» si prenda in significato di colpo tirato di taglio. Non piacendo, si muti così: «... E raddoppiando / Va le percosse».«Purpurei tiranni»,«Povero cielo» son miei capricci; ma però prima che miei, furo d’Orazio l’uno, l’altro di Dante. [4] Altro per ora non m’occorre di dirle intorno a i canti, riserbandomi ad esser più lungo nella risposta alle sue, quando l’avrò ricevute: e l’aspetto con grandissimo desiderio, sperando d’intender che i quattro primi canti siano arrivati e ’l giudizio che n’è fatto da lei e da altri.

[5] In quanto al rimanente, Vostra Signoria sappia che in [Ferrara] molti mi molestano, ma nessuno me ne caccia: io però sono risoluto di cedere quel luogo che non credo che facilmente mi fosse tolto; e perché non mi contento interamente d’esso e perché mi pare troppo gran fatica star sempre su lo schermo: né gli utili e gli onori o le speranze […] sono tante, che meritino tante difese; ché già, per cosa che ’l meritasse, non mi rincrescerebbe il combattere.

[6] Verrò dunque a Roma alcun mese dopo la edizione: e fra i doni ch’io ebbi da Urbino e ’l guadagno che farò del libro, spero ch’io metterò insieme quattrocento scudi. Questi non mancheranno: se il signor duca o altro estense mi donarà alcuna cosa, lucro apponam ; ancorché d’uno, cioè del marchese da Este, sia certo che farà qualche dimostrazione. Ma che sono quattrocento scudi, a voler godere i frutti e non consumare il capitale? Pur se bisognarà anco consumare del capitale, son risoluto a farlo. In Roma vuo’ vivere in ogni modo o con buona o con mediocre o con cattiva condizione, se sarà più potente la malignità della mia fortuna che ’l favor di Vostra Signoria o d’altri miei signori.

[7] I [Medici] per patroni non gli vuo’ in alcun modo, né ora né poi: però Vostra Signoria tronchi ogni occasione che senza alcun mio pro possa solo portarmi una vana sodisfattione, ma con molto mio danno possa movere la mia vanità a vaneggiare; et avvertisca di non scrivere a […] sovra questo particolare cosa che, smarrendosi la lettera e capitando in man d’altri, potesse nocermi.

[8] Dell’altre prattiche si può scrivere più liberamente. E con questo le bacio umilissimamente le mani, e viva lieta.

IV [V 3, G 24]

A Scipione Gonzaga

[1] Sono intorno al nono canto, nel quale non mi pare che vi sia molto che fare. [2] Mandarei per questo ordinario l’ottavo, se non avessi deliberato di non mandar cosa alcuna, se prima non ho aviso che la precedente sia capitata: e questo dico, perché lasciai in Padova al signor Pinello il settimo, perché il mandasse a Vostra Signoria. [3] Come io sia certo che lo Scalabrino sia giunto a Roma e sappia ove indrizzar le lettere, darò a lui questa cura: ché veggio bene ch’indiscrettione sarebbe la mia, s’io volessi co’ miei prieghi gravar di questo fastidio ancora Vostra Signoria, la quale in tante altre cose s’adopera in mio favore et a mio beneficio; e temo non forse ch’io abbia troppo abusata la sua cortesia e dimestichezza, per così chiamarla.

[4] Le scrissi per l’altra mia di volere discorrere alcune cose intorno alle annotazioni del signor Barga. [5] Ho poi pensato che sarà meglio raccoglier ogni cosa insieme in una lettera, perché sì come credo ch’in molte cose sarà da me accettato il consiglio altrui, così stimo che potrà talora esser tale che non vorrò accettarlo; et in questi casi mi pare d’esser quasi obligato a render ragione della mia deliberazione, che potrebbe forse da alcuni esser riputata arroganza.

[6] E tanto più giudico necessaria questa dichiarazione delle mie ragioni, quanto che io so che ’l modo servato da me in questo poema, se bene, per quel che me ne paia, non è punto contrario a i precetti aristotelici, non è però astretto all’essempio di Virgilio, e meno a quello di Omero: anzi talora se ne dilunga; ma però in cose, secondo me, che non sono dell’esistenza dell’unità, né per altro dell’essenza della poesia. [7] Ma gli uomini, che universalmente si movono più per l’essempio che per la ragione, giudicariano facilmente il contrario: né questo dico per li revisori, a i quali attribuisco molto; ma parlo in generale. [8] E se bene ne’ miei Discorsi ho fatto e farò questo, non mi pare però soverchia la lettera; perché quelli parlano in universale, e questa avrà particolar riguardo al mio proprio poema et a gli avertimenti non accettati. [9] Non argomenti però Vostra Signoria da questo mio pensiero ostinazione o alterezza; ché di già io le dico ch’in alcuna cosa delle dette m’acqueto al giudicio del signor Barga.

[10] Avrei molto caro d’intendere se la mia lettera, ch’era co’ quattro primi canti, si smarrì o no, perch’in essa scrivea alcuna cosa ch’è necessario che Vostra Signoria sappia. [11] Ora le replicarò solamente ch’io la prego con ogni affetto che non le sia grave l’affaticarsi alquanto per mia gloria, particolarmente nella politura de’ versi; ché certo ve ne sono alcuni, se non son molti, duretti e talora troppo inculcati; né a me è venuto fatto di mutarli: e so quanto ella sia buona maestra, non solo nel far di novo, ma nel rapezzare.

[12] Dubito ancora di non essere alquanto licenzioso nelle voci latine; però quelle che si potranno tòr via senza scemar la maestà, sarà ben fatto che si tolgano.

[13] Della copia de’ canti non ho più quella fretta ch’io li scrissi: pur avrei caro d’averne alcuna parre almeno al fin di questo mese.

[14] De’ luoghi dubbi, o detti in più modi, si scriva quello che vorrà Vostra Signoria: degli altri nondimeno avrei caro che si tenesse un poco di memoria in una carta appartata, la mi si mandasse insieme con la copia.

[15] A [Sperone Speroni] sarà buono che Vostra Signoria non parli così tosto, perché tardi disegno che gli si mostrino i canti, accioché la scusa sia più verisimile, quand’io me ne voglia valere.

[16] Conosco ch’è mio debito scrivere a ciascuno de’ revisori, e lo farò. Intanto prego Vostra Signoria a baciar a ciascuno di loro le mani in mio nome.

[17] E perché so che lo Scalabrino torrà volentieri ogni fatica per me, Vostra Signoria faccia ch’egli trascriva i luoghi non accettati, e talora altro, se bisognerà; et io glielo scriverò, come sappia dove. E viva felice.

V [V 4, G 25]

A Scipione Gonzaga

[1] Ho ricevuta la lettera di Vostra Signoria del 9 d’aprile, a me tanto cara, quanto sono tutte le sue, e particolarmente in soggetto che m’importa tanto. [2] E, rispondendo, dico che, poi che ’l signor Flaminio concorre co ’l signor Barga, è necessario ch’io creda più all’auttorità loro ch’ad ogni apparenza di ragione che mi paia di vedere in contrario. Mutarò dunque come consigliaranmi. Ben è vero ch’in quanto all’episodio d’Olindo voglio indulgere genio et principi , poiché non v’è altro luogo ove trasporlo: ma di questo non parli Vostra Signoria con essi loro così alla libera.

[3] Credo che in molti luoghi trovaranno forse alquanto di vaghezza soverchia, et in particolare nell’arti di Armida che sono nel quarto: ma ciò non mi dà tanto fastidio, quanto il conoscere che ’l trapasso, ch’è nel quinto canto, da Armida alla contenzione di Rinaldo e di Gernando, e ’l ritorno d’Armida, non è fatto con molta arte; e ’l modo con che s’uniscono queste due materie è più tosto da romanzo che da poema eroico, come quello che lega solamente co ’l legame del tempo e co ’l legame d’un istante, a mio giudicio assai debol legame. [4] La contenzione in se stessa e l’arti d’Armida sono ex arte , come quelle che procedono da un fonte, cioè dal consiglio infernale, e tendono a un fine medesimo e principalissimo, ch’è il disturbo del l’impresa; ma in somma vorriano esser meglio attaccate fra loro.

[5] Io aveva già pensato come legarle; ma, oltre che non mi piacque interamente il nodo, la fatica mi spaventò; la qual però non sarebbe molta, quando nel rimanente mi sodisfacessi. Vostra Signoria ci pensi e ne parli con loro, manifestando questo dubbio mio, o accorti o no che si siano dell’imperfettione che mi par di vedervi.

[6] Nel rimanente potrà forse parer loro che nel principio del settimo canto ne gli errori d’Erminia e di Tancredi io mi slarghi troppo dalla favola; ma in questa parte io ho apparecchiato gagliardissime difese (così mi paiono) e di ragioni e d’auttorità: pur mi sarebbe di poca fatica il fare che Tancredi stesso narrasse poi la sua prigionia.

[7] In somma mi è parso, sin che le machine non erano fatte, né v’era che fare, ch’io mi potessi slargare alquanto, senza però perder di mira il fine del tutto; ma, poi che le machine son fatte, e che la guerra si stringe, anch’io mi stringo con la favola, né me ne parto punto, sin che la necessità, che s’ha di Rinaldo, non me n’allontana. [8] Ma la lontananza anco è in occasione che, per difetto di machine e di stagione ardentissima, non si può far nulla intorno a Gierusalemme; dove si torna dopo indugio non lungo, forse, e certo non inopportuno; né si lascia mai, sin ch’ella non sia presa.

[9] Ho discorso queste cose volentieri con Vostra Signoria, e perch’ella sia informata della mia opinione, e perché ne possa informare altri; ond’essi conoscano ch’io so molto bene d’essermi dilatato assai più di Virgilio e d’Omero, procurando di dilettare; ma che stimo però che questa latitudine, per così dirla sia ristretta dentro a i termini d’unità d’attione, almeno, se non d’uomo: benché i molti cavalieri sono considerati nel mio poema come membra d’un corpo, del quale è capo Goffredo, Rinaldo destra; sì che in un certo modo si può dire anco unità d’agente, non che d’attione. Scrivo in fretta e confuso: a lei basta accennare, et è forse soverchio anco questo.

[10] Le mando con la presente l’ottavo e ’l nono canto; e saranno i plichi diversi; et a l’ottavo sarà alligata questa lettera. Vostra Signoria faccia cercar del nono, se non gli fosse per aventura portato insieme con l’altro.

[11] In quanto all’ottavo, ho da dirle ch’io non rimango a pieno sodisfatto della congiunzione che ha co ’l precedente canto; et ancora che prima fosse più distaccato, perché cominciava dalla venuta di Carlo, non so però se quelle quattro stanze aggiuntevi operino tutto quello ch’io vorrei. E di questo potrà ancora Vostra Signoria intendere il parere de’ revisori, essendo ella promotrice del ragionamento.

[12] Et a confessarle il vero, tutto quello ch’è sino al nono, trattine i tre primi canti rifatti quasi del tutto, furono fatti in tempo ch’io non era ancora fermo e sicuro, non dirò nell’arte, ma in quella ch’io credo arte; onde han bisogno di maggior considerazione che non avrà il rimanente del libro da qui inanti; dove, a mio giudicio, si vedrà miglior disposizione.

[13] Il passaggio e la morte di Dano è vero quasi in quel modo ch’è scritto da me; e ne parla Guglielmo arcivescovo di Tiro nel quarto libro. Ben è vero che non Dano, ma Sveno aveva nome il cavaliero: non mi piaceva il nome vero, né ’l ritrovato mi piace. [14] Tutto ciò ho voluto dirle, perché molti amano che vi siano molte cose istoriche mescolate. Vero è parimente l’assalto de gli arabi, ch’è nel nono canto: ma di questo, solo parla una Cronica, già datami dal signor duca, d’un Rocoldo conte di Prochese, che fu in quella guerra; pur se ne vede alcun vestigio in Roberto Monaco, ancorché debole.

[15] Nel nono io ho aggiunto alcune cose che mi pareva no necessarie e conformi ad una mia intenzione che ho d’accompagnar la poesia, quanto sia possibile, con passi dell’istoria e con descrittioni de’ paesi: poche n’ho mutate; e fra le mutate io ho peggiorati i versi onde ho tolta la parola «mori»; ma così bisognava, perché gli arabi non son mori né tartari: e bastimi non v’era alcun cristiano allora.

[16] Il verso «Per tempo al suo dolor, tardi a l’aiuto» era troppo rubato dalla Canace. Il verso ove è la parola «schianta» ho mutato, perché non so se lo schiantar sia proprio de’ ferri, a cui si converria troncare.

[17] Nell’altre mutazioni ho avuto solamente riguardo d’addolcire il numero, o di tòrre alcune parole di che non intieramente mi sodisfaccio, come «canizie»; e potrebbe esser che nel resto avessi peggiorato. Vostra Signoria ne sia giudice. Sappia però ch’io credo che nel canto ch’è appresso lei sieno alcune correttioni ch’io non trascrissi nel mio originale.

[18] Una cosa mi rimane di dirle di molta importanza, e questa si è: che per unire l’attione maggiormente in quanto alla parte ch’appartiene a i saracini e ridurre i lor progressi ad un capo, io avea pensato di aggiungere nel nono canto, appresso le due stanze aggiunte di Solimano, alcune altre nelle quali si dicesse: che Soli mano, dopo che fu cacciato di regno, si ritirò nella corte del re d’Egitto e che da lui fu posto al governo dell’Arabia; dove, stando egli, avea contratta amicizia co’ capi di quelli arabi che non han sede ferma e gli avea tirati a sua divozion, e del califfo; e che dopo il ritorno d’Alete, il califfo gli fece intendere con maravigliosa prestezza, o forse prima, da ch’egli cominciò a sospettare che i cristiani passassero all’espugnazione di Gierusalemme, che cercasse di disturbare in alcun modo Goffredo dall’assalto o di tenerlo a bada insin ch’egli giungesse col maggior essercito.

[19] Questo pensiero mi nacque già per alcuna ragione e per l’imitazion di Virgilio e d’Omero, che uniscono i nemici: et avendo questo riguardo, giunsi quelle parole nel sesto canto, parlando d’Argante, «Ch’era di Solimano emulo antico», et alcune altre nel XVII, facendo gli arabi a divozione o sudditi del califfo. Non ho però voluto far le stanze, le quali però non saranno più che cinque o sei, sin che non ne senta il parer di Vostra Signoria e de’ revisori; perché potrebbe forse piacere ad alcuno ch’io mi conformassi con l’istoria, come ho fatto: il che però a me non piace tanto.

[20] Or passando ad altra materia, prego Vostra Signoria che, venendo monsignor Lamberto a Ferrara, come dice, voglia parlarli di tutto ciò ch’avrà caro ch’io sappia. Credo che Vostra Signoria a quest’ora avrà visto lo Scalabrino, perch’a punto mi scrive del gran desiderio c’ha d’esserle servitore; o deve avere aspettato mie lettere.

[21] Le ricordo i privilegi; e, s’è necessario prima sapere il nome dello stampatore, vederò di stabilir l’accordo con alcuno quanto prima. Qui va pur intorno questo benedetto romore della proibizione d’infiniti poeti: vorrei sapere se ve n’è cosa alcuna di vero. Patisco infinitamente di non aver qui con chi conferire e, come abbia una parte de’ canti, non sarebbe gran cosa che mi trasferissi sin a Venezia, perché quest’altra volta non feci nulla.

[22] Vostra Signoria nella sua mi dice un no so che di lite: non so s’intenda di lei o di suo cognato. Io m’era rallegrato, essendomi stato riferito che le sue cose erano stabilite co ’l duca di Mantova, com’ella desiderava; e non vorrei essermi rallegrato in vano.

[23] Di grazia mi faccia favore, per mio contento, esplicarsi de gli episodii inanzi all’intiera introduttione della favola. Ne sono alcuni nell’Odissea et altrove, e forse con minor congiunzione alla favola, che ’l mio: ma di ciò un’altra volta. E le bacio le mani

VI [V 5, G 26]

A Scipione Gonzaga

[1] Sarà con questa mia il decimo canto, il quale non ho voluto indugiare a mandare sino all’aviso della ricevuta degli altri, accioché non passi tanto tempo dalla lettura di quelli alla lettura di questo, che l’uomo si scordi delle cose precedenti; oltre che m’è paruto mill’anni ch’essi abbiano la metà del poema.

[2] Voglio però che sappia che questa è più tosto metà del quanto che della favola; perch’il mezzo veramente della favola è nel terzodecimo; perché sin a quello le cose de’ cristiani vanno peggiorando: [3] son mal trattati nell’assalto; vi è ferito il capitano; è poi arsa la lor machina, ch’era quella che sola spaventava gli nemici; incantato il bosco, che non se ne possono far dell’altre; e sono in ultimo afflitti dall’ardore della stagione e dalla penuria dell’acque, e impediti d’ogni operazione. [4] Ma nel mezzo del terzodecimo le cose cominciano a rivoltarsi in meglio: viene, per grazia di Dio, a’ preghi di Goffredo la pioggia; e così di mano in mano tutte le cose succedono prospere.

[5] Vostra Signoria non aspetti per un mese altro, perché voglio questa settimana che viene cominciar a purgarmi e non far nulla per dieci giorni; e poi non ve ne vorrà manco che quindici intorno all’XI. [6] Se fra questo mezzo mi fosse da Vostra Signoria rimandata la copia de’ canti, l’avrei assai caro, perché la manderei a Vinezia, e non si perderebbe tempo; et avrei più cara la copia che ’l mio originale, per saper come governarmi nella scrittura.

[7] Vostra Signoria mi farà favore a rispondere a tutti que’ particolari che per l’altre mie le scrissi; e, di più, a dirmi se Barga è cognome o patria del signor Pietro Agnolo e se va nel soprascritto, perch’io vorrei scriverli.

[8] Saria facil cosa che fosse rimasa alcuna cosa nella penna nel X canto, e ancorché l’abbia riletto più volte, non me ne sia accorto: se ciò fosse, non potendo Vostra Signoria per se stessa supplire al difetto, me n’avisi.

[9] «Furno» io l’ho per sincope, che si possa usare regolatissimamente; sì come rifondarno e molti simili si dicono: pur dispiacendo, dica ne gli altri modi.

[10] Nell’ultime stanze, ove Goffredo raccoglie di novo i principi perché si richiami Rinaldo, saria forse bene il dire più minutamente le cose dette da lui e le risposte dall’altra parte: dubito di tedio. Secondo la via d’Omero, è certo necessario. N’aspetto consiglio; e le bacio le mani.

VII [V 7, G 28]

A Scipione Gonzaga

[1] Mandai l’ottavo e ’l nono canto, se ben mi ricordo, il decimosesto d’aprile, consegnato qui al mastro della posta. Vostra Signoria non mi dà nuova della ricevuta, né dallo Scalabrino me n’è fatto motto; né anco d’alcune lettere ch’io scrissi a Vostra Signoria et a lui per quello ordinario e per l’altro appresso, come che scriva d’essere stato egli medesmo alla posta. [2] In quelle lettere erano molte cose pertinenti al poema, intorno alcune parti delle quali non mi sodisfaccio: né vorrei che fossero smarrite. Ma più mi noia il dubbio che non siano state intercette, e mi si vanno avolgendo mille pensieri fastidiosi per la testa.

[3] Supplico Vostra Signoria ch’usi ogni diligenza per trovare i canti e le lettere; e trovandole, procuri che misser Giorgio intenda dal mastro delle poste se vennero per quel medesmo ordinario ch’io dico: et esamini bene se sono state aperte o no; ché vorrei pur uscire di questo dubbio che m’affligge, cioè che molte mie scritture siano ritenute e poi mandate.

[4] Messer Luca m’ha scritti gli avvertimenti del quarto e quinto canto. Mi piacciono: et a me diede sempre dubbio che la risoluzione di Goffredo non paresse poco prudente: ma non ho saputo trovar modo come consolarla; [5] né ora il trovo, che mi contenti. Messer Luca m’accenna un non so che di parere de’ revisori, ma troppo su ’l generale; e vorrei più particolarmente esser consigliato del modo.

[6] Scrissi a Vostra Signoria per la mia ultima che io nel decimosettimo dico tutte le cose che sono appartenenti all’apparecchio del califfo, perché quello mi pare luogo opportuno; et unisco insieme molte cose che dette sparsamente, oltre che mi romperiano il filo dell’altre, non fariano a mio giudizio tanta impressione ne’ lettori. [7] Ivi appare che ’l califfo era a Gaza, over v’avea trasferita la sede, con l’armata in punto per lo sospetto ch’aveva avuto molto prima de’ suoi luoghi maritimi. Gaza poi, sì come è vero che fosse frontiera del califfo, così è terra di porto, e tanto vicino a Gierusalemme che ’l tempo non mi muove dubbio.

[8] Scrivea nondimeno che, s’era riputato che non fosse bene lasciare il lettore tanto sospetto in questo dubbio, io ne darei prima alcuna notizia dietro quella stanza:

Del gran re de l’Egitto eran messaggi,
E molti dietro avean scudieri e paggi.

[9] Non ostante ciò, perché non mi torna bene che l’armata egittia comparisca sì tosto per alcuni altri rispetti; cioè perché desidero che Guglielmo capitan de’ genovesi venga tardi al campo, come Vostra Signoria vedrà poi; ho deliberato che quel corriero, che viene nel quinto canto, non porti altro che la nova del grand’apparecchio dell’armata egittia. [10] Non si trascrivano dunque quelle ultime stanze del corriero, ma mi si mandino in disparte; e dia Vostra Signoria parte di tutto questo a i revisori.

[11] Nel decimo canto v’è una contradittione, che pare ch’io presupponga la corte del califfo in Egitto: e questa è nata perché, quando io faceva quel canto, avea deliberato di porla nel Cairo; e poi per molti rispetti, quando fui al XVII, mutai risoluzione, constituendola ne’ confini di Giudea in Gaza. [12] Volsi mutare quelle parole del decimo che facevan dubbio e credeva d’averlo fatto, quando serrai il plico del decimo: mi pare poi di ricordarmi ch’io, non compiacendomi d’un verso, soprastessi: in somma, non mi ricordo se fossero da me cassate o no quelle parole che facevan la contradittione, e son queste: [13]

Che sa le vie, né di chi il guidi ha d’uopo
Vêr la montana Arabia, e vêr Canopo.

Le quali, se non son mutate, mutinsi così:

Che sa le vie, né d’uopo ha di chi ’l guidi
Verso il confin de’ palestini lidi.

[14] Questo ultimo verso è quel che non mi piace e che mi fe’ soprastare; pure servirà per un interim . Poco più appresso, ove dice, «A i gran regni del Nilo è il tuo camino», dicasi: «Verso a l’antica Gaza è il tuo camino».

[15] Mi pare anco di ricordarmi ch’in quella stanza io scrissi «appono».«Appongo» è meglio e più toscano; ché pongo dicono: e così credo che si debba osservare ne’ composti.

Nella medesima stanza si dà l’aggiunto di grande al viaggio non grande. Vostra Signoria mi favorisca di mutarlo. [16] Tutto ciò scrivo, presupponendo che ’l decimo canto, che mandai poi appresso gli altri, sia arrivato; e deve essere, se la mia sventura non mi perseguita in ogni cosa.

[17] A quella stanza ch’è nel primo canto, e comincia, «Ha da quel lato, donde il giorno appare, etc.», bisogna fare un segno, perché mi son lasciato guidare da Guglielmo Tirio, il qual credo che prendesse in ciò alcun errore, come le tavole mi dimostrano.

[18] Scrissi per l’ultima mia, e per le smarrite, ch’io non mi compiaceva del trapasso, ch’è nel quinto canto, da Armida alla contenzione di Rinaldo e di Gernando, come di quello che non mi par che leghi bene quelle materie; e credeva certo che senza altro dovesse esser notato da’ revisori. Poiché non l’han fatto, Vostra Signoria conferisca con esso loro il mio dubbio, il quale nell’altre lettere è più a lungo esplicato.

[19] Nel principio del settimo potrà parere ch’io vaghi troppo e che sarebbe meglio far poi che Tancredi stesso narrasse la sua prigionia: e di questo intenda il loro giudizio. Di Tancredi è facile il rimedio; di Erminia non così facile.

[20] In somma, come le scrissi, mi pare che la disposizione dal quarto al nono potesse esser migliorata e che si possa far senza molta fatica: delle parti seguenti mi compiaccio più.

[21] Or mi sovviene ch’in molti luoghi del poema si dice che s’aspetta il soccorso d’Egitto e l’oste d’Egitto: ciò non credo che possa mover alcun dubbio, ancor che Gaza non sia in Egitto. [22] Solo un luogo forse potria parere dubbio; e questo è nel secondo, ove Argante parla ad Alete:

[…] è da lui ditto
Al suo compagno, or ce n’andremo omai,
Tu in Gierusalemme, et io in Egitto.

Credo che ciò si possa dire, come si direbbe che vada in Francia, d’uomo ch’andasse in Provenza o in Bretagna o in altro luogo sottoposto al re et unito con quel regno. Pur, se offende, dicasi: «Io in Gierusalem, tu verso Egitto»; overo «Io vèr Gierusalem, tu verso Egitto».

[23] La risposta di Goffredo ancora, ch’è pur nel secondo canto, a gli ambasciatori:

[…] Or riportate
Al vostro re, che venga e che s’affretti,
ché la guerra aspettiam che minacciate;
E se non vien, fra ’l Nilo suo ci aspetti

questa risposta, dico, se ben pare che ponga il re in Egitto, non mi dà fastidio; perché essendo in modo di bravata, deve parlar dell’intimo del regno.

[24] Altro non mi sovviene che dirle in questa o in altra materia. Aspetto con desiderio di sapere che sarà avvenuto de’ canti e delle lettere: e le bacio le mani.

VIII [V6, G 27]

A Scipione Gonzaga

[1] Mi piace l’avvertimento del quarto et il modo con che consigliano che si debba schivare l’obiettione; e tanto più mi piace, quanto ch’essendo quel governo non così semplicemente regio che non participasse alquanto dello stato degli ottimati, non era verisimile ch’essendo gli altri tutti contrari a Goffredo, d’opinione o di volontà, nissuno parlasse; Eustazio massimamente, che s’era così largamente offerto ad Armida, e che, come aventuriero, era sciolto d’alcuni oblighi di quella obedienza che da gli altri si deve al capitano. [2] Farò dunque come consigliano; e mi dà il cuore di far parlare Eustazio in modo che le sue parole saranno lette con diletto e che potranno trarre il consiglio nel suo parere; e Goffredo dirà alcune parole a proposito.

[3] Se m’è lecito vantarmi con esso lei, dirò ch’io rivolgea fra me stesso il medesimo pensiero ch’è caduto nell’animo di Vostra Signoria intorno all’unione degli episodii del quinto; e se mi rimanea alcun dubbio, Vostra Signoria me l’ha rimosso, facendo perfette, e quasi colorando, quelle cose che nel mio disegno erano rozze e abozzate; onde gliene resto con molto obligo.

[4] Ben è vero che, se la fatica non mi spaventasse, vorrei cominciare il quinto da un ragionamento fra Eustazio e Rinaldo; né per ora scriverò quale. Vostra Signoria non faccia transcrivere le prime stanze del quinto, lasciando luogo alle mutazioni e alle aggiunzioni; ma cominci dalla prima stanza, dove si dice chi e qual fosse Gernando.

[5] Sovra gli altri avvertimenti avrò considerazione; bench’io credo che quelli del tempo e della machina non faccian dubbio.

[6] Vostra Signoria non risponde cosa alcuna a quel particolare ch’io le chiedo con tanta instanza; cioè, se dubita che debba esser negato il privilegio, e se gli amori saranno condennati; et io, argumentando dal silenzio che così debba essere, me n’affligo. Se non in tutto o in parte vano è il mio sospetto, me ne liberi di grazia: io non vorrei esser affaticatomi molti anni in vano; pur, se così piacesse a chi può, la piaga antiveduta sarebbe men grave.

[7] Le ricordo i privilegii di Napoli e di Parma: e la prego che procuri di chiarirsi onde nasce che le lettere scritte da me in diversi tempi arrivino a Vostra Signoria in un medesmo dì: e se vi è fraude, me n’avertisca; e per più sicurezza mandi le lettere al conte Ercole Tassone. Ma l’altre, nelle quali non si conterrà cosa pertinente a questo particolare e pertinente al dubbio de gli amori, può mandarle alla posta.

[8] Potria anco lassare alcun vuoto nel quarto, in quella parte ove sarà il ragionamento d’Eustazio in consiglio; se però è possibile di far ciò in alcun modo, non sapendosi il numero delle stanze che vi saranno aggiunte.

[9] Scriverò per quest’altro ordinario al signor Iacomo. A Vostra Signoria bacio le mani.

IX [V 8, G 29]

A Scipione Gonzaga

[1] Che a Vostra Signoria non siano dispiacciute alcune mie soluzioni, mi piace molto: desidero nondimeno intendere come gli altri se ne siano sodisfatti.

[2] Trasferirò la stanza, ch’è nel decimosettimo, nel secondo, com’ella consiglia; ancorché ciò non si potrà fare senza rompimento di quella serie di molte cose ch’io avea ordinate nel decimosettimo, o senza il vizio della replicazione.

[3] A quello ch’ella mi dice, che dalle parole d’Argante si comprende la fame e sete ne’ soldati, e non nel popolo solo, risponderò forse vanamente, pur con quella confidenza ch’io soglio con lei: ch’a me pare che lo stato della città si debba considerare dalle parole del poeta e non dalle parole d’Argante, il quale è di sua natura impazientissimo e vuol persuadere il combattere; però non si disconviene ch’egli faccia la cosa maggior del vero. [4] Con tutto ciò Vostra Signoria mi scriva quali parole pare a lei che debbano esser mitigate, ch’io mi sforzerò di mitigarle; e ciò farò molto volentieri, perché, come che sempre abbia creduto poco al mio giudicio, ora vi credo meno che mai.

[5] Mi rincresce bene che l’opposizione di che mi scrive misser Luca, cioè che nel quarto stia l’attione principale troppo sospesa, sia di difetto irremediabile; ché se di tale non fosse, io vi rimediarei come i signori revisori consigliassero; ancor che, per confessare il vero (colpa forse del mio giudicio), io non intenda l’opposizione, né conosca il suo valore. [6] Che cinque o sei stanze si spendino fuor dell’attione principale e senza parlar punto di lei, non veggio come possa parer strano a coloro i quali mettono la favola dell’Iliade, non nella guerra troiana, ma nell’ira d’Achille e che credono esser vero quello che dice Aristotele, che i due cataloghi, l’un de’ quali segue all’altro, siano episodii nell’Iliade; ch’episodii essi non sarebbono, se la guerra troiana fosse favola. [7] Oltra molte altre ragioni che ciò provano, delle quali ne’ miei Discorsi: perché se così è, sta talora per molti libri intieri sospesa nell’Iliade la favola principale.

[8] Non confesserò dunque che siano nell’arti d’Armida tante stanze, che da esse si possa argomentare lunghezza di tempo. Ora considerando il tempo speso in quel canto, io non mi risolvo se ’l consiglio diabolico sia episodio o più tosto parte della favola. Ma siasi episodio: in un’ora si può fare tutto ciò ch’appartiene al consiglio et alla trattazione del diavolo, al ragionamento del re con Armida. [9] Al viaggio d’Armida, all’arti usate da lei nel campo non credo che sia necessario d’assegnare più di dodici giorni di tempo, perché in sei o ’n sette giorni si viene di Damasco in Gierusalemme. [10] Che la sospensione di dodici giorni sia molta, non ardisco di negare, né posso dire che mi paia. Dirò bene che nessuno episodio è in Virgilio, né forse in altro buon poeta, men necessario, men congiunto alla favola e di minore operazione, che i giuochi fatti alla sepoltura d’Anchise; però che quelli fatti nelle esequie di Patroclo, onde nacque l’imitazione, sono molto più dependenti dalla favola. [11] Ma in questa parte, ch’è nel quinto libro, dieci giorni si spendono de’ quali otto dì non si fa niente, nel nono fannosi i giuochi. Dunque gli otto sono o vani o ’n grazia de’ giuochi: quai giuochi poi, non so di che cosa siano in grazia et a che tendano. [12] Vostra Signoria legga dal verso:

Postera cum primo stellas oriente fugarat

sino a quell’altro:

Expectata dies aderat nonamque serena

che vedrà essere come io le dico. [13] E se così è, perché è lecito a Virgilio soprastar dieci giorni dalla favola; et a me dodici, o siano quindici, non lece? Soprastando egli in occasione ch’Enea molto bene potea seguire la sua navigazione fatale e necessaria; et io in occasione che i cristiani, senza machina, non potevano seguire i progressi della guerra.

[14] Oltre ciò consideri (prego) Vostra Signoria che è meglio: spendere dieci giorni in ozio o nell’operazione d’alcun episodio? In ozio si spendono questi nove, in ozio nove della tregua in Virgilio e nove in Omero; e se non in ozio, in operazione ch’importa poco tempo e ricerca poche parole. [15] Io (guardi s’era arrogante) mi credeva che ’l tempo che nell’epopeia passa così invano rispondesse in un certo modo alla scena vòta ch’è nella tragedia e nella commedia. [16] Però dicendo la mia istoria che i cristiani spesero un mese nella composizione delle machine (il luogo è in Guglielmo Tirio: libro 8, capo 10), mi pareva di meritar molta lode, di aver saputo fare in modo che la mia scena epica (per così dirla) non rimanesse vuota per questa occasione, come rimane alcuna volta in Virgilio et in Omero, ne’ quali in una parola si passano dieci giorni.

[17] E poi ch’è necessario, come dice Aristotele, che la favola per se stessa breve cresca a perfetta grandezza per gli episodii, mi compiaceva più che mediocremente d’aver introdotti quasi tutti gli episodii non solo di molta o d’alcuna operazione, ma anco in tempo ch’i cristiani per difetto di machine non possono fare né molta né alcuna operazione intorno a Gierusalemme. [18] Questa fu la mia credenza, o la mia vanità, se così pare; nella quale ora credo e non credo d’essermi ingannato, movendomi d’una parte l’auttorità de’ vivi, dall’altra quella de’ morti et alcuna mia ragione. Ma ingannato o no che mi sia, non vedo modo alla mutazione, se non mi è mostro.

[19] Se le Signorie Vostre sono lente alla revisione, io vi son lentissimo dalla mia parte; sì ch’anzi mi si conviene l’essere affrettato che l’affrettare. E con questo le bacio le mani.

X [V 9, G 30]

A Scipione Gonzaga

[1] Per quest’altro ordinario risponderò a tutti i particolari ch’appartengono al privilegio e scriverò al signor Iacomo in ogni modo.

[2] Ho cominciato a distendere l’argomento della favola e de gli episodii interseritivi, così in prosa; ma occupato da un dolor di testa eccessivo, non ho potuto finirlo. [3] Il finirò e manderollo mercordì; et in esso potranno i signori revisori considerare parte di quel che desiderano, e ch’è necessario: è ben vero che la spiegatura è assai breve, sì che, se talora non v’apparirà come l’una parte si congiunga con l’altra, apparirà almeno intieramente qual sia la favola.

[4] Il dubbio del signor Flaminio nell’ottavo mi piace; e mi fa spiacere quella parte: «I miracoli sono soverchi e, quel ch’è peggio, non belli; e quel canto poco legato e con l’anteriore e fra se stesso: ma molte volte si fanno delle cose, perché non ne sovvengono delle migliori». [5] Strettezza di narrazione non mi par già di vedervi, massimamente parlandosi in persona d’altri; ch’a queste tali narrazioni si conviene minor larghezza ch’a quelle fatte dal poeta immediate .

[6] A quel che dice il signor Barga della fame, non assentisco: e’ vi è pure alcun vestigio di fame in Virgilio et in Omero; ma Vostra Signoria non dica altro, sin ch’io non mi dichiaro meglio.

[7] Nel decimo non s’ha intiera cognizione dell’arti d’Armida e del caso dell’armi di Rinaldo: s’avrà poi; e però questo sia per aviso. [8] Il lasciar l’auditor sospetto, procedendo dal confuso al distinto, dall’universale a’ particolari, è arte perpetua di Virgilio; e questa è una delle cagioni che fa piacer tanto Eliodoro, et è molte volte usata (male o bene, non so) in questo libro. [9] Siale ora per essempio Erminia, della quale e de gli amori della quale s’ha nel terzo canto alcuna ombra di confusa notizia; più distinta cognizione se n’ha nel sesto; particolarissima se n’avrà per sue parole nel penultimo canto, che s’io non m’inganno... Ma dove trascorro? Vostra Signoria il vedrà.

[10] «E quando nulla a la mia donna avegna» non è ben detto, com’ella avvertisce: se le verrà fatto di conciarlo, il receverò in sommo grado.

[11] «Infin la torre» è ben detto, senza alcun dubbio. Dante, Giovan Villani, il Boccaccio accompagnano questa particella infino con l’accusativo, senza la proposizion a : ho notati i luoghi, ma non ho tempo di cercarli. [12] Messer Luca, che è dantista, e, s’io non m’inganno, già avertito da me di quest’uso, facilmente n’avrà alcuno in pronto.

[13] Vostra Signoria mi gonfia di tanta ambizione con sì segnalato favore, com’è ch’ella trascriva di sua mano sì lunga Iliade, ch’io non ne capisco in me stesso. [14] La cortesia d’Alessandro non si paragoni a questa, né Alessandro a Scipione in molte cose. [15] Io non voglio entrare ne’ ringraziamenti; ché questo campo omai non voglio correr con lei. Di grazia, rinovi le mie scuse col signor Barga e mi conservi in sua grazia. E con questo le bacio le mani.

XI [V 10, G 31]

A Luca Scalabrino

[1] Manderò fra diece o quindici giorni, al più lungo, l’undecimo e ’l duodecimo canto; e seguirò poi, mandando gli altri di mano in mano: ché mandargli tutti, e così tosto, come il Signor desidera, è impossibile, non essendo ancora revisti da me. [2] Ma perché i revisori si compiacciano di veder tutta unita la testura del poema, ho preso per espediente di scriver l’argomento d’esso in prosa e mandarlo loro; e per quest’altro ordinario l’avranno.

[3] «Donna, se pur tal nome a te conviensi etc.». Ben si pare che l’avertimento vien da Roma, e par che senta ancora un non so che del Collegio germanico. [4] Ma io chiederei: onde si raccoglie ch’Eustazio dubiti che sia una dea, e qual parola del poeta accenna questo? E perché non si può credere ch’egli dubbiti che sia un angiolo, quasi che nella natura angelica sia sesso e che, volendo apparire un angiolo in forma umana, non possa vestire la figura così di donna come d’uomo? [5] Già questo è ammollito dall’uso: «Nova angioletta sovra l’ali accorta» e molte cose simili si dicono e scrivono: ma io non voglio tanta filosofia in Eustazio, giovanetto, com’io lo descrivo, inconsiderato. Ma rispondo, a mio giudizio, realissimamente. [6] Il poeta deve esprimere et imitare in Eustazio il costume et il parlare de’ giovani o amanti o proni all’amore: a’ quali apparendo nova bellezza e maravigliosa, sono rapiti dall’affetto a dir cose sovra la lor credenza, a chiamare il luogo dove loro appare la donna paradiso e lei dea: non già perché così veramente credano; ma perché la grandezza dell’affetto e l’uso e l’adulazione amorosa ricercano parole smoderate et iperbolice. [7] Quest’uso degli amanti imitando, i poeti dicono:

In dea non credev’io regnasse morte.
Angioletta gentil di paradiso.
Esser credea nel ciel.
E ’l core in paradiso.

né però son messi all’Inquisizione: anzi l’uso ha tanto ammolliti i nomi et i concetti sì fatti, che d’essi non si può argomentare altro che l’opinione d’un eccellente e singolar bellezza. [8] O dunque Eustazio la crede un angiolo o parla con l’iperbole amorosa: Diana o Venere non se la pensò mai egli, per quanto m’ha giurato a fè di cavaliero.

[9] «Figli d’Eva», «Seme d’Adamo», «Figli d’Adamo», sono frequenti presso Dante e gli antichi; et a me tale elocuzione piace oltra modo.

«Rese». [10] So ben io che la nostra Academia padovana nella revisione delle rime, instigando l’Atanagio, l’escluse dalle Rime eteree, e forse non da tutte. [11] E veramente non si trova ne’ colti antichi: e, s’io il potessi fare senza molto disconcio, volentieri il torrei via. «Come l’oro saria»: forma leggiadrissima e virgiliana; [12] «Come l’oro faria»: plebea.

[13] «E ’n quattro o ’n sei percosse». V’avete voluto vendicare con l’acerbità delle parole, poich’io non rimossi il verso che vi spiaceva, a’ vostri conforti. Veramente è vulgare e basso, e bisogna mutarlo. Saprà però chi non lo sa che la numerazion de’ colpi non così è propria di Bovo, che non sia anco d’Omero.

[14] All’episodio di Sofronia opposero: prima, che fosse troppo vago; appresso, che fosse troppo tosto introdotto; ultimamente, che la soluzione fosse per machina. [15] Alle quali opposizioni risposi, secondo me, veramente e realmente, mostrando ch’erano di non molto valore. [16] Ora voi mi scambiate i dadi in mano, referendomi che pare che non sia fortemente connesso. Di questo, in vero, io sempre dubitai; e voi il sapete, ché ve ’l dissi quando il faceva. [17] Ma non è però così poco attaccato, che non ve ne siano de’ manco attaccati in Virgilio et Omero. Pure vo ripensando se si potesse stringer più con la favola.

[18] Ho il medesmo dubbio della narrazione di Carlo e già l’ho scritto al signore Scipione: né solo quell’episodio mi pare male attaccato, ma la ventura della spada dubito che senta del romanzo. [19] Chi potesse fare che tutto quel canto non contenesse altro che la sedizione, allungandola con altre circonstanze, saria forse meglio; come che nella narrazion di Carlo sian molte parti delle quali mi compiaccio.

[20] Date parte di tutto ciò ch’io scrivo al Signore e vivete lieto.

XII [V 11, G 32]

A Luca Scalabrino

[1] Io credo che siate in còlera meco, e n’avete cagione; pure vi prego a lasciarla.

[2] Lessi alle Casette l’ultimo canto a Sua Altezza, per quanto mostrò, con infinita sua sodisfattione; e con la prima occasione, la quale non potrà tardare oltre quindici o venti giorni, cominciarò a rileggerlo tutto ordinatamente da principio.

[3] Ritornando a Ferrara ho ritrovata una vostra lettera et in essa veduta l’opposizione al nono. Io aspettava in questo luogo a punto del nono una opposizione, ma non questa che mi è stata fatta; anzi, molto diversa. [4] L’opposizione mi parea che dovesse esser tale: che indarno i cavalieri amanti d’Armida e Tancredi sono stati allontanati dal campo, se senza essi resta vincitore il campo cristiano, e se ’l lor ritorno opera così poco alla vittoria. [5] Dove parrebbe ragionevole che la vittoria in gran parte devesse dependere dalla tornata loro: così per mostrare che di non poca conseguenza erano state l’arti d’Armida e gli altri episodi precedenti, come per attribuire tanto più a Rinaldo ch’è auttore, per così dire, della loro liberazione e del lor ritorno: sì che questa vittoria ancora venisse, in un certo modo, a riconoscersi da lui. [6] Questi dubbi aveva io intorno a quella parte, i quali mi pareano di tanta importanza, ch’andava deliberando di far che l’aiuto giungesse un poco prima, quando la battaglia era incerta: il che si potrà fare con la sola mutazione di tre o quattro stanze, con pochissima difficoltà.

[7] Il dubbio vostro non mi muove punto. Sono, tra’ saracini, Solimano, Argante, Clorinda valorosissimi; tra’ cristiani, Goffredo, che si può e si deve opporre e preporre (tale è la fama, e tale sempre il dipingo) a ciascuno di loro: gli altri due non avranno incontro di due altri soli che lor resista[no], sendo lontani Tancredi e gli altri. [8] E quel che s’è detto prima da me della bravura di Argante e di Clorinda, s’è detto sin a questo termine: cioè che ciascun altro del campo cristiano (trattine i tre primi, Goffredo, Rinaldo, Tancredi) sia considerato da per sé inferiore a ciascun d’essi. [9] Ma sono però, come appare nel settimo, rimasi nel campo cristiano Balduino, i due Guidi, Ruggiero, Gerniero, Pirro, il conte de’ Carnuti, Normanno, Eberardo, Stefano, Rosmondo, Odoardo, Gildippe, Raimondo; de’ quali ciascuno s’offerì di combatter con Argante in pugna singulare. Questi tutti insieme non è dubbio che non siano giudicati atti a resistere a Clorinda et ad Argante, andando la cosa non da due a due, ma da quatordici a due. [10] Omero fa che Enea, molto superiore a ciascun greco (trattine Achille, Diomede, gli Aiaci et Agamennone), avendo certa la vittoria sovra Menelao, come Antiloco si congiunge a Menelao, lascia subito la battaglia, e si ritira: e pure Antiloco non è né de’ primi né de’ secondi. [11] E ch’io non discordi da me stesso, chiaramente si vede nel settimo, dove non entrando Goffredo in battaglia, Argante e Clorinda cedono il campo a Balduino et alla sua schiera.

[12] Se dunque Goffredo può contraporsi a Solimano e Raimondo, seguitato da sei o otto di que’ principali rimasi, può esser giusto contrapeso a Clorinda et ad Argante (che è verisimile, perché seguito da gli altri), essendo sopragiunto il giorno, scacciati i demoni dall’Angiolo, combattendo da una parte un essercito d’Europa ferocissimo, veterano, bene armato, invecchiato nelle vittorie; dall’altra, una moltitudine d’arabi tumultuari, disarmati e di soriani, non vi essendo altro di robusto che una squadra di turchi; certo è ragionevole che non solo vincano i cristiani, ma molto presto. [13] E mi è sempre paruto che ’l far la vittoria doppo il giorno tarda e faticosa, non avesse del verisimile e fosse con poco decoro del campo cristiano, ch’io formo valorosissimo e tale è per fama. [14] Quanta stima si debba fare della fama, la quale può derivare ancora da molte istorie concordi, rispondendo ad alcun’altre opposizioni il dirò con Orazio et Aristotele: sì che quest’altro dubbio fu cagione ch’io non volessi attribuire totalmente la vittoria all’aiuto dato da Tancredi e da gli altri che seco vennero, parendomi di fare troppo torto al campo cristiano.

[15] Considerisi che la lontananza d’Achille sola non basta a far vittoriosi i troiani, ch’in ogni modo i greci avrebbono vinto facilissimamente. [16] Ma Omero, volendo, da una parte, non dire cosa indegna dell’opinione che s’avea di quel campo de’ greci, dall’altra, fare che l’oste troiana metta in fuga la greca et assalti il muro, riparo suo difficilmente da lei difeso, ricorre a Giove, fingendo che non la virtù d’Ettore, per grande che sia, ma ’l favor di Giove dia la vittoria a’ troiani. [17] Io non posso ricorrere a Dio in questo caso e far che ’l suo favor dia la vittoria a’ saracini; ché sarebbe, se non impietà, almeno stranissima et insopportabile poesia: né altra via mi è sovvenuta, con la quale si potesse dare la vittoria a’ saracini. In somma non ho giudicato bene, per molte altre cagioni che scriverò in altro proposito, far perdenti i cristiani in battaglia campale.

[18] Dall’altra parte era necessario indurli in molta necessità, volendo fingere necessario il ritorno di Rinaldo. [19] Patiran dunque grandissimo danno nell’assalir della città; saran loro spezzate, bruciate le machine, impedita la via del farne dell’altre; e saranno in somma in stato che, se non temeranno d’esser rotti in campo, dubiteranno almeno d’esser constretti partirsi vergognosamente dall’impresa; e sarà chi tentarà persuaderlo: e colui ch’è attore assai perde quando non vince. [20] Così mi governo ne i canti seguenti per far necessario il ritorno di Rinaldo, come è necessario alla vittoria de’ greci ch’Achille vesta l’armi. Se bene o male, altri sel veda. Questo so bene, ch’io non sono più in tempo di mutare, né muterò.

[21] Ma in quanto al nono canto, se, considerate tutte le ragioni dall’una e dall’altra parte, giudicheranno i signori revisori che si debba attribuire la vittoria all’arrivo de’ cavalieri sopravegnenti, che non sono già tutti aventurieri, io il farò: et inchino all’opinione che si debba fare, non ostante gli altri rispetti: e sarà facile il farlo; anzi di già l’aveva comincio e poi mi ristetti.

[22] Ho considerato, dopo avere scritto le precedenti cose, su ’l progresso dell’attioni fatte da Argante; e trovo che due volte inanzi al nono (una nel terzo, l’altra nel settimo) si trova in battaglia; e sempre al fine è costretto, se bene in maniera onoratissima, di cedere il campo a’ cristiani: e la penultima volta non v’era né Rinaldo né Tancredi né alcuno che mancasse nell’ultima; sì che non so vedere perché, facendo questa terza volta quel c’ha fatto nell’altre due prime, si mostri dissimile a se stesso.

[23] Io non ricevo a fatto nel mio poema quell’eccesso di bravura che ricevono i romanzi: cioè che alcuno sia tanto superiore a tutti gli altri, che possa sostener solo un campo; e se pure il ricevo, è solo nella persona di Rinaldo; ché se da lui a gli altri amici e nemici (trattone Goffredo, al qual, com’a capitano, non son lecite alcune cose) non fosse molta differenza, scioccamente il poeta gli attribuirebbe tanto. [24] Vedrassi al suo luogo che Rinaldo scorre la battaglia a sua voglia: non avviene il medesmo de gli altri. [25] Voi vi devete ricordare con quanta facilità uccide Solimano e gli altri principali del campo egittio: dove all’incontra, fra Tancredi et Argante la battaglia è molto dubbiosa; e l’uno riman morto, l’altro tramortito. [26] E ’ntorno a questo proposito ho considerato che questo sommo eccesso di bravura è da Omero concesso ad Achille solo, non ad Aiace o a Ettore. E questa gran differenza ch’è da Achille a gli altri è introdotta con maggior arte, che la poca ch’è fra Ruggiero e Rodomonte, se Ruggiero è così necessario a gli africani.

[27] Onde dunque si raccoglie che questo eccesso di valore in Argante sia tanto grande, che possa agguagliare un popolo imbelle ad un fortissimo? Da alcuna sua precedente attione? Certo no. Forse da parole dette da me, descrivendo il suo valore? Potrebbe essere che ve ne fosse alcuna (ché non mi ricordo tutti i luoghi) che dinotasse ciò. [28] Ma questo non monta nulla, perché ’l poeta non è obligato a corrispondere alle comparazioni et all’iperbole poetice co’ fatti; perché, se ben si dice ch’uno è più impetuoso d’un fulmine o d’un vento, non però è necessario che faccia a gran pezzo ciò che faria un fulmine o un vento. [29] Dice Virgilio che Camilla poteva correre sovra l’acqua senza bagnar le piante: però se fosse occorso il caso di passare un fiume, l’avrebbe fatta notar, non correre o caminare su l’onde. [30] Omero, parlando della velocità d’Achille, il prepone a i venti: nondimeno, seguendo Ettore (della velocità del quale cosa alcuna grande non si narra), gira tre volte Troia intorno intorno, prima che ’l possa giungere; né già Ettore è aiutato da Apollo, se non verso l’ultimo.

[31] Or riepilogando: il poeta, fingendo un cavaliero, deve servar in lui un perpetuo tenor d’attioni e corrispondere a’ fatti co’ fatti; ma non è necessario che co’ fatti corrisponda alle parole dette per aggrandimento poetico. Et a me pare che Argante nelle sue operazioni sia sempre il medesimo, né mi pare d’esser obligato a più.

[32] Leggete al Signor questa lettera, mandando inanzi il protesto che non intendo che la confusa et inelegante spiegatura mi pregiudichi: egli poi, se le parrà che le mie ragioni il vagliano, potrà conferirle co’ revisori.

[33] Non sarebbe male che le lettere che ho scritte o scriverò in questo proposito si serbassero: ma questo dico a voi in secreto, e voi fate quel che vi pare. Vi sono alcune considerazioni che Dio sa se me le ricorderò mai più!

[34] In Venezia non ho potuto trovar tavola alcuna di Gierusalemme, venale; né per altra via: sì che mi maraviglio ch’in Roma ve ne siano delle stanpate. Quelle di tutta Palestina non fanno a proposito; perch’io vorrei il sito particolare della città, ch’in quelle non si conosce.

[35] Questa sera, ch’è del dì del Corpo di Cristo, si va a cena a Belriguardo: dicesi che torneremo dimane, ma non è certo. Se torneremo, manderò ogni modo l’argomento della favola. E con questo vi bacio le mani.

Di Ferrara, il 2 di giugno.

[36] Mostrate questa scrittura al Signor nostro illustrissimo, pregandolo che non parli con uomo del mondo del contenuto in essa, né pur l’accenni; et io non ne ho voluto toccare cosa alcuna nella lettera che gli scrivo, accioché, se gli parrà, possa mostrare la lettera a chi vuole.

[37] La differenza fra [Sperone Speroni] e me, assai disputabile, e forse sola disputabile fra coloro ch’intendono l’arte a dentro, è questa. [38] Vuole [lo Speroni] che l’attione del poema sia non solo una ma d’uno, e d’uno numero , non specie ; benché la seconda condizione non si trovi mai né espressa né accennata da Aristotele; e si fonda sull’essempio de’ poemi omerici e sovra alcune sue ragioni. [39] Voglio io che l’attione debba necessariamente esser una e che possa esser d’uno numero, ma che possa esser ancora, nel poema eroico, non in altri poemi, una di molti, pur che que’ molti convengano insieme sotto qualche unità; [40] e che questa tale unità de’ molti, come che assolutamente sia meno perfetta, è meno perfetta nella tragedia, nell’epopeia nondimeno (tale è la sua natura) sia più perfetta: e ciò si prova con ragione e con auttorità d’Aristotele.

[41] Il Barga, per quanto mi scrisse il signor Scipione, mostrò d’esser della mia opinione; ora, non se n’accorgendo, non solo passa, ma precipita inevitabilmente nell’opinione del [lo Speroni]; perch’ogni volta che faccia ch’e’ cristiani senza Rinaldo non possano in battaglia (il che però non fa Omero de’ greci senza molte circonstanze) resistere a i saracini, l’attione inevitabilmente, necessariamente è una d’uno, non più una di molti in uno; [42] peroché tutti gli altri non solo sono inetti senza il principale a conseguir il fine principale, cioè la vittoria, ma sono anco inetti a temporeggiare et a tutte l’altre cose; di maniera che intravengono nel poema non più come partecipi della vittoria e dell’attione principale, ma come difesi, come liberati dal principale et in somma come coloro che della loro vergogna porgono materia all’altrui gloria.

[43] Avvertasi che quel […] sa più che molti non credano; e che, concessogli questo punto, che pare a gli uomini che non sia in pregiudizio né d’Aristotele né de’ poeti antichi, passa a cose maggiori. E come avviene ch’una eresia porta seco un’altra in conseguenza, conclude con questo mezzo un’altra conclusione che segue inevitabilmente: cioè che l’arte d’Aristotele sia manca et imperfetta; et il poema di Virgilio non solo molto imperfetto, ma molto più imperfetto dell’Ancroia. [44] A dedurre questa conseguenza dalla prima conclusione vi bisogna poca fatica; pur io per ora non ho tempo di scriver più oltre. Credamisi; o chi non mi vuol credere questo, creda almanco ch’io sia cieco a fatto.

[45] Bisogna dunque fermarsi sovra quel primo passo et in quel farsi forte: che l’attione possa esser una di molti in uno; talmente però che oltre il principale gli altri concorrano ancora come partecipi della vittoria. [46] Questo solo si può difendere e tenere, se dopo il discorso di molti anni conosco cosa alcuna. Gli altri, che paiono forti, al primo impeto saranno presi. E sappiate che lo [Speroni] si ride di tutte l’altre difese; e di questa sola, se ben nol mostra, ha paura, e va in còlera con chi gliene parla. Chi cede questo punto, è spedito e spacciato a fatto il mio poema; ma in compagnia così onorata, che non gli dee rincrescere.

[47] Questa controversia, ch’è fra [lo Speroni] e me, fu causa ch’egli giudicasse, per quanto ho poi compreso, che non si potesse far poema esatto sovra l’istoria di Gierusalemme, onde tolgo l’occasion del poema; e ch’io non mi sia mai risoluto di volere in ciò il suo giudizio, sapendo che s’io avessi voluto seguire il suo consiglio mi conveniva fare un altro poema, nel quale non avessi mirato punto alla sodisfattione del mondo presente, né fatto stima dell’auttorità di Virgilio. [48] Ora, ancora che io intenda che tutte le ragioni del [lo Speroni], et in particolare quelle che saranno dirette contra il mio poema, si possono rigittare, ho però caro d’essere io quello che con gli scritti miei prevenga l’offese e faccia alcuna buona impressione nell’opinione de gli uomini; perché so molto bene quanto possa la prima impressione. [49] I miei Discorsi, precursori di tutto l’essercito dell’eloquenza, faranno la scoperta. Fra tanto non ho caro che si movino questi umori; ché per aventura (e perdonimi il mio Signore) né egli s’avede intieramente, né il signor Barga, quanto importi questo motivo. E vi bacio le mani.

[50] Vuo’ pure aggiunger questo: che se bene Omero et io convenimo in questo, che ciascuno forma un cavaliero fatale e necessario, differimo però in un’altra cosa di molta importanza: differimo nel fine a ch’è dirizzato il cavaliero; perché io ho per fine l’espugnazione di Gierusalemme, et egli non quella di Troia: la qual diversità è di tanta importanza ch’in molte altre cose è a me lecito e necessario essere in parte diverso. Considerisi questo punto e, s’io non sarò inteso, mi dicchiarerò poi.

XIII [G 34]

A Luca Scalabrino

[1] Non rispondo al signor Scipione, né a voi pienamente, perché sono occupato nella trascrizione di due canti, i quali disegno di fornire oggi e darli alla posta, convenendomi dimane seguire il signor duca a Belriguardo e forse più oltre. [2] Per questo ordinario seguente in ogni modo saranno inviati l’undecimo e ’l duodecimo: se non vi si frapone alcuna sventura delle solite, da me certo non mancherà. Siatene avvisato dunque et anticipate il tempo di parlarne con cotesto maestro delle poste: et abbiate per certissimo ch’io gli abbia mandati, s’io non iscrivessi espressamente in contrario. [3] Se ci fermeremo a Belriguardo, manderò di là, a tempo che potrà venir co’ canti, l’argomento della favola: né ora il posso mandare, perché non è scritto in lettera leggibile.

[4] Lo Strozza tandem capitò, ma non già i canti. Dice che sono in una valigia ch’è indirizzata a Venezia, e di là sarà mandata a Ferrara. Vedete che girandola! Ributta la colpa nel conte Ercole, dal quale non gli fu detto ch’io n’avessi fretta; pur mi giura, per tutte le gerarchie del cielo, ch’io gli avrò sicuramente fra otto dì, non visti da alcuno: non so se me li creda. [5] Il conte Ferrante, in vero gentilissimo, è poco sodisfatto di suo fratello in questo negozio; et io pochissimo. Col signor duca non so più che scusa prendermi e son disperato.

XIV [V 12, G 35]

A Scipione Gonzaga

[1] Scrivo a Vostra Signoria illustrissima co ’l piè in carrozza.

[2] Avrà con la presente lettera l’undecimo e ’l duodecimo; ne’ quali temo che vi siano infiniti errori di penna, perché non ho avuto tempo di rivederli, et alcune voci troppo spesso replicate nell’undecimo, che spero di variar poi a più bell’agio.

[3] Fu tempo ch’io mi credetti che si potesse fare una torre, o altra machina tale da oppugnare le mura, stabile e di legno: ho poi imparato che stabile e di legno nell’arti della guerra sono termini incompatibili; perché le stabili si fanno di terra o di pietra e le mobili di legno. [4] Sì che volendo fare questa torre di legno, per farla più facilmente sottoposta all’incendio, mi è bisognato mutare molte cose nell’undecimo; et in conseguenza, alcuna, ma di poca importanza, nel duodecimo: e Vostra Signoria facilmente comprenderà per se stessa la causa della mutazione.

[5] Vi era un’altra difficoltà: che le torri mobili si riducono doppo l’assalto dentro al vallo; e l’abruciata da Clorinda era presupposta fuori. A questa difficoltà ho rimediato, come Vostra Signoria vedrà; e, per quanto a me ne paia, assai tolerabilmente. [6] In somma, torre stabile non poteva essere, sì perché le stabili non sono accensibili, sì perché, se fosse stata tale, è verisimile che nell’assalto notturno fosse stata arsa: non essendo stata, ne dee seguire che fosse in mezzo del vallo e non fuori.

[7] Per alcun’altre ragioni ho mutato l’altre parti dell’undecimo; sì che è parto freschissimo e, come di tale, non ne posso fare giudizio alcuno. S’è una coglioneria, scusatene la fretta.

[8] Forse il secondo assalto, che fu fatto, non in quindeci dì come questo, ma in quaranta o cinquanta, parrà a Vostra Signoria più sopportabile.

[9] Se ci fermeremo a Belriguardo, manderò l’argomento della favola tanto a tempo che l’avrà Vostra Signoria insieme con quest’altre scritture.

[10] Aspetto i versi migliorati con grandissimo desiderio e i canti trascritti, che ancor non sono arrivati; ma parte ne va errando per lo mondo, et io mi do... poco meno che no ’l dissi. Dio perdoni al cont’Ercole e allo Strozza la poca amorevolezza dell’uno e dell’altro; ché non voglio per ora usar nome più grave.

[11] La voce «guarda» per guardia ho usata alcuna volta in rima, né ve n’ho essempio: mi pare ben d’averla vista, ma non mi ricordo dove. Pur la licenza per se stessa mi par lecita: me ne rimetto. Alla voce «brando» ho animo di dar bando et a «rese» similmente.

[12] L’ultimo verso del decimo canto credo che dica così: «Quel dì rivolse ad oppugnar le mura». Bisogna tòr via quelle due parole «Quel dì», perché ciò non era possibile.

Bisognerà aggiungere nel catalogo menzione di Palamede. E le bacio la mano.

XV [Sol V°]

A Scipione Gonzaga

[1] Quando scrissi a Vostra Signoria l’altro giorno non avea letto Omero di fresco e tutto ciò che affermai forse troppo audacemente affermai, fidandomi nella memoria. [2] Ho poi in questi giorni trascorso l’Iliade e trovo non mi essere ingannato punto; anzi ho trovati molti altri luoghi in mio favore, i quali, se Vostra Signoria il giudicherà necessario, scriverò partitamente quali siano.

[3] Dirò per ora sol questo, che in quella battaglia, pure in assenza d’Achille et innanzi all’ottavo libro, i greci restano con vantaggio e che in tutti i duelli fatti in assenza d’Achille i greci sono o vincitori o superiori: vincitore Menelao di Paride, Aiace superiore ad Ettore. Dico di più: che nelle battaglie generali più avverse per li greci (nondimeno considerando il valor e l’opera de’ particolari) prevagliono sempre i greci a’ troiani; e tanto basti in quanto a Omero.

[4] In quanto a Virgilio, i troiani nel Lazio incorrono in molte difficoltà, ma pure in ogni zuffa sono superiori; benché a questo si può rispondere che i casi non sono pari, essendo Enea presente. [5] Pure io vo’ attribuire molto a Goffredo, e questo m’insegna Omero, appo il quale volendo Giove dar gloria e vittoria ad Ettore, non gliela vuol però dare sin che Agamennone ferito non esca della battaglia, per che il buon Ettore sta di piatto, fin che Agamennone s’abbatte.

[6] Ma per sigillare ogni cosa con l’opinione espressa d’Aristotele, quella grande e subita mutazione e quel presto risorgimento dopo un’intera caduta, per così dire, che Vostra Signoria mostra desiderare, farebbe la favola doppia e sarebbe peripezia, alla quale (se dovesse essere perfettissima) dovrebbe essere accompagnata l’agnizione. [7] Et Aristotele non riconosce l’Iliade per favola doppia, ma per semplice, e mette da un lato la favola semplice e patetica, dall’altro la morata e la doppia: doppia e morata l’Odissea, semplice e patetica l’Iliade. Scrivo assai confusamente queste cose, pur mi persuado d’esser meglio inteso ch’io non parlo. [8] E se Vostra Signoria considererà ben la mia favola, vedrà che ella è semplice quale è l’Iliade e forse l’Eneide, però che le peripezie e l’agnizione, che sono nel mio poema, sono ne gli episodii e non nella favola. [9] Ma lasciamo di grazia queste dispute a tempo ch’io abbia più commodo, e per ora mi basta aver detto tanto con Vostra Signoria sola, con la quale posso dire una eresia senza rossore. Un’altra volta mostrerò come la favola sia semplice in questo significato, come mista in un altro e come la favola, quando è più mista, sia più perfetta pur che resti una.

[10] Mando il canto decimoterzo: l’ordine del tempo, con che egli è continuato al duodecimo, non so se sia per dare fastidio ad alcuno; a me non ne dà punto, perché si dicono alcune cose prima nel duodecimo che sono posteriori nel tempo ad alcune del terzodecimo; ma così porta la commodità del ragionamento cominciato, e chiamasi ordine di commodità da alcuni filosofi, e ve ne sono essempi ne’ poeti.

[11] Mi dà fastidio, nella richiamata di Rinaldo, che egli si chiami innanzi al bisogno, onde vo pensando di trasferire il sogno di Goffredo, che è nel decimo, e tutto quel che segue della richiamata di Rinaldo, nel principio del decimoquarto; il che mi torna commodissimo e facilissimo, ché non mi converria pure alterare quattro o cinque stanze.

Ho poi in animo di collocare Rinaldo con Armida non tanto lontano, come io faceva, ma p [12] erò di non perder tutta la navigazione. Faremo il moto della nave incantata più veloce; bastami che se ne perda una parte: et insomma, partendo i messaggieri nel decimoquarto canto, non vo’ che dalla partita loro al ritorno loro, e di Rinaldo, passino più che dodici o tredici giorni: che non sarà gran disagio al campo, e sarà tanto più cara la venuta, se sarà un poco aspettata.

[13] E tutte quelle parole d’Ugone, che predicon la vittoria e ’l regno a Goffredo, saranno poste in più commodo luogo, dopo il principio della buona fortuna. [14] Ma perché non pregiudichi alla narrazion di Carlo la dilazion della loro partenza et il trasportamento del sogno di Goffredo, farò che dopo la stanza, che nel decimo finisce così:

Onde è mente d’Iddio che in questa degna
Impresa ancor sia l’onorata insegna

farò, dico, che l’eremita si volga a Carlo e li dica che verrà tosto tempo che ’l campo conoscerà la necessità ch’a di Rinaldo, e che egli sarà eletto come ministro solo atto a ricondurlo et ordinato a ciò dalla provvidenza divina; e soggiugnerà alcune altre cose che fara[nno] apparire maggiore la necessità della venuta di Carlo.

[15] Questo è il mio pensiero; pure non eseguirò cosa alcuna, sin che non mi sia avvisato nel giudizio di Vostra Signoria; e frattanto comincierò a rivedere il decimosesto e gliel manderò in breve col decimosettimo, lasciando per gli ultimi il decimoquarto e decimoquinto.

[16] La descrittione del caldo non so se possa essere reputata soverchia, ma io ce la voglio perché il mio umore è fisso in questo: cioè che nel poema bisogna lasciare alcune note dell’istoria, quasi vestigi in cui l’uomo, leggendo, riconosca qualche similitudine dell’istoria; e che il poeta sia simile al pittore che ritrae un uomo: con tutto che gli voglia dare maggior grandezza e proporzione di membra e maggior vaghezza di colori e di abiti, gli lascia però alquanto della sua aria. Per questo amo introdurvi la fame, ma quella, perché oltre che non mi torna commodo è levis iactura , torrò o gittarò via volentieri. E con questo vi bacio le mani.

[7]

[18] Questo le vo’ aggiugnere, che nell’ultimo assalto non rimane pur ferito un guerrier de’ principali cristiani, tutto che vi sia grandissima resistenza. Che Rinaldo non pur innanzi a tutti, ma con modo diversissimo da tutti, sale su le mura; e in tutte le altre attioni è grandemente segnalato. E se vi parrà ch’egli apra una porta a gli altri, e questo si potrà aggiugnere.

[19] Quello che scrissi ne gli argomenti della sedizione nel decimoterzo, non mi è piaciuto, per non duplicar la sedizione, e credo che stia meglio come Vostra Signoria vedrà.

XVI [V 14, G 37]

A Scipione Gonzaga

[1] Scrissi a Vostra Signoria di Ferrara, la sera ch’io avea da partirmi per Bologna, in tanta fretta che io mi scordai di dirle due cose. [2] L’una è che nel terzodecimo io credo di volere introdurre il caldo altramente che non ho fatto e mutare quella stanza che comincia: «Parla così tutto di fiamma in volto». L’altra, che nel medesimo terzodecimo non mi piace quella stanza:

Così quel contra morte audace core
Nulla forma turbò d’alto spavento.

[3] Perché vorrei che Tancredi fosse superato in qualche cosa pertinente alla fortezza; però vo pensando che, da poi ch’egli avrà dato il colpo all’arbore, veggia imagini orribilissime, e vengano terremoti e turbini che gli scuotano la spada dalle mani. Voglio in somma che veggia il sangue e senta i gemiti dell’arbore: ma voglio che la causa principalissima ch’egli perda la spada sia forza et orrore dell’incanto.

[4] Credo ch’io gli scrivessi che nel ragionamento d’Ugone disegno che particolarmente egli mostri a Goffredo i bisogni ch’avrà di Rinaldo e che gli mostri quant’egli sia debilitato di forze e quanto senza lui sarebbe inabile ad espugnar la città et a sostener l’oste d’Egitto.

[5] Nel nono non si può fare di non dar la vittoria intera a i cristiani; altrimente non si verrebbe all’assalto: ma nell’undecimo farò che tutti o quasi tutti i principi, da Tancredi in poi, siano mal trattati e che molti più ne muoiano.

[6] È qui il nostro signor Borghese in stampa d’Aldo, pieno di favori e di scudi, per quanto e’ dice.

[7] I canti dello Strozza credo che sian perduti: io intorno a ciò mi rimetto a messer Luca. La fretta che n’ho è grandissima. Mi rincresce di non aver potuto gustar la gloria di sì segnalato favore. E le bacio le mani.

XVII [V 15, G 38]

A Scipione Gonzaga

[1] Nella lettera che da me fu scritta a Vostra Signoria illustrissima mi sforzai di mostrare che non ne era né possibile né necessario né forse convenevole che la necessità di Rinaldo consistesse nella perdita e rotta de’ cristiani; e, quando ciò scrivea, presupponeva che la mia attione fosse tale a punto quale è l’omerica. [2] Nell’altre mie scritture e lettere poi, distinguendo fra l’attione una d’uno numero et una di molti in uno, ho concluso, o mi è paruto di farlo, che fosse, non solo convenevole, ma necessario il non attribuire ogni cosa a Rinaldo, ma lasciare anco a gli altri alcuna parte. [3] Ora, ancorché io sia più che mai fermo nella mia credenza, nondimeno la stima ch’io fo del giudizio di Vostra Signoria, al quale piacque l’opposizione, e la gelosia c’ho della sua buona opinione, m’han fatto pensare e ripensare se fosse possibile, senza ruinar la mia fabrica e senza discordar da i miei principii, di sodisfare in tutto o ’n parte al giudizio suo; et ho trovato il modo facilissimo, senza repugnanza de’ miei principii: e non solo ho pensato, ma eseguito ancora il pensato; nel che solo mi rincresce aver mescolata la mia letteruccia con la sua.

[4] Il modo è questo: che nel settimo canto, da poi che Argante è volto in fuga, io non aspetto che i demoni aspettino a mover il turbine sin che sian rotte le genti di Clorinda ancora, ch’erano ferme a mezzo il colle; ma movono il turbine e la tempesta inanzi che i primi pagani fuggittivi arrivino alle genti di Clorinda. [5] Di maniera che Clorinda prende l’occasione et, inanimando le sue genti (le quali non erano troppo offese da’ venti e dalle grandini ricevendole nelle spalle), assalta i cristiani, che avendo i turbini e le gragnuole ne gli occhi, sono rotti e fuggono cacciati sin al vallo; dove, per valor solo di Goffredo, senza grandissimo danno si salvano; e ’l capitano, poiché tutti gli altri sono nel vallo, cede anch’egli la vittoria e si ritira, e tornano in dietro i saracini. Questo modo non ha portato seco se non la giunta di tre o quattro stanze e la mutazion di due. [6] È ben vero ch’io conosco che bisognarebbe dire alcuna cosa alquanto più particolarmente; ma nella seconda impressione si farà.

[7] Et a confessare il vero, mi sono per altro compiacciuto del conciero infinitamente: prima, perch’era verisimile e quasi necessario che i demoni auttori della violazion del patto fossero un poco più solleciti in aiutar i saracini; poi, perché questa rotta, non essendo universale, ma d’una parte sola delle genti, non potea impedire il disegno dell’assalto. [8] Et anco, perch’essendo in absenza non solo di Rinaldo ma de gli altri aventurieri, non riguarda così semplicemente la lontananza di Rinaldo che non possa avere anco alcun riguardo a gli altri: il che è necessario, se la loro partita non è introdotta in vano. Mi piace per ultimo, peroché in quel modo che i greci, sempre che son rotti, son rotti per disfavor di potenza sopranaturale, in quel modo a punto i nostri sono perditori.

[9] Nel nono e nell’undecimo io muterò come scrissi; e credo che sarà non solo a bastanza, ma da vantaggio: né credo ch’una sola vittoria, e sanguinosa, de’ cristiani, e vittoria riportata d’essercito imbelle, accompagnata da tante altre sciagure, possa pregiudicare a Rinaldo, se le prosperità de’ greci non pregiudicano ad Achille; il quale però è solo nell’Iliade, ove Rinaldo non è solo nel mio poema.

[10] Aspetto d’udire che non piaccia che Raimondo e Tancredi prendano la rocca, perché questo aviene in conseguenza dalla prima opposizione; o forse anco vorreste che ’l campo egittio assediasse il nostro: ma a me pare d’aver risposto a i fondamenti e sto nella mia credenza.

[11] Segnerò nella Poetica del Castelvetro tutti i luoghi ove si parla dell’istoria e della fama, ne’ quali egli attribuisce loro più che non fo io; e segnerò parimente alcun luogo ov’Aristotele dice che la epopeia non è così una come la tragedia, né ciò può dire in rispetto de gli episodii solo; et avisarò Vostra Signoria in quali pagine siano, accioché possa vederli, se vorrà.

[12] Se Vostra Signoria legge con tanto gusto i miei versi con quanto io vagheggio il suo carattere e la diligenza dell’ortografia, o me beato! E le bacio le mani.

XVIII [V 16, G 39]

A Scipione Gonzaga

[1] Quanto più ho ripensato il rimedio del signor Barga, tanto più m’è piaciuto; e se già mi parve tolerabile, ora mi pare ottimo. [2] E certo in ogni sua parte questo rimedio fa simile la narrazion di Carlo alla narrazion de’ legati di Latino; dico in ogni parte che appartenga alla connessione; et anco: come quelli legati giungono in tempo turbulento de’ latini et accrescono i loro timori, così Carlo arriva in stagione poco prospera a i cristiani. Priego dunque Vostra Signoria a ringraziarne particolarmente in mio nome il signor Barga.

[3] Vorrei nondimeno alquanto più oltre; cioè che la narrazione non solo avesse connessione dalla parte anteriore (ché questo ci dà pienamente il signor Barga), ma anco dalla posteriore; [4] e che fosse quasi una previa disposizione alla richiamata di Rinaldo: ché certo quelli episodii sono perfetti che nascono non solo dalla cosa istessa, ma tendono anco al fin della favola, come che ciò sempre non si possa, né sia necessario.

[5] Piacemi che i signori revisori concedino a i cristiani la signoria della campagna; ché per battaglie campali intendo io tutte quelle ch’operano questo effetto; ma vorrei che ciò fosse concesso da loro per giustizia, non per grazia.

[6] Però desiderarei che fossero ben informati delle mie ragioni, che non mi paiono disprezzabili a fatto: vorrei nondimeno che fosse tacciuto com’io distinguo l’attione d’uno da l’attion di molti, perché certo è nuovo pensiero. [7] Gli altri usano ben questo termine, d’uno e di molti; ma non lo chiariscono così, anzi se la passano come cosa nota: nel che nondimeno parmi ch’erri talora il Castelvetro stesso, che pone la distinzione, prendendo attion d’uno per attion di molti.

[8] Rileggendo il Castelvetro ho ritrovata un’opinione di mezzo fra l’opinione del [lo Speroni] e la mia. Non esclude egli l’attione una di molti dall’epopeia; anzi afferma che si può ricever con molta lode: attribuisce nondimeno la soprana lode a l’attion una d’uno, peroché in essa si manifesta maravigliosamente l’ingegno del poeta, che in una attion d’uno trova tanta varietà d’accidenti, quanta trovò Omero nell’ira d’Achille: la qual varietà tutta si riconosce dall’ingegno del poeta e niente dalla materia nuda.

[9] Io, come che abbia alcune ragioni probabilissime contra questa opinione, come mi pare d’averne alcune necessarie contra la prima del [lo Speroni], nondimeno, per parlare ingenuamente, non la posso se non lodare, quando quel ch’egli presuppone per fatto fosse o fatto o fattibile in epopeia di guerra. [10] Ma questa tanta varietà ch’ei presuppone, non solo non la vedo in Omero, ma vi veggio anco (e Aristotele il nota) che, volendo recar ogni cosa ad uno, fa alcune cose contra il verisimile: ma di questo più a lungo un’altra volta.

[11] Piacemi nondimeno di non esser singolar in conceder l’attion di molti all’epopeia, peroché non vale l’argomento del [lo Speroni] il poeta ama il perfettissimo: dunque il non perfetto non è lecito. [12] Ché, se ciò fosse vero, sendo la favola doppia la perfettissima, quella dell’Iliade, ch’è semplice, non sarebbe accettabile; e così non si potrebbe fare se non d’una sola sorte d’agnizioni e di rivolgimenti: il che tutto sarebbe contra l’auttorità d’Aristotele e contra l’uso de gli ottimi poeti.

[13] Torno di nuovo a dimandar perdono a Vostra Signoria della mia insolenza; e prego Vostra Signoria che mi mandi quanto prima gli avvertimenti, acciò ch’io non abbia a conciar cosa che debba esser rifatta. E le bacio le mani.

[14] Ho ricevuto, dopo avere scritto, una di Vostra Signoria, alla quale io risponderò più a lungo. Solo le dirò, per ora, che ’l pensiero del signor Flaminio è giudiciosissimo; ma porterebbe seco infinita discommodità e disconcio e poca verisimilitudine, se Clorinda andasse sola. [15] Si potrà dunque pensar di mutar più tosto l’occasione per la quale Clorinda si move; né questo anco vorrei, perché è assai opportuna. Il meglio sarebbe che ’l re volesse ch’andasse accompagnata; [16] e già una mia mutazione ebbe riguardo a questo, perch’ove prima diceva, «Non ricusar l’alto compagno i due», mi pare ch’io mutassi così: «E volse il re, ch’ei s’aggiungesse a i due». Certo io ebbi questo pensiero e feci questo verso: non mi ricordo però di certo se nella sopra mandata a Vostra Signoria il ponessi o lasciassi; né a che mi risolvessi. [17] Basterà forse ch’Argante e Clorinda vadano al re non così concordi, e che ’l re gli accordi. Questo è certo necessario, che Solimano sia accettato con maggior resistenza.

[18] Su ’l rimanente penserò meglio; e Vostra Signoria m’aiuti di grazia e ci pensi anch’ella: ma in somma, ogni cosa si può fare, se non far andare Clorinda sola.

[19] Ma né anco vorrei perdere il ragionamento suo con Argante. Si potrebbe trovare alcuna cosa di sua grand’intrinsichezza con Argante contratta nella guerra o qualch’altra cosa simile che, non ostante l’emulazione, l’inducesse a scoprire il pensiero, e che con tutto ciò il re gli accordasse.

[20] Vostra Signoria fa scusa di quello di ch’io dovrei scusarmi seco: mi perdoni di grazia.

[21] Aspetto con grandissimo desiderio consiglio intorno a tutto il contesto; che Clorinda, prima che scoprisse il pensiero ad Argante, discorresse fra se stessa se dovese attribuire questo all’amicizia o non. E le bacio le mani.

XIX [G 40]

A Scipione Gonzaga

[1] Io sono in letto a pagare il tributo solito et ordinario d’ogni anno alla mia fortuna, et oggi è il terzo dì che vi son posto. Questi due giorni passati sono stato in guisa travagliato da febbre e da dolori e da stupori di testa, che ho talora dubitato di non aver a lasciare Vostra Signoria esecutrice d’un duro uficio. Pur oggi, la Iddio grazia, sono quasi libero di febbre e col capo meno intronato.

[2] Mi giunsero ieri i tre canti trascritti di man di Vostra Signoria; ma giunsero in modo conci dalla pioggia che gran cosa sarà ch’io gli possa leggere: altri certo non potrebbe. Pure almeno mi serviranno per memoria locale. Vo immaginando ch’a li due c’ho mandati nel medesimo tempo a Vostra Signoria sia avvenuta la medesima sciagura: e così deve esser certamente, accioché queste sole mie scritture non sieno più privilegiate dell’altre.

[3] Ho inteso da messer Luca ch’ella se ne va a Tivoli a passare questo avanzo del caldo e credo d’indovinare qual sia la compagnia con ch’ella va. Vostra Signoria m’intende. [4] S’io m’appongo, la prego di grazia a non voler che le mie cose servano per trattenimento; non già perch’io non mi rechi a favore che le mie poesie sieno ascoltate da così alti auditori, ma per que’ tanti rispetti ch’ella sa così bene com’io; li quali m’inducono anche a pregarla che voglia procurare con ogni suo sforzo che i canti già divolgati non si divulghino maggiormente.

[5] Mi è stato di somma consolazione l’udire che la testura di tutto il poema sia stata approvata da i signori revisori in quella maniera che mi scrive messer Luca. Con tutto ciò aspetto ch’essi le diano un’altra più diligente revisione. E perché le cose spettanti all’arte, a giudicio d’uomini così severi, stanno presso che bene; e di quelle ch’appartengono allo stile m’assicura Vostra Signoria, resta solo ch’io dubiti del diletto.

[6] Io non mi proposi mai di piacere al vulgo stupido, ma non vorrei però solamente sodisfare a i maestri dell’arte. Anzi sono ambiziosissimo dell’applauso de gli uomini mediocri; e quasiché altrettanto affetto la buona opinione di questi tali quanto quella de’ più intendenti. Prego dunque Vostra Signoria che me ne scriva quel tanto ch’avrà potuto sottrarre dal parere de’ cortigiani galanti e de gli uomini mezzani.

[7] Io disegnava di fare che Vostra Signoria avesse il compimento del libro per tutto agosto. Ora, trovandomi in questo stato, non so quello che possa promettere. E quand’io guarisca prima della mia espettazione, non so s’io debba molto affrettare, trovandosi Vostra Signoria in luogo che non può attendere.

[8] E qui facendo fine, le bacio le mani e la prego di non tramettere, perché sia alquanto più lontana, il favore che mi fa continuamente di scrivere.

XX [V 18, G 41]

A Scipione Gonzaga

[1] Mi sono scordato di scrivere a Vostra Signoria che nel quarto canto, ove si parla d’Idraote, si parla di lui così che quasi pare che voglia personalmente intravenire a quella guerra; però bisognarà tòrre quelle due o tre parole che possan dare sospetto di questo.

[2] Nel medesimo quarto canto, oltre il ragionamento d’Eustazio, il quale ho già comincio, credo che bisognerà giungere una stanza di qualche secreta prattica fra Aronte e quei di Damasco, che s’offerissero di dar loro una porta o cosa simile; acciò che la cosa sia più verisimile, che con dieci soli si possa sperare tant’oltre.

[3] Nel quinto poi non vorrei quella tanta improntitudine de i cavalieri, che chiedevano d’esser eletti, perché non si porga maggior occasione a Goffredo di ritenerli; o vorrei in somma levar di là quelle due stanze dell’arti d’Armida.

[4] Sto ancora in dubbio se vorrò lasciar nell’ultimo canto la riconciliazione d’Armida con Rinaldo; e credo che vorrò finire questa materia nella fuga d’Armida: ma sovra ciò scriverò più a lungo a Vostra Signoria illustrissima.

[5] Il signor duca è andato fuori et ha lasciato me qui invitus invitum; perché così è piacciuto alla signora duchessa d’Urbino, la quale, togliendo l’acqua della Villa, ha bisogno il giorno di trattenimento. Leggole il mio libro e sono ogni giorno con lei molte ore in secretis. [6] Le ho conferito il mio disegno di venire quest’ottobre a Roma: non l’ha approvato e giudica ch’io non debba partirmi di Ferrara anzi l’edizion del libro, se non fosse solo per andare seco a Pesaro; ch’ogn’altra andata, per quant’ella m’afferma, sarebbe discara e sospetta. [7] E m’ha detto alcuna cosa che m’ha dato a divedere ch’io mi sono apposto in gran parte; sì che cessi omai messer Luca di dar tanta fede alle sue opinioni.

[8] Ora io, ch’ardo di desiderio non solo della peregrinazion romana, ma anco di riveder il terren nativo per quindici giorni, non posso far altro che procurar di sbrigarmi da questo benedetto poema. O che bel peregrinar sarebbe a Pasqua!

[9] Con questa saranno i due canti; o per dir meglio, un con questa et un da per sé. E le bacio le mani.

XXI [V 20, G 42]

A Scipione Gonzaga

[1] Non voglio dissimulare la mia ambizione. Quel che mi scrive Vostra Signoria del molto piacere con che da molti è letto il mio poema ha recato a me infinito diletto: pur io desiderarei d’intendere più particolarmente di qual ordine d’uomini siano costoro a cui tanto piace; perché, a confessarle il vero, io ho sempre sperato d’avere a sodisfare a i versati nelli studi poetici, et il mio dubbio era solo intorno a gli altri.

[2] L’argomento che Vostra Signoria dimanda non potrei ora mandarlo senza molto mio discommodo: mi basterà solo, dunque, che si consideri se quello accompagnare l’attione d’Armida con l’attione principale, quasi sino al fine, potrà dare altrui noia e far parere ch’io abbia presa Armida per soggetto principale e ch’io riguardi in lei, non solo in quanto distorna i cristiani e ritiene Rinaldo, ma anco prima e per sé. [3] Se questo non offende, del rimanente parmi quasi essere o sicuro o risoluto, come l’ho scritto per l’altre mie: ma se questo noiasse, si potrebbe rimovere quella riconciliazione fra lei e Rinaldo, ch’è nell’ultimo canto, e fornire nella sua fuga; peroché in tutti gli altri luoghi dove di lei si parla, dopo il sestodecimo, non se ne parla se non brevissimamente e sempre per accidente.

[4] Della ritrovata d’Erminia non ho il medesmo dubbio che d’Armida, peroché e la sua ritrovata nasce dalle cose precedenti et opera alcuno effetto nelle subsequenti. [5] Credo ancora che, quando volessi accompagnare Armida sino all’ultimo, non mi mancarebbono alcune ragioni et alcun essempio d’Omero stesso; peroché quella persona o quella cosa che s’introduce per necessità non è necessario che subito, cessata la necessità, s’abbandoni; anzi si può seguire a parlare di lei per semplice verisimilitudine e per sodisfattione de’ lettori. [6] E lasciando stare molti essempi ch’io potrei racòrre dall’Iliade e dall’Eneide, ne darò uno dell’Odissea, il quale a mio giudicio è chiarissimo.

[7] S’introduce nell’Odissea la nave de i Feaci, non per altro, se non perché riconduca Ulisse ad Itaca: poiché dunque Ulisse è giunto ad Itaca, poteva Omero solo attendere a parlare d’Ulisse, e non era necessario ch’egli facesse più motto né de’ Feaci né di loro nave. [8] Nondimeno egli, forse per dare questa sodisfattione a i lettori o per qualsivoglia altra cagione, s’attiene alla semplice verisimilitudine e seguita narrando il ritorno de’ Feaci a casa; descrive lo sdegno di Nettuno contra loro, e ch’egli converse lor la nave in uno scoglio che sovrasta a Corfù e le toglie la vista. [9] Si potrebbe dire il medesmo ancora, per non tacer questo, de’ giuochi che si fanno nella morte di Patroclo, i quali non sono punto necessari, e poteasi fermare Omero subito dopo la vendetta fatta di lui; nondimeno seguita oltra per una conseguenza di verisimilitudine. Tanto mi basta aver detto; ma pure, se parerà che quella parte si rimova, io la rimoverò volentieri.

[10] In quanto a quello che appartiene alla narrazione di Carlo, non ho più dubbio in parte alcuna.

[11] Vostra Signoria ha ragione a non lodare nella spiegatura quella stanza che gli mandai ultimamente; ma io non posso più: la vena è così esausta e secca, ch’avrebbe bisogno dell’ozio d’un anno e d’una lieta peregrinazione per riempirsi: vedrò di mutarla in alcun modo.

[12] Ho fornito il ragionamento d’Eustazio; né me ne son compiacciuto, se non d’un non so che nel fine.

[13] Altro non mi occorre di dire a Vostra Signoria, se non ch’io son quasi sano e ch’aspetto con grandissimo desiderio d’udire il medesmo del signor Casale: e certo non poteva udire cosa che più mi rincrescesse. E con questo a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani.

[14] Facciami favore, la prego, d’avisarmi della giunta del decimosesto e decimosettimo canto.

XXII [V 1, G 49]

A Scipione Gonzaga

[1] Io, per conceder gran parte a Goffredo nell’attione, avea ordinate le battaglie in quel modo che Vostra Signoria ha lette; e necessario mi parea d’attribuirli molto, se più che molto gli è attribuito, non solo dal vero, ma dalla fama. [2] Ma poi ch’è paruto altrimente e ch’in alcune cose s’è tolto alquanto o si torrà a lui per dare ad altri, credo che sia necessario mutare in parte la proposizione; cioè proporre, non il capitano prima e i cavalieri in conseguenza, ma prima i cavalieri et il capitano, non già in conseguenza, ma in quel modo che Vostra Signoria vedrà. [3] Dirò dunque:

L’arme pietose e i cavalieri i’ canto,
Che de la croce si segnar di Cristo.
Quant’operar sotto Goffredo, e quanto
Seco soffrir nel glorioso acquisto.

[4] Il proporre molti, ove sia alcuno eminente, è lecito per ragione a chi intende di cantar di molti: e v’è l’essempio d’Apollonio, se ben mi rammento, perché il perdei nel ritorno di Venezia; ma senza fallo credo che sia così.

[5] Il Barga proponeva, non Goffredo, né alcun particolar, ma gli eroi. Il nominar Goffredo è non solo introdotto per aver alcun particolar riguardo a lui, ch’è così famoso sovra gli altri, ma anco per differenza specifica (s’è vero che la proposizione debba aver le condizioni della deffinizione); peroché queste parole «sotto Goffredo» separano l’attione da tutte l’altre precedenti che non furon fatte essendo lui capitano.

[6] «Seco soffrir»: sotto queste voci vengono l’arti diaboliche e l’armi pagane et in somma tutti gli episodi a distornamento dell’impresa.

[7] «Nel glorioso acquisto»: me non offende che qui non vi sia nominato Gierusalemme; peroché assai dichiarano le condizioni precedenti ch’altro acquisto non si può intendere. Oltre che questa parola era così assolutamente detta da tutti gli istorici antichi: idest Giovan Villani, Matteo etc., che dicono, Passò alla conquista , intendendo di Terrasanta.

[8] Forse quelle parole «sotto Goffredo» non son belle; ma non ne trovo più a proposito, chi non volesse circonscrivere: il che, oltre che non m’è commodo, non è lecito. [9] Avrò caro d’intenderne il parer di Vostra Signoria illustrissima e de gli altri, e me ne farà favore singolarissimo.

[10] Gli altri quattro versi seguenti credo che siano compresi nella dannazione della stanza «Sai che là corre il mondo»; però non ne chiedo consiglio: ma vorrei sapere ch’importano quelle parole nella proposizion di Virgilio:

[…] genus unde Latinum
Allianique patres, atque alta[e] moenia...

[11] Chi considera sottilmente vedrà che siamo soggetti all’istessa opposizione, come mi sforzarò di mostrar poi; la quale a me non dà punto di fastidio. Ma per ora Vostra Signoria non metta in consulta questa seconda parte, sin ch’io non le scrivo altro.

[12] La narrazione, se piacerà a Vostra Signoria e al signor Barga, cominciarà in questo modo: [13]

Già il sesto anno volgea che ’l grand’Urbano,
Ch’ebbe le chiavi ond’il ciel s’apre e serra,
A concilio raccolse il pio cristiano
In Chiaramonte, e ’l persuase a guerra,
A liberar dal popolo profano
Di Giesù la natia sacrata terra:
E cingendo la spada a’ duci al fianco,
Diè loro purpurea croce, abito bianco.
E vincitrice già per l’oriente
L’oste correa, che mosse a l’alta impresa, etc.

Vostra Signoria mi faccia favore di scrivermi se piace questa, o più particolarmente in qual altro modo la desiderano.

[14] Al Magno parve che omnimodo si dovessero tòrre le stanze, «Qual rabbia, o figlio di Giesù, etc.», ma che si devesse lasciar non solo, «Tu, magnanimo Alfanso, etc.», ma anche la precedente, «Sai che là corre il mondo, etc.». Il principio della narrazione a lui parve sofficiente assai: pur mi giova d’aver mutato e di rimutar, se bisognerà. E le bacio le mani.

XXIII [V 21, G 43]

A Scipione Gonzaga

[1] La ventura della spada a nessuno spiacque mai più ch’a me: ma io non mi risolvea a rimoverla, non sapendo di che riempire il loco vuoto o, per dir meglio, che dire in quella vece. [2] Ora m’è sovvenuto come si possa tòr via la maraviglia della ventura, lasciando la previa disposizione: e ciò sarà, se ’l cavaliero di Danimarca per consiglio dell’eremita portarà la spada con determinato consiglio di donarla a Rinaldo e d’essortarlo alla vendetta dovuta a lui e per l’amor che Dano gli portava e per fatale disposizione o providenza, per meglio dire. [3] Si tacerà tutto ciò che si dice delle macchie di sangue; ma si dirà quello che basta per intenerir gli animi per la commemorazione di Rinaldo e per disporli alla sua richiamata: e tutta questa mutazione si potrà fare con pochissima fatica.

[4] Dell’aquila scrissi ch’era risoluto a seguir l’altrui giudizio.

[5] Resta solo ch’io le dica ch’io confesso di non intendere questo termine machina o soluzion per machina; perché in tutto il mio libro non ve ne riconosco altro ch’una, e quella tolta di peso da Omero e da Virgilio. Questa è la divisione del duello fra Raimondo et Argante. [6] Quella di Sofronia non è per machina: ma concedendo che sia, ricerco la terza; ché due parimente ve ne sono nell’Eneida. [7] Vostra Signoria mi faccia favore d’avisarmi come gli altri intendano questo termine; ché, in quanto a me, non ciò ch’è maraviglioso è per machina. Ma de his hactenus .

[8] I canti bagnati, a dire il vero, non potranno servire per quello ch’io desiderava; ma non ardisco di gravar Vostra Signoria illustrissima più oltra.

[9] Scorgeano e scorgono credo toscanamente si dica; ma se ’l fare «scorgiense» par duro o che non s’accordi, mutarò: bench’io credo che ve ne sia alcun essempio ne’ buoni antichi; pur non l’affermo; «scorgeanse» scrissi per error di penna.

[10] Ho fornito di trascrivere il decimottavo e dimane cominciarò il decimonono.

[11] Aspetto con desiderio i versi corretti e i canti trascritti e la supplico a mandarmi quelli e questi quanto prima.

[12] Mi vergogno di dire che per quest’altro ordinario manderò a Vostra Signoria la lettera del Barga; ma la manderò senza fallo. E le bacio le mani.

XXIV [G 44]

A Luca Scalabrino

[1] Quel che mi scriveste del romanzevole, me lo scriveste come vi fu detto a punto, perché nel medesimo modo me ne scrisse il signor Scipione; anzi si dichiarò chiarissimamente che così intendeva come sonavano le parole. Se poi ha cambiati a voi i dadi in mano, non ve ne maravigliate; ché meco ha fatto il medesimo, e pur io avea il carta canta: ma ciò poco rileva.

[2] Di grazia, fatevi dichiarare che significhi soluzion per machina o machina ; perché, dicendo che ve ne son molte nel mio libro, non intendono il termine: pur a questa volta non mi ci corranno; ch’io non vo’ scriver la mia opinione prima ch’intenda la loro. Scrivo al Signore che mi dichiari il termine: imparatelo ancor voi.

[3] Ho trovato di mutar con poca fatica la ventura della spada, che certo mi spiaceva: vedete quel che gliene scrivo.

[4] Salutate il signor Teggia, baciandoli le mani con ogni affetto.

[5] Vi sarà un’inclusa del Rondinello.

XXV [V 22, G 46]

A Scipione Gonzaga

[1] Ritornando di Capparo, villa del signor duca, ho ritrovato due lettere di Vostra Signoria, alle quali brevemente risponderò; perché son venuto per alcuni miei affari, né mi fermo questa notte dentro.

[2] E prima: in quanto a quel ch’ella dice, che la magia naturale consiste nell’applicare activa passivis , et a quel ch’ella mi chiede, come si possono ridurre a cagioni naturali alcuni effetti maravigliosi, qual è quel del moto della nave, credo che mi basti per risposta l’addurre una dottrina d’Aristotele, della quale egli si valse per difender Omero e gli altri poeti da gli antichi critici.

[3] I poeti (dice egli) rappresentano le cose o come sono et erano, o come son possibili e devono essere, o come paiono o son dette e credute. Queste o simili parole dice Aristotele. [4] Or sotto il terzo membro di questa divisione si riparano e si difendono dalle calunnie tutti i maravigliosi, come è stato notato anco da altri et in particolar dal Castelvetro; sì che mi par soverchio il cercar quant’oltre si stenda la potenza dell’arte maga, o sia naturale o demonica. [5] Basta solo il sapere sin a quanto sia ricevuto dall’opinione de’ popolari (a’ quali scrive il poeta, et al loro modo parla sovente) ch’ella si possa stendere. [6] Poiché dunque gli uomini, che teologi non sono, stimano il poter de’ diavoli maggior che in effetto non è, e maggior l’efficacia dell’arte maga, poterono con buona conscienza i poeti, ch’inanzi a me han scritto, in questo attenersi all’opinione vulgare. Io poi c’ho tanti essempi, di che debbo dubitare? [7] Spoglisi dunque il signor Flaminio e spoglisi Vostra Signoria la persona di teologo e prendetene una popolare; e poi movete il dubbio e lasciate rispondere a me: e se a me fate il dubbio, fatelo anco ad Omero et ad Apollonio; poiché né i teologi gentili attribuivano l’onnipotenza a i magi.

[8] Mi chiede poi Vostra Signoria non so che dell’allegoria. A questo risponderò con maggior agio e risponderò a lungo: per ora le dico solo ch’io crederei che potesse bastare l’essaminare il senso litterale, ché l’allegorico non è sottoposto a censura; [9] né fu mai biasmata in poeta l’allegoria, né può esser biasmata cosa che può esser intesa in molti modi. Pur, io dico, chiarirò un’altra volta la mia intenzione.

[10] Mi piace sommamente d’aver imaginata cosa prima imaginata da Vostra Signoria, poiché questo m’è certo argomento ch’ella sia buona.

[11] Aspetto la mutazione de’ versi e me ne prometto molto utile e sodisfattione. Conosco ne’ protesti la solita modestia di Vostra Signoria, la quale veramente è soverchia meco per molti rispetti; e guardisi Vostra Signoria dal biasmo che diede Aristotele a Socrate, che ricusò il nome di maestro.

[12] Ho inteso che si è stampata una Poetica d’Alessandro Piccolomini e che si vende in Roma. Qui non è anco arrivata né a Venezia. Prego Vostra Signoria che me ne trovi una e la mi mandi per lo cavalier Gualengo, o per altra occasione.

[13] Al fine di questo mese avrà i tre ultimi canti. E con questo le bacio le mani.

XXVI [G 45]

A Luca Scalabrino

[1] Dirovvi (poiché mi chiedete con tante istanze la mia opinione e volete darmi questa fatica) quel ch’io credo che significhi il termine soluzione per machina: e dirovvi prima il suo proprio significato, dipoi sino a che si può estendere applicando.

[2] Nelle favole sceniche i nodi alcuna volta erano da i poeti in guisa intrigati, che a sciorli non bastava l’arte di que’ tali, volendo sciorli con le medesime persone con le quali le avevano avviluppate, cioè con persone umane; di maniera che erano astretti di ricorrere a li dei. Li quali dei non comparivano in iscena per le medesime vie per le quali vi venivano gli altri interlocutori; ma o sorgevano dal palco o calavano dal cielo della scena con l’aiuto d’alcuno ordigno o machina che vogliam dirla: e per questo la soluzione che non era fatta da quelle persone che fecero il nodo, ma era fatta da iddii, fu chiamata soluzione per macchina, avendosi riguardo al modo con che comparivano questi dii.

[3] Queste tali soluzioni furono introdotte da’ primi poeti, perché non trovarono altro modo da sviluppare i loro gruppi. Ma perché piacque a gli spettatori, come a quelli che si dilettano assai del maraviglioso et amano la vaghezza della vista e la magnificenza che appare nella machina, molti poeti poi, troppo vaghi di piacere al popolo con nodi non propri dell’arte loro, affettarono sconvenevolmente sì fatte soluzioni.

[4] La soluzione dunque per ordigno si trova solamente, se proprio si parla, nelle favole sceniche; e non sono soluzioni per ordigno tutte quelle che non sono interne, ma estrinsiche; ma, delle estrinsiche, quelle solamente che sono fatte da persone che vengono per machine: né queste tali però son sempre cattive; ma alcuna volta accettate da Aristotele e similmente da Orazio, ove dice:

Nec deus intersit, nisi dignus vindice nodus.

[5] Si trovano dunque alcuni nodi, ch’a svilupparli non è inconveniente ricorrere a gl’iddii. Aristotele mette gli esempi, ma non mi sovvengono.

[6] Questo termine poi di soluzione per machina s’è steso anche a queste soluzioni de’ poemi epici che sono fatti da li dei, o da altre persone che operino sopraumanamente: e si dicono per machina, non perché c’intervenga machina, che non può intervenire in que’ poemi che non si rappresentano alla vista, ma sono oggetto semplicemente dello udito; ma si dicono così, perché somigliano in natura alle soluzioni della tragedia, le quali sono fatte per machina.

[7] Avete inteso quel che significa propriamente soluzione per machina, e fino a che termine questo termine si può estendere; et avete inteso parimente che le soluzioni sì fatte non sono tutte cattive. [8] Ora raccogliete dalle cose dette che le soluzioni fatte da persone sopravegnenti, purché le sieno persone ch’oprino con arte umana, non si possono dire per machina, né strettamente né largamente.

[9] Voglio anco che consideriate che nelle soluzioni per machina sceniche pare che vi sia per lo più poca arte; perché altre sono le persone et i modi con che si fa il nodo, altre quelle e quelli con che si scioglie; perché gli uni sono umani, gli altri sopraumani. E questa è sola la cagione che fa parere queste soluzioni poco artificiose, dovendo il buon poeta rispondere a se stesso e così sciogliere come annoda e non trascendere de genere in genus.

[10] Se cessasse adunque questa cagione del trascendimento, cesserebbe tutto o quasi tutto quello che rende le soluzioni sì fatte meno artificiose. [11] Quando dunque il poeta epico comincia a far il nodo, non per mezzo di persone ordinarie né per vie umane, ma sopraumane, se la soluzione è sopraumana, è quale deve essere e quale è necessario che sia; non v’è trascendimento, non v’è difetto d’arte; né occorre in questo caso parlare di machina, né v’ha luogo il termine né strettamente né largamente. Il poeta fornisce come comincia et osserva quel che promette. [12] Or questo avviluppare per via maravigliosa non si trova nelle favole sceniche, ma si trova solamente lo sciogliere. Non è maraviglia, adunque, che, non si trovando la cosa, non si trovi anco il nome: però leggiamo spesso soluzione per machina, ma non mai nodo per machina; né si trovando l’imagine, non si può trovare l’imaginato.

[13] Non si può dunque ne’ poemi epici, ne’ quali s’avviluppa maravigliosamente, chiamare il nodo in alcun modo per machina; perché la metafora bisogna che sia tolta da qualche luogo, e qui non è luogo onde tòrla.

[14] Or mi potreste chiedere onde nasca che i tragici non facciano i nodi per vie sopraumane, e gli epici sì. Di questo due sono le cagioni principali, oltre alcun’altra che ne scrissi già al Signore: l’una, che avendo l’epico per proprio fine il mirabile, che non è proprio fine del drammatico, cerca più il mirabile per tutte le strade; l’altra, che sendo il senso della vista molto più schivo e sottile giudice del verisimile, che non è quello dell’udito, il tragico schiva gli ordigni, come quelli che il più delle volte portano poca verisimilitudine.

[15] Aggiugnerò, per conclusione di questa lunga diceria, che siccome io non riconosco altro che una soluzione per machina nel mio libro, così quella reputo lodevolissima; e perché è fatta ad imitazione d’Omero e Virgilio e perché è fatta dopo un’altra soluzione intrinseca: il che essi non feciono.

[16] Aggiugnerò ancora ch’io non mi pento che gli errori di Rinaldo sieno maravigliosi; anzi avrei per difetto se non fossero tali. Maravigliosa parimente è la ritenzione d’Ulisse, e maraviglioso il ritorno, nel medesimo modo di maraviglioso che è ripreso nel mio poema; il quale, sì come nelle cose che succedono a Gierusalemme ha molta simiglianza con l’Iliade, così mi giova che ne gli errori di Rinaldo s’assomigli all’Odissea nell’eccesso della maraviglia. E perché questo mirabile portentoso, come che si convenga a ogni parte del poema epico, in quello però che tratta d’errori sia necessario, scriverò un’altra volta; ch’ora sono stanco e vo’ giocare ai tarocchi: ché l’arte mi riesce meglio che la poetica.

[17] Ho scritto in fretta e confusamente e con l’animo in patinis. Se avessi scritto qualche co[glioneria], perdonatemi e intendetemi per discrezione. Scrissi questa mattina al signor Scipione; pure m’avanzano molte cose da dire a voi et a lui, alle quali risponderò per quest’altro ordinario. E vi bacio le mani.

XXVII [V 23, G 47]

A Scipione Gonzaga

[1] Non manderò per quest’ordinario gli tre ultimi canti, com’avea promesso: certissimamente Vostra Signoria gli avrà per l’ordinario di mercordì prossimo. Cagione di questa dilazione sono stati un mio dolore di testa assai grave e la seccaggine d’un gentiluomo forestiero, da’ quali successivamente sono stato occupato alcuni giorni: ora (la Dio mercè) ne son libero; e perché questo giorno deputato allo spaccio non vada vuoto, scriverò alcuna di quelle cose ch’io avea deliberato di scrivere con quella lettera ch’accompagnarà i canti.

[2] Signor mio, quando i’ feci queste ultime parti del mio poema, come troppo desideroso di fornirlo, m’affrettai oltre il dovere; sì che lasciai trascorrere molte cose, delle quali allora non mi compiaceva punto, avendo intenzione di mutarle. [3] E tra per la fretta e la malattia che sopragiunse, questi ultimi canti più di ciascuno altro rimasero sparsi di molte macchie; né ora in questa prima revisione, come abbia mutate molte cosette, gli ho però politi molto diligentemente, riserbando questa esatta politura all’ultima revisione, alla quale desidero con grandissima impazienza di venir quanto prima sia possibile. [4] Con tutto ciò credo ch’in essi (forse amor m’inganna) sia tanto di buono, quanto in qual si voglia degli altri lor fratelli; e mi compiaccio assai del penultimo et ultimo, ma più dell’ultimo.

[5] L’antepenultimo non può nella sua prima parte se non dispiacermi, essendo pieno di quel maraviglioso del quale il gusto di voi altri non s’appaga: non dico il medesimo della seconda parte; perché se bene anch’ella è piena di maraviglie, però tutte quelle maraviglie sono, non solo proprie della religione cristiana, ma anco tolte con poche o nissuna mutazione dall’istorie. [6] E certo tutto ciò che si legge nel mio poema, della colomba messaggiera, dell’incendio, dell’apparizione dell’anime, è tolto di peso da Paulo Emilio e da Guglielmo Tirio: et in ciascun’altra parte di quel XVIII e XIX canto mi conformo assai con l’istoria, trattone quel ch’appartiene a Tancredi, a Rinaldo, a Vafrino. [7] Non credo, dunque, che la maraviglia della seconda parte debba spiacere: ma son più che sicuro che spiacerà, e moveranno quasi nausea i miracoli del bosco.

[8] E s’io ho a dirle il vero, son quasi pentito di aver introdutte queste maraviglie nel mio poema; non perch’io creda che in universale per ragion di poesia si possa o si debba far altrimenti (ch’in questo sono ostinatissimo, e persevero in credere che i poemi epici tanto sian migliori, quanto son men privi di così fatti mostri). [9] Ma forse a questa particolare istoria di Goffredo si conveniva altra trattazione; e forse anco io non ho avuto tutto quel riguardo che si doveva al rigor de’ tempi presenti, et al costume ch’oggi regna nella corte romana: del che è buon tempo ch’io vo dubitando, et ho temuto talora tant’oltre, che ho desperato di potere stampare il libro senza gran difficultà. [10] E messer Luca me ne può essere testimonio, e Vostra Signoria medesma, alla quale n’accennai alcuna cosa quando la pregai a procurare il privilegio del Papa et a fare le provisioni che erano necessarie per previa disposizione. [11] Or basta: al passato et al fatto non v’è rimedio; non v’è rimedio, dico, perch’io son necessitato, per uscire di miseria e d’angonia, di stampare il poema, se non potrò prima, almeno dopo Pasqua. [12] E le giuro, per l’amore e per l’osservanza ch’io le porto, che se le condizioni del mio stato non m’astringessero a questo, ch’io non farei stampare il mio poema né così tosto, né per alcun anno, né forse in vita mia; tanto dubito della sua riuscita. [13] Ma dove mi lascio trasportare a scriver cose che non pensai mai di scrivere?

[14] Or torno a quel ch’è mia intenzione. Prego Vostra Signoria a legger questi tre ultimi come cosa imperfettissima. [15] La prego anco a non mostrarli ad alcuno, se ben può leggerli a chi vuole; perché sarebbe gran vergogna la mia, che fossero visti così male scritti, con tante cancellature e con tanti errori di penna quanti vi debbono essere; e ho gran dubbio che Vostra Signoria stessa non saprà leggerli. [16] Di lei non mi vergogno tanto, sapendo ch’ella, che mi stima sovra il mio merito, attribuisce alcuna sorte d’errori più tosto a fretta o a negligenza ch’ad ignoranza; ma gli altri, giudicandomi dalle mie scritture, mi potrebbono riputare un grande ignorante. Pur mi consola l’aver letto che Plotino, del quale nissun mai più dotto o eloquente uscì dalle scole platoniche, scriveva scorrettissimamente e non sapea alcuna regola d’ortografia.

[17] Or passiamo ad altro. Non so se Vostra Signoria abbia notato un’imperfettione del mio stile. L’imperfettione è questa: ch’io troppo spesso uso il parlar disgiunto, cioè quello che si lega più tosto per l’unione e dependenza de’ sensi, che per copula o altra congiunzione di parole. L’imperfettione v’è senza dubbio; pur ha molte volte sembianza di virtù, et è talora virtù apportatrice di grandezza: ma l’errore consiste nella frequenza. [18] Questo difetto ho io appreso della continua lettion di Virgilio, nel quale (parlo dell’Eneide) è più ch’in alcun altro; onde fu chiamato da Caligula arena senza calce. Pur se bene con l’auttorità si può scusare e difendere, sarebbe meglio rimediarvi talora. Io mi ci son provato e mi ci riproverò: Vostra Signoria mi favorisca d’averci anch’ella un poco d’avvertimento.

[19] Secondariamente vorrei ch’avvertisse alla dolcezza del numero, nella qual sola considerazione ho desiderato alquanto la diligenza di Vostra Signoria; ché certo nell’altre parti è tanta e sì giudiciosa che non potria essere più. [20] Ma in questa non mi par corrisponder (dico ogni cosa a libertà) a se medesma; anzi mi pare ch’ella non si curi punto, per quanto raccolgo o da alcun conciero o dal giudizio che fa d’alcun luogo dubbio, del concorso delle consonanti e delle vocali d’una stessa natura; come in quello, «Drudo di donna»; e ’n quell’altro, «Fra quei che segno dier d’ardir più franco»,«O non men che la man». Ve ne sono alcuni altri simili. [21] Io conoscendo d’essere stato alcuna volta aspretto anzi che no, ho cercato d’addolcir molti versi; e talora non tanto gli ho addolciti, quanto gli ho peggiorati nel rimanente: il che è stato molto ben conosciuto da Vostra Signoria; ma non ho potuto o saputo più. [22] Per questa cagion di fuggir l’asprezza non mi son talor curato di fornire alcun verbo, come: «L’odono già nel cielo anco i celesti». Ché ’l dire: «L’odon già su nel ciel, etc.», per li troppo monosilabi et accenti, è duretto.

[23] E poi che son tornato a parlar de’ suoi avvertimenti, non mi stancherò di tornare a dirle ciò che per l’altra mia le scrissi: ch’io quanto più li rileggo, tanto maggiormente ne rimango sodisfatto e maggiori conosco esser da una parte il giudizio, la diligenza e l’amorevolezza di Vostra Signoria; dall’altra, gli oblighi miei e la fortuna del mio poema. [24] E come che di molti, anzi della più parte de’ suoi concieri mi compiaccia, di quel rimango sodisfattissimo: «Non morì già, ché sue virtuti accolse, etc.». E non posso, quando il leggo, non ridermi e non burlarmi di me stesso, che penai tutta una sera per accomodare que’ due versi e gli mutai in cento modi; e pur non mi sovvenne questo così buono e così naturale.

[25] La ringrazio ancora infinitamente che m’abbia insegnato che la creazione sia opera di tutte tre le Persone, etc.: ché certo in questo io prendea bruttissimo errore; ma un dì, se m’avanzarà tempo, o se n’avrò a bastanza, anch’io vuo’ divenir gigante.

[26] Che non si possa dir mal grado mio o mio mal grado è certissimo; e così sempre appresso tutti i buoni. [27] Lodo similmente che non si collida il che interrogativo e per l’essempio addotto da Vostra Signoria e per l’altro, «Che altro ch’un sospir breve è la morte?», e per la ragione, la quale a mio giudizio è questa: che posandosi tutta la forza della interrogazione su la parola che, quella si deve intendere e pronunziare intiera e non colliderne alcuna parte.

[28] Non mi risolvo ancora a fatto nell’altro avvertimento or ora, sì come son già risoluto che pingo si dica e si possa dire non meno che spingo; e me ne rimetto a tutti gli antichi. [29] Scriverò alcun’altre cose, come v’abbia meglio considerato. Ora solo vuo’ dirle che quel mutar, «Si va in guisa avvampando appoco appoco», fu error di penna; ché troppo meglio sta «avanzando»; e così «torna riguarda»,«tempesta de’ pensieri» et alcuni altri; del che mostra troppo bene d’accorgersi Vostra Signoria.

[30] Chiuderò questa lettera con una risposta ad una delle opposizioni che concernono alle cose. Coloro ch’essercitano l’offizio di gran contestabile (il quale offizio si trova in ogni regno, se ben con diverso nome) non vanno a guereggiar mai fuori del regno, ma sono capitani solamente nelle guerre defensive; onde allora bisognarebbe ch’io adducessi alcuna particolar cagione, quando Emireno foss’egli il gran contestabile, che in quel caso non dovrebbe andare, se vi fossero altri capaci del capitanato; o sarebbe almeno necessario dire perch’andasse.

[31] Vostra Signoria non vedrà tutto il poema, se non vede insieme alcun segno della mia gratitudine: e sovra ciò le scriverò a lungo. E le bacio le mani.

XXVIII [V 24, G 48]

A Scipione Gonzaga

[1] A questa saranno alligati i tre ultimi canti, intorno a i quali mi restano ancora da dir molte cose a Vostra Signoria illustrissima: e perch’io non vuo’ durar fatica di pensar con qual ordine si debbano disporre, le dirò così confusamente, come prima mi s’appresentaranno.

[2] E cominciando dall’allegoria, dico che, dubitando io che quelle parti mirabili non paressero poco convenevoli all’attion intrapresa, nella quale forse alcun buon padre del Collegio germanico avria potuto desiderare più istoria e men poesia, giudicai ch’allora il maraviglioso sarebbe tenuto più comportabile che fosse giudicato ch’ascondesse sotto alcuna buona e santa allegoria. [3] E per questo, ancora ch’io non giudichi l’allegoria necessaria nel poema, come quella di cui mai Aristotele in questo senso non fa motto; e ben ch’io stimi che ’l far professione che vi sia non si convenga al poeta, nondimeno volsi durar fatica per introdurvela, et a bello studio, se ben non dissi, come fe’ Dante: [4]

Aguzza ben, lettor, qui gli occhi al vero;
Però che ’l velo è qui tanto sottile,
Che dentro trapassarvi fia leggiero,

[5] non mi spiacque però di parlar in modo ch’altri potesse raccogliere ch’ella vi fosse; rimettendo al vostro giudizio se questo parlar fosse vizioso secondo l’arte o no. [6] Et a ciò far mi mossi tanto più sicuramente, quanto io vedea che l’opposizioni fatte da Platone ne’ dialoghi del giusto ad Omero erano difese da Aristotele e da Plutarco non con altra difesa che col mostrar che sotto le cose dannate v’è allegoria. [7] Et ancora che l’allegoria, essendo perfettione accidentale, non possa contrapesare i difetti della imitazione, che son per sé, sì che male in gran parte riman difeso Omero; pur rimane a mio giudicio difeso in alcuna parte, cioè in quella dove l’opposizioni riguardano alcune cose accidentali.

[8] Se dunque i miracoli miei del bosco e di Rinaldo convengono alla poesia per sé, com’io credo, ma forse sono soverchi per la qualità de’ tempi in questa istoria, può in alcun modo questa soprabondanza di miracoli esser da’ severi comportata più facilmente, se sarà creduto che vi sia allegoria. [9] V’è ella veramente: quanto buona, i’ non so; ma un’altra volta ne discorreremo. E sì come v’è, così avrei caro ch’altri credesse che vi fosse: ma in quel ch’appartiene al rimover o all’alterare alcune parole, mi rimetto al vostro giudicio.

[10] Ma perché parrà forse ad alcun di veder che non ogni particella del bosco o de gli errori di Rinaldo contenga allegoria, sottoscriverò qui alcune parole del Ficino sovra ’l Convivio, nel capitolo De antiqua hominis figura: «Nos autem, quae in figuris (che per questo termine significhi l’allegoria, si vede chiaramente) superiorum et aliis describuntur, singula exacte ad sensum pertinere non arbitramur». E pur parla dell’allegorie di Platone ancora, che n’è il maestro. [11] Soggiunse poi: «Nam Aurelius Augustinus non omnia, inquit, quae in figuris fingantur, significare aliquid putanda sunt; multa enim propter illa quae significant, ordinis et connexionis gratia adiuncta sunt. Solo vomere terra proscinditur; sed ut hoc fieri possit, coetera quoque huic aratri membra iunguntur». Se dunque vi fosse alcuna particella vòta d’allegoria, non credo d’aver errato. [12] Ma in quel particolare dell’Oceano v’è certo allegoria e tolta da Proclo. Ma di ciò un’altra volta; ché questa materia ricerca da sé una lettera intiera.

[13] Or prima che passi ad altro, dirò ch’io ringrazio molto Vostra Signoria dell’avvertimento sovra quelle parole dell’episodio di Sofronia, «o fosse volto a volto»; ché certo quelle parole non convengono in persona di grave poeta, quale dev’esser l’epico, principalmente in materia sì fatta.

[14] Or ritornando all’allegoria, intorno alla quale m’era scordato di dir non so che, potrebbe parer ad alcuno estrano che l’incanto del bosco non serbi il medesimo ordine con Tancredi che con Rinaldo: ma di questo, quando io discorrerò seco de gli altri miei capricci, vedrà facilmente la cagione.

[15] Nell’ultimo canto sono queste parole: «Sta dubbia in mezzo la Fortuna e Marte». Potrà forse parere ad alcuno ch’io introduca le deità de’ gentili. Se così è, rimovansi queste e tutte l’altre parole simili: ma vo credendo che queste voci sì fatte siano tanto ammollite dall’uso, ch’altro omai non suonino, né altro senso ricevano da gli uomini, se non che la sorte della guerra, per lo valore de’ soldati contrapesato, era dubbia. E credo che queste parole si possano recare a quella figura (non so come la chiamino) nella qual si prende il nome della deità per lo nome della cosa sottoposta. [16] Sono similmente nel poema alcune comparazioni, nelle quali è la cosa a cui s’assomiglia, o Giove o Bronte per essempio. Dante ne mette alcune sì fatte in mezzo del Paradiso: e credo che si possano difender, e la difesa sia tale. [17] Le comparazioni (parlo delle poetiche) non si fan per dichiarar solamente, ma molte volte per semplice ornamento; onde si posson trarre non solo da cose vere e naturali, come credeva l’Amalteo, ma anche da cose famose. Chi dunque assimiglia Tisaferno a Bronte, non erra, perché non presuppone che Bronte fosse o sia, né mostra di creder ciò; ma presuppone solo che Bronte sia un non so che di noto in quanto al nome, al quale sia attribuito un’operazione simile o minore a quella ch’egli descrive. E chi non fa comparazioni della fenice e de’ centauri? E pur non dantur questi animali in natura. Ma forse troppo s’è detto intorno a ciò.

[18] Or torniamo indietro dall’ultimo al penultimo canto. Non parrà forse ad alcuni che sia cagione bastante che da’ principi saracini fosse fatta partecipe Erminia della congiura, la notizia ch’ella aveva dell’armi et insegne de’ cristiani, potendo forse essi intender questo per altra via. Questo pensiero m’è nato questa sera; non so quant’egli vaglia: pur se l’opposizion fosse di peso, facilissima cosa mi sarà il mutar, fingendo ch’alcun de’ congiurati, invaghito d’Erminia, credendosi di consolarla, gliela scoprisse. Pur la prima cagione, rimosso il dubio, sarebbe migliore, perch’è più intrinseca.

[19] La morte del soldano nell’ultimo non piacerà a chi dispiace quella di Turno: pur credo che Virgilio facesse con molte ragioni quel che fece e credo di saperne alcuna.

[20] Per conclusione, mi ricordo che Vostra Signoria già mi scrisse che ’l Barga lodava nell’undecimo ch’io descrivessi così particolarmente le prove di molti. Intesi il motto: e certo non si lodava quella parte, che tacitamente non se ne riprendessero alcun’altre. Ma Vostra Signoria, con la solita sua modestia e destrezza, mi volse far intendere l’altrui opinione in modo, ch’io sentissi più il dolce della lode che l’amaro della censura. [21] In risposta dirò ch’io mi persuado che tutti i dotti che leggeranno il mio poema conosceranno che molto bene io ho conosciuta qual fosse la maniera d’Omero, avendola usata assai spesso, se ben alquanto più parcamente che non è stata usata da alcuni altri moderni suoi imitatori. [22] Conosceranno parimente che, quando non l’ho usata, non ho giudicato ben il farlo; se ben forse in questo giudicio mi condanneranno: pur a chi avrà riguardo, non solo al luogo ove manca questa larga imitazione, ma alle cose seguenti et antecedenti ancora, potrà facilmente apparere ch’il più delle volte ch’io, lasciando questa larghezza, ho ricevuto la brevità, l’ho fatto o per necessaria o per potente cagione: né ricuserei di star al sindicato di ciascun particolare. [23] Questo so bene, che Virgilio non meno spesso, o forse più spesso di me, si ristringe alla narrazione, lasciando l’imitazione. E s’io avessi fatti d’una battaglia sola otto libri intieri senza frapporvi altra cosa, chi gli avrebbe letti? Forse […] ; il qual non niego che non sia instar multorum: basta, ognuno ha i suoi umori.

[24] Altro non mi sovviene né mi avanza da dirle, se non pregarla che polisca in modo questi tre ultimi canti che non abbiano che invidiare a i loro fratelli. E le bacio le mani.

XXIX [V 38, G 78]

A Luca Scalabrino

[1] «Già corre lento ogni lor ferro al sangue» dettò Febo: se la penna non lo scrisse, qual colpa è della mente o dell’orecchio? Mi piace poi che voi v’ingegnaste di trovar che fosse composto ad arte quel che fu scritto per trascuraggine; e certo che de’ versi sì fatti, ne’ quali non si fa alcuna collisione, è pieno Dante: pur non mi giova d’imitarlo. [2] Aveva fra ’l verso, non seguente vocale, non s’usa dal Petrarca o da’ petrarchisti; né io intendo di allontanarmi da loro essempio, non tanto perch’io la stimi grand’imperfettione di numero, quanto perché mi pare che ’l cercar brighe, dove si possano schivar con suo onore, sia da cervel gagliardo e contenzioso. Sì che mi sarà cara ogni diligenza che ’l Signore usarà per rimovere da’ miei versi tutte le parole simili: e ’l supplico e scongiuro a seguir come ha cominciato.

[3] È ben vero ch’io vo dubbitando ch’in un particolare non siamo assai differenti e di gusto e d’opinione. Egli mi scrive un non so che di languidezza di versi, per finimento di parole: «non necessario» scrisse; se ben intese: «non convenevole». Se le parole sono queste o simili: soprano, sereno, saracino, fedele, male ho fatto a fornirle non seguendo vocale, e bisogna che siano accorciate in ogni modo: pur mi maraviglio della mia trascuraggine; che, sapendo io questa regola e guardandomi di non romperle la testa, abbia nondimeno errato contra essa in molti luoghi; ch’in alcuno credo di aver errato, ma in molti sarei stato troppo trascurato.

[4] Stimo dunque che ’l finimento sia ne’ nomi sdruccioli: verbi grazia: orribile, formidabile, nobile; ch’anco questi pare ad alcuni che caggiano sotto la medesima regola; a me non già: anzi a bello studio ho introdotte alcune parole sì fatte con l’intiero finimento, sì come fece anco il Petrarca in questi luoghi:

Tornando da la nobile vittoria.
Nobile par de le virtù divine.
Chi pone in cosa stabile sua spene.
Vinto [a] la fin dal giovine romano.

Né solo in questi il fece, ma in altri ancora che non mi sovvengono. [5] Né mi piace l’opinione di color che non approvano i Trionfi per autentici; perché i Trionfi furono fatti da lui nell’età più matura, et approvati dal suo giudizio, come appare in una epistola latina: e se forse non sono così levati come il Canzoniere, non si conveniva forse a poema narrativo quella esquisita e diligente levatura che si conviene al lirico. [6] Così crede lo Sperone, e ben crede: et io passo oltre con la mia credenza e stimo che ad un poeta epico convenga aver maggior riguardo a’ capitoli ch’a i sonetti et alle canzoni, almeno in certi luoghi.

[7] So ancora che i critici greci e latini lodano Omero e Catullo, che ne’ loro versi esametri abbiano spesso accettato il verso spondaico et alcune parole lunghe e cadenti: e par loro che Virgilio in questo abbia troppo fuggite queste condizioni, le quali non convengono allo stile fiorito o ornato per sé; ma all’alto e magnifico sono quasi necessarie. La ragione di questo è data da loro: et io ne tratto ne’ miei Discorsi, ove parlo dello stile. [8] In somma, lo stile magnifico vuole talora il non curante, se ben non ama il trascurato. Cosa da trascurato sarebbe il fornire capitano, cavaliero o baleno; ma non già orribile o nobile.

[9] Anzi mi sovviene che Iacopo Corbinelli fiorentino, uomo dotto, che ha speso tutto il suo tempo in considerar i numeri del parlar così legato come sciolto, in un’operetta ch’è quasi traduttione di Demetrio Falereo, ammira quel di Dante, «A l’orribile torre»; ove alcuno altro richiederebbe che si dicesse A l’orribil torre. [10] E questo medesmo lodò assai in casa del Pinelli ch’io avessi ricevute volentieri nel mio poema le parole lunghe: nelle quali non niego però di non essere stato un poco frequente; ché certo mi pare che vi siano troppo spesse e che sarà ben fatto torne alcuna: pur non fu caso, ma studio, se non arte. Et il mio giudizio et il mio orecchio concorrono in questo, che da tai parole nasca molta magnificenza: e così crede Aristotele ancora, se bene non sono forse d’esquisito ornamento.

[11] E qui torno a replicare quel che ho detto, che non è il medesmo carattere il magnifico e l’ornato; e se ben il magnifico non ricusa l’ornato, anzi molto volentieri e molto spesso il riceve e se ne copre tutto, per così dire; tuttavia l’ornamento è proprio della forma di dire mediocre, quale è la lirica; nella quale si schiva, come viziosissima, la replicazione delle parole e s’affettano i contraposti e gli antiteti. Il magnifico all’incontro non cura di mirar sì basso: e talora, avendo proposto tre cose, risponde a due; né, se per altro è opportuna, fugge la replicazion delle parole. [12] Di ciò, oltra l’auttorità e le ragioni del Falereo e l’auttorità de’ greci e latini, n’abbiamo assai chiaro l’essempio del Casa, uomo studiosissimo di Demetrio e che mosse il Vittorio a publicarlo e comentarlo. Il Casa, dico, in quel sonetto magnifico, «Questa vita mortal, etc.», replica non una ma più fiate alcune parole medesme, né serva la regola de’ contraposti.

[13] Questo sia detto per iscusare la replicazion delle parole ch’è nel mio; la quale però, a confessare il vero, come ch’alcune volte sia nata da elettione, alcune però è proceduta da trascuraggine. Però bisognarà averci su diligente riguardo, acciò che la sprezzatura non sia come quella di colui che per isprezzatura si lasciava cader le brache.

[14] Oltra i nomi sdruccioli c’hanno la penultima breve, massimamente quelli c’han la l per ultima consonante; oltra questi, dico, sono alcuni verbi che non è sempre necessario accorciarli. Già io avea fatto un verso, ch’è nel terzo canto, così: «Non osan pur d’assicurar la vista». Poi, schivando di posarmi su la quarta, in che son troppo frequente, volsi più tosto dir così: «Non ardiscono pur d’alzar la vista». Né quello «ardiscono» ivi m’offende; e ve n’è alcuno essempio ne’ Trionfi, ma non l’ho pronto. [15] In somma, io non vo’ l’aveva o i simili; non soprano o cavaliere o baleno o le simili fornite; ma non ricuso il fornimento de gli sdruccioli e d’alcuni verbi. E se ben ho Dante e l’Ariosto nel numero di coloro che si lasciano cader le brache, stimo nondimeno che tutto ciò c’ha ricevuto il Petrarca ne’ Capitoli, trattene alcune voci, non solo si possa ricever senza imperfettione, ma che non si possa sempre lasciare senza soverchio d’affettata diligenza; la quale, ad una voce, tutti i retori latini e greci escludono dal magnifico.

[16] Questo tanto ch’io scrivo desidero che sia letto dal mio Signore, perch’egli sappia la mia opinione; ma ’l prego nondimeno e ’l supplico che perciò non rallenti punto la cura intrapresa; ché so bene che dal suo giudizio e dalla sua mano non potranno uscire se non infiniti miglioramenti: et io ho sempre più confidato nella sua lima che nella mia.

[17] «Onde pon fine a i cominciati carmi»: la connessione v’è; ma se par lontana, migliorisi. E vi bacio le mani.

XXX [V 25, G 87]

A Luca Scalabrino

[1] Finalmente quel piccino, che non fu visto da me fra gli altri candidati, m’ha portato quasi di furto la Poetica alla camera e parea che m’avesse a dire un gran secreto. Ho conosciuto il vostro artificio e vi ringrazio della buona volontà.

[2] Or tornando alla Poetica, io n’ho letto molto in molti luoghi; e perché so che n’aspettate il mio giudizio, eccovelo.

[3] Mi risolvo che i due più moderni comentatori vulgari sian migliori de i tre latini; ma qual fra i vulgari debba precedere non me ne son risoluto. Maggiore et erudizione et invenzione si vede senza alcun dubbio nel Castelvetro; ma sempre fra le sue opinioni mescola un non so che di ritroso e di fantastico: lascio di ragionar di quella sua rabbia di morder ciascuno; ché questo è vizio dell’appetito, non dell’intelletto. [4] Nel Piccolomini si conosce maggior maturità di giudizio e forse maggior dottrina in minor erudizione; ma senza dubbio dottrina più aristotelica e più atta all’esposizione de’ libri aristotelici: bench’i nemici a mio dispetto lodo.

[5] Dico così, perché quell’attione una di molti, concessa dal Castelvetro, non è concessa da lui: tuttavia non la riprova così chiaramente che le sue parole non possano ricevere amica interpretazione; né anco adduce ragioni perché la riprovi. [6] E perch’io sono in gran dubio d’aver ad avere gran parte de i critici contra in questa opinione, pregate in mio nome il Signore che di grazia vi dica liberamente quel che sente il Barga e ’l signor Flaminio di questo articolo: utrum che possa in poema epico riceversi attione una di molti, che concorrano insieme ad un fine.

[7] Non dimando l’opinione del Signor[e], perché so che non è favorevole, non dirò alla mia opinione, ché in questo caso ora son quasi academico, ma al mio poema; sì come so che quella dell’abbate Ruggiero, uomo assai dotto, è favorevole: di grazia scrivetemi il vero.

[8] Io credetti un tempo che fosse in poema epico l’unità di molti più perfetta che quella d’uno; ora (a dire il vero in confessione) sono academico in quest’articolo, perché vedo molte ragioni probabili pro et contra; che mi fanno star sospetto: e l’auttorità d’Omero può far gran contrapeso a molte delle mie ragioni; sì che, s’io fossi a fare, non so quel che facessi. Vedete, parlo a voi et al Signore in confessione. [9] Questo credo bene più che mai fermamente, che sia quasi impossibile il fare a questi dì poema dell’attion d’un solo cavaliero, che diletti: e credo anco ch’avendosi a tesser l’attion una di molti in uno si debba tesser in quel modo a punto ch’io l’ho tessuta, e non altrimenti, in parte alcuna. [10] Ma per consolazion vostra et anco del Signore, da i quali so ch’è amato altrettanto il mio poema quanto da me, dirò questo solo: che, se l’unità di molti è lecita nella tragedia, molto maggiormente deve esser lecita nell’epopeia: così prova ogni ragione, se ben vi mancano auttorità; auttorità, dico, di poeti, non di luoghi d’Aristotele.

[11] Ma tre sono le tragedie in Euripide, in cui l’unità è una di molti; e sono le Fenisse, le Supplici e le Troiane: e sono, almeno le Fenisse e le Troiane, delle più belle, delle più care, quelle che sono state più stimate e più piacciono. Or, per che diavolo (se ben non ci è essempio di chi l’abbia fatto in epopeia, se non quello d’Apollonio, di Stazio e di Quinto Calabro, che non son della prima bussola, come Euripide) per che diavolo, dico, non deve esser lecito nell’epopeia? [12] Mi risponderai: Aristotele non loda sempre Euripide nella constituzion della favola. È vero; ma, avendolo ripreso in particolari di minor importanza, l’avria ripreso in questo che tanto importa. [13] E sì come disse ch’aveano errato coloro ch’aveano scritte le molte attioni di Bacco e di Teseo, così anco, se l’avesse stimato difetto, avria detto ch’erra Euripide, ricevendo nelle Fenisse Eteocle e Polinice, come persone egualmente principali, e com’egualmente principali, per un’altra considerazione, Edippo e Iocasta. [14] E più chiaramente avria detto ch’erra nelle Troiane e nell’Ecuba (or mi sovviene), ove Polissena, Polidoro, Astianatte, Ecuba, Andromache, Elena sono persone niente più unite in una considerazione, e forse meno che non sono nel mio poema Goffredo, Rinaldo, Tancredi, etc. Leggansi quelle tragedie e considerisi e vedrassi ch’io sono un uomo da bene.

[15] Ma perch’io son riscaldato in questa materia che mi dà fastidio, dirò anco che tanto più era ragionevole che Aristotele riprendesse Euripide, ch’alcuno epico, quanto che dà più distinti i precetti della tragedia che dell’epopeia. E che sia vero, la ragione con cui prova l’unità, ch’è la più efficace, anzi è la sola ch’usa, è tolta dal fine: ché ’l fine deve esser uno, e le cose debbono tendere ad un fine. [16] Or a questa benedetta unità di fine tanto riguarda la mia unità, quanto quella d’Omero. E s’Aristotele avesse riputata necessaria l’unità della persona ancora, dovea dire che le cose debbon tendere ad un fine e derivar da un principio: benché, quando anco così avesse detto, che non ha, vi sarebbe amica interpretazione: perché una adunanza di molti in uno è un principio solo, se ben composto, e non semplice; e l’unità dell’epopeia, second’egli afferma, deve esser più mista che la tragica. [17] Ma potea pur tacer il Piccolomini quelle tre parolette e non dar a me questo fastidio. Mostrate al Signore quanto scrivo: forse si potrebbe guadagnare un’anima.

[18] Dal Piccolomini abbiam però questo di favorevole, ch’egli intende la necessità degli episodii non in quel modo che l’avete intesa voi altri, stiticamente, a dire il vero; ma come la uso io, anzi più largamente ancora, et assai. E certo altrimenti non si può intendere, chi vuol salvar tutti gli episodii dell’Odissea e dell’Eneide. [19] Al qual passo non so quel che rispondiate: e s’accettate Virgilio et Omero in omnibus o no, chiaritevi. Io per me non gli accetto e parmi che bene spesso la mia causa sia migliore. Ma passiamo alla revisione seconda.

[20] Ho seguito ut plurimum i concieri e l’elettion del Signore: nel primo, oltra quel che scrissi, ho mutato quel che si diceva dello sdegno di Tancredi et ho aggiunta una stanza del parente di Rinaldo, ch’era necessaria. Nel secondo non è necessario che si dica che ’l califfo sia in Gaza, essendosi detto nel primo. [21] S’è rimosso in Sofronia quello, «O fosse volto a volto»; e mutata la prima stanza dell’orazion d’Alete, in maniera che si leva quella che parea soverchia adulazione e si risponde a quel dubbio che Goffredo sia prima presupposto capitano; peroché dice Alete ch’a ragione quella adunazione d’eroi non si sdegna ora d’ubidirlo, poich’anco prima che fosse capitano ella riconosceva da lui o da i suoi consigli tutte le vittorie e i regni. Si che può ragionevolmente Alete, nel progresso del ragionare, mostrar d’attribuir a lui solo tutte le vittorie passate. [22] Nel terzo poi ho mutato tutti i versi ch’offendevano et in particolare il vostro; di maniera che stimo che stia assai bene. Ho aggiunta una stanza, in nominar particolarmente chi sono gli uccisi da Dudone, e forse n’aggiungerò un’altra. Ché «cento e cento opprime» era troppo secco.

[23] Quel dubbio del Barga, che non convenga alla virtù eroica di Rinaldo ch’egli essorti gli altri etc., quanto più vi penso, mi dà minor fastidio, e mi risolvo a non mutar per la ragion che scriverò poi.

[24] Or sono intorno al quarto: e desiderarei di saper dal Signor più particolarmente quali parole l’offendano nel parlare di Plutone; avvertendolo ch’io non mi curo per ora d’altro, se non di quello che può noiare gli Inquisitori.

[25] Rimovo alcune parole latine, «lustri»,«insta»,«prorompere»; e muto alcun’altre cosette a mio gusto. «Lustri» intendo, non lo spazio di tempo, ma «A le fere, a gli augelli i lustri e ’l nido». La parola «inimici» non la vorrei per niente. [26] Della parola «guarda» per guardia son dubbio. Manderei tutti i concieri, ma non ho tempo.

[27] Scriverò al Signore a lungo sovra Guido e Carlo. Avisatemi de i tre ultimi canti. E vi bacio le mani.

XXXI [V 26, G 88]

A Luca Scalabrino

[1] Siamo assediati: in Mantova ancora s’è scoperta la peste, et in Venezia continua: gran cosa sarà che Ferrara si difenda. Che dite? Mi consigliate a far un salto almeno sino a mezza strada: bench’io odo ch’anco dall’altro estremo d’Italia ha ricominciato a farsi sentire, pur vi è lontana assai. O Dio! Chi mi ritiene? Ma passiamo ad altro.

[2] Sta notte mi sono svegliato con questo verso in bocca: «E i duo che manda il nero adusto suolo». Et in dicendolo mi sovvenne che l’epiteto nero non conviene, perché la terra adusta è anzi bianca che nera, e ’l color negro nelle terre è segno di grassezza e di umidità. Tornai a dormire e sognandolo lessi in Strabone che l’arena di Etiopia e d’Arabia è bianchissima: e poi questa mattina ho trovato il luogo. Vedete che sogni eruditi sono stati questi!

[3] Bisogna dunque mutar quel verso ch’è nell’ultimo canto e dire: «E i due che manda il più fervente suolo». [4] Se voi fuste per crederlo, i’ direi (ma certo è vero) che su l’alba poi, in sogno, mi nacque questo dubbio: come avendo detto, «Altamoro ha i re persi e i re Africani», soggiunga, «E i duo che manda [a noi] l’adusto suolo»: quasi Etiopia non sia in Africa. [5] Ma a questo dubbio ripensando poi nella vigilia, ho trovato che facilmente si solve; perché il nome d’Africa, se bene si dà a tutta quella terra ch’è numerata per la terza parte del mondo, è però proprio della provincia ove fu Cartagine; e del paese universale il nome proprio è Libia. [6] Così Tolomeo, numerando le provincie della Libia, vi mette l’Africa: sì che il dubbio non solo è soluto, ma anco si dà occasione a una di quelle annotazioni delle quali mi toccaste un non so che e delle quali ho gran voglia.

[7] Ho ricevuto due lettere del Signore e risponderò per quest’altro ordinario. Per ora gli dite ch’io facilmente accetto che non si debba collider l’o in quel verso: «O a par de la man luci spietate»; e per l’essempio de’ buoni che nol collidono e per la ragione medesma per la quale io scrissi non doversi collidere il che interrogativo. [8] Il verso «O non men che la man luci spietate» a ragion è stimato da voi naturale, poiché in su ’l fervor maggiore fu così fatto da me. E nel primo originale, che ricopiò il Signor di furto, potrà legger, se non l’ha dato altrui, questo verso a punto: pur io non me ne compiaccio a fatto. E vi bacio le mani.

XXXII [G 50]

A Luca Scalabrino

[1] In risposta dell’ultima vostra vi dico che per molte cagioni io non avrei caro che mandaste il canto all’Ariosto; una parte delle quali dovreste pure imaginarvi. Ma, se vi parrà, potrete bene assicurarlo ch’egli potrà leggere nella mia camera tutto ciò che vorrà a suo agio: e questo scriveteglielo o non iscriveteglielo, come vi pare. [2] E vi dico di più: che se io il diedi al signor Orazio Capponi (ché ad altri mai non è stato dato di mia volontà), il diedi perché egli non potea venir da Siena a Ferrara così a suo comodo.

[3] In quanto allo Speroni, io desidero assai che mi ami e che proceda meco sinceramente; e voi mi farete cosa cara ad usarvi ogni artifizio: ma s’egli vorrà essere Fabio Massimo, non vi mancherà Scipione. Quello ch’egli dice dell’eunuco è nulla a fatto a fatto, e se a lui parrà di divulgare questa opinione, per me non resti.

[4] Dite al Signore che a me tornerebbe molto comodo di partire la seconda settimana di quaresima per Venezia e che, s’egli mi manda il libro, io partirò. [5] Procurate ch’egli mandi in ogni modo almeno la parte che sarà revista; e se tutto insieme non si può mandare, mandisi in tre o quattro volte per la via della posta: ma non si cominci sin a nuove mie lettere.

[6] Al Mei scriverò per quest’altro ordinario. E vi bacio le mani.

XXXIII [V 27, G 51]

A Scipione Gonzaga

[1] Aspetto con grandissimo desiderio che Vostra Signoria illustrissima m’avisi in che termine sia la revisione, così in quel ch’appertiene all’arte, come in quel che tocca alla religione.

[2] Io mi affatico intorno al quartodecimo; e veramente posso chiamar, questa, fatica poich’è senza diletto. La Musa non mi spira i soliti spiriti; sì che credo ch’in queste nove stanze non vi sarà eccesso d’ornamento o d’arguzia: spero nondimeno che ne’ versi sarà chiarezza e facilità senza viltà. [3] E spero d’accoppiare insieme due cose, se non incompatibili, almeno non molto facili ad accompagnarsi; e queste sono: la necessità o la fatalità, per così dire, di Rinaldo, e la superiorità di Goffredo, e quella dependenza che tutta l’attione del poema deve avere da lui. E quando io dico superiorità, non intendo semplicemente superiorità di grado; sì che si potrà raccogliere da alcun mio verso ch’altrettanto fosse necessario all’impresa Goffredo, quanto Rinaldo; ma l’uno era necessario come capitano, l’altro come essecutore. [4] Né questa necessità di due è cosa nova, perché all’espugnazion di Troia erano necessari Pirro e Filottete. Onde nel Filottete di Sofocle, dimandando Neottolemo ad Ulisse: «Come dici tu, che Filottete sia necessario a quest’espugnazione? Non son io colui c’ha da distrugger Troia?», risponde Ulisse: «né tu puoi distruggerla senza lui, né egli senza te». E tanto basti intorno alla necessità di Goffredo e di Rinaldo et alla coordinazione che è fra loro.

[5] Nell’altra coordinazion dell’eremita al mago naturale, io procederò come si concluse fra ’l signor Flaminio e Vostra Signoria e me, quel dì che ne ragionammo: e questa invenzione sarà simile a quella di Dante. Finge Dante che Beatrice, cioè la teologia, guidi lui per mezzo di Virgilio, che vogliono alcuni che s’intenda per la scienza naturale.

[6] Come io abbia fornita questa parte, la qual darà pienamente notizia di ciò che può contenersi nell’altra metà del quartodecimo e nel decimoquinto canto, io la manderò a Vostra Signoria; e presto la fornirò e poi non andrò più oltre, perché non posso. Non posso, perché la mia valigia, ove è il decimoquarto e decimoquinto canto, non compare: et io non ho altra copia, né so come mi fare; perché, se bene voglio mutare in parte le cose fatte, in parte rimarranno com’erano prima. Or veda Vostra Signoria se questo rappezzamento si può fare senza libro! [7] Ebbi una lettera di messer Giorgio in Pesaro, nella quale mi dava intenzione che la mia valigia sarebbe partita di Roma il secondo giorno dell’anno e sarebbe portata per la via di Pesaro. Da poi non ho inteso altro: ma ieri ebbi una lettera di Pesaro de i 20 di gennaio, nella quale son avisato che la valigia non è anco giunta. [8] Certo io ne sto con molto fastidio, perché, oltra i due canti già detti, vi son tutti gli altri e dupplicati; et io non ho copia di tutti et in particolare non l’ho de’ due. Vostra Signoria mi favorisca di parlar di questo negozio con messer Giorgio.

[9] Fra le cose che notò Vostra Signoria, so che notò la rima di «vediense» con «estense» e replicò poi, d’opinione de gli altri revisori, che non era accettabile. A me pareva d’averne essempi e ragioni, perch’i toscani dicono non solo parevano e pareano, ma parieno e paren; come:

Paren l’occhiaia anelli senza gemme

et infiniti altri essempi sì fatti si trovaranno, ne’ quali non si può dubitare che sia error di stampa. [10] Pur mi tacqui, non mi sovvenendo alcun essempio in rima. Or n’ho trovato uno nel duodecimo dell’Inferno:

Così prendemmo via giù per lo scarco
Di quelle pietre, che spesso moviensi
Sotto i miei piedi per lo novo carco.
Io gia pensando; e quei disse: tu pensi.

[11] Credo ancora che chi andasse ricercando ne troverebbe alcun altro: pur quando a Vostra Signoria paia che questo si debba attribuire alla licenza di Dante, non ad uso di lingua, non vuo’ che la sua auttorità mi vaglia; peroch’io vorrei parer di seguirlo negli usi del parlare, e non nelle licenze; le quali però non credo che siano né tante né tali in lui, come molti estimano. Mai non m’è sovvenuto concetto degno di Dante.

[12] La lettura de’ miei canti vada secreta per amor di Dio, né si mandi fuor copia. Altro non so che dirle, se non ch’io la prego a baciar le mani in mio nome a i signori revisori et in particolar al signor Barga, al quale mi conosco in particolare obligato.

[13] Al signor Cipriano ancora et al signor Giulio Battaglino desidero d’esser ricordato per servitore. E con questo, pregando il Signor Iddio ch’adempia ogni suo nobile desiderio, umilmente a Vostra Signoria fo riverenza.

XXXIV [V 29,G 52]

A Scipione Gonzaga

[1] Il canto decimoquinto è giunto a tempo, ch’omai non mi restava più che fare. Io ne farò cavar una copia e ’l rimanderò a Vostra Signoria co ’l principio del decimoquarto.

[2] La navigazione non credo che sia possibile che resti tutta, poiché fra l’andare e ’l ritorno vi correrebbe un mese di tempo; e questo mi pare pur troppo lungo spazio. Ne rimarrà almen parte, cioè sino allo stretto: anzi uscirà pur la nave dallo stretto; ma costeggiando la riviera d’Africa, che tende verso l’equinottiale, farà pochissimo viaggio: non si perderà nondimeno l’occasione di dire del Colombo e de gli altri quel che si dice. [3] Con tutto ciò, credo che ’l canto rimarrà troppo curto; né veggio che rimedio pigliarvi. Cominciarò bene la navigazione non dell’Egitto, ma della Palestina; et in questa mutazione vi son due vantaggi: l’uno, che la navigazione sin allo stretto s’allunga; l’altro, che ’l tempo della peregrinazione s’accurta, perché i due cavalieri dal campo al fiume, che sgorga in mare presso Ascalona, andranno in due giorni, et in dieci non andavano al Nilo. [4] Pur l’accrescimento, che con la descrittione di Palestina e dell’Arabia si farà alla navigazione, sarà di due o di tre stanze al più; e questo è pur troppo picciolo augumento in rispetto del molto che scema. Io pur ancora non so imaginar alcuna commoda maniera di maggiore accrescimento. [5] In somma, essendosi posposta la richiamata di Rinaldo, egli non deve né può esser aspettato più che diece o dodici giorni. Vostra Signoria m’aiuti a pensarci, o, per dir meglio, a trovar la via d’allungarlo; avendo però questo riguardo, che i moti fatti per arte magica, sia magia diabolica o naturale, se ben sono fatti più velocemente, è nondimeno questa velocità ristretta dentro ad alcune leggi di natura.

[6] Mi dispiace la tardità del signor [Antoniano], et anco il rigore. Credo che Vostra Signoria voglia intendere ch’egli sia rigoroso in quel ch’appartiene all’Inquisizione: e certo, se così è, io crederei che con minor severità fosse stato revisto il poema dal medesmo Inquisitore; il qual si ritrova or qui in Ferrara e vi starà alcun giorno. [7] Ma io farò un bel tratto: ch’io non mostrarò al frate quelle censure le quali mi parranno troppo severe; ma gli mostrarò semplicemente, senza dirli altro, i versi censurati, e s’egli li passerà come buoni, io non cercherò altro.

[8] Non mi piacerebbe anco molto, che questo rigor del signor [Antoniano] si stendesse all’arte poetica; perch’io son risoluto di non voler per ora conciarse non alcune cose che mi paiono reali, et appertenenti alla favola, et alla somma del tutto. E so ben io ch’in materia, qual è la poetica, probabile, si possono dire molte cose apparenti contra la verità: e certo a me darebbe il cuore di fare all’Edippo tiranno cinquanta opposizioni simili a quelle che fanno molti critici a gli altri poemi; non per tanto, giudico che quella sia ottima tragedia. [9] Questo dico per dubbio ch’egli ancora non voglia mostrar più tosto acume d’ingegno nelle mie cose, ch’una certa gravità e realtà di giudizio. Per questa medesma ragione non mi curo (e ’l medesimo ho scritto a messer Luca) di sapere tutto quello che sarà abbaiato da i bottoli ringhiosi, non ch’io voglia occuparmi in rispondere loro.

[10] Colui che fe’ l’opposizion della «sferza», non sa che si dica; e Vostra Signoria rispose bene e più che bene: e vi sariano molti essempi in termine in nostro favore, et in particolare della «sferza»; ma non voglio perder tempo in cercarli: ho pur troppo che fare! [11] Nella voce «avolto», non v’è improprietà alcuna; più tosto è nella voce «insieme»: e forse quel ch’io volsi dire, è male esplicato; ch’«insieme» non s’intenderà mai che vaglia tanto quanto in un medesmo luogo. Il conciero sarà facilissimo, essendovi la voce «sepolto», ch’è propria; ma io per ancora non ho avuto alcun diligente riguardo alle voci et alla lingua, riserbandomi sempre di far ciò in ultimo et in fretta.

[12] M’è rincresciuto che col mostrar le mie cose si sia dato occasione di cianciare a i pedanti; et io in parte ho in ciò colpa, c’ho messo in considerazione alcune parole e cose, che per aventura non erano avvertite: et a punto in Siena, leggendo il duodecimo canto, dissi che la parola «guarda» non era usata da altri, e notai il verso ov’è la voce «avolto»; e poi dell’una e dell’altra di queste parole s’è fatto tanto romore. Ma basti sin qui di costoro; ché mi vergogno di me stesso, che mi curi di lor biasmo o di lor lode.

[13] L’aviso che mi dà Vostra Signoria m’è stato carissimo; e se ben io il sapea prima, non avea però certezza che ’l negozio fosse così passato, come Vostra Signoria mi scrive. [14] In quanto a quel ch’appartiene a messer Luca, sia Vostra Signoria illustrissima secura di due cose: ch’egli non ha altro maggior desiderio (e l’effetto il mostrerà) che di compiacere al desiderio di Vostra Signoria; e ch’egli le ha detto, et è per dirle il vero senza alcuno artificio cortigiano: ma di questo mi riservo a scriverle più a lungo. E le bacio le mani.

XXXV [V 28, G 54]

A Scipione Gonzaga

[1] Io seguirò il mio solito costume di dar aviso a Vostra Signoria del progresso ch’io fo nella revisione. Sappia dunque che, dapoi ch’ebbi data alla prima metà del quartodecimo quella perfettione che per me si poteva maggiore, cominciai a riveder il decimoquinto, ch’opportunamente giunse, e l’ho ridutto a buon termine; anzi non m’avanza più che fare in lui, se non mutare alcuni pochi versi. [2] Io n’ho rimosso il maraviglioso della chioma, seguendo in ciò più tosto l’altrui giudizio, ch’un certo mio compiacimento: e quel che prima era da me attribuito alla chioma, ora è attribuito ad una vela ordinaria. [3] Comincio la navigazione da Ascalona, luogo vicinissimo a Gierusalemme; e la nave maravigliosa viene a passar per Gaza, sì che può veder alcuni de gli apparecchi del re d’Egitto: e quivi i due cavalieri intendono dalla donna che l’essercito regio non è ancor tutto ragunato. [4] Arriva la nave in otto giorni all’isole. Nel Morgante, Rinaldo portato per incanto va in un giorno da Egitto in Roncisvalle, a cavallo: e cito il Morgante, perché questa sua parte fu fatta da Marsilio Ficino, et è piena di molta dottrina teologica.

[5] E certo questa menzione che si fa qui dell’assemblea de’ pagani, è molto a proposito; così perché parea che troppo s’indugiasse a parlarne, non se ne parlando sino al decimosettimo canto, com’anco perché fra l’altre parti di questo canto, le quali possono parere semplicemente episodice, si mescola pur alcuna cosa che per sé e principalmente si drizza alla favola. [6] E questo mescolamento di cose appertenenti alla favola è stato da me introdotto in molti luoghi del canto precedente, in maniera che questi due canti non saranno così semplicemente di Rinaldo, che non v’abbia gran parte Goffredo e gli altri principali. [7] Termino poi la navigazione nell’isole Fortunate, perché questo m’è paruto il più opportuno luogo che si potesse trovare fuor dello stretto, così per la vicinanza, come per dar occasione all’altre cose che si dicevano. Oltreché la particolar descrittione dell’isole porta seco non so che di vago e di curioso: et essendovene alcune disabitate, trovo in loro tutte quelle condizioni ch’io potessi desiderare.

[8] Ebbi nuova che la valigia era stata inviata da Pesaro a Ferrara, ma non è ancor giunta. Per buona sorte ho ritrovata quella copia de’ tre canti che si bagnò, della qual non mi ricordava; sì che non starò ozioso sin alla sua giunta.

[9] In Venezia s’è rinovellato il sospetto della peste: quanto questa nuova mi piaccia, Vostra Signoria può imaginarselo. Io veggio i miei fini per questi accidenti andarsi tanto allontanando, che non veggio come o quando poterci arrivare.

[10] Avrei caro di sapere se in Roma vi sarebbe commodità di buona e di bella stampa, ancora ch’io non creda di avermene a servire; perché stampare senza il privilegio de’ veneziani non mi mette conto, et essi nol concedono a chi stampa fuor di Venezia.

[11] Aspetto con grandissimo desiderio lettere di Vostra Signoria illustrissima, et in particolare alcuna conclusione de’ revisori. E le bacio le mani.

XXXVI [V 30; G 56]

A Scipione Gonzaga

[1] Vostra Signoria illustrissima m’accennò già in una sua lettera un non so che della soverchia severità del signor [Antoniano]. Di questo poi più chiaramente sono stato avisato da messer Luca, il qual mostra particolarmente di dubbitare che debbia muovere alcun dubbio nell’episodio di Sofronia. Se ’l dubbio si stenderà solamente ad alcun verso, com’a quello, «Che vi portaro i creduli devoti», ciò non mi dà noia. [2] Mi rincrescerebbe bene infinitamente che ’l dubbio fosse diretto contra la sostanza dell’episodio; et in questo caso io desiderarei che Vostra Signoria illustrissima con alcun destro modo operasse ch’egli rimanesse sodisfatto che, quando dal giudizio di due Inquisitori la digressione fosse approvata, io potessi, contentandomi del lor giudizio, non cercar più oltre. [3] Domani, tutto che sia l’ultimo di carnevale, io voglio andare a starmene con l’Inquisitor ferrarese per chiarirmi di questo dubbio.

[4] Nella revisione da molti giorni in qua non ho fatto progresso alcuno, onde mancano ancora nel quartodecimo le lodi della casa da Este: il rimanente ha quasi l’ultima perfettione; et il canto sarà convenevolmente grande, perché senza le lodi arriva al numero di settantanove stanze, bench’io credo di voler esser brevissimo nelle lodi. [5] E per confessare, com’io soglio, la mia vanità, io mi son compiacciuto assai nel conciero di questo canto; o, per dir meglio, nella total riformazione: peroché non solo ho accomodato a mio gusto tutto ciò ch’apparteneva alla favola; ma ancora migliorate molte cose che riguardavano l’allegoria, della quale son fatto, non so come, maggior prezzatore ch’io non era; sì che non lascio passar cosa che non possa stare a martello. [6] E per questo desidero di rimovere dal decimoquinto la battaglia del mostro, perch’in somma quel mostro era a fatto ozioso nell’allegoria: oltre ch’in questo compiacerò, per altra cagione, al giudizio del signor Barga con iscemare i mirabili. [7] In vece del mostro introdurrò la descrittione della fonte del riso, celebrata da molti et in particolar dal Petrarca, et attribuita dalla fama e da i geografi all’isole Fortunate; nella quale, se i due guerrieri avesser bevuto, sarebber morti: e da questa uscirà un fiumicello, che formarà il laghetto. [8] E vedete se ’l lago m’aiuta; ché non solo in cima d’una delle montagne di queste isole è veramente posto da i geografi il lago ch’io descrivo, ma questa fonte e questo lago mi servono mirabilmente all’allegoria. [9] Questa mutazione io intendo di fare oltre l’altra, che si può più tosto dir giunta che mutazione, della quale scrissi a messer Luca che desse conto a Vostra Signoria, sì che sarebbe impossibile ch’io fossi in ordine per Pasqua. [10] E però sopporto con minor fastidio l’impedimento della peste, la quale ormai non si può più dissimular da i veneziani: né so come, cominciando così a buon’ora, noi ce ne potremo difendere qui in Ferrara. Questo disturbo, quanto m’allontani da i miei fini, Vostra Signoria se ’l vede; pur mi vo consolando, poiché ogni indugio è con qualche miglioramento del mio poema, e forse «fata viam aperient». [11] Ma se bene io non continuo nella risoluzione d’andare così tosto a Venezia, continuo nondimeno nel desiderio che mi si mandino i canti, non però prima che siano stati visti dal signor Nobile. Ma Vostra Signoria potrà così di mano in mano venirmi mandando quelli che saranno stati visti da lui.

[12] Vostra Signoria mi faccia favore di dire a messer Luca et a messer Giorgio ch’io ho ricevute le lor lettere; et in particolare di dire a messer Luca che quel «mistura» del […] e del signor […] non mi piace, perché in somma non mi fido del […] a fatto a fatto.

[13] E con questo facendo fine, farò un trapasso dalla penna alle penne, o alle piume, che vogliam dirle; e le bacio le mani.

XXXVII [G 57]

A Luca Scalabrino

[1] Vengo a voi, messer Luca umorosissimo umorista, re de gli umoristi. [2] Direte al Signore ch’io ho avuta la sua lettera e ch’io mi contento che la severità del Poetino non abbia passati quei termini ch’egli mi scrive; e se così sarà, io vo’ seguir la loro ammonizione in tutto e per tutto, almeno in quello che appartiene alla religione. [3] Io scrivo a Sua Signoria illustrissima ancora; ma perché potrebb’essere ch’egli non avesse la sua lettera così tosto, fategli intanto parte di questa.

[4] La peste di Venezia cresce tuttavia et omai ha cominciato ad entrare nelle case de’ nobili con la morte di alcuni di loro; e qui si cominciano a far di grandissime guardie: sì che io non posso pensare alla stampa per tre o quattro mesi ancora; e poi, Dio sa che sarà! Perché fra tanto il turco, il quale esce pur fuora con la sua malora, piglierà Messina, pur che si contenti di tanto. Ma girino le cose del mondo come piace a chi le governa! Io, poiché non vi posso rimediare, mi voglio sforzare di non pensarvi; et ingannando me stesso, voglio sperare che tutti questi impedimenti mi s’attraversino inanzi per mio bene, accioché io possa interamente sodisfarmi nella revisione del libro e mandarlo poi fuora con maggior mia riputazione. [5] Avendo dunque fatto questa risoluzione, ho deliberato, in conseguenza, di aggiugner non solo quelle cose delle quali v’ho già scritto, ma alcune altre ancora, le quali desidero che sian conferite dal Signore con gli altri revisori, e da voi con lo Sperone.

[6] Io so quanto sia caro a molti il riconoscer ne i poemi una certa similitudine e quasi imagine della storia, in quello che non guasta la poesia: il che, se nelle altre istorie si desidera, di questa che io ho preso a trattare poeticamente si dee, per le sue qualità, maggiormente desiderare. [7] Ho deliberato dunque di compiacer quanto più si potrà in questa parte a’ Castelvetrici, et anco a me stesso. E prima vorrei trovar modo di dire in un episodio brevemente tutte le attioni principali che furono fatte da’ cristiani ne’ sei anni precedenti della guerra; e ’l modo potrebb’essere questo: che quando i cristiani (nel primo canto) si ragunano a concilio, si ragunino in un tempio dove sian dipinti il concilio di Chiaramonte, il passaggio per terra e per mare de’ cristiani, la unione fatta da loro sotto Nicea, l’espugnazione di Nicea, le rotte di Solimano, la presa d’Antiochia, la rotta de’ persi, il passaggio oltre l’Eufrate; ché se bene di tutte queste cose ve n’è sparsa qua e là alcuna menzione per lo poema, non so vedere perché non debba esser carissimo al lettore che gli si dia in dieci o quindici stanze al più, ordinatamente, la vera notizia delle attioni fatte da’ cristiani. [8] Oltre che, questa notizia chiarirà maggiormente quale sia lo stato delle cose e la constituzione de’ tempi: il che piace tanto allo Sperone. [9] E forse ebbe Virgilio un simil pensiero di dare alcuna informazione delle guerre di Troia, dalle quali dipendeva la sua attione, con la dipintura del tempio di Giunone, benché la sua principale attione fosse dirizzata ad altro. [10] Si potrebbe poi fingere che queste pitture fossero state fatte per comandamento di Goffredo, il quale con quest’arte forse intendesse di eccitare maggiormente i principi cristiani alla guerra. Io poi mi sforzerò di descrivere le mie pitture in modo, che se bene ne parlerò con maniera poetica, darò nondimeno piena e chiara informazione al lettore, sì ch’egli non abbia in questo poema da desiderar nulla di quello che appartiene a tutta la spedizione de’ cristiani che passeranno all’acquisto. Questa vorrei che fosse la prima aggiunzione.

[11] Trovo poi nell’istoria, che la moglie e la sorella di Solimano in Nicea rimasero prigioni de i cristiani; sì che porgendomi Nicea quell’occasione che non mi porge Antiochia, sarà forse meglio di fare Erminia sorella di Solimano: né credo che vi sia cosa nel libro che possa impedire questa mutazione, poiché Solimano non si trovò in Gierusalemme nel tempo della fuga di lei; solo bisognerà aggiugnere alcuna cosa, che di questa fuga si ragioni fra il re e Solimano. [12] Ho trovato nelle Storie dell’Abate Uspergense germano, istorico degnissimo di fede, che Guelfo VI (quello di cui io parlo nel poema) ebbe nome nel battesimo Rinaldo e fu poi nell’addozione chiamato Guelfo; et ho trovato parimenti ch’egli fu con gli altri principi nelle imprese e fece molte cose onorate e che nel ritorno si morì in Cipri assai giovane: sì che questo voglio che sia il mio Rinaldo, non quell’altro Rinaldo figliuolo di Sofia e di Bertoldo. [13] Che questo Guelfo fosse figliuolo di Azzo da Este e di Cunigonda, non si legge nell’Abate; si legge bene ch’egli d’Italia, ov’era chiamato Rinaldo, passando fanciulletto in Germania, fu chiamato Guelfo, et adottato nella famiglia de’ Guelfoni: e questo l’ho letto con gli occhi miei in un libro stampato più di cinquant’anni fa, e libro assai famoso in Germania. [14] Il Sardo poi, parlandomi di questa materia, mi disse che per molti altri confronti si son accertati che Guelfo VI è figliuolo di Azzo e di Cunigonda. Ma, di questo, siane quel che si vuole: a me non importa, bastandomi la fama e l’opinione di due istorici. [15] Ora vedete come il caso m’ha appresentato modo di rimover quella persona principale a fatto favolosa che tanto mi dispiaceva; et in questa mutazione non avrò altra fatica se non mutar quella stanza del catalogo ove si parla del padre e della madre di Rinaldo e poi mutare alcuni versi ov’è chiamato figliuolo di Bertoldo e di Sofia, chiamandolo figliuolo di Azzo e di Cunigonda. [16] Ben è vero che per fare la cosa più probabile e più conforme all’Abate Uspergense bisogna ch’io aggiunga in alcun luogo una stanza, ove sia predetto che la morte di Guelfo (ch’io chiamerò Rinaldo) sarà in Cipri nel suo ritorno. Maggior difficoltà sarà l’attribuire ad un altro quella persona che ora è di Guelfo; ma persona che non è molto principale non mi dà molta noia se sarà in tutto favolosa.

[17] Oltre le già dette, intendo d’aggiugnere alcune altre cosette che ricercheranno una o due stanze al più, accioché l’ultima battaglia sia riconosciuta per quella che veramente fu fatta (se ben fu fatta) quattro mesi dopo la presa di Gierusalemme. E questo vuo’ che mi basti in quanto alla simiglianza della storia, alla quale in ogni parte del poema ho avuto alcuna considerazione. [18] In quanto all’episodio di Sofronia, ho pensato di aggiugnere otto o dieci stanze nel fine, che ’l farà parer più connesso; e di quelle sue nozze farò come vorranno. In ogni modo quella stanza, «Va dal rogo a le nozze», avea da esser mutata.

[19] Conferite tutte queste cose con lo Sperone, co ’l quale troverò comodo modo di scusarmi se non gli mostro altro per ora; e ve lo scriverò quest’altro ordinario.

[20] Avrete i sonetti dal signor Orazio, poiché li volete a mio dispetto; et il Signore vedrà da essi che io non sono più quel buon versificatore ch’egli si crede, e che forse fui già. E certo ho bisogno di lungo riposo per riempire la vena esausta. Oh s’egli sapesse quanto peno a fare un verso, m’avrebbe compassione!

[21] Al Teggia dite e mostrate quel che volete, ma io non ne vuo’ saper nulla nulla; ché ho altro che fare. E vi bacio le mani.

XXXVIII [V 32, G 60]

A Silvio Antoniniano

[1] Negli avvertimenti di Vostra Signoria dell’uno e dell’altro genere ho chiarissimamente conosciuto, o più tosto riconosciuto, il suo giudizio, la dottrina, la religione e la pietà; et insieme ho visto molta benevolenza verso me, molto zelo della mia reputazione e grandissima diligenza nelle cose mie. E poich’ella ha così pienamente adempiti tutti gli offici di cristiano, di revisore e d’amico, io (quel ch’a me si conviene) mi sforzarò di far sì che non abbia a parerle persona o incapace di ricevere i suoi benefici o ingrata nel riconoscerli.

[2] La ringrazio dunque, prima, infinitamente della fatica presa per giovamento del mio poema e per sodisfattion mia; e me l’offero prontissimo ad ogni suo piacere, aspettando da lei, in luogo di nuovo beneficio, alcuna occasione in cui possa servirla.

[3] Desidero, poi, che sappia che de’ suoi avvertimenti n’ho già accettati parte e sovra gli altri avrò diligente considerazione. Ho accettati quelli che appertengono alla mutazione d’alcune parole o d’alcuni versi, i quali potrebbono esser malamente interpretati, o in altro modo offender gli orecchi de’ pii religiosi.

[4] Et in quel che tocca alle cose, rimoverò del mio poema non solo alcune stanze iudicate lascive, ma qualche parte ancora de gli incanti e delle maraviglie. [5] Peroché né la trasmutazion de’ cavalieri in pesci rimarrà, né quel miracolo del sepolcro, invero troppo curioso, né la metamorfose dell’aquila, né quella vision di Rinaldo ch’è nel medesmo canto, né alcune altre particelle che Vostra Signoria o condanna come Inquisitore o non approva come poeta. [6] E pongo fra queste l’episodio di Sofronia, o almen quel suo fine che più le dispiace. Ben è vero che gl’incanti del giardino d’Armida e quei della selva e gli amori d’Armida, d’Erminia, di Rinaldo, di Tancredi e de gli altri io non saprei come troncare senza niuno o senza manifesto mancamento del tutto.

[7] E qui desidero che Vostra Signoria abbia riguardo non solo a tutto quello che già mostra aver considerato della natura della poesia e della lingua; ma che miri ancora con occhio indulgente lo stato e la fortuna mia, il costume del paese nel quale io vivo e quella che sin ora giudico mia natural inclinazione.

[8] Sappia ancora che ne gli incanti e nelle maraviglie io dico non molte cose le quali non mi siano somministrate dall’istorie, o almeno non me ne sia porto alcun seme, che, sparso poi ne’ campi della poesia, produce quelli alberi che ad alcuni paiono mostruosi. [9] Perché l’apparizion dell’anime beate, la tempesta mossa da’ demoni et il fonte che sana le piaghe sono cose intieramente trasportate dall’istoria; sì come l’incanto delle machine si può dire che prenda la sua origine dalla relazione di Procoldo conte di Rochese, ove si legge ch’alcune maghe incantarono le machine de’ fedeli; e si legge in Guglielmo Tirio, istorico nobilissimo, che queste medesime maghe l’ultimo giorno dell’espugnazione furono uccise da’ cristiani. [10] Ma s’egli sia lecito al poeta l’aggrandir questo fatto, e s’importi alla religione che si variino per maggior vaghezza alcune circonstanze, a Vostra Signoria ne rimetto il giudicio. [11] Questo solo a me pare di poter dire senza arroganza, ch’essendo l’istoria di questa guerra molto piena di miracoli, non conveniva che men mirabile fosse il poema.

[12] Né minor occasion mi viene offerta da gli istorici di vagar ne gli amori; perch’è scritto che Tancredi, che fu per altro cavaliero di somma bontà e di gran valore, fu nondimeno molto incontinente et oltramodo vago degli abbracciamenti delle saracine. [13] È scritto parimente ch’Odoardo, barone inglese, accompagnato dalla moglie che tenerissimamente l’amava, passò a questa impresa, et insieme vi morirono: né sol la moglie di costui, ma molte altre nobili donne, in questo e negli altri passaggi, si trovarono ne gli esserciti cristiani.

[14] Né sia grave a Vostra Signoria ch’io da una lettera che si trova nelle Prose antiche toscane, scritta da frate Luigi Marsigli a Domicilla vergine, rechi qui alcune parole, che son queste: «Dico dunque che ’l diavolo non udì mai predicare cosa che più gli piaccia che questa del passaggio; però che migliaia di donne onestissime farà meretrici e migliaia di giovine, che portano il fior della virginità, il lasceranno fra via». [15] Così dice egli: et in altra parte di quella lettera ancora chiaramente dimostra quali fossero molti de’ crocesignati e con qual zelo passassero in Asia.

[16] Ora, ch’io accresca et adorni questi amori e ch’alcuno del tutto ve n’aggiunga, facilmente credo che mi debba esser comportato da chi comporta la poesia; perché l’accrescere, l’adornare e ’l fingere sono effetti che vengono necessariamente in consequenza co ’l poetare: e tanto più stimo che mi debba esser concesso quanto che, se diam fede a gli istorici, molti di que’ principi furono, non solo macchiati d’incontinenza, ma bruttati ancora di malizia e di ferità. [17] E, s’invece dell’ingiustizie, delle rapine, delle frodi e de’ tradimenti, descrivo gli amori e gli sdegni loro (colpe men gravi); non giudico di rendere men onorata o men venerabile la memoria di quella impresa, di quel ch’ella si sia per se stessa; né d’oscurar la fama d’alcun d’essi, in quella guisa che Virgilio denigrò quella di Didone; né mi pare d’essere a quelle accuse soggetto, per le quali Omero è scacciato dalla Repubblica di Platone.

[18] Et insomma credo che senza alcuno scandolo sarà letto il mio poema da coloro che avranno letto e che leggeranno l’istorie di questa guerra; parlo delle particolari, le quali, comeché siano molte e molto nel rimanente tra loro discordi, in questo almeno sono conformi: che ciascuna d’esse ci pone inanzi a gli occhi molte imperfettioni di quei principi, e sol Goffredo in tutto buono e pio ci vien rappresentato. [19] Né già poteva io dipingere ciascun altro tale; non solo perché il poeta deve aver molto riguardo a i costumi che dalla fama sono attribuiti e quasi affissi alle persone, ma ancora perché nella poesia è altrettanto necessaria, quanto dilettevole, questa varietà di costumi.

[20] Ho ben io procurato di scusar ogni difetto de’ principali, quanto l’arte mi parea che richiedesse. Perché io fingo che la iattanzia e la ritrosità di Raimondo, che fur vizii della sua natura, sian costumi della vecchiezza; e la lascivia di Tancredi, che nella sua matura età era inescusabile, formandolo io giovinetto, si può men difficilmente perdonare alla tenerezza de gli anni. Che se nel mio poema si parla d’un sedizioso, e d’un che rinieghi la fede, di molti sì fatti si fa menzione nelle istorie. [21] Ma tanto mi basti d’aver detto in questa materia, nella quale volentieri ho spese molte parole, sperando che la notizia d’alcuni particolari, i quali peraventura non l’erano così noti, possa far parer a Vostra Signoria la mia causa assai più onesta, che non parrebbe se si presupponesse che tutti i principi che concorsero all’acquisto fossero in opinione di buoni e di santi.

[22] Ma poiché io ho parlato a lungo de gli amori e degli incanti, accioch’essi con minore difficultà siano accettati dal politico, non sarà forse fuor di proposito ch’io soggiunga alcune ragioni, dall’apparenza delle quali io sia indotto a credere ch’essi non debbiano essere esclusi dal poeta epico.

[23] Io stimo ch’in ciascun poema eroico sia necessarissimo quel mirabile ch’eccede l’uso dell’attioni e la possibilità degli uomini: o sia egli effetto degli dei, com’è ne’ poemi de’ gentili, o degli angioli, o vero de’ diavoli e de’ maghi, com’è in tutte le moderne poesie. Né questa differenza del mirabile mi pare essenziale e tale che possa constituire diverse spezie di poesie; ma accidentalissima, la qual si vari e si debba variare secondo la mutazion della religione e de’ costumi.

[24] Basta a me che l’Odissea non meno che ’l mio poema, anzi assai più, sia ripiena di questi miracoli, [ch]e Orazio chiama «speciosa miracula»; perché se volse Omero seguir l’uso de’ suoi tempi, a me giova di seguir il costume de’ miei, in quelle cose però sovra le quali ha imperio l’uso. Né già io gli attribuisco piena auttorità sovra la poesia, come molti fanno: stimo nondimeno ch’alcune cose gli si debbano concedere, le quali veramente sono sui iuris; [25] e pur che si difendano da lui le leggi della poesia, che sono essenziali e fisse dalla natura e dalla ragione stessa delle cose (come è il precetto dell’unità della favola et alcuni altri simili), non reputo inconveniente ch’in quelli accidenti, ne’ quali non si dà né si può dar certa regola, il poeta, per accomodarsi a i piaceri di questo possente tiranno, s’allontani dalla imitazion de gli antichi, a i quali è forse superstizione il volere in ogni condizione assomigliarsi. [26] Et a me pare ch’Aristotele, tacendo, assai apertamente c’insegni questa dottrina nella Retorica e nella Poetica; perch’egli mostra di giudicare quelle cose, delle quali tace, tali e sì fatte che non possano esser richiamate sotto alcuna norma dell’arte. [27] E questa medesima difesa può peraventura servire a gli amori: oltre che né Virgilio né Appollonio gli scacciarono da’ lor poemi; né mancò fra gli antichi chi desiderasse che la ritirata d’Achille fosse più tosto effetto dell’amor suo verso Polissena che dello sdegno contra Agamennone.

[28] Stimo bene all’incontro di non essermi senza alcun pericolo dilungato dalle vestigie degli antichi in quello che giudiziosamente è avvertito da Vostra Signoria, cioè nel conceder troppo a Rinaldo. E certo io ho sempre dubbitato che così sia: pur io m’indussi a far tanto principale questa seconda persona, non solo per quell’artificio cortigiano il quale è sì conosciuto da lei; ma ancora perché volendo io servire al gusto de gli uomini presenti, cupido molto dell’aura populare, né contento di scrivere a i pochissimi, quando ancora tra quelli fosse Platone, non sapea come altramente introdurre nel mio poema quella varietà e vaghezza di cose, la quale non è da lor ritrovata ne’ poemi antichi: ché se Rinaldo non fosse all’impresa necessario, oziosi mi parrebbono tutti quelli episodii ove di lui si ragiona.

[29] Credo nondimeno, come Vostra Signoria vedrà nel canto decimoquarto ch’ora le invio, d’avere in gran parte schivato questo pericolo, accoppiando in maniera la necessità di Rinaldo con la superiorità di Goffredo, che non solo l’attione ne resti una, ma uno ancora si possa dire il principio dal quale ella depende. E questo è Goffredo, il quale eletto da Dio per capitano, è fatto necessario all’impresa: e s’egli ha bisogno di Rinaldo, l’ha come il fabro del martello, o come il cuore delle mani; sì che da questo suo bisogno non si può argomentare altra imperfettione in lui, se non quella che è comune, non solo di tutti i capitani, ma di tutte le cose mortali: di operare con mezzi e con istrumenti.

[30] E questo accoppiamento di due persone diversamente necessarie ad una impresa non è però cosa sì nuova che non se n’abbia alcuno essempio nell’antichità; perché Sofocle nel Filottete finge che maravigliandosi Neottolemo che Filottete sia ricerco come necessario all’espugnazion di Troia e stimando d’esser egli quel cavaliero fatale a cui la vittoria si riservasse, gli risponde Ulisse: «Ambo sete necessari; né egli senza te potrebbe espugnar Troia, né tu senza lui». E forse questa necessità di due persone è con miglior modo introdotta da me, poiché fra Rinaldo e Goffredo è un certo ordine di dependenza e di superiorità, il qual non si vede fra Pirro e Filottete. [31] Se a Quinto Calabro, poeta greco et antico (le quali condizioni, quando tutte l’altre mancassero, gli possono dare molta auttorità), è lecito, seguendo Sofocle, far che Filottete sia richiamato dall’isola di Lenno; non cred’io ch’a me sia disconvenevole il richiamar Rinaldo dalle Canarie.

E se pur d’alcuna riprensione io fossi meritevole, spero che Vostra Signoria altrimenti parlerà come avvocato, di quel ch’abbia parlato come consigliero; e che non meno sarà eloquente in difendere il mio errore che sia stata giudiziosa in conoscerlo. [32] E questo officio, così in questo come in ogni altro particolare, aspetto dalla sua cortesia e dall’amicizia nostra; la quale si può dire anzi rinovata che nova, essend’ella antichissima: ma o nova o vecchia, assai è ora ferma e stabilita co i fondamenti del suo valore e della mia affettione. E con questo, rendendole di nuovo grazie infinite, le bacio le mani.

XXXIX [V 33, G 61]

A Scipione Gonzaga

[1] Dalla lettera di messer Luca ho inteso l’opinioni del signor Barga, le quali mi piacciono oltramodo e vorrei che ciascun altro se ne sodisfacesse; ché certo mi sarebbe un grande alleviamento di fatica il non aver a mutar alcune delle cose ch’egli approva. [2] Io, in quanto a me, fo tanta stima della sua auttorità che non cercarei più oltre; ma gli altri non so già se s’acquetaranno all’auttorità. E però giudicarei più sicuro consiglio, quel che si potrà, con poca fatica schivar ogni occasione di reprensione e nel rimanente armarsi almeno di buona ragione.

[3] Or non sia grave a Vostra Signoria ch’io cominci a discorrere minutamente sovra molti particolari e mostri qual sia la mia opinione o ’l mio dubbio: potrà ella poi conferire ogni cosa con lui e procurar d’intendere non solo il quia di quel che dice, ma anco il propter quid.

[4] Cominciaremo a parlar del verisimile; la qual materia è tale che, non solo da’ maestri di poesia, ma ancor da gli altri è spesso considerata. Et a me pare che con più fastidioso gusto ricerchino molti il verisimile ne’ poemi moderni, di quel che facciano in Virgilio et in Omero, ne’ quali si leggono infinite cose molto men verisimili di quelle che come poco verisimili son dannate nel mio poema. [5] È verisimile nell’Odissea ch’Ulisse dopo il naufragio nuoti nove giorni senza mangiare, senza bere e senza ch’appaia ch’egli sia aiutato da alcun dio? Or chi comportarebbe questo in alcun poema moderno? [6] Pare strano spettacolo al signor Silvio ch’Erminia s’armi, che monti a cavallo, ch’esca della città: ma non gli parerà forse strano spettacolo che Scilla, per tradire il padre, esca della città e vada al campo de’ nemici; né strano gli dee parere che Clelia con tant’altre vergini date per ostaggio da’ romani a’ toscani, ingannino le guardie, si partano dall’oste de’ toscani e passino di notte il Tevere. «Dux agminis virginum, frustrata custodes, inter tela hostium Tiberim tranavit, sospitesque omnes Romam ad propinquos restituit». Queste son le parole di Livio, se ben mi ricordo. [7] Maggior miracolo è che si trovino cinquanta ardite, che trovarne una; maggiore impresa passare il Tevere, ch’armarsi e montare a cavallo; manco efficace è la cagione che spinse le vergini, di quella che mosse Erminia: poiché quella fu l’emulazion della viril virtù, questa l’amore. E pure il maggior miracolo, sì come è vero, così par verisimile; il minore, se pur miracolo si dee chiamare, non è accettato come verisimile. [8] Dice Aristotele nella Poetica che non è inverisimile che molte cose avvengano fuor del verisimile, e questi tali verisimili accetta egli: e noi a fatto a fatto gli escluderemo? Ma perché, potendo schivare ogni dubbio, non si deve fare? [9] Sarà forse bene, dopo quei versi:

Né già d’andar ne le nimiche schiere
Per mille strani rischi avria paura;
Ch’andria, d’Amore scorta, in fra le fere
De l’arenosa Libia ancor sicura

soggiunger ch’Erminia, come colei ch’era stata assediata e presa et avea corso molti pericoli, avea deposta in gran parte quella timidità ch’è propia delle donne. Ma soggiungendo questo, bisognarà rimovere quel che poi si dice del suo soverchio timore.

[10] Segue il secondo dubbio pur sovra Erminia: se pensa come possa uscire, perché non pensa come possa entrare nel campo de’ cristiani? Risponde il signor Barga: cieca d’amore, inconsideratamente si lascia trasportare. A me piace la risposta; ma pur, per maggior sicurezza, non mi spiacerebbe chi potesse accommodare la cosa del servo in modo che bene stesse. Ma vi trovo molte difficoltà in tutti i modi. [11] Se ’l servo va il giorno inanzi, come più piace al signor Sperone, e se Tancredi consente ch’Erminia possa venire a trovarlo, perché Tancredi non mette ordine tale ch’ella possa venire a trovarlo sicuramente? A questo si potrebbe rispondere ch’Erminia non significa a Tancredi di volerlo andare a trovare con l’arme di Clorinda, e però è presa in cambio. Ma perché non si dà ella a conoscere? O almeno: perché il suo servo non dice alcuna cosa? Ma se ’l servo non va se non quella notte medesma e di poco inanzi a lei, essendo presa da i due fratelli, perché non dice: Menatemi a Tancredi, ch’io ho da rivelare a lui cose d’importanza etc.? Questi dubbi mi danno gran fastidio e volentieri vorrei che si rimovessero. [12] Sarebbe forse bene ch’Erminia, avendo l’ordine di partire una notte, per alcun impedimento non potesse uscir quella notte, et indugiasse sin all’altra o per impazienza anticipasse di molte ore il tempo; e così non fosse intromessa da coloro a i quali Tancredi avea commesso etc., trovandosi altri alla guardia; né Tancredi, sentendo parlare di Clorinda, crederebbe ch’ella fosse Erminia, non essendole stato significato ch’ella dovesse venire sotto l’armi di Clorinda, né a quell’ora. Aspetto con grandissimo desiderio sovra questo minuta risposta.

[13] Nel medesmo canto vorrei mutar due altre cose: non vorrei, prima, ch’Argante combattesse quella querela, che i cristiani per ingordigia di dominare etc.; perché essend’egli prima interamente vincitore e poi non a fatto vinto, non mi pare che con tutto l’onore de’ cristiani si combatta tal querela; ma che semplicemente sfidasse i cristiani per persona di valore, come Ettore sfida i greci appresso Omero. [14] Mi parrebbe, poi, che fosse meglio che Goffredo commettesse a Tancredi che prendesse la battaglia et a Clotario che l’accompagnasse: ma essendo Tancredi fermatosi o a parlar con Clorinda o a mirarla, Argante impaziente lo sgridasse; et egli o non udendo o per altra cagione andando più lento, Clotario cominciasse la battaglia. [15] Non parve né prima al signor duca, né poi al signor Sperone ch’Argante dovesse combatter con tanti, o che Goffredo dovesse commetter l’impresa se non a i valorosissimi: et in questa cosa del verisimile e del decoro io giudico che ’l poeta debba procurar di sodisfare a tutti.

[16] Nel canto duodecimo Clorinda non uscirà sola, ma uscirà sol con Argante: e si diran cose, per le quali apparirà e l’utilità e la difficultà dell’impresa. Sia detto sin qui del verisimile: ora passiamo a quello che non può esser giudicato se non dagli intendentissimi dell’arte.

[17] Io ho già condennato con irrevocabil sentenza alla morte l’episodio di Sofronia, e perch’in vero era troppo lirico e perch’al signor Barga et a gli altri pareva poco connesso e troppo presto; al giudicio unito de’ quali non ho voluto contrafare e molto più per dare manco occasione a i frati che sia possibile. Ora io vorrei riempire il luogo vuoto d’alcuna cosa più conveniente e volentieri vorrei vedere il giudizio de’ revisori così concorde nell’introduttione del nuovo episodio, com’è stato conforme nell’esclusione dell’altro.

[18] Mi scrive il signore Scalabrino che ’l signor Barga non approva né il racconto della presa d’Antiochia, né la pittura del tempio, come non necessari episodi e come quelli ne’ quali si verifica quel detto d’Aristotele: quia sic poetae placuit. Or io qui desiderarei d’intender s’egli crede che tutti gli episodii sian necessarii; perché io, a confessar la mia ignoranza, ho sempre avuto contraria opinione, la quale era stata generata in me dalle parole d’Aristotele. [19] Parlando Aristotele del verisimile e del necessario, secondo che si ricercano nella favola o negli episodii, ne parla sempre disgiuntivamente, non mai copulativamente: «Haec vero in ipso rerum contextu ita adstruenda sunt, ut ex his, quae prius acta fuerint, necessario sequi, aut certe verisimiliter agi videantur». Et altrove: «Oportet autem et in moribus, quemadmodum in rerum constitutione, semper quaerere vel necessarium vel verisimile». [20] Molti altri luoghi sono ancora, ne’ quali dice o necessariamente o verisimilmente, parlando non solo de gli episodii ma, quel ch’è più, della favola. ché s’egli avesse voluto in tutti gli episodii necessaria connessione, avrebbe detto: siano e verisimili e necessarii; ma dicendo o necessarii o verisimili, mostra contentarsi della verisimilitudine.

[21] Oltra l’auttorità d’Aristotele, m’induceva in questa opinione ancora l’auttorità de’ poeti. Nissuna necessaria connessione hanno con gli errori d’Ulisse gli errori di Menelao, i quali nel principio dell’Odissea son narrati da Menelao istesso: nissuna la morte d’Agamennone e le fortune di tutti gli altri greci, che prima sono raccontate da Nestore a Telemaco: nissun congiungimento necessario ha co’ fatti d’Enea la favola di Caco o la morte e la sepoltura e l’essequie di Misseno. E mi par di ricordarmi che Servio dica in quel luogo che si parli di questa morte avendosi riguardo all’istoria: quasi egli creda ch’alcune cose non necessarie si possano verisimilmente dire in grazia dell’istoria.

[22] Quelle parole poi d’Aristotele, «Haec igitur ipse dicit, quae vult poeta, sed non fabula», non intendo bene a che fine s’alleghino in questo proposito. Quando Aristotele parla delle molte maniere d’agnizione, mette fra le agnizioni meno artificiose, e non però nell’ultimo luogo, quella agnizione la qual proceda da parole dette, non perché il contesto della favola necessariamente le ricerchi, ma perché il poeta vuol che si dicano. Ora non veggio come questo detto d’Aristotele si possa, stendendo, applicare a tutti gli episodii; né so che Aristotele dica altrove queste o somiglianti parole. [23] A me pare che molto più strette leggi sian quelle dell’agnizione, che non son le leggi de gli episodii; peroché l’agnizione è non solo nella favola, ma è parte principal d’essa; e nell’agnizion principalmente si manifesta l’artificio del poeta, sì che vi si ricerca un non so che d’esatto e d’esquisito: e ’l voler ricercar la medesma esquisitezza in tutti gli episodii è forse un voler più oltra che non si conviene alla lor natura e che non si può dar loro. [24] Non veggio poi pittura alcuna in alcun poeta, alla qual non si possa attribuir questo difetto: «quia poeta vult». Qual necessità è che nel tempio di Didone sian dipinte le guerre troiane? Perché non vi potevano esser dipinte le fenici? Perché nello scudo d’Enea, perché nello scudo d’Achille sono poste più tosto quelle ch’altre pitture? Nissuna necessità si vede in ciò, ma una certa verisimilitudine, ch’a me non par meno arte di quel che paia la necessità a i suoi luoghi.

[25] Mi scrive anco messer Luca che, avendosi a far racconto, il signor Barga loda che si faccia più tosto verso il mezzo del poema che nel principio. Signore, quanto io stimi l’auttorità e ’l giudicio del signor Barga è assai noto per gli effetti, avendo io in tante parti del mio poema seguiti i suoi consigli. [26] Dirò dunque alcune cose non per contradire alla sua opinione, ma solo per darli occasione ch’egli m’insegni quel che non so, e che tanto m’importa di sapere. E può ben credere Vostra Signoria ch’affetto non mi move a parlare (amore, intendo, di novo parto), perché di questa narrazione nulla n’ho fatto, né anco determinato: vedendo che, non solo da me, ma da tutti è molto desiderata, vorrei pur introdurla e vorrei saper dove e come. [27] Del come, non son risoluto; del dove, a me pareva nel principio, e per queste ragioni. Dall’arte delle tragedie si raccoglie in gran parte l’arte dell’epopeia; peroché, come dice Aristotele, tra le parti quantitative della tragedia, quella che si chiama prologo (nome ch’equivocamente s’attribuisce a quella diceria ch’è fuor della tragedia o della comedia) è la prima in ordine et è inanzi all’entrata del coro. Et in questa parte, secondo l’uso de’ migliori tragici, si narra tutto quello che si ha da narrare delle cose passate, la notizia delle quali è necessaria accioché s’intendano quelle c’hanno a seguir nella favola: e chi ciò non facesse nelle prime scene, il lettore andarebbe al buio. [28] Con questa parte della tragedia detta prologo deve (a mio giudizio) conformarsi, se non nel nome almeno nell’offizio e negli effetti, la parte dell’epopeia ch’è prima in ordine; et in essa devono farsi tutte le narrazioni delle cose passate (se però alcuna particolar ragione no ’l vieta), e dirsi tutto ciò che parve per introduttion della favola e per maggior chiarezza delle cose c’hanno a seguitare.

[29] Ma che vo io dietro all’uso de’ tragici, se l’uso degli epici ancora è tale? Virgilio non introduce egli il racconto d’Enea nel secondo libro? Mi si potrebbe replicare che quel racconto è parte della favola, non episodio. Voglio io conceder quel che niega il Castelvetro, che ’l terzo libro, nel qual son contenuti molti de gli errori d’Enea, sia parte della favola; ma non veggio come l’arte di Sinone descritta con tanti ornamenti e la presa di Troia sia[n] parte della favola. [30] Questo so bene, o mi pare di saperlo, che se Virgilio avesse trasportato il racconto della presa di Troia fra le battaglie del settimo o dell’ottavo avrebbe fatto cosa poco grata al lettore, il quale allora desidera di sapere com’Enea vinca Turno, non come sia stato cacciato di Troia. E certo sì fatta notizia delle cose passate in quel luogo mi parrebbe intempestiva; sì come intempestivo mi parrebbe, quando l’uomo desidera d’intendere novelle di Rinaldo o d’Armida o come s’espugna Gierusalemme, il narrarli come sia stata presa Antiochia.

[31] Omero parimente nel principio del terzo libro, il quale, chi numera i versi, non è più remoto dal principio di quel che sia il secondo dell’Eneide; Omero, dico, nel terzo dell’Odissea introduce Nestore che narra il ritorno et i varii successi de’ principi greci; e poi Menelao nel quarto narra i suoi medesmi errori; et ancora non si sono dette d’Ulisse venti parole: s’è detto solo ch’egli è nell’isola di Calipso, desideroso etc. [32] Finalmente Omero nel fine del quinto libro comincia a parlare d’Ulisse; e subito ch’egli l’ha condotto all’isola de’ Feaci, l’introduce a raccontare i suoi errori. [33] Mi sovviene d’aver già udito dire dal signor Sperone che quest’arte d’Omero è maravigliosa e che gli piace più l’Odissea dell’Iliade: però da lui si potranno in questo particolare intendere molte ragioni ch’io non saprei dire.

[34] Ma tornando al nostro proposito: quand’io vidi condannato l’episodio di Sofronia, perch’egli era poco connesso e troppo presto, non cedetti così facilmente all’altrui ragioni, parendomi di vederne in Omero alcuni non men tardi, ma certo manco a prima vista connessi. Ma considerai poi meglio e mi parve di conoscere che quelli d’Omero, essendo di materia non aliena, apportando molta notizia delle cose passate, erano con grande artificio introdotti; ma nell’episodio mio di Sofronia alcuna di queste condizioni non riconobbi: sì che più facilmente mi son lasciato indurre a mutarlo.

[35] Ora in questo racconto d’Antiochia mi par di conoscere tutte le condizioni che sono negli episodii omerici: desidero dunque sommamente d’intendere per qual ragione il signor Barga, al qual credo anco senza ragione, abbia contraria opinione. E certo, s’io non vedessi il signore Sperone e ’l signor Flaminio e ’l signor Silvio desiderare unitamente questo episodio, io, senza cercare altro, seguirei il consiglio del signor Barga; ma in tanta diversità di pareri non mi posso contentare dell’auttorità.

[36] Prego dunque Vostra Signoria illustrissima con ogni affetto a procurare ch’io esca di questa ignoranza e di questa ambiguità; e quando sia pur concluso che si faccia questo racconto, non so da chi meglio possa esser fatto che da Erminia; perché narrando Goffredo o alcun de’ vincitori, la narrazione non potrebbe riuscire patetica, e la presa d’Antiochia, narrata senza l’affetto doloroso, avrebbe dell’insipido. [37] Qui metto in considerazione che Ulisse et Enea non narrano le vittorie loro, ma le sciagure, e più tosto quel c’han patito che quel c’han fatto: le vittorie ricercano d’esser magnificate; né dalla bocca de’ vincitori possono magnificarsi. Questo episodio per altro mi servirebbe assai assai alla introduttione delle persone d’Erminia e di Clorinda: pur in tutto e per tutto mi rimetto al giudizio di cotesti signori e non ne farò altro sinché non abbia a pieno inteso il parer loro.

[38] Quella opinione del Castelvetro, che non si debba ricever nel poema persona principale favolosa, pare anco a me falsissima; pur è tenuta da molti, et in particolare da molti gioveni dotti di Toscana. E con questo facendo fine, a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani.

XL [V 34, G 63]

A Scipione Gonzaga

[1] Scrissi a Vostra Signoria che, se ’l nome di «mago» dava fastidio a cotesti signori, io il rimoverei da quei pochi luoghi ove si legge, ponendovi «saggio» in quella vece. Ora le dico di più: che, se quella verga, se quell’aprir dell’acqua, noia chi vuole esser vescovo o cardinale, io mi contento di fare ch’entrino sotto terra per una spelonca, senza alcuna delle maraviglie.

[2] Io ho già rimosso il miracolo del sepolto, la conversione de’ cavalieri in pesci, la nave maravigliosa. Ho moderata assai la lascivia dell’ultime stanze del vigesimo, tutto che dall’Inquisitore fosse vista e tolerata e quasi lodata.

[3] Rimoverò i miracoli del decimosettimo; torrò via le stanze del papagallo, quella dei baci, et alcune dell’altre in questo e ne gli altri canti, che più dispiacciono a monsignor Silvio, oltre moltissimi versi e parole. [4] E tutto questo ho fatto o farò, non per dubbio ch’io abbia d’alcuna difficultà in Venezia; ma solo perché temo che non mi sopragiungesse alcun impedimento da Roma. Vostra Signoria intenderà da messer Luca il mio timore e quel ch’io desidero, e la prego a compiacermi et a scrivermi intorno a ciò il suo parere.

[5] La prego che voglia dall’una parte contener monsignor Silvio in fede e far ch’egli rimanga sodisfatto di me; dall’altra ringraziar infinitamente il signor Flaminio, in mio nome, dell’ultima scrittura che m’ha mandato; assicurandolo però ch’io non abusarò quella licenza ch’egli mi dà e la restringerò più tosto ch’allargarla.

[6] Io son qui in Modena, dove si dice ch’in Mantova muoiono cento e più persone ordinariamente il giorno: io però non credo tanto male. Il male nondimeno è grande senza dubbio, come avisano i signori della Mirandola e di Coreggio; uno de’ quali, tornando da Mantova, s’è rinchiuso a far la quarantena. Piaccia al Signore Dio di conservarci. Sin ora nello stato del duca di Ferrara è la maggior sanità che sia stata a ricordo d’uomini in simile stagione. E a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani.

XLI [V 17, G 64]

A Luca Scalabrino

[1] Ho visto quanto mi scrivete dell’opinione del signor Flaminio e del Signore circa gli episodii de’ successi de’ sei anni precedenti. [2] In somma, io persisto in sententia che in nissun modo, per nissuna regola dell’arte, per nissun essempio di buon poeta sia lecito di tardare a far questo racconto sino all’ottavo canto: e, non potendosi far prima, credo che sia meglio a lasciarlo. [3] Et oltra a tutte le ragioni dette da me nell’altre mie lettere, aggiungo questa, che la persona di Carlo mi pare poco opportuna; peroché Carlo vien d’Europa, ove si dee presupporre notissima la cagione della guerra e l’adunanza de’ principi fatta in Chiaramonte. È stato in Costantinopoli, ove e dall’imperatore, come se ne fa menzione nell’ottavo canto, e [dal] messaggiero di Goffredo è verisimile, e quasi necessario, ch’abbia tutto ciò che gli può esser detto da Goffredo: et in vano andò quell’ambasciador di Goffredo, se doveva star mutolo. [4] Che a me la pittura non paia alquanto prestetta, non dirò; perché certo io la vorrei anzi nel fine del primo o nel secondo canto che in quel luogo. Ma sì come nel secondo non v’è luogo per la pittura, così, doppo che s’è cominciato a menar le mani, non mi par che si possa o si debba introdurre il racconto.

[5] Un altro rimedio m’è sovvenuto; il qual se non piace, ritorno alla pittura: e se né la pittura né questo è approvato, seguirò più tosto l’opinion del Barga, della qual per se stessa non mi sodisfaccio molto. Il rimedio è questo. [6] Co’ cristiani cacciati da Gierusalemme esce fuora (e questo è anco detto dall’istoria) il patriarca di Gieruslemme, uomo valoroso e di santissima vita. Avea già deliberato di dire alcuna cosa d’avantaggio circa l’arrivo de’ fedeli cacciati nel campo, del quale è necessario parlare. Ora Goffredo riceverà e consolarà costoro; e narrerà, pregato dal patriarca, la prima origine del lor passaggio e le cose più principali fatte nell’Asia. [7] E sì come si può molto ben presupporre che ’l patriarca sia ignaro di quelle cose, delle quali è forza che Carlo abbia notizia; così la dignità sua è tale, che merita che da Goffredo gli sia fatto questo ragionamento. [8] Sarà fatto nel secondo canto, il qual luogo mi pare il più opportuno che si possa ritrovare. E la venuta d’Alete e d’Argante si trasferirà nel terzo.

[9] A quel che dicono contra, che non pare ex arte che si narrin prima le cose fatte prima, risponde Aristotele e l’uso di tutti i poeti. Ma io non mi credea che questa opinione de i grammatici, cavata da alcune parole d’Orazio, fosse più in rerum natura , dapoiché s’è comincio a vedere Aristotele.

[10] All’altra opposizione, che la favola non è anco introdotta, assai mi pare introdotta la favola, se ben anco l’essercito non è sotto la città, quando si sono già dette le cause della guerra e tutti gli apparecchi d’essa guerra dell’una parte e dell’altra; e quando il campo è già nel territorio di Gierusalemme. Benché si potrebbe dire che queste opposizioni fossero fatte alla pittura, ch’era messa alquanto prima.

[11] Ma tre dubbi restano a me in questo racconto di Goffredo al patriarca: l’uno, che tutto questo canto secondo si leggerà con poco diletto; et a questa difficultà non veggio come poter rimediare: l’altro è che le vittorie non possono esser magnificate, né ricever alcun ornamento dalla bocca del vincitore. [12] Ma a questa credo di rimediare, introducendo Goffredo or piamente a riconoscere tutte le vittorie dall’aiuto divino et a magnificar la providenza di Dio e talor modestamente tacer di se stesso e lodare i compagni. L’ultima difficoltà è che dubito che la narrazione non sia per riuscire alquanto nuda e stretta; ma di questa giudicarei nel fatto. E se la Musa spirasse, se ne potrebbe sperare non tutto male. [13] Il canto riuscirebbe lungo: vorrei nondimeno che la narrazione fornisse col fin del canto. [14] Or mettete questa lettera, o ’l contenuto d’essa, in consulta; et avisatemi qual sia tenuto l’ottimo consiglio: o il lasciar a fatto l’episodio (il che non credo né stimo), o introdurlo con la pittura, e con Erminia, o pur co ’l ragionamento di Goffredo al patriarca.

[15] Di Carlo, in quanto a me, son risoluto, se nuova e più potente ragione non mi facesse risolvere in contrario.

[16] I miracoli di quello amico dubito che, se saranno in tutto conformi a i precedenti, troveranno il mio core indurato, né potranno convertirlo in tutto all’idolatria omerica. E vi bacio le mani.

XLII [G 65]

A Luca Scalabrino

[1] Parlando allo Sperone, desidero che li diciate ch’io m’induco a rimover l’episodio di Sofronia, non perch’io anteponga l’altrui giudizio al suo, dal quale fu accettato per buono; ma perch’io non vorrei dar occasione a i frati con quella imagine, o con alcune altre cosette che sono in quell’episodio, di proibire il libro. [2] E certo, in quanto a quel ch’appartiene all’arte, io persisto ancora nella mia opinione: ma veggio che costoro giudicano che ci siano soverchi amori e non vorrei dar loro alcun pretesto da sfogarsi contra l’amore. Io non ho caro che per Roma si risappiano le difficultà mossemi da monsignor Silvio, et avvertitene di grazia il Signore. Potrete dire, a chi ve ne dimanda, ch’io non vengo all’atto della stampa per l’impedimento della peste: e questa voce ho caro che si divolghi.

[3] Aspetto d’udir con grandissimo desiderio l’opinione dello Sperone intorno alle imagini del tempio; ma con maggiore, aspetto che mi scriviate com’egli creda che si possa introdurre l’episodio d’Antiochia: et avvertite che ’l vorrei nel secondo canto e non altrove. E vi bacio le mani.

XLIII [G 67]

A Luca Scalabrino

[1] Male dimostra monsignor Silvio d’esser rimaso appagato della mia lettera, poiché continua ostinatamente in tutte le sue opinioni. In somma io temo che mi sia fatta qualche burla e mi rimetto a quello che v’ho scritto per l’altra mia et a quello che ora ne scrivo al Signore; ma avvertite di non palesare ad alcuno questo mio sospetto.

[2] Dello Sperone son chiaro, così per quello che mi scrivete voi, come per altre cose che da altri ho intese. In somma, egli ha una gran voglia che ’l mio poema sia consorte de’ suoi Dialogi e non lascierà, per adempire questo suo desiderio, di mettervi alcuna buona paroletta. [3] Mala deliberazione fu la mia quand’io mi risolvei a mostrargli il poema! E vorrei esser digiuno di cotesta revisione romana. [4] Que’ suoi avvertimenti sono a fatto a fatto nulla, non solo perché l’uno e l’altro fatto è fuor della favola, ma anco per altre ragioni ch’io un dì vi scriverò sì chiare che non v’avrà luogo ingegno di sofista. [5] Bastivi ora di sapere che nell’amore di Tancredi non v’è errore alcuno, e ch’è molto meglio l’introdurre la elettione del capitanato che ’l presupporla ne’ suoi primi anni; né già la mia causa e quella di Sofocle è la medesima, perché la sua è difensibile e scusabile, ma la mia non ha bisogno né di scuse né di difesa, ma merito lode assolutamente e, facendo altrimenti da quello che fo, male farei. [6] Io presuppongo ne i sei anni precedenti il campo, non senza guida, ma con molte scorte pari o quasi pari d’auttorità; e presuppongo il vero, né solo il vero, ma il verisimile. [7] Oh Dio, quante volte è ciò avvenuto! Dovrebbe pure il tuo vecchio ricordarsi di quel picciolo ma famoso esercito de’ greci, tanto invidiato poi da Marc’Antonio, di cui parla Senofonte nel libro intitolato l’Espedizione di Ciro minore; e si vedrebbe com’esso non ebbe sommo et assoluto capitanato se non nell’ultimo del viaggio e quando avea già fatte tante battaglie e scorsi tanti pericoli. [8] Dovrebbe ricordarsi della Argonautica di Apollonio e di tutt’i passaggi de i cristiani. Dovrebbe almeno ricordarsi ch’egli, movendomi questo medesimo dubbio, mostrò di restare appagatissimo alla risposta. [9] Ma io dirò pur anco ch’egli non mostra di aver ben letto i poeti, se non sa con qual arte si frappongano le digressioncelle ne’ catalogi, e quante cose per brevità si lasciano e si rimettono alla discrezione del lettore. [10] Suppongasi che Tancredi abbia fatto tutto ciò ch’egli vuole: io no ’l debbo dire in quel luogo, e basta quello che ho detto a fare che l’uomo imagini il resto. In somma, bisogna che si presuppongano molte cose, e chi nega questo principio è eretico. [11] Ma io sono entrato a scrivere per impazienza quello che non credeva di scrivere; non ho però scritto tutto ciò che si può, né quello che ho scritto è ben dedotto. Un’altra volta mi dichiarerò meglio. Ora voi seguite pure dissimulando; così farò io. [12] Ma di grazia, forniscasi tosto questa benedetta revisione, e mandatemi tutti i miei canti (ch’è ben tempo omai), de’ quali pare che vi siate scordato, e non so perché non ne parliate più. Io potrei omai averne bisogno, almeno per mostrare al duca tutto il corpo insieme.

[13] Ricordatevi delle acque e dell’olio da peste e indirizzate la risposta di questa a Ferrara. [14] Io ho scritto al Signore la cagione perché non mi piace il consiglio del Barga. E mi vi raccomando.

XLIV [V 35, G 66]

A Scipione Gonzaga

[1] Io sempre previdi la difficultà d’introdurre il racconto; e, se quei proposti da me non sodisfacciono, non me ne maraviglio. Il modo proposto ultimamente dal signor Barga non è, secondo me, contrario a i precetti dell’arte, perché, a creder mio, l’arte non si ristringe dentro a gli essempi de i poeti; ma mi par bene non secondo l’uso de i poeti: et a coloro che non conoscono altr’arte che l’essempio di Virgilio e d’Omero, potrà parer poco artificioso. [2] Questi racconti non sono fatti ne’ poeti, se non dalle persone principali della favola, o almeno alle principali. Principali sono Ulisse et Enea, che raccontano; assai principale è Telemaco, a cui si racconta: ma Sveno e ’l messaggiero, non solo non son principali, ma non sono o a pena sono persone della favola. [3] Pur non farei molta stima di questa opposizione, sì come non la fo dell’opposizioni che potessero esser fatte alla persona d’Erminia. Ma per altro questo modo, il quale fu da me il primo pensato, non mi piace, come quello che porta seco molto incommodo et infinite difficultà. [4] Bisognarebbe, a chi volesse per questo modo introdurre il racconto, troppo turbare l’ordine delle cose che son dette e ’l compartimento de’ canti; oltre che non può venire il messaggiero a questo racconto che prima non si dicano molte cose, se non della sua navigazione, almeno del suo arrivo e della maniera con che s’introduce a i principi, dell’essortazioni sue almeno perché affretti il viaggio: cose che, sì come non importano niente alla favola e sono a fatto oziose, così anco credo che con poco diletto sarebbon lette. [5] E per conclusione mi parrebbe d’affettar troppo questo racconto se, non trovando alcun luogo commodo per lui in Palestina, io mi trasferissi solo per amor suo sino a Constantinopoli.

[6] Concludo dunque di non volermi servire né di questo modo né di quel proposto dal […] , il quale mi pare assai peggior di questo. Mi servirò o delle pitture o dell’un de’ due modi proposti da me; de’ quali, il primo mi pare assai vago e l’altro manco soggetto alle reprensioni che nissun altro. E forse non mi curarò d’introdurre questo racconto, non essend’egli in somma necessario. Ma ci è tempo a pensare, perché questa ha da essere l’ultima fatica mia intorno a questo poema.

[7] Altro è, che mi dà maggior fastidio. Dalla lettera scrittami da [Silvio Antoniano] ho raccolto che ’l mio lungo discorso seco non ha fatto altro frutto, se non ch’egli mi stima dotto; e di quest’io non mi curava. Ma quel ch’io desiderava non m’è riuscito, perché egli mostra di persistere a fatto nelle prime opinioni e d’aver detto ogni cosa per conscienza. [8] Io son sicuro di fare stampare il mio poema in Venezia et in ogni altro luogo di Lombardia con licenza dell’Inquisitore, senza mutar cosa alcuna, con la mutazion sola d’alcune parole: ma mi spaventa l’essempio del Sigonio, il quale fe’ stampare con licenza dell’Inquisitore, e poi il libro li fu sospeso; mi spaventa un altro essempio del Muzio, narratomi dal Borghesi; mi spaventa la severità di [Silvio Antoniano], imaginandomi che molti siano in Roma simili a lui. [9] Temo assai d’alcun cattivo offizio del [lo Sperone], il quale chiaramente si dimostra maligno et ingrato: ché certo ho fatto per lui nuovamente alcuni offici che non avrei fatto per me stesso; e prima l’ho sempre amato, onorato e celebrato. Così va! Egli, per quanto m’e stato referto da persona che dopo la mia partenza di Roma ha parlato seco, vuol che la causa del mio poema e de i suoi Dialogi sia la medesma. E nella scrittura del Poetino ho chiaramente conosciuto che [lo Sperone] ha parlato seco a lungo sovra i miei particolari.

[10] Io il feci già conoscere al duca, et in gran parte per opera mia il duca fece tal concetto di lui, che l’avrebbe tolto a’ suoi servigi con grandissime condizioni. Egli per allora non ne fe’ conto. Ora, perch’il duca no ’l riprega, m’è poco amico: ch’altra cagione non so imaginare. Questo so bene, che novamente ho parlato di lui e con la duchessa d’Urbino e co ’l duca di Ferrara in modo che, non solo era onorevolissimo per lui, ma era tanto opportuno ad alcuni suoi disegni, quanto inopportuno alla somma de’ miei. Tanto mi basti d’aver detto di quest’uomo insoziabile.

[11] Ora torno a i miei sospetti e a i rimedii. Io conosco d’aver fatto errore in far veder il mio poema in Roma: ma poi che questo e fatto, né si può distornare, prego almeno Vostra Signoria che sopprima la fama sua, o buona o cattiva, quanto sarà possibile, e schivi ogni occasione di mostrarlo o di parlarne; e se vuol leggerne, non ne legga parte amorosa.

[12] Desidero poi infinitamente che non significhi con parola o con cenno alcuno ad alcuno, sia chi si voglia (ne cavo messer Luca), questo mio sospetto; e si guardi altrettanto da’ domestici quanto da gli esterni. Sopra tutto persuada a [monsignor Silvio] ch’io, se ben con licenza de gli Inquisitori potrei lasciare scorrere molte delle cose notate da lui, voglio però in gran parte sodisfare alla sua conscienza, non solo alla mia. E certo il mio disegno è di fare, se non tanto quanto desidero ch’a lui si prometta, almeno molto più che non sarà comandato da gli Inquisitori; peroché non lascerò parola o verso alcuno di quelli ch’a lui paiono più scandalosi. [13] Accomodarò anco l’invenzion del mago naturale a suo gusto; rimoverò dal quarto e dal sestodecimo quelle stanze che gli paiono le più lascive, se ben son le più belle; e perché non si perdano a fatto, farò stampare dupplicati questi due canti: e a diece o quindici al più de’ più cari e intrinseci padroni miei darò gli canti intieri; a gli altri, tutti così tronchi, come comanda la necessità de’ tempi. Ma di questo non occorre far motto.

[14] Nota una cosa messer Flaminio, la quale a bell’arte fu fatta da me: che non v’è quasi amore nel mio poema di felice fine (e certo è così), e che questo basta loro perché essi tolerino queste parti. Solo l’amor d’Erminia par che, in un certo modo, abbia felice fine. Io vorrei anco a questo dar un fine buono, e farla, non sol far cristiana, ma religiosa monaca. So ch’io non potrò parlar più oltre di lei, di quel ch’avea fatto, senza alcun pregiudicio dell’arte; ma pur non mi curo di variar alquanto i termini e piacer un poco meno a gli intendenti dell’arte, per dispiacer un poco manco a’ scrupolosi. [15] Io vorrei dunque aggiunger nel penultimo canto diece stanze, nelle quali si contenesse questa conversione. Vostra Signoria potrà conferire questo mio pensiero con monsignor Silvio e con messer Flaminio: con gli altri no, ché se ne riderebbono: e frattanto pensarò con qual modo ciò si possa fare.

[16] Non voglio rimaner d’avisar Vostra Signoria, che ne la lettera scrittami da[ll’Antoniano] si contengono queste parole formali: «Mi duole che la mia natura o la mia vocazione in alcuna parte m’abbiano fatto troppo rigoroso; e la prego a perdonarmi, e tanto più ch’io n’ho già avuto qualche punizione; poiché forse per questa cagione la faccia di tale ch’io amo et osservo sommamente mi s’è mostrata alcun giorno, non turbata, ma manco serena del solito». [17] Io credo ch’egli intenda di Vostra Signoria illustrissima: se così è, la prego a dissimulare et a mostrarsi per suo e mio rispetto sodisfattissimo. Io anco gli scriverò, mostrandomi di lui interamente sodisfatto.

[18] Mi sovviene che nell’ultima mia lettera scrissi a Vostra Signoria ch’io dubbitava che quell’aprir dell’acque non piacerebbe a chi vuole essere a qualsivoglia grandezza. Sia sicura che quando ciò scrissi non aveva ancora ricevuta quella sua lettera, nella quale ella mostrava di non compiacersi di quel miracolo: e quelle mie parole non furo drizzate a lei in alcun modo; ché so bene che con altri mezzi, e più degni di lei, aspira alle grandezze debite al suo valore.

[19] Non vuo’ tacerle un altro particolare ch’è nella lettera del Poetino et è questo: che desiderarebbe che ’l poema fosse letto non tanto da cavalieri, quanto da religiosi e da monache. E tanto mi basti averle detto in questo negozio, pregandola a volermi scrivere liberamente il suo parere.

[20] È qui il […] , mezzo nudo e mezzo scalzo: io l’ho aiutato in quel c’ho potuto. Volea per mezzo di supplica tentar d’accomodarsi a i servigi del duca di Ferrara: io l’ho dissuaso, persuadendolo a procurar questa servitù co ’l mezzo di qualche signore. Scrive al cardinal di Trento: se ’l cardinale il raccomanda a Sua Altezza, son quasi sicuro che farà qualche effetto. Che è al duca dare a questo povero uomo sette o otto scudi il mese? Ogni modo ne butta tanti altri; né rifiutò mai servitore. L’esser gentiluomo, l’esser […] son condizioni che potranno agevolar il negozio: se Vostra Signoria il potrà favorire, dovrà farlo per carità.

[21] Altro non m’occorre dirle, se non ch’io credo d’esser in Ferrara inanzi che passino i quindici giorni; sì che potrà inviare la risposta di questa a Ferrara. E le bacio le mani.

XLV [G 71]

A Luca Scalabrino

[1] Perché mi scrivete e non mi scrivete se volete mandare o non mandare i miei canti? Onde nasca questa tardanza et il vostro silenzio intorno a ciò, io non so imaginarmi. [2] Perché cominciate quel che non volete fornire? Quali furono le paroline dello Sperone? S’egli vuol udire i miei ultimi cinque canti, leggeteglieli; ma io avrei caro che non si curasse d’udirli. Dategli buone parole, dicendogli ch’io disegno di trascrivere tutto il libro di mia mano e mandarglielo: farò poi quello che mi tornerà commodo, e non mancheranno mai pretesti. Ogni modo, o tardi o per tempo, l’avemo a rompere; e la rottura sarà tanto maggiore quanto più tarda. [3] Io non vo’ padrone se non colui che mi dà il pane, né maestro; e voglio esser libero non solo ne’ giudicii, ma anco nello scrivere e nell’operare. Quale sventura è la mia, che ciascuno mi voglia fare il tiranno addosso? Consiglieri non rifiuto, purché si contentino di stare dentro a i termini di consigliero. [4] Ma chiaritemi d’un altro dubbio. Perché non gli mostraste i miei sonetti, avendovene io pregato? S’io mi fossi governato con lui a mio senno, avrei fatto meglio; e dovea farlo, conoscendolo io meglio che ciascun altro. [5] Ma poiché son tanto innanzi, sia compiaciuto di questo: mostrate, dico, che tutto ciò che ho scritto a voi, l’ho scritto perché con esso lui il conferiate; e sovra tutto pregatelo che pensi a i dubbi c’ho mossi intorno alla partita d’Erminia: devete aver la mia lettera. [6] Con più agio vi mostrerò quanto scioccamente abbia mosse l’ultime dubitazioni delle quali mi scriveste et alcune altre le quali prima m’accennaste. [7] Scriverò al Teggia, et amatemi.

XLVI [G 75]

A Scipione Gonzaga

[1] Io, come per l’altra mia scrissi a Vostra Signoria illustrissima, attendo a migliorare il mio poema quanto prima si può e vi attendo con animo tanto tranquillo e libero da ogni fastidio quanto non mi ricordo aver avuto molti anni sono. [2] Ho riletto, per assicurarmi maggiormente, la Poetica d’Aristotele e insieme Demetrio Falereo, il quale parla più che alcun altro esattamente dello stile, e mi sono risoluto intorno a molte opinioni. [3] Ma, cominciando da quelle che appartengono allo stile, tutte o gran parte delle forme di dire e delle parole, le quali sono state da me trapiantate nel mio poema da’ buoni libri antichi, delibero di lasciarvele; e credo che sian per recare a me riputazione e splendore e maestà al poema. Dico, a lungo andare: ché forse in questi principii molti, leggendole, torceranno il grifo. [4] Ma all’incontro conosco d’essere stato troppo frequente ne’ contrapposti, ne gli scherzi delle parole, nelle allusioni, et in altre figure di parole, le quali non sono proprie della narrazione, e molto meno della narrazione magnifica et eroica; sì che giudico che mi sia quasi necessario andar rimovendo alquanto del soverchio ornamento dalle materie non oziose, perché nelle oziose nessun ornamento forse è soverchio. [5] Ne gli spiriti e ne gli ornamenti che nascono non dalle parole ma da’ sensi, mi pare, senza partirmi da i precetti dell’arte, di poter essere molto men severo; né stimo, a verun patto, vizio l’essere alquanto più spiritoso e vivace che non fu Omero e Virgilio. E questo quanto allo stile.

[6] Quanto a gli amori et a gli incanti, quanto più vi penso, tanto più mi confermo che siano materia per sé convenevolissima al poema eroico. Parlo de gli amori nobili, non di quelli della Fiammetta, né di quelli che hanno alquanto del tragico. Né tragici io chiamo solamente gl’infelici di fine (sebbene questi maggiormente son tragici), perché la infelicità del fine, come testimonia Aristotele, non è necessaria nella tragedia; ma tragici chiamo tutti quelli che son perturbati con grandi e maravigliosi accidenti e grandemente patetici; e tale è l’amore di Erminia, della quale accennerei volentieri nel poema il fine, e ’l vorrei santo e religioso. [7] Ora questa parte de gli amori io spero di difenderla in modo che non vi rimarrà peraventura luogo a contraddizione; e mi varrò anco, fra le altre ragioni, della dottrina del signor Flaminio nostro, insegnatami da lui ne’ suoi libri morali, ov’egli attribuisce l’eccesso dell’ira e dell’amore a gli eroi, quasi loro proprio e convenevole affetto; e questa opinione è in guisa platonica, ch’insieme è peripatetica. La parte poi delle maraviglie non credo che avrà bisogno di difesa, perché rimovendone io, per altri rispetti, gran parte, non ve ne rimarrà quantità soverchia; e Dio voglia che ve ne resti a bastanza.

[8] Rimangono solo le altre due opposizioni; parlo delle universali. E la prima, che il poema sia di un’attione di molti, per quanto ho di nuovo raccolto da molti luoghi d’Aristotele, chiaramente è di nessun peso a fatto. [9] La seconda, che il poema sia episodiaco, non mi dà gran noia; oltre che non si chiama favola episodiaca quella nella quale gli episodi son molti, ma quella in cui sono oziosi e fuor del verisimile: così dichiara Aristotele.

[10] Intorno alle opposizioni che riguardan i luoghi particolari, dirò solo questo: ch’io concierò tutte quelle parti che giudicherò che n’abbian bisogno; e spero di emendare in modo che non si conosca la cucitura. Solo due dubbi mi rimangono: nel rimanente son risoluto.

[11] Dubito come s’abbia ad introdurre la narrazione de’ sei anni precedenti; e fin qui mi pare il più sicuro modo, rimovendo l’episodio di Sofronia, fare che Goffredo faccia il racconto al patriarca di Gierusalemme; et a questo credo di appigliarmi.

[12] Dubito parimenti nell’uscita e nella caccia ad Erminia, perché non solo sia poco del verisimile ch’egli non pensi punto ad entrare ne gli steccati, ma è poco ancora verisimile ch’ella sia seguita in quel modo da coloro che sono posti a guardia; perché radissime volte si mettono i corpi di guardia fuori del vallo, et inanzi a i capitani si trovano le sentinelle le quali non lascierebbero arrivare Erminia sin al luogo ov’è veduta da Poliferno, senza gridare; e troppo grande incontinenza è quella di Alcandro e troppo si parte dall’uso e dalla disciplina militare.

[13] Io ho concio in maniera le prime parti di questo sesto canto, che mi persuado che a ciascuno apparirà il miglioramento: e massimamente quando dico come ad Erminia venisse questo pensiero di armarsi e come avesse comodità d’involare le armi; ché certo ogni cosa è fatta molto verisimile. Resta ch’io muti l’ultima parte, e la mutazione potrebbe forse essere come segue.

[14] Erminia, risoluta dell’uscire e del modo, manda uno scudiero a Tancredi per intender da lui s’egli si contenta di ricevere con sicurezza e segretezza una donzella che, uscendo dalla città, vuol andare per sua salute a ritrovarlo; et imporre allo scudiero che così parli, né specifichi chi ella sia. [15] Tancredi si contenta e dà gli ordini di riceverla. Erminia esce e, prima ch’arrivi al luogo dove doveva esser raccolta, rincontra Alcandro e Poliferno che tornavano al campo; in quella guisa che nel nono dell’Eneide Eurialo e Niso s’abbattono in Volscente che torna al campo de’ latini. [16] È creduta da costoro Clorinda et è seguita; e dandosi all’arme, Tancredi, udendone il rumore, si parte e con più ragione si parte, perché si ricorda delle parole amorose dette già da lui nel terzo canto a Clorinda: et avendo inteso questo solo universale, che una donzella vuol venire per sua salute al campo, pensa talora che colei che gli mandò l’imbasciata possa esser Clorinda; e la voce di salute, ambigua, è molto a proposito. [17] Comunque si sia, udendo che Clorinda è uscita (e facilissimamente può udirlo), è verisimile che la segua.

[18] Solo due difficoltà mi pare che restino. L’una è di trovare qualche ragionevol occasione per la quale a quell’ora Alcandro e Poliferno tornino al campo: e questa credo che facilmente sarà trovata dal signor Cornelio. L’altra, di trovar la cagione per la quale Erminia comanda allo scudiero che non la nomini: et a questo penserò io, e Vostra Signoria mi farà favore di pensarci anch’ella.

[19] Ho scritte tutte queste cose per significare a Vostra Signoria illustrissima le ultime mie risoluzioni e per non avere, se sarà possibile, a scriver più intorno a questa materia, perché omai sono stanco e vorrei lasciar questa pratica di scrivere per ogni ordinario così lunghe lettere. [20] Le mie risoluzioni non sono però in modo ferme che, s’io sentirò all’incontro ragione che m’appaghi, non sia per mutarmi di opinione. E Vostra Signoria illustrissima mi farà segnalatissimo favore a scrivermene il suo e l’altrui parere quanto prima le tornerà comodo.

[21] Al signor Flaminio bacio le mani; al quale significherò per mia lettera particolare il mio concetto allegorico, e lo pregherò anco che voglia aiutarmi; ché n’ho bisogno. E con questo fo fine, facendo a Vostra Signoria illustrissima riverenza e pregandola che in mio nome saluti il signor Barga e ’l signor Cipriano. E viva lieto.

XLVII [V 36, G 77]

A Scipione Gonzaga

[1] «Est Deus in nobis, agitante calescimus illo». Io [non] ho potuto aspettar che giungesse la risposta di Vostra Signoria di Roma, la quale ha così bene risoluto ogni mio dubbio; ma ho condotto a fine la favola d’Erminia come ha voluto la Musa, se non come avrebbe voluto l’arte. [2] Piacemi almeno d’essermi in molte cose affrontato con l’opinione di Vostra Signoria; peroch’Erminia, fatto per una verisimile occasione un subito pensiero d’uscire con l’armi di Clorinda, non vi pone tempo in mezzo, né pensa alla difficultà dell’entrata, se non quando è tanto lontana dalla città ch’è sicura di non potere essere ritenuta. [3] Allora vi pensa; né parendole di potere entrar sicura sotto quelle arme e desiderando dall’altra parte d’entrarvi sconosciuta e di non palesarsi prima ad altri ch’a Tancredi, dice allo scudiero:

Essere, o mio fedele, a te conviene
Mio precursor, ma sii pronto e sagace.
Vattene al campo, e fa’ ch’alcun ti mene
E t’introduca ove Tancredi giace,
A cui dirai che donna a lui ne viene,
Che gli reca salute e chiede pace;
La quale il prega che raccor la voglia
Secretamente quanto più

si potrà: si potroglia, vorrei che si dicesse. E soggiunge:

E ch’essa ha in lui sì certa e viva fede
Ch’in suo poter non teme onta né scorno.
Di’ sol questo a lui solo; e s’altro ei chiede,
Di’ non saperlo e affretta il tuo ritorno.

[4] Lo scudier parte: e si dice in una sola stanza, com’è raccolto dalle guardie et introdotto a Tancredi, ch’ascolta lietamente l’imbasciata; e come, lasciando lui pien di mille dubbi, se ne torna con felice risposta. Sin qui così ho fatto a punto come Vostra Signoria mostra di desiderare: nel rimanente mi sono alquanto allontanato da quel ch’ella giudicava più opportuno. [5] Perché, come per l’altra mia scrissi di voler fare, fingo che Poliferno etc. avessero disposti prima gli aguati, per far ripresaglia de i foraggieri etc. La qual invenzion, sebben porta seco nel resto alcuna maggior difficultà (alla quale però cerco di provedere, né so s’io lo faccia interamente), in quel nondimeno ch’appertiene alla partita di Tancredi è molto più comoda: perch’in questo modo Tancredi può più verisimilmente e più tosto intendere che Clorinda sia seguita. [6] Ma comunque si sia, io manderò a Vostra Signoria fra pochi giorni il canto tutto, e giudicherà meglio su ’l fatto. Mi resta solo a mutar quella stanza che nota monsignor Silvio, ove pare che troppo s’attribuisca ad amore sovra la libertà della volontà, et alcune altre delle cose notate da lui. Ben vorrei che si perdonasse la vita a que’ due versi: «Gode Amor ch’è presente»; ch’io per me non vedo che scandalo possan dare.

[7] In quanto a gli ornamenti, io sono più tosto indulgente nel lasciarli, che molto severo nel rimoverli; perché, nuovamente leggendo Demetrio et altri che parlan dello stile, ho considerato una cosa che a me par verissima e realissima. [8] Molte delle figure del parlare, ch’essi attribuiscono come proprie alla forma magnifica di dire, non sono state ricevute dalla lingua vulgare; perché, per essempio, malamente si potrà dire in questa lingua «armato milite complent», o chiamar «selva» un ramo.

[9] Non ha ricevuto, oltra ciò, questa lingua la composizion delle parole ch’è nella latina e più nella greca, non la trasposizione tanto lodata da Aristotele, se non in poca parte. Chi direbbe «transtra per», che non paresse schiavone? Son molti e molti altri modi di dire, che son propri del magnifico et inalzan lo stile senza esquisito ornamento. [10] Or non avendo la nostra lingua molti di questi modi, che dee fare il magnifico dicitor toscano? Quei soli c’ha ricevuti la lingua non bastano per aventura. Certo o accattar molte figure e molti modi dalla mediocre forma o dalla umile. Della umile è propria passion, per così dire, la purità; della mediocre, l’ornamento. Ma s’egli per sua natura è più vicino e più simile alla mediocre che non è all’umile, perché non servirsi de gli aiuti vicini e conformi, più tosto che de’ lontani e difformi? [11] L’Ariosto, Dante e ’l Petrarca ne’ Trionfi, molte volte serpono; e questo è il maggior vizio che possa commetter l’eroico: e parlo dell’Ariosto e di Dante, non quando passan nel vizio contiguo all’umiltà, ch’è la bassezza, ma quando usano questa umiltà, che per se stessa non è biasmevole, fuor di luogo. Or per conchiudere, io giudico che questo essere talora troppo ornato non sia tanto difetto o eccesso dell’arte, quanto proprietà e necessità della lingua.

[12] Considerisi, oltra ciò, che l’instrumento del poeta eroico latino e greco è il verso essametro, il qual per se stesso senza altro aiuto basta a sollevar lo stile: ma ’l nostro endecasillabo non è tale; e la rima ricerca e porta di sua natura l’ornamento, più che non fa il verso latino e greco. [13] Sì che si deve avere anco accessoriamente qualche riguardo all’instrumento, non solo al principale, come s’ha in non romper tanto i versi, quanto si rompono nell’essametro: si deve anco condonare alla lingua vulgare e alle stanze qualche eccesso d’ornamento.

[14] Tutto questo ho detto non solo come teorico, ma come prattico ancora: pur Vostra Signoria vedrà, nel canto ch’io le manderò, sin a quanto giudico che si debba stendere questa moderazione d’ornamento, la quale in alcune cose in ogni modo è necessaria. Ho scritto queste cose in fretta e confuse. Vostra Signoria le intenda per discrezione; e mi faccia favore di conferire questa mia opinione co ’l signor Barga e co ’l signor Flaminio. E le bacio le mani.

XLVIII [V 13, G 79]

A Scipione Gonzaga

[1] Io, per confessare a Vostra Signoria illustrissima ingenuamente il vero, quando cominciai il mio poema non ebbi pensiero alcuno d’allegoria, parendomi soverchia e vana fatica; e perché ciascuno de gli interpreti suole dar l’allegoria a suo capriccio, né mancò mai a i buoni poeti chi desse a i lor poemi varie allegorie; e perché Aristotele non fa più menzione dell’allegoria nella Poetica e nell’altre sue opere, che s’ella non fosse in rerum natura. [2] Dice ben egli nella Poetica un non so che d’allegoria; ma intende per allegoria la metafora continuata, qual è «Passa la nave mia colma d’oblio»; la quale equivocamente, o almeno per analogia, così si chiama: in somma non è quella di cui parliamo.

[3] Ma poi ch’io fui oltre al mezzo del mio poema e che cominciai a sospettar della strettezza de’ tempi, cominciai anco a pensare all’allegoria come a cosa ch’io giudicava dovermi assai agevolar ogni difficultà. [4] E la trovai (accomodando le cose fatte a quelle che s’aveano a fare) qual Vostra Signoria vedrà; non così distinta però, né così ordinata in ogni sua parte: ché certo quest’ordine e questa condizione è fatica novissima e fatta la settimana passata.

[5] Quel ch’io discorro in generale dell’allegoria non l’ho trovato scritto, non in alcun libro stampato, ma nel libro della mente; sì che peraventura avrò detto alcuna cosa che non starà a martello: pur io mi sono uno, che quando la ragione spira, noto, et a quel modo che detta dentro, vo significando. [6] S’avrò detto cosa non conforme alla ragione, o alla natura dell’allegoria e dell’imitazione, volentier son per ridirmi; ma se solo avrò contradetto a quel che dicono i libri scritti (che però nol so), non me ne cale. [7] Lessi già tutte l’opere di Platone, e mi rimasero molti semi nella mente della sua dottrina, i quali peraventura avranno potuto produrre questo frutto; et io non m’accorgo che sia nato di tal semenza. [8] Questo so bene, che la dottrina morale della quale io mi son servito nell’allegoria è tutta sua; ma in guisa è sua ch’insieme è d’Aristotele: et io mi sono sforzato d’accoppiare l’uno e l’altro vero, in modo che ne riesca consonanza fra le opinioni. [9] Potrebbe ben egli esser ch’io avessi preso alcuno errore, perché sono molti anni ch’io non ho letto né le Morali d’Aristotele né quelle di Platone; et ora non ho rilette se non alcune postille: nel rimanente ho procurato che la reminiscenza m’aiuti. [10] Ma temo sopratutto di non aver saputo ben drizzar questa moral filosofia alla cristiana teologia. Pur se in questo v’è errore, come io mi persuado, a Vostra Signoria et al signor Flaminio appartiene non solo d’emendarlo, ma d’insegnarmi ancora in che modo io mi possa accomodare all’umor di questi tempi: peroché mia opinione è sin ora di far stampare l’Allegoria in fronte del poema con una lettera ch’a pieno dichiari come il poeta serva al politico e il frutto che da lui si può trarre. [11] Signore, se al Pico della Mirandola et a tanti altri è stato lecito d’accordare Platone con Aristotele nelle cose nelle quali manifestamente discordano, perché, in virtù di Vostra Signoria, non potrebbe ardire un suo servitor di congiunger con la bocca e con la lingua di lei, piena d’auttorità, i principii poetici d’Aristotele e di Platone, massimamente non dicendo l’uno cosa contraria all’altro, se non di picciolissimo rilievo? [12] Ben è vero ch’il silenzio d’Aristotele par che danni l’allegoria o che non la stimi: pur, mancando i due ultimi libri della sua Poetica, il suo silenzio non conclude. [13] Io crederei accoppiando Platone con Aristotele di fare una nuova mistura e dir cose, buone o ree non so, ma certo non più udite né pensate anco da me medesmo, se non dopo il mio ritorno di Roma. [14] Questo posso promettere arditamente, che per nuova opinione ch’io abbia dell’allegoria o del modo con che il poeta ha da servire al politico, non pur non mutarò alcuna delle mie prime opinioni, ma tutte le confermarò grandemente e preparerò nuova difesa al mio poema; e delle nuove e delle vecchie opinioni farò una ordinata catena. [15] E se Proclo e se alcuni altri platonici e se Plutarco fra i peripatetici non con altra difesa salvano Omero dalle opposizioni fatteli che con l’allegoria, perché non sarà lecito a me, non lassando le prime difese, in vero più sode e più reali, servirmi anco di queste non meno ingegnose e forse più atte a mover molti, per la magnificenza che si vede in loro?

[16] Se […] intende novelle di questa mia scrittura, la guerra è rotta. Perché vede ben Vostra Signoria a che fine ella tende: pur io non offendo, ma mi difendo; e la difesa è concessa da tutte le leggi.

[17] Scriverò per questo altro ordinario al signor Flaminio: fra tanto Vostra Signoria mi favorisca di pregarlo in mio nome che non l’incresca di drizzare questa mia scrittura a quella meta alla quale per me stesso non saprei drizzarla. Dico questo, perché non so bene qual sia la vita attiva del cristiano, né alcune altre cose appartenenti a questo proposito. [18] Avvertisca però di mescolare fra i miei concetti manco concetti teologici che sia possibile; perché io desidero che si possa credere che sia mia fattura; e dall’altra parte non voglio fingere di saper teologia, non ne sapendo: ch’a questo troppo ripugna la mia natura. [19] Io non credo che sia necessario che l’allegoria corrisponda in ogni particella al senso litterale; peroché nissuna tale allegoria si vede, né pur le platonice, che son le più esatte. In Omero et in Virgilio solo in alcun libro si trova l’allegoria. [20] E Marsilio Ficino sovra il Convivio riferisce queste parole di santo Agostino: «Non omnia quae in figuris finguntur, significare aliquid putanda sunt; multa enim propter illa, quae significant, ordinis et connexionis gratia adiuncta sunt. Solo vomere terra proscinditur; sed ut hoc fieri possit, coetera quoque huic aratri membra iunguntur». La quale opinione egli approva. [21] Sì che, quando anco i due cavalieri non significassero, non crederei ch’importasse molto: pur meglio sarà che significhino; ma io non so trovar cosa che s’adatti. Vostra Signoria e ’l signor Flaminio mi faran favore a pensarci.

[22] In quanto alle parole, la scrittura è incultissima et anco forse alquanto inordinata: ma io ho già avezzo Vostra Signoria e ’l signor Flaminio a sì fatte lettioni, sì che non parrà loro strano.

[23] La signora T. m’ha detto di volermi mandar la risposta, ma non è comparsa ancora. Et a Vostra Signoria bacio umilmente le mani.

XLIX [V 37, G 80]

A Scipione Gonzaga

[1] Credo che Vostra Signoria illustrissima a quest’ora avrà avuta l’Allegoria e sto con gran desiderio aspettando quel ch’a lei et al signor Flaminio ne sia paruto; perché, comech’in tutte le cose poco m’attribuisca, vi sono nondimeno alcune materie nelle quali mi sento men debole.

[2] Io, oltre il sesto c’ho in gran parte riformato, ho aggiunte molt’altre stanze ad alcuni de gli altri canti et alcuna toltane, per quanto a me pare, con manifesto miglioramento della favola. Ben è vero che non tutti i rapezzamenti mi sono riusciti felici; d’alcuni però assai mi compiaccio.

[3] Ho fatto ancora alcuni concieri pertinenti allo stile, o per legar il parlare troppo sciolto, o per rimover alcun soverchio ornamento, o per schivar alcun modo di dire forse troppo audace e non del tutto puro. Ma in questa parte non m’avanza poco che fare, e sarà necessario che rimetta qualche cosa alla seconda edizione. Non mando a Vostra Signoria questi concieri perch’essend’io occupatissimo, non potrei trascriverli senza molto mio incommodo. Vedrò nondimeno di trovare alcuno che mi trascriva il sesto canto e manderollo; se ben in alcun luogo d’esso la spiegatura non anco è stabilita a fatto.

[4] Ora m’affatico intorno al decimosettimo canto, ove ho da fare molte faticose e noiose mutazioni; e dubito più di questo solo che di tutto il rimanente, perché omai mi par d’aver superati gli altri luoghi più difficili.

[5] In quanto al quartodecimo, al quale ho differito di por mano, sono ben io risoluto di rimuovere tutti que’ miracoli che possono offendere gli animi de’ scrupolosi; ma fra questi miracoli non numero l’abitazion sua sotterranea, perch’oltra che chiara è l’allegoria, ch’altro non è abitar sotto terra che il contemplar le cose che ivi si generano, qual miracolo è questo così grande? Et io ho letto nell’istorie gotice, novamente, cosa che a questa mia invenzion s’assomiglia: dico cosa naturale, non fatta per arte diabolica. [6] Il castello d’Armida è forza che sia guardato; ma sarà guardato da serpi solo, de’ quali è gran copia in una delle Fortunate, che si chiama perciò Lacertaria. E la verga che gli fa fuggire sarà di frassino o d’alcun altro di quelli arbori che, se crediamo a coloro c’hanno scritto de’ secreti della natura, impauriscono e fanno fuggire i serpenti. Se questo effetto sia vero o no, non importa; basta che alcuno lo scriva per vero. [7] E così il saggio non farà cosa alcuna ch’ecceda il poter dell’arte sua. Vostra Signoria mi faccia favore di conferire queste cose co ’l signor Flaminio, al quale bacio le mani; e le bacio similmente al signor Barga e al signor Cipriano e al signor Battaglino, s’è mai ritornato. Lettera anco non è comparsa; et io di rado esco di casa: pur domenica farò visita. Viva felice e mi conservi in grazia.

L [V 19, G 83]

A Scipione Gonzaga

[1] La signora […] mi promise di mandarmi la lettera inanzi la sua partita e si mostrò più che mai accesa: questa promessa mi fu fatta la mattina, e ’l dopo desinare se n’andò a Gualtiero né più è ritornata, né lettera è comparsa. Questo è quanto posso dire a Vostra Signoria di lei; ma in ogni modo vuo’ che le scriva: e parlo così, perché son risoluto che ’l faccia.

[2] Il cavalier Salviati, gentiluomo de’ più letterati di Fiorenza, ch’ora fa stampare un suo Commento sovra la Poetica, a questi giorni passati mi scrisse una lettera molto cortese; nella quale, mostrando d’aver veduti alcuni miei canti, mi lodava assai sovra i meriti miei. [3] Abbiamo per lettere non solo cominciata, ma stabilita in guisa l’amicizia, ch’io ho conferito seco alcune mie opinioni e mandatoli la favola del mio poema, largamente distesa con gli episodii. [4] L’ha lodata assai; e concorre nella mia opinione ch’in questa lingua sia necessaria maggior copia d’ornamenti che nella latina e nella greca; e mi scrive ch’egli non scemerebbe punto dell’ornamento. Né solo me lo scrive, ma mi manda separatamente una scrittura, nella quale con molte ragioni si sforza di provare questa sua intenzione. [5] Io nondimeno son risoluto di moderarlo in alcune parti; e tanto più mi confermo in questa deliberazione, quanto che per lo più l’eccesso dell’ornamento è nelle materie lascive, le quali per altre cagioni ancora bisogna moderare.

[6] Ma tornando al Salviati, egli non solo m’ha fatti tutti questi favori, ma s’è offerto ancora di fare nel suo Commento onorevolissima menzione del mio poema: se ’l farà, l’avrò caro. Nel disegno e nella verisimilitudine pare a lui che nulla si possa aggiungere o migliorare: così son varie l’opinioni!

[7] Ma che fa il turco? È possibile che messer Giorgio sia sì crudele, che non me ne voglia mai dare un picciolo aviso? Che si tratta nella dieta? Noi qui assediati dalla peste non abbiàn più lettere di Venezia, né sappiam nulla.

[8] Di misser Luca non parlo; ch’egli, ch’è su’ colli o che vi va almeno ogni giorno, non si ricorda de i miseri che giacciono ne’ pantani: pazienza! Io sono a Vostra Signoria, al solito, servitore; e la prego che si ricordi di me e che m’ami al solito.