XXVI [G 45]

A Luca Scalabrino

[1] Dirovvi (poiché mi chiedete con tante istanze la mia opinione e volete darmi questa fatica) quel ch’io credo che significhi il termine soluzione per machina: e dirovvi prima il suo proprio significato, dipoi sino a che si può estendere applicando.

[2] Nelle favole sceniche i nodi alcuna volta erano da i poeti in guisa intrigati, che a sciorli non bastava l’arte di que’ tali, volendo sciorli con le medesime persone con le quali le avevano avviluppate, cioè con persone umane; di maniera che erano astretti di ricorrere a li dei. Li quali dei non comparivano in iscena per le medesime vie per le quali vi venivano gli altri interlocutori; ma o sorgevano dal palco o calavano dal cielo della scena con l’aiuto d’alcuno ordigno o machina che vogliam dirla: e per questo la soluzione che non era fatta da quelle persone che fecero il nodo, ma era fatta da iddii, fu chiamata soluzione per macchina, avendosi riguardo al modo con che comparivano questi dii.

[3] Queste tali soluzioni furono introdotte da’ primi poeti, perché non trovarono altro modo da sviluppare i loro gruppi. Ma perché piacque a gli spettatori, come a quelli che si dilettano assai del maraviglioso et amano la vaghezza della vista e la magnificenza che appare nella machina, molti poeti poi, troppo vaghi di piacere al popolo con nodi non propri dell’arte loro, affettarono sconvenevolmente sì fatte soluzioni.

[4] La soluzione dunque per ordigno si trova solamente, se proprio si parla, nelle favole sceniche; e non sono soluzioni per ordigno tutte quelle che non sono interne, ma estrinsiche; ma, delle estrinsiche, quelle solamente che sono fatte da persone che vengono per machine: né queste tali però son sempre cattive; ma alcuna volta accettate da Aristotele e similmente da Orazio, ove dice:

Nec deus intersit, nisi dignus vindice nodus.

[5] Si trovano dunque alcuni nodi, ch’a svilupparli non è inconveniente ricorrere a gl’iddii. Aristotele mette gli esempi, ma non mi sovvengono.

[6] Questo termine poi di soluzione per machina s’è steso anche a queste soluzioni de’ poemi epici che sono fatti da li dei, o da altre persone che operino sopraumanamente: e si dicono per machina, non perché c’intervenga machina, che non può intervenire in que’ poemi che non si rappresentano alla vista, ma sono oggetto semplicemente dello udito; ma si dicono così, perché somigliano in natura alle soluzioni della tragedia, le quali sono fatte per machina.

[7] Avete inteso quel che significa propriamente soluzione per machina, e fino a che termine questo termine si può estendere; et avete inteso parimente che le soluzioni sì fatte non sono tutte cattive. [8] Ora raccogliete dalle cose dette che le soluzioni fatte da persone sopravegnenti, purché le sieno persone ch’oprino con arte umana, non si possono dire per machina, né strettamente né largamente.

[9] Voglio anco che consideriate che nelle soluzioni per machina sceniche pare che vi sia per lo più poca arte; perché altre sono le persone et i modi con che si fa il nodo, altre quelle e quelli con che si scioglie; perché gli uni sono umani, gli altri sopraumani. E questa è sola la cagione che fa parere queste soluzioni poco artificiose, dovendo il buon poeta rispondere a se stesso e così sciogliere come annoda e non trascendere de genere in genus.

[10] Se cessasse adunque questa cagione del trascendimento, cesserebbe tutto o quasi tutto quello che rende le soluzioni sì fatte meno artificiose. [11] Quando dunque il poeta epico comincia a far il nodo, non per mezzo di persone ordinarie né per vie umane, ma sopraumane, se la soluzione è sopraumana, è quale deve essere e quale è necessario che sia; non v’è trascendimento, non v’è difetto d’arte; né occorre in questo caso parlare di machina, né v’ha luogo il termine né strettamente né largamente. Il poeta fornisce come comincia et osserva quel che promette. [12] Or questo avviluppare per via maravigliosa non si trova nelle favole sceniche, ma si trova solamente lo sciogliere. Non è maraviglia, adunque, che, non si trovando la cosa, non si trovi anco il nome: però leggiamo spesso soluzione per machina, ma non mai nodo per machina; né si trovando l’imagine, non si può trovare l’imaginato.

[13] Non si può dunque ne’ poemi epici, ne’ quali s’avviluppa maravigliosamente, chiamare il nodo in alcun modo per machina; perché la metafora bisogna che sia tolta da qualche luogo, e qui non è luogo onde tòrla.

[14] Or mi potreste chiedere onde nasca che i tragici non facciano i nodi per vie sopraumane, e gli epici sì. Di questo due sono le cagioni principali, oltre alcun’altra che ne scrissi già al Signore: l’una, che avendo l’epico per proprio fine il mirabile, che non è proprio fine del drammatico, cerca più il mirabile per tutte le strade; l’altra, che sendo il senso della vista molto più schivo e sottile giudice del verisimile, che non è quello dell’udito, il tragico schiva gli ordigni, come quelli che il più delle volte portano poca verisimilitudine.

[15] Aggiugnerò, per conclusione di questa lunga diceria, che siccome io non riconosco altro che una soluzione per machina nel mio libro, così quella reputo lodevolissima; e perché è fatta ad imitazione d’Omero e Virgilio e perché è fatta dopo un’altra soluzione intrinseca: il che essi non feciono.

[16] Aggiugnerò ancora ch’io non mi pento che gli errori di Rinaldo sieno maravigliosi; anzi avrei per difetto se non fossero tali. Maravigliosa parimente è la ritenzione d’Ulisse, e maraviglioso il ritorno, nel medesimo modo di maraviglioso che è ripreso nel mio poema; il quale, sì come nelle cose che succedono a Gierusalemme ha molta simiglianza con l’Iliade, così mi giova che ne gli errori di Rinaldo s’assomigli all’Odissea nell’eccesso della maraviglia. E perché questo mirabile portentoso, come che si convenga a ogni parte del poema epico, in quello però che tratta d’errori sia necessario, scriverò un’altra volta; ch’ora sono stanco e vo’ giocare ai tarocchi: ché l’arte mi riesce meglio che la poetica.

[17] Ho scritto in fretta e confusamente e con l’animo in patinis. Se avessi scritto qualche co[glioneria], perdonatemi e intendetemi per discrezione. Scrissi questa mattina al signor Scipione; pure m’avanzano molte cose da dire a voi et a lui, alle quali risponderò per quest’altro ordinario. E vi bacio le mani.