XXVIII [V 24, G 48]

A Scipione Gonzaga

[1] A questa saranno alligati i tre ultimi canti, intorno a i quali mi restano ancora da dir molte cose a Vostra Signoria illustrissima: e perch’io non vuo’ durar fatica di pensar con qual ordine si debbano disporre, le dirò così confusamente, come prima mi s’appresentaranno.

[2] E cominciando dall’allegoria, dico che, dubitando io che quelle parti mirabili non paressero poco convenevoli all’attion intrapresa, nella quale forse alcun buon padre del Collegio germanico avria potuto desiderare più istoria e men poesia, giudicai ch’allora il maraviglioso sarebbe tenuto più comportabile che fosse giudicato ch’ascondesse sotto alcuna buona e santa allegoria. [3] E per questo, ancora ch’io non giudichi l’allegoria necessaria nel poema, come quella di cui mai Aristotele in questo senso non fa motto; e ben ch’io stimi che ’l far professione che vi sia non si convenga al poeta, nondimeno volsi durar fatica per introdurvela, et a bello studio, se ben non dissi, come fe’ Dante: [4]

Aguzza ben, lettor, qui gli occhi al vero;
Però che ’l velo è qui tanto sottile,
Che dentro trapassarvi fia leggiero,

[5] non mi spiacque però di parlar in modo ch’altri potesse raccogliere ch’ella vi fosse; rimettendo al vostro giudizio se questo parlar fosse vizioso secondo l’arte o no. [6] Et a ciò far mi mossi tanto più sicuramente, quanto io vedea che l’opposizioni fatte da Platone ne’ dialoghi del giusto ad Omero erano difese da Aristotele e da Plutarco non con altra difesa che col mostrar che sotto le cose dannate v’è allegoria. [7] Et ancora che l’allegoria, essendo perfettione accidentale, non possa contrapesare i difetti della imitazione, che son per sé, sì che male in gran parte riman difeso Omero; pur rimane a mio giudicio difeso in alcuna parte, cioè in quella dove l’opposizioni riguardano alcune cose accidentali.

[8] Se dunque i miracoli miei del bosco e di Rinaldo convengono alla poesia per sé, com’io credo, ma forse sono soverchi per la qualità de’ tempi in questa istoria, può in alcun modo questa soprabondanza di miracoli esser da’ severi comportata più facilmente, se sarà creduto che vi sia allegoria. [9] V’è ella veramente: quanto buona, i’ non so; ma un’altra volta ne discorreremo. E sì come v’è, così avrei caro ch’altri credesse che vi fosse: ma in quel ch’appartiene al rimover o all’alterare alcune parole, mi rimetto al vostro giudicio.

[10] Ma perché parrà forse ad alcun di veder che non ogni particella del bosco o de gli errori di Rinaldo contenga allegoria, sottoscriverò qui alcune parole del Ficino sovra ’l Convivio, nel capitolo De antiqua hominis figura: «Nos autem, quae in figuris (che per questo termine significhi l’allegoria, si vede chiaramente) superiorum et aliis describuntur, singula exacte ad sensum pertinere non arbitramur». E pur parla dell’allegorie di Platone ancora, che n’è il maestro. [11] Soggiunse poi: «Nam Aurelius Augustinus non omnia, inquit, quae in figuris fingantur, significare aliquid putanda sunt; multa enim propter illa quae significant, ordinis et connexionis gratia adiuncta sunt. Solo vomere terra proscinditur; sed ut hoc fieri possit, coetera quoque huic aratri membra iunguntur». Se dunque vi fosse alcuna particella vòta d’allegoria, non credo d’aver errato. [12] Ma in quel particolare dell’Oceano v’è certo allegoria e tolta da Proclo. Ma di ciò un’altra volta; ché questa materia ricerca da sé una lettera intiera.

[13] Or prima che passi ad altro, dirò ch’io ringrazio molto Vostra Signoria dell’avvertimento sovra quelle parole dell’episodio di Sofronia, «o fosse volto a volto»; ché certo quelle parole non convengono in persona di grave poeta, quale dev’esser l’epico, principalmente in materia sì fatta.

[14] Or ritornando all’allegoria, intorno alla quale m’era scordato di dir non so che, potrebbe parer ad alcuno estrano che l’incanto del bosco non serbi il medesimo ordine con Tancredi che con Rinaldo: ma di questo, quando io discorrerò seco de gli altri miei capricci, vedrà facilmente la cagione.

[15] Nell’ultimo canto sono queste parole: «Sta dubbia in mezzo la Fortuna e Marte». Potrà forse parere ad alcuno ch’io introduca le deità de’ gentili. Se così è, rimovansi queste e tutte l’altre parole simili: ma vo credendo che queste voci sì fatte siano tanto ammollite dall’uso, ch’altro omai non suonino, né altro senso ricevano da gli uomini, se non che la sorte della guerra, per lo valore de’ soldati contrapesato, era dubbia. E credo che queste parole si possano recare a quella figura (non so come la chiamino) nella qual si prende il nome della deità per lo nome della cosa sottoposta. [16] Sono similmente nel poema alcune comparazioni, nelle quali è la cosa a cui s’assomiglia, o Giove o Bronte per essempio. Dante ne mette alcune sì fatte in mezzo del Paradiso: e credo che si possano difender, e la difesa sia tale. [17] Le comparazioni (parlo delle poetiche) non si fan per dichiarar solamente, ma molte volte per semplice ornamento; onde si posson trarre non solo da cose vere e naturali, come credeva l’Amalteo, ma anche da cose famose. Chi dunque assimiglia Tisaferno a Bronte, non erra, perché non presuppone che Bronte fosse o sia, né mostra di creder ciò; ma presuppone solo che Bronte sia un non so che di noto in quanto al nome, al quale sia attribuito un’operazione simile o minore a quella ch’egli descrive. E chi non fa comparazioni della fenice e de’ centauri? E pur non dantur questi animali in natura. Ma forse troppo s’è detto intorno a ciò.

[18] Or torniamo indietro dall’ultimo al penultimo canto. Non parrà forse ad alcuni che sia cagione bastante che da’ principi saracini fosse fatta partecipe Erminia della congiura, la notizia ch’ella aveva dell’armi et insegne de’ cristiani, potendo forse essi intender questo per altra via. Questo pensiero m’è nato questa sera; non so quant’egli vaglia: pur se l’opposizion fosse di peso, facilissima cosa mi sarà il mutar, fingendo ch’alcun de’ congiurati, invaghito d’Erminia, credendosi di consolarla, gliela scoprisse. Pur la prima cagione, rimosso il dubio, sarebbe migliore, perch’è più intrinseca.

[19] La morte del soldano nell’ultimo non piacerà a chi dispiace quella di Turno: pur credo che Virgilio facesse con molte ragioni quel che fece e credo di saperne alcuna.

[20] Per conclusione, mi ricordo che Vostra Signoria già mi scrisse che ’l Barga lodava nell’undecimo ch’io descrivessi così particolarmente le prove di molti. Intesi il motto: e certo non si lodava quella parte, che tacitamente non se ne riprendessero alcun’altre. Ma Vostra Signoria, con la solita sua modestia e destrezza, mi volse far intendere l’altrui opinione in modo, ch’io sentissi più il dolce della lode che l’amaro della censura. [21] In risposta dirò ch’io mi persuado che tutti i dotti che leggeranno il mio poema conosceranno che molto bene io ho conosciuta qual fosse la maniera d’Omero, avendola usata assai spesso, se ben alquanto più parcamente che non è stata usata da alcuni altri moderni suoi imitatori. [22] Conosceranno parimente che, quando non l’ho usata, non ho giudicato ben il farlo; se ben forse in questo giudicio mi condanneranno: pur a chi avrà riguardo, non solo al luogo ove manca questa larga imitazione, ma alle cose seguenti et antecedenti ancora, potrà facilmente apparere ch’il più delle volte ch’io, lasciando questa larghezza, ho ricevuto la brevità, l’ho fatto o per necessaria o per potente cagione: né ricuserei di star al sindicato di ciascun particolare. [23] Questo so bene, che Virgilio non meno spesso, o forse più spesso di me, si ristringe alla narrazione, lasciando l’imitazione. E s’io avessi fatti d’una battaglia sola otto libri intieri senza frapporvi altra cosa, chi gli avrebbe letti? Forse […] ; il qual non niego che non sia instar multorum: basta, ognuno ha i suoi umori.

[24] Altro non mi sovviene né mi avanza da dirle, se non pregarla che polisca in modo questi tre ultimi canti che non abbiano che invidiare a i loro fratelli. E le bacio le mani.