II [G 21]

A Scipione Gonzaga

[1] Gran conforto m’ha portato la lettera di Vostra Signoria, perché io dubitava che i canti fossero perduti; e questo mi faceva temer di peggio. Non resti però d’avvisarmi, quanto prima potrà, che gli altri sieno capitati. [2] E perché sospetto che la cagion della tardanza non sia stata curiosità del sig. [Lamberto] o del fratello, ch’abbia voluto leggerli e forse trascriverli, supplico Vostra Signoria a farne dal canto suo quelle provisioni che saran possibili, perché non si divulghino, né vadano in mano d’alcuno, com’avvenne dell’egloga. E certo io non potrei sentir cosa che più mi dispiacesse per infiniti rispetti. Ne parli di grazia al sig. [Lamberto] su ’l saldo, ch’io ne scriverò al fratello.

[3] Scriverò al cardinale Albano e chiederò che mi faccia grazia d’impetrarmi il privilegio. Fra tanto procuri Vostra Signoria quel di Napoli e di Parma; ché di Fiorenza non mi risolvo ancora come governarmi.

[4] Io son certissimo che Vostra Signoria mi ama e che ne’ miei particolari non ha altro oggetto del mio bene; però ogni testimonio in questo caso è soperchio. Non mi sarebbe discaro saper, quanto a dentro si può, ciò ch’io mi possa promettere del favor del […] . Scriverò anche a lui e con la lettera aprirò la strada a Vostra Signoria et al signor Lamberto d’investigare la verità. Desidero che mi consigli nel particolare del […] , come la pregai per l’altra mia.

[5] Le scrissi di messer [Luca Scalabrino]: ora le replico che ogni favore che sarà impiegato da Vostra Signoria nella sua persona mi sarà più caro che se fosse impiegato nella mia propria. Egli se ne viene per viver nella corte di Roma e volentieri s’introdurrebbe al servigio d’alcun cardinale: e questo mi scordai di scriverle per l’altra mia.

[6] Co’ primi quattro canti è una lettera, dove dava ragguaglio a Vostra Signoria di molte mie intenzioni intorno al poema, delle quali credo che sia bene che sia informata: però m’avvisi se l’avrà ricevuta. Le mando il sesto canto; e le manderei il settimo, se non volessi mutarvi una stanza. L’avrà per quest’altro ordinario.

[7] In quanto a i nomi, non ho già dato l’arbitrio a Vostra Signoria? Voglio però che sappia che mi servo più volentieri de i nomi dell’istoria, quando vi sono, che de i finti; come mi pare che per molte ragioni si debba fare. E Dudon di Consa fu un gran cavaliero, che veramente fu a quella impresa; ma Guidone o Ugone o Ottone alcuno non si legge che vi fosse: pur mi rimetto. [8] Quel nome d’Eustazio vorrei ben che mi fosse accomodato alquanto da Vostra Signoria.

[9] Intorno a i concieri, credo che dica più che vero ch’io in alcun luogo abbia peggiorato. Pur mi sarà poi caro l’intenderne il loro giudicio più particolarmente.

[10] Io credo tornarmene a Ferrara fatte le feste: ma di questo l’avviserò più risolutamente venerdì che verrà.

[11] Avrei caro d’intendere se la pratica fu sopita con sodisfattione e come.

[12] Non si maravigli s’io non scrivo a questi cardinali oggi, perché, oltre le molte occupazioni che mi dà la revisione, non posso supplire a i molti banchetti e alla curiosità de gli uomini, che mi tiene occupatissimo. E le bacio le mani.