IV [V 3, G 24]

A Scipione Gonzaga

[1] Sono intorno al nono canto, nel quale non mi pare che vi sia molto che fare. [2] Mandarei per questo ordinario l’ottavo, se non avessi deliberato di non mandar cosa alcuna, se prima non ho aviso che la precedente sia capitata: e questo dico, perché lasciai in Padova al signor Pinello il settimo, perché il mandasse a Vostra Signoria. [3] Come io sia certo che lo Scalabrino sia giunto a Roma e sappia ove indrizzar le lettere, darò a lui questa cura: ché veggio bene ch’indiscrettione sarebbe la mia, s’io volessi co’ miei prieghi gravar di questo fastidio ancora Vostra Signoria, la quale in tante altre cose s’adopera in mio favore et a mio beneficio; e temo non forse ch’io abbia troppo abusata la sua cortesia e dimestichezza, per così chiamarla.

[4] Le scrissi per l’altra mia di volere discorrere alcune cose intorno alle annotazioni del signor Barga. [5] Ho poi pensato che sarà meglio raccoglier ogni cosa insieme in una lettera, perché sì come credo ch’in molte cose sarà da me accettato il consiglio altrui, così stimo che potrà talora esser tale che non vorrò accettarlo; et in questi casi mi pare d’esser quasi obligato a render ragione della mia deliberazione, che potrebbe forse da alcuni esser riputata arroganza.

[6] E tanto più giudico necessaria questa dichiarazione delle mie ragioni, quanto che io so che ’l modo servato da me in questo poema, se bene, per quel che me ne paia, non è punto contrario a i precetti aristotelici, non è però astretto all’essempio di Virgilio, e meno a quello di Omero: anzi talora se ne dilunga; ma però in cose, secondo me, che non sono dell’esistenza dell’unità, né per altro dell’essenza della poesia. [7] Ma gli uomini, che universalmente si movono più per l’essempio che per la ragione, giudicariano facilmente il contrario: né questo dico per li revisori, a i quali attribuisco molto; ma parlo in generale. [8] E se bene ne’ miei Discorsi ho fatto e farò questo, non mi pare però soverchia la lettera; perché quelli parlano in universale, e questa avrà particolar riguardo al mio proprio poema et a gli avertimenti non accettati. [9] Non argomenti però Vostra Signoria da questo mio pensiero ostinazione o alterezza; ché di già io le dico ch’in alcuna cosa delle dette m’acqueto al giudicio del signor Barga.

[10] Avrei molto caro d’intendere se la mia lettera, ch’era co’ quattro primi canti, si smarrì o no, perch’in essa scrivea alcuna cosa ch’è necessario che Vostra Signoria sappia. [11] Ora le replicarò solamente ch’io la prego con ogni affetto che non le sia grave l’affaticarsi alquanto per mia gloria, particolarmente nella politura de’ versi; ché certo ve ne sono alcuni, se non son molti, duretti e talora troppo inculcati; né a me è venuto fatto di mutarli: e so quanto ella sia buona maestra, non solo nel far di novo, ma nel rapezzare.

[12] Dubito ancora di non essere alquanto licenzioso nelle voci latine; però quelle che si potranno tòr via senza scemar la maestà, sarà ben fatto che si tolgano.

[13] Della copia de’ canti non ho più quella fretta ch’io li scrissi: pur avrei caro d’averne alcuna parre almeno al fin di questo mese.

[14] De’ luoghi dubbi, o detti in più modi, si scriva quello che vorrà Vostra Signoria: degli altri nondimeno avrei caro che si tenesse un poco di memoria in una carta appartata, la mi si mandasse insieme con la copia.

[15] A [Sperone Speroni] sarà buono che Vostra Signoria non parli così tosto, perché tardi disegno che gli si mostrino i canti, accioché la scusa sia più verisimile, quand’io me ne voglia valere.

[16] Conosco ch’è mio debito scrivere a ciascuno de’ revisori, e lo farò. Intanto prego Vostra Signoria a baciar a ciascuno di loro le mani in mio nome.

[17] E perché so che lo Scalabrino torrà volentieri ogni fatica per me, Vostra Signoria faccia ch’egli trascriva i luoghi non accettati, e talora altro, se bisognerà; et io glielo scriverò, come sappia dove. E viva felice.