XLVII [V 36, G 77]
A Scipione Gonzaga
[1] «Est Deus in nobis, agitante calescimus illo». Io [non] ho potuto aspettar che giungesse la risposta di Vostra Signoria di Roma, la quale ha così bene risoluto ogni mio dubbio; ma ho condotto a fine la favola d’Erminia come ha voluto la Musa, se non come avrebbe voluto l’arte. [2] Piacemi almeno d’essermi in molte cose affrontato con l’opinione di Vostra Signoria; peroch’Erminia, fatto per una verisimile occasione un subito pensiero d’uscire con l’armi di Clorinda, non vi pone tempo in mezzo, né pensa alla difficultà dell’entrata, se non quando è tanto lontana dalla città ch’è sicura di non potere essere ritenuta. [3] Allora vi pensa; né parendole di potere entrar sicura sotto quelle arme e desiderando dall’altra parte d’entrarvi sconosciuta e di non palesarsi prima ad altri ch’a Tancredi, dice allo scudiero:
Essere, o mio fedele, a te convieneMio precursor, ma sii pronto e sagace.Vattene al campo, e fa’ ch’alcun ti meneE t’introduca ove Tancredi giace,A cui dirai che donna a lui ne viene,Che gli reca salute e chiede pace;La quale il prega che raccor la vogliaSecretamente quanto più
si potrà: si potroglia, vorrei che si dicesse. E soggiunge:
E ch’essa ha in lui sì certa e viva fedeCh’in suo poter non teme onta né scorno.Di’ sol questo a lui solo; e s’altro ei chiede,Di’ non saperlo e affretta il tuo ritorno.
[4] Lo scudier parte: e si dice in una sola stanza, com’è raccolto dalle guardie et introdotto a Tancredi, ch’ascolta lietamente l’imbasciata; e come, lasciando lui pien di mille dubbi, se ne torna con felice risposta. Sin qui così ho fatto a punto come Vostra Signoria mostra di desiderare: nel rimanente mi sono alquanto allontanato da quel ch’ella giudicava più opportuno. [5] Perché, come per l’altra mia scrissi di voler fare, fingo che Poliferno etc. avessero disposti prima gli aguati, per far ripresaglia de i foraggieri etc. La qual invenzion, sebben porta seco nel resto alcuna maggior difficultà (alla quale però cerco di provedere, né so s’io lo faccia interamente), in quel nondimeno ch’appertiene alla partita di Tancredi è molto più comoda: perch’in questo modo Tancredi può più verisimilmente e più tosto intendere che Clorinda sia seguita. [6] Ma comunque si sia, io manderò a Vostra Signoria fra pochi giorni il canto tutto, e giudicherà meglio su ’l fatto. Mi resta solo a mutar quella stanza che nota monsignor Silvio, ove pare che troppo s’attribuisca ad amore sovra la libertà della volontà, et alcune altre delle cose notate da lui. Ben vorrei che si perdonasse la vita a que’ due versi: «Gode Amor ch’è presente»; ch’io per me non vedo che scandalo possan dare.
[7] In quanto a gli ornamenti, io sono più tosto indulgente nel lasciarli, che molto severo nel rimoverli; perché, nuovamente leggendo Demetrio et altri che parlan dello stile, ho considerato una cosa che a me par verissima e realissima. [8] Molte delle figure del parlare, ch’essi attribuiscono come proprie alla forma magnifica di dire, non sono state ricevute dalla lingua vulgare; perché, per essempio, malamente si potrà dire in questa lingua «armato milite complent», o chiamar «selva» un ramo.
[9] Non ha ricevuto, oltra ciò, questa lingua la composizion delle parole ch’è nella latina e più nella greca, non la trasposizione tanto lodata da Aristotele, se non in poca parte. Chi direbbe «transtra per», che non paresse schiavone? Son molti e molti altri modi di dire, che son propri del magnifico et inalzan lo stile senza esquisito ornamento. [10] Or non avendo la nostra lingua molti di questi modi, che dee fare il magnifico dicitor toscano? Quei soli c’ha ricevuti la lingua non bastano per aventura. Certo o accattar molte figure e molti modi dalla mediocre forma o dalla umile. Della umile è propria passion, per così dire, la purità; della mediocre, l’ornamento. Ma s’egli per sua natura è più vicino e più simile alla mediocre che non è all’umile, perché non servirsi de gli aiuti vicini e conformi, più tosto che de’ lontani e difformi? [11] L’Ariosto, Dante e ’l Petrarca ne’ Trionfi, molte volte serpono; e questo è il maggior vizio che possa commetter l’eroico: e parlo dell’Ariosto e di Dante, non quando passan nel vizio contiguo all’umiltà, ch’è la bassezza, ma quando usano questa umiltà, che per se stessa non è biasmevole, fuor di luogo. Or per conchiudere, io giudico che questo essere talora troppo ornato non sia tanto difetto o eccesso dell’arte, quanto proprietà e necessità della lingua.
[12] Considerisi, oltra ciò, che l’instrumento del poeta eroico latino e greco è il verso essametro, il qual per se stesso senza altro aiuto basta a sollevar lo stile: ma ’l nostro endecasillabo non è tale; e la rima ricerca e porta di sua natura l’ornamento, più che non fa il verso latino e greco. [13] Sì che si deve avere anco accessoriamente qualche riguardo all’instrumento, non solo al principale, come s’ha in non romper tanto i versi, quanto si rompono nell’essametro: si deve anco condonare alla lingua vulgare e alle stanze qualche eccesso d’ornamento.
[14] Tutto questo ho detto non solo come teorico, ma come prattico ancora: pur Vostra Signoria vedrà, nel canto ch’io le manderò, sin a quanto giudico che si debba stendere questa moderazione d’ornamento, la quale in alcune cose in ogni modo è necessaria. Ho scritto queste cose in fretta e confuse. Vostra Signoria le intenda per discrezione; e mi faccia favore di conferire questa mia opinione co ’l signor Barga e co ’l signor Flaminio. E le bacio le mani.