XXXIV [V 29,G 52]
A Scipione Gonzaga
[1] Il canto decimoquinto è giunto a tempo, ch’omai non mi restava più che fare. Io ne farò cavar una copia e ’l rimanderò a Vostra Signoria co ’l principio del decimoquarto.
[2] La navigazione non credo che sia possibile che resti tutta, poiché fra l’andare e ’l ritorno vi correrebbe un mese di tempo; e questo mi pare pur troppo lungo spazio. Ne rimarrà almen parte, cioè sino allo stretto: anzi uscirà pur la nave dallo stretto; ma costeggiando la riviera d’Africa, che tende verso l’equinottiale, farà pochissimo viaggio: non si perderà nondimeno l’occasione di dire del Colombo e de gli altri quel che si dice. [3] Con tutto ciò, credo che ’l canto rimarrà troppo curto; né veggio che rimedio pigliarvi. Cominciarò bene la navigazione non dell’Egitto, ma della Palestina; et in questa mutazione vi son due vantaggi: l’uno, che la navigazione sin allo stretto s’allunga; l’altro, che ’l tempo della peregrinazione s’accurta, perché i due cavalieri dal campo al fiume, che sgorga in mare presso Ascalona, andranno in due giorni, et in dieci non andavano al Nilo. [4] Pur l’accrescimento, che con la descrittione di Palestina e dell’Arabia si farà alla navigazione, sarà di due o di tre stanze al più; e questo è pur troppo picciolo augumento in rispetto del molto che scema. Io pur ancora non so imaginar alcuna commoda maniera di maggiore accrescimento. [5] In somma, essendosi posposta la richiamata di Rinaldo, egli non deve né può esser aspettato più che diece o dodici giorni. Vostra Signoria m’aiuti a pensarci, o, per dir meglio, a trovar la via d’allungarlo; avendo però questo riguardo, che i moti fatti per arte magica, sia magia diabolica o naturale, se ben sono fatti più velocemente, è nondimeno questa velocità ristretta dentro ad alcune leggi di natura.
[6] Mi dispiace la tardità del signor [Antoniano], et anco il rigore. Credo che Vostra Signoria voglia intendere ch’egli sia rigoroso in quel ch’appartiene all’Inquisizione: e certo, se così è, io crederei che con minor severità fosse stato revisto il poema dal medesmo Inquisitore; il qual si ritrova or qui in Ferrara e vi starà alcun giorno. [7] Ma io farò un bel tratto: ch’io non mostrarò al frate quelle censure le quali mi parranno troppo severe; ma gli mostrarò semplicemente, senza dirli altro, i versi censurati, e s’egli li passerà come buoni, io non cercherò altro.
[8] Non mi piacerebbe anco molto, che questo rigor del signor [Antoniano] si stendesse all’arte poetica; perch’io son risoluto di non voler per ora conciarse non alcune cose che mi paiono reali, et appertenenti alla favola, et alla somma del tutto. E so ben io ch’in materia, qual è la poetica, probabile, si possono dire molte cose apparenti contra la verità: e certo a me darebbe il cuore di fare all’Edippo tiranno cinquanta opposizioni simili a quelle che fanno molti critici a gli altri poemi; non per tanto, giudico che quella sia ottima tragedia. [9] Questo dico per dubbio ch’egli ancora non voglia mostrar più tosto acume d’ingegno nelle mie cose, ch’una certa gravità e realtà di giudizio. Per questa medesma ragione non mi curo (e ’l medesimo ho scritto a messer Luca) di sapere tutto quello che sarà abbaiato da i bottoli ringhiosi, non ch’io voglia occuparmi in rispondere loro.
[10] Colui che fe’ l’opposizion della «sferza», non sa che si dica; e Vostra Signoria rispose bene e più che bene: e vi sariano molti essempi in termine in nostro favore, et in particolare della «sferza»; ma non voglio perder tempo in cercarli: ho pur troppo che fare! [11] Nella voce «avolto», non v’è improprietà alcuna; più tosto è nella voce «insieme»: e forse quel ch’io volsi dire, è male esplicato; ch’«insieme» non s’intenderà mai che vaglia tanto quanto in un medesmo luogo. Il conciero sarà facilissimo, essendovi la voce «sepolto», ch’è propria; ma io per ancora non ho avuto alcun diligente riguardo alle voci et alla lingua, riserbandomi sempre di far ciò in ultimo et in fretta.
[12] M’è rincresciuto che col mostrar le mie cose si sia dato occasione di cianciare a i pedanti; et io in parte ho in ciò colpa, c’ho messo in considerazione alcune parole e cose, che per aventura non erano avvertite: et a punto in Siena, leggendo il duodecimo canto, dissi che la parola «guarda» non era usata da altri, e notai il verso ov’è la voce «avolto»; e poi dell’una e dell’altra di queste parole s’è fatto tanto romore. Ma basti sin qui di costoro; ché mi vergogno di me stesso, che mi curi di lor biasmo o di lor lode.
[13] L’aviso che mi dà Vostra Signoria m’è stato carissimo; e se ben io il sapea prima, non avea però certezza che ’l negozio fosse così passato, come Vostra Signoria mi scrive. [14] In quanto a quel ch’appartiene a messer Luca, sia Vostra Signoria illustrissima secura di due cose: ch’egli non ha altro maggior desiderio (e l’effetto il mostrerà) che di compiacere al desiderio di Vostra Signoria; e ch’egli le ha detto, et è per dirle il vero senza alcuno artificio cortigiano: ma di questo mi riservo a scriverle più a lungo. E le bacio le mani.