XLIV [V 35, G 66]
A Scipione Gonzaga
[1] Io sempre previdi la difficultà d’introdurre il racconto; e, se quei proposti da me non sodisfacciono, non me ne maraviglio. Il modo proposto ultimamente dal signor Barga non è, secondo me, contrario a i precetti dell’arte, perché, a creder mio, l’arte non si ristringe dentro a gli essempi de i poeti; ma mi par bene non secondo l’uso de i poeti: et a coloro che non conoscono altr’arte che l’essempio di Virgilio e d’Omero, potrà parer poco artificioso. [2] Questi racconti non sono fatti ne’ poeti, se non dalle persone principali della favola, o almeno alle principali. Principali sono Ulisse et Enea, che raccontano; assai principale è Telemaco, a cui si racconta: ma Sveno e ’l messaggiero, non solo non son principali, ma non sono o a pena sono persone della favola. [3] Pur non farei molta stima di questa opposizione, sì come non la fo dell’opposizioni che potessero esser fatte alla persona d’Erminia. Ma per altro questo modo, il quale fu da me il primo pensato, non mi piace, come quello che porta seco molto incommodo et infinite difficultà. [4] Bisognarebbe, a chi volesse per questo modo introdurre il racconto, troppo turbare l’ordine delle cose che son dette e ’l compartimento de’ canti; oltre che non può venire il messaggiero a questo racconto che prima non si dicano molte cose, se non della sua navigazione, almeno del suo arrivo e della maniera con che s’introduce a i principi, dell’essortazioni sue almeno perché affretti il viaggio: cose che, sì come non importano niente alla favola e sono a fatto oziose, così anco credo che con poco diletto sarebbon lette. [5] E per conclusione mi parrebbe d’affettar troppo questo racconto se, non trovando alcun luogo commodo per lui in Palestina, io mi trasferissi solo per amor suo sino a Constantinopoli.
[6] Concludo dunque di non volermi servire né di questo modo né di quel proposto dal […] , il quale mi pare assai peggior di questo. Mi servirò o delle pitture o dell’un de’ due modi proposti da me; de’ quali, il primo mi pare assai vago e l’altro manco soggetto alle reprensioni che nissun altro. E forse non mi curarò d’introdurre questo racconto, non essend’egli in somma necessario. Ma ci è tempo a pensare, perché questa ha da essere l’ultima fatica mia intorno a questo poema.
[7] Altro è, che mi dà maggior fastidio. Dalla lettera scrittami da [Silvio Antoniano] ho raccolto che ’l mio lungo discorso seco non ha fatto altro frutto, se non ch’egli mi stima dotto; e di quest’io non mi curava. Ma quel ch’io desiderava non m’è riuscito, perché egli mostra di persistere a fatto nelle prime opinioni e d’aver detto ogni cosa per conscienza. [8] Io son sicuro di fare stampare il mio poema in Venezia et in ogni altro luogo di Lombardia con licenza dell’Inquisitore, senza mutar cosa alcuna, con la mutazion sola d’alcune parole: ma mi spaventa l’essempio del Sigonio, il quale fe’ stampare con licenza dell’Inquisitore, e poi il libro li fu sospeso; mi spaventa un altro essempio del Muzio, narratomi dal Borghesi; mi spaventa la severità di [Silvio Antoniano], imaginandomi che molti siano in Roma simili a lui. [9] Temo assai d’alcun cattivo offizio del [lo Sperone], il quale chiaramente si dimostra maligno et ingrato: ché certo ho fatto per lui nuovamente alcuni offici che non avrei fatto per me stesso; e prima l’ho sempre amato, onorato e celebrato. Così va! Egli, per quanto m’e stato referto da persona che dopo la mia partenza di Roma ha parlato seco, vuol che la causa del mio poema e de i suoi Dialogi sia la medesma. E nella scrittura del Poetino ho chiaramente conosciuto che [lo Sperone] ha parlato seco a lungo sovra i miei particolari.
[10] Io il feci già conoscere al duca, et in gran parte per opera mia il duca fece tal concetto di lui, che l’avrebbe tolto a’ suoi servigi con grandissime condizioni. Egli per allora non ne fe’ conto. Ora, perch’il duca no ’l riprega, m’è poco amico: ch’altra cagione non so imaginare. Questo so bene, che novamente ho parlato di lui e con la duchessa d’Urbino e co ’l duca di Ferrara in modo che, non solo era onorevolissimo per lui, ma era tanto opportuno ad alcuni suoi disegni, quanto inopportuno alla somma de’ miei. Tanto mi basti d’aver detto di quest’uomo insoziabile.
[11] Ora torno a i miei sospetti e a i rimedii. Io conosco d’aver fatto errore in far veder il mio poema in Roma: ma poi che questo e fatto, né si può distornare, prego almeno Vostra Signoria che sopprima la fama sua, o buona o cattiva, quanto sarà possibile, e schivi ogni occasione di mostrarlo o di parlarne; e se vuol leggerne, non ne legga parte amorosa.
[12] Desidero poi infinitamente che non significhi con parola o con cenno alcuno ad alcuno, sia chi si voglia (ne cavo messer Luca), questo mio sospetto; e si guardi altrettanto da’ domestici quanto da gli esterni. Sopra tutto persuada a [monsignor Silvio] ch’io, se ben con licenza de gli Inquisitori potrei lasciare scorrere molte delle cose notate da lui, voglio però in gran parte sodisfare alla sua conscienza, non solo alla mia. E certo il mio disegno è di fare, se non tanto quanto desidero ch’a lui si prometta, almeno molto più che non sarà comandato da gli Inquisitori; peroché non lascerò parola o verso alcuno di quelli ch’a lui paiono più scandalosi. [13] Accomodarò anco l’invenzion del mago naturale a suo gusto; rimoverò dal quarto e dal sestodecimo quelle stanze che gli paiono le più lascive, se ben son le più belle; e perché non si perdano a fatto, farò stampare dupplicati questi due canti: e a diece o quindici al più de’ più cari e intrinseci padroni miei darò gli canti intieri; a gli altri, tutti così tronchi, come comanda la necessità de’ tempi. Ma di questo non occorre far motto.
[14] Nota una cosa messer Flaminio, la quale a bell’arte fu fatta da me: che non v’è quasi amore nel mio poema di felice fine (e certo è così), e che questo basta loro perché essi tolerino queste parti. Solo l’amor d’Erminia par che, in un certo modo, abbia felice fine. Io vorrei anco a questo dar un fine buono, e farla, non sol far cristiana, ma religiosa monaca. So ch’io non potrò parlar più oltre di lei, di quel ch’avea fatto, senza alcun pregiudicio dell’arte; ma pur non mi curo di variar alquanto i termini e piacer un poco meno a gli intendenti dell’arte, per dispiacer un poco manco a’ scrupolosi. [15] Io vorrei dunque aggiunger nel penultimo canto diece stanze, nelle quali si contenesse questa conversione. Vostra Signoria potrà conferire questo mio pensiero con monsignor Silvio e con messer Flaminio: con gli altri no, ché se ne riderebbono: e frattanto pensarò con qual modo ciò si possa fare.
[16] Non voglio rimaner d’avisar Vostra Signoria, che ne la lettera scrittami da[ll’Antoniano] si contengono queste parole formali: «Mi duole che la mia natura o la mia vocazione in alcuna parte m’abbiano fatto troppo rigoroso; e la prego a perdonarmi, e tanto più ch’io n’ho già avuto qualche punizione; poiché forse per questa cagione la faccia di tale ch’io amo et osservo sommamente mi s’è mostrata alcun giorno, non turbata, ma manco serena del solito». [17] Io credo ch’egli intenda di Vostra Signoria illustrissima: se così è, la prego a dissimulare et a mostrarsi per suo e mio rispetto sodisfattissimo. Io anco gli scriverò, mostrandomi di lui interamente sodisfatto.
[18] Mi sovviene che nell’ultima mia lettera scrissi a Vostra Signoria ch’io dubbitava che quell’aprir dell’acque non piacerebbe a chi vuole essere a qualsivoglia grandezza. Sia sicura che quando ciò scrissi non aveva ancora ricevuta quella sua lettera, nella quale ella mostrava di non compiacersi di quel miracolo: e quelle mie parole non furo drizzate a lei in alcun modo; ché so bene che con altri mezzi, e più degni di lei, aspira alle grandezze debite al suo valore.
[19] Non vuo’ tacerle un altro particolare ch’è nella lettera del Poetino et è questo: che desiderarebbe che ’l poema fosse letto non tanto da cavalieri, quanto da religiosi e da monache. E tanto mi basti averle detto in questo negozio, pregandola a volermi scrivere liberamente il suo parere.
[20] È qui il […] , mezzo nudo e mezzo scalzo: io l’ho aiutato in quel c’ho potuto. Volea per mezzo di supplica tentar d’accomodarsi a i servigi del duca di Ferrara: io l’ho dissuaso, persuadendolo a procurar questa servitù co ’l mezzo di qualche signore. Scrive al cardinal di Trento: se ’l cardinale il raccomanda a Sua Altezza, son quasi sicuro che farà qualche effetto. Che è al duca dare a questo povero uomo sette o otto scudi il mese? Ogni modo ne butta tanti altri; né rifiutò mai servitore. L’esser gentiluomo, l’esser […] son condizioni che potranno agevolar il negozio: se Vostra Signoria il potrà favorire, dovrà farlo per carità.
[21] Altro non m’occorre dirle, se non ch’io credo d’esser in Ferrara inanzi che passino i quindici giorni; sì che potrà inviare la risposta di questa a Ferrara. E le bacio le mani.