V [V 4, G 25]
A Scipione Gonzaga
[1] Ho ricevuta la lettera di Vostra Signoria del 9 d’aprile, a me tanto cara, quanto sono tutte le sue, e particolarmente in soggetto che m’importa tanto. [2] E, rispondendo, dico che, poi che ’l signor Flaminio concorre co ’l signor Barga, è necessario ch’io creda più all’auttorità loro ch’ad ogni apparenza di ragione che mi paia di vedere in contrario. Mutarò dunque come consigliaranmi. Ben è vero ch’in quanto all’episodio d’Olindo voglio indulgere genio et principi , poiché non v’è altro luogo ove trasporlo: ma di questo non parli Vostra Signoria con essi loro così alla libera.
[3] Credo che in molti luoghi trovaranno forse alquanto di vaghezza soverchia, et in particolare nell’arti di Armida che sono nel quarto: ma ciò non mi dà tanto fastidio, quanto il conoscere che ’l trapasso, ch’è nel quinto canto, da Armida alla contenzione di Rinaldo e di Gernando, e ’l ritorno d’Armida, non è fatto con molta arte; e ’l modo con che s’uniscono queste due materie è più tosto da romanzo che da poema eroico, come quello che lega solamente co ’l legame del tempo e co ’l legame d’un istante, a mio giudicio assai debol legame. [4] La contenzione in se stessa e l’arti d’Armida sono ex arte , come quelle che procedono da un fonte, cioè dal consiglio infernale, e tendono a un fine medesimo e principalissimo, ch’è il disturbo del l’impresa; ma in somma vorriano esser meglio attaccate fra loro.
[5] Io aveva già pensato come legarle; ma, oltre che non mi piacque interamente il nodo, la fatica mi spaventò; la qual però non sarebbe molta, quando nel rimanente mi sodisfacessi. Vostra Signoria ci pensi e ne parli con loro, manifestando questo dubbio mio, o accorti o no che si siano dell’imperfettione che mi par di vedervi.
[6] Nel rimanente potrà forse parer loro che nel principio del settimo canto ne gli errori d’Erminia e di Tancredi io mi slarghi troppo dalla favola; ma in questa parte io ho apparecchiato gagliardissime difese (così mi paiono) e di ragioni e d’auttorità: pur mi sarebbe di poca fatica il fare che Tancredi stesso narrasse poi la sua prigionia.
[7] In somma mi è parso, sin che le machine non erano fatte, né v’era che fare, ch’io mi potessi slargare alquanto, senza però perder di mira il fine del tutto; ma, poi che le machine son fatte, e che la guerra si stringe, anch’io mi stringo con la favola, né me ne parto punto, sin che la necessità, che s’ha di Rinaldo, non me n’allontana. [8] Ma la lontananza anco è in occasione che, per difetto di machine e di stagione ardentissima, non si può far nulla intorno a Gierusalemme; dove si torna dopo indugio non lungo, forse, e certo non inopportuno; né si lascia mai, sin ch’ella non sia presa.
[9] Ho discorso queste cose volentieri con Vostra Signoria, e perch’ella sia informata della mia opinione, e perché ne possa informare altri; ond’essi conoscano ch’io so molto bene d’essermi dilatato assai più di Virgilio e d’Omero, procurando di dilettare; ma che stimo però che questa latitudine, per così dirla sia ristretta dentro a i termini d’unità d’attione, almeno, se non d’uomo: benché i molti cavalieri sono considerati nel mio poema come membra d’un corpo, del quale è capo Goffredo, Rinaldo destra; sì che in un certo modo si può dire anco unità d’agente, non che d’attione. Scrivo in fretta e confuso: a lei basta accennare, et è forse soverchio anco questo.
[10] Le mando con la presente l’ottavo e ’l nono canto; e saranno i plichi diversi; et a l’ottavo sarà alligata questa lettera. Vostra Signoria faccia cercar del nono, se non gli fosse per aventura portato insieme con l’altro.
[11] In quanto all’ottavo, ho da dirle ch’io non rimango a pieno sodisfatto della congiunzione che ha co ’l precedente canto; et ancora che prima fosse più distaccato, perché cominciava dalla venuta di Carlo, non so però se quelle quattro stanze aggiuntevi operino tutto quello ch’io vorrei. E di questo potrà ancora Vostra Signoria intendere il parere de’ revisori, essendo ella promotrice del ragionamento.
[12] Et a confessarle il vero, tutto quello ch’è sino al nono, trattine i tre primi canti rifatti quasi del tutto, furono fatti in tempo ch’io non era ancora fermo e sicuro, non dirò nell’arte, ma in quella ch’io credo arte; onde han bisogno di maggior considerazione che non avrà il rimanente del libro da qui inanti; dove, a mio giudicio, si vedrà miglior disposizione.
[13] Il passaggio e la morte di Dano è vero quasi in quel modo ch’è scritto da me; e ne parla Guglielmo arcivescovo di Tiro nel quarto libro. Ben è vero che non Dano, ma Sveno aveva nome il cavaliero: non mi piaceva il nome vero, né ’l ritrovato mi piace. [14] Tutto ciò ho voluto dirle, perché molti amano che vi siano molte cose istoriche mescolate. Vero è parimente l’assalto de gli arabi, ch’è nel nono canto: ma di questo, solo parla una Cronica, già datami dal signor duca, d’un Rocoldo conte di Prochese, che fu in quella guerra; pur se ne vede alcun vestigio in Roberto Monaco, ancorché debole.
[15] Nel nono io ho aggiunto alcune cose che mi pareva no necessarie e conformi ad una mia intenzione che ho d’accompagnar la poesia, quanto sia possibile, con passi dell’istoria e con descrittioni de’ paesi: poche n’ho mutate; e fra le mutate io ho peggiorati i versi onde ho tolta la parola «mori»; ma così bisognava, perché gli arabi non son mori né tartari: e bastimi non v’era alcun cristiano allora.
[16] Il verso «Per tempo al suo dolor, tardi a l’aiuto» era troppo rubato dalla Canace. Il verso ove è la parola «schianta» ho mutato, perché non so se lo schiantar sia proprio de’ ferri, a cui si converria troncare.
[17] Nell’altre mutazioni ho avuto solamente riguardo d’addolcire il numero, o di tòrre alcune parole di che non intieramente mi sodisfaccio, come «canizie»; e potrebbe esser che nel resto avessi peggiorato. Vostra Signoria ne sia giudice. Sappia però ch’io credo che nel canto ch’è appresso lei sieno alcune correttioni ch’io non trascrissi nel mio originale.
[18] Una cosa mi rimane di dirle di molta importanza, e questa si è: che per unire l’attione maggiormente in quanto alla parte ch’appartiene a i saracini e ridurre i lor progressi ad un capo, io avea pensato di aggiungere nel nono canto, appresso le due stanze aggiunte di Solimano, alcune altre nelle quali si dicesse: che Soli mano, dopo che fu cacciato di regno, si ritirò nella corte del re d’Egitto e che da lui fu posto al governo dell’Arabia; dove, stando egli, avea contratta amicizia co’ capi di quelli arabi che non han sede ferma e gli avea tirati a sua divozion, e del califfo; e che dopo il ritorno d’Alete, il califfo gli fece intendere con maravigliosa prestezza, o forse prima, da ch’egli cominciò a sospettare che i cristiani passassero all’espugnazione di Gierusalemme, che cercasse di disturbare in alcun modo Goffredo dall’assalto o di tenerlo a bada insin ch’egli giungesse col maggior essercito.
[19] Questo pensiero mi nacque già per alcuna ragione e per l’imitazion di Virgilio e d’Omero, che uniscono i nemici: et avendo questo riguardo, giunsi quelle parole nel sesto canto, parlando d’Argante, «Ch’era di Solimano emulo antico», et alcune altre nel XVII, facendo gli arabi a divozione o sudditi del califfo. Non ho però voluto far le stanze, le quali però non saranno più che cinque o sei, sin che non ne senta il parer di Vostra Signoria e de’ revisori; perché potrebbe forse piacere ad alcuno ch’io mi conformassi con l’istoria, come ho fatto: il che però a me non piace tanto.
[20] Or passando ad altra materia, prego Vostra Signoria che, venendo monsignor Lamberto a Ferrara, come dice, voglia parlarli di tutto ciò ch’avrà caro ch’io sappia. Credo che Vostra Signoria a quest’ora avrà visto lo Scalabrino, perch’a punto mi scrive del gran desiderio c’ha d’esserle servitore; o deve avere aspettato mie lettere.
[21] Le ricordo i privilegi; e, s’è necessario prima sapere il nome dello stampatore, vederò di stabilir l’accordo con alcuno quanto prima. Qui va pur intorno questo benedetto romore della proibizione d’infiniti poeti: vorrei sapere se ve n’è cosa alcuna di vero. Patisco infinitamente di non aver qui con chi conferire e, come abbia una parte de’ canti, non sarebbe gran cosa che mi trasferissi sin a Venezia, perché quest’altra volta non feci nulla.
[22] Vostra Signoria nella sua mi dice un no so che di lite: non so s’intenda di lei o di suo cognato. Io m’era rallegrato, essendomi stato riferito che le sue cose erano stabilite co ’l duca di Mantova, com’ella desiderava; e non vorrei essermi rallegrato in vano.
[23] Di grazia mi faccia favore, per mio contento, esplicarsi de gli episodii inanzi all’intiera introduttione della favola. Ne sono alcuni nell’Odissea et altrove, e forse con minor congiunzione alla favola, che ’l mio: ma di ciò un’altra volta. E le bacio le mani