XIV [V 12, G 35]

A Scipione Gonzaga

[1] Scrivo a Vostra Signoria illustrissima co ’l piè in carrozza.

[2] Avrà con la presente lettera l’undecimo e ’l duodecimo; ne’ quali temo che vi siano infiniti errori di penna, perché non ho avuto tempo di rivederli, et alcune voci troppo spesso replicate nell’undecimo, che spero di variar poi a più bell’agio.

[3] Fu tempo ch’io mi credetti che si potesse fare una torre, o altra machina tale da oppugnare le mura, stabile e di legno: ho poi imparato che stabile e di legno nell’arti della guerra sono termini incompatibili; perché le stabili si fanno di terra o di pietra e le mobili di legno. [4] Sì che volendo fare questa torre di legno, per farla più facilmente sottoposta all’incendio, mi è bisognato mutare molte cose nell’undecimo; et in conseguenza, alcuna, ma di poca importanza, nel duodecimo: e Vostra Signoria facilmente comprenderà per se stessa la causa della mutazione.

[5] Vi era un’altra difficoltà: che le torri mobili si riducono doppo l’assalto dentro al vallo; e l’abruciata da Clorinda era presupposta fuori. A questa difficoltà ho rimediato, come Vostra Signoria vedrà; e, per quanto a me ne paia, assai tolerabilmente. [6] In somma, torre stabile non poteva essere, sì perché le stabili non sono accensibili, sì perché, se fosse stata tale, è verisimile che nell’assalto notturno fosse stata arsa: non essendo stata, ne dee seguire che fosse in mezzo del vallo e non fuori.

[7] Per alcun’altre ragioni ho mutato l’altre parti dell’undecimo; sì che è parto freschissimo e, come di tale, non ne posso fare giudizio alcuno. S’è una coglioneria, scusatene la fretta.

[8] Forse il secondo assalto, che fu fatto, non in quindeci dì come questo, ma in quaranta o cinquanta, parrà a Vostra Signoria più sopportabile.

[9] Se ci fermeremo a Belriguardo, manderò l’argomento della favola tanto a tempo che l’avrà Vostra Signoria insieme con quest’altre scritture.

[10] Aspetto i versi migliorati con grandissimo desiderio e i canti trascritti, che ancor non sono arrivati; ma parte ne va errando per lo mondo, et io mi do... poco meno che no ’l dissi. Dio perdoni al cont’Ercole e allo Strozza la poca amorevolezza dell’uno e dell’altro; ché non voglio per ora usar nome più grave.

[11] La voce «guarda» per guardia ho usata alcuna volta in rima, né ve n’ho essempio: mi pare ben d’averla vista, ma non mi ricordo dove. Pur la licenza per se stessa mi par lecita: me ne rimetto. Alla voce «brando» ho animo di dar bando et a «rese» similmente.

[12] L’ultimo verso del decimo canto credo che dica così: «Quel dì rivolse ad oppugnar le mura». Bisogna tòr via quelle due parole «Quel dì», perché ciò non era possibile.

Bisognerà aggiungere nel catalogo menzione di Palamede. E le bacio la mano.