XI [V 10, G 31]
A Luca Scalabrino
[1] Manderò fra diece o quindici giorni, al più lungo, l’undecimo e ’l duodecimo canto; e seguirò poi, mandando gli altri di mano in mano: ché mandargli tutti, e così tosto, come il Signor desidera, è impossibile, non essendo ancora revisti da me. [2] Ma perché i revisori si compiacciano di veder tutta unita la testura del poema, ho preso per espediente di scriver l’argomento d’esso in prosa e mandarlo loro; e per quest’altro ordinario l’avranno.
[3] «Donna, se pur tal nome a te conviensi etc.». Ben si pare che l’avertimento vien da Roma, e par che senta ancora un non so che del Collegio germanico. [4] Ma io chiederei: onde si raccoglie ch’Eustazio dubiti che sia una dea, e qual parola del poeta accenna questo? E perché non si può credere ch’egli dubbiti che sia un angiolo, quasi che nella natura angelica sia sesso e che, volendo apparire un angiolo in forma umana, non possa vestire la figura così di donna come d’uomo? [5] Già questo è ammollito dall’uso: «Nova angioletta sovra l’ali accorta» e molte cose simili si dicono e scrivono: ma io non voglio tanta filosofia in Eustazio, giovanetto, com’io lo descrivo, inconsiderato. Ma rispondo, a mio giudizio, realissimamente. [6] Il poeta deve esprimere et imitare in Eustazio il costume et il parlare de’ giovani o amanti o proni all’amore: a’ quali apparendo nova bellezza e maravigliosa, sono rapiti dall’affetto a dir cose sovra la lor credenza, a chiamare il luogo dove loro appare la donna paradiso e lei dea: non già perché così veramente credano; ma perché la grandezza dell’affetto e l’uso e l’adulazione amorosa ricercano parole smoderate et iperbolice. [7] Quest’uso degli amanti imitando, i poeti dicono:
In dea non credev’io regnasse morte.Angioletta gentil di paradiso.Esser credea nel ciel.E ’l core in paradiso.
né però son messi all’Inquisizione: anzi l’uso ha tanto ammolliti i nomi et i concetti sì fatti, che d’essi non si può argomentare altro che l’opinione d’un eccellente e singolar bellezza. [8] O dunque Eustazio la crede un angiolo o parla con l’iperbole amorosa: Diana o Venere non se la pensò mai egli, per quanto m’ha giurato a fè di cavaliero.
[9] «Figli d’Eva», «Seme d’Adamo», «Figli d’Adamo», sono frequenti presso Dante e gli antichi; et a me tale elocuzione piace oltra modo.
«Rese». [10] So ben io che la nostra Academia padovana nella revisione delle rime, instigando l’Atanagio, l’escluse dalle Rime eteree, e forse non da tutte. [11] E veramente non si trova ne’ colti antichi: e, s’io il potessi fare senza molto disconcio, volentieri il torrei via. «Come l’oro saria»: forma leggiadrissima e virgiliana; [12] «Come l’oro faria»: plebea.
[13] «E ’n quattro o ’n sei percosse». V’avete voluto vendicare con l’acerbità delle parole, poich’io non rimossi il verso che vi spiaceva, a’ vostri conforti. Veramente è vulgare e basso, e bisogna mutarlo. Saprà però chi non lo sa che la numerazion de’ colpi non così è propria di Bovo, che non sia anco d’Omero.
[14] All’episodio di Sofronia opposero: prima, che fosse troppo vago; appresso, che fosse troppo tosto introdotto; ultimamente, che la soluzione fosse per machina. [15] Alle quali opposizioni risposi, secondo me, veramente e realmente, mostrando ch’erano di non molto valore. [16] Ora voi mi scambiate i dadi in mano, referendomi che pare che non sia fortemente connesso. Di questo, in vero, io sempre dubitai; e voi il sapete, ché ve ’l dissi quando il faceva. [17] Ma non è però così poco attaccato, che non ve ne siano de’ manco attaccati in Virgilio et Omero. Pure vo ripensando se si potesse stringer più con la favola.
[18] Ho il medesmo dubbio della narrazione di Carlo e già l’ho scritto al signore Scipione: né solo quell’episodio mi pare male attaccato, ma la ventura della spada dubito che senta del romanzo. [19] Chi potesse fare che tutto quel canto non contenesse altro che la sedizione, allungandola con altre circonstanze, saria forse meglio; come che nella narrazion di Carlo sian molte parti delle quali mi compiaccio.
[20] Date parte di tutto ciò ch’io scrivo al Signore e vivete lieto.