XL [V 34, G 63]

A Scipione Gonzaga

[1] Scrissi a Vostra Signoria che, se ’l nome di «mago» dava fastidio a cotesti signori, io il rimoverei da quei pochi luoghi ove si legge, ponendovi «saggio» in quella vece. Ora le dico di più: che, se quella verga, se quell’aprir dell’acqua, noia chi vuole esser vescovo o cardinale, io mi contento di fare ch’entrino sotto terra per una spelonca, senza alcuna delle maraviglie.

[2] Io ho già rimosso il miracolo del sepolto, la conversione de’ cavalieri in pesci, la nave maravigliosa. Ho moderata assai la lascivia dell’ultime stanze del vigesimo, tutto che dall’Inquisitore fosse vista e tolerata e quasi lodata.

[3] Rimoverò i miracoli del decimosettimo; torrò via le stanze del papagallo, quella dei baci, et alcune dell’altre in questo e ne gli altri canti, che più dispiacciono a monsignor Silvio, oltre moltissimi versi e parole. [4] E tutto questo ho fatto o farò, non per dubbio ch’io abbia d’alcuna difficultà in Venezia; ma solo perché temo che non mi sopragiungesse alcun impedimento da Roma. Vostra Signoria intenderà da messer Luca il mio timore e quel ch’io desidero, e la prego a compiacermi et a scrivermi intorno a ciò il suo parere.

[5] La prego che voglia dall’una parte contener monsignor Silvio in fede e far ch’egli rimanga sodisfatto di me; dall’altra ringraziar infinitamente il signor Flaminio, in mio nome, dell’ultima scrittura che m’ha mandato; assicurandolo però ch’io non abusarò quella licenza ch’egli mi dà e la restringerò più tosto ch’allargarla.

[6] Io son qui in Modena, dove si dice ch’in Mantova muoiono cento e più persone ordinariamente il giorno: io però non credo tanto male. Il male nondimeno è grande senza dubbio, come avisano i signori della Mirandola e di Coreggio; uno de’ quali, tornando da Mantova, s’è rinchiuso a far la quarantena. Piaccia al Signore Dio di conservarci. Sin ora nello stato del duca di Ferrara è la maggior sanità che sia stata a ricordo d’uomini in simile stagione. E a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani.