XXXVII [G 57]
A Luca Scalabrino
[1] Vengo a voi, messer Luca umorosissimo umorista, re de gli umoristi. [2] Direte al Signore ch’io ho avuta la sua lettera e ch’io mi contento che la severità del Poetino non abbia passati quei termini ch’egli mi scrive; e se così sarà, io vo’ seguir la loro ammonizione in tutto e per tutto, almeno in quello che appartiene alla religione. [3] Io scrivo a Sua Signoria illustrissima ancora; ma perché potrebb’essere ch’egli non avesse la sua lettera così tosto, fategli intanto parte di questa.
[4] La peste di Venezia cresce tuttavia et omai ha cominciato ad entrare nelle case de’ nobili con la morte di alcuni di loro; e qui si cominciano a far di grandissime guardie: sì che io non posso pensare alla stampa per tre o quattro mesi ancora; e poi, Dio sa che sarà! Perché fra tanto il turco, il quale esce pur fuora con la sua malora, piglierà Messina, pur che si contenti di tanto. Ma girino le cose del mondo come piace a chi le governa! Io, poiché non vi posso rimediare, mi voglio sforzare di non pensarvi; et ingannando me stesso, voglio sperare che tutti questi impedimenti mi s’attraversino inanzi per mio bene, accioché io possa interamente sodisfarmi nella revisione del libro e mandarlo poi fuora con maggior mia riputazione. [5] Avendo dunque fatto questa risoluzione, ho deliberato, in conseguenza, di aggiugner non solo quelle cose delle quali v’ho già scritto, ma alcune altre ancora, le quali desidero che sian conferite dal Signore con gli altri revisori, e da voi con lo Sperone.
[6] Io so quanto sia caro a molti il riconoscer ne i poemi una certa similitudine e quasi imagine della storia, in quello che non guasta la poesia: il che, se nelle altre istorie si desidera, di questa che io ho preso a trattare poeticamente si dee, per le sue qualità, maggiormente desiderare. [7] Ho deliberato dunque di compiacer quanto più si potrà in questa parte a’ Castelvetrici, et anco a me stesso. E prima vorrei trovar modo di dire in un episodio brevemente tutte le attioni principali che furono fatte da’ cristiani ne’ sei anni precedenti della guerra; e ’l modo potrebb’essere questo: che quando i cristiani (nel primo canto) si ragunano a concilio, si ragunino in un tempio dove sian dipinti il concilio di Chiaramonte, il passaggio per terra e per mare de’ cristiani, la unione fatta da loro sotto Nicea, l’espugnazione di Nicea, le rotte di Solimano, la presa d’Antiochia, la rotta de’ persi, il passaggio oltre l’Eufrate; ché se bene di tutte queste cose ve n’è sparsa qua e là alcuna menzione per lo poema, non so vedere perché non debba esser carissimo al lettore che gli si dia in dieci o quindici stanze al più, ordinatamente, la vera notizia delle attioni fatte da’ cristiani. [8] Oltre che, questa notizia chiarirà maggiormente quale sia lo stato delle cose e la constituzione de’ tempi: il che piace tanto allo Sperone. [9] E forse ebbe Virgilio un simil pensiero di dare alcuna informazione delle guerre di Troia, dalle quali dipendeva la sua attione, con la dipintura del tempio di Giunone, benché la sua principale attione fosse dirizzata ad altro. [10] Si potrebbe poi fingere che queste pitture fossero state fatte per comandamento di Goffredo, il quale con quest’arte forse intendesse di eccitare maggiormente i principi cristiani alla guerra. Io poi mi sforzerò di descrivere le mie pitture in modo, che se bene ne parlerò con maniera poetica, darò nondimeno piena e chiara informazione al lettore, sì ch’egli non abbia in questo poema da desiderar nulla di quello che appartiene a tutta la spedizione de’ cristiani che passeranno all’acquisto. Questa vorrei che fosse la prima aggiunzione.
[11] Trovo poi nell’istoria, che la moglie e la sorella di Solimano in Nicea rimasero prigioni de i cristiani; sì che porgendomi Nicea quell’occasione che non mi porge Antiochia, sarà forse meglio di fare Erminia sorella di Solimano: né credo che vi sia cosa nel libro che possa impedire questa mutazione, poiché Solimano non si trovò in Gierusalemme nel tempo della fuga di lei; solo bisognerà aggiugnere alcuna cosa, che di questa fuga si ragioni fra il re e Solimano. [12] Ho trovato nelle Storie dell’Abate Uspergense germano, istorico degnissimo di fede, che Guelfo VI (quello di cui io parlo nel poema) ebbe nome nel battesimo Rinaldo e fu poi nell’addozione chiamato Guelfo; et ho trovato parimenti ch’egli fu con gli altri principi nelle imprese e fece molte cose onorate e che nel ritorno si morì in Cipri assai giovane: sì che questo voglio che sia il mio Rinaldo, non quell’altro Rinaldo figliuolo di Sofia e di Bertoldo. [13] Che questo Guelfo fosse figliuolo di Azzo da Este e di Cunigonda, non si legge nell’Abate; si legge bene ch’egli d’Italia, ov’era chiamato Rinaldo, passando fanciulletto in Germania, fu chiamato Guelfo, et adottato nella famiglia de’ Guelfoni: e questo l’ho letto con gli occhi miei in un libro stampato più di cinquant’anni fa, e libro assai famoso in Germania. [14] Il Sardo poi, parlandomi di questa materia, mi disse che per molti altri confronti si son accertati che Guelfo VI è figliuolo di Azzo e di Cunigonda. Ma, di questo, siane quel che si vuole: a me non importa, bastandomi la fama e l’opinione di due istorici. [15] Ora vedete come il caso m’ha appresentato modo di rimover quella persona principale a fatto favolosa che tanto mi dispiaceva; et in questa mutazione non avrò altra fatica se non mutar quella stanza del catalogo ove si parla del padre e della madre di Rinaldo e poi mutare alcuni versi ov’è chiamato figliuolo di Bertoldo e di Sofia, chiamandolo figliuolo di Azzo e di Cunigonda. [16] Ben è vero che per fare la cosa più probabile e più conforme all’Abate Uspergense bisogna ch’io aggiunga in alcun luogo una stanza, ove sia predetto che la morte di Guelfo (ch’io chiamerò Rinaldo) sarà in Cipri nel suo ritorno. Maggior difficoltà sarà l’attribuire ad un altro quella persona che ora è di Guelfo; ma persona che non è molto principale non mi dà molta noia se sarà in tutto favolosa.
[17] Oltre le già dette, intendo d’aggiugnere alcune altre cosette che ricercheranno una o due stanze al più, accioché l’ultima battaglia sia riconosciuta per quella che veramente fu fatta (se ben fu fatta) quattro mesi dopo la presa di Gierusalemme. E questo vuo’ che mi basti in quanto alla simiglianza della storia, alla quale in ogni parte del poema ho avuto alcuna considerazione. [18] In quanto all’episodio di Sofronia, ho pensato di aggiugnere otto o dieci stanze nel fine, che ’l farà parer più connesso; e di quelle sue nozze farò come vorranno. In ogni modo quella stanza, «Va dal rogo a le nozze», avea da esser mutata.
[19] Conferite tutte queste cose con lo Sperone, co ’l quale troverò comodo modo di scusarmi se non gli mostro altro per ora; e ve lo scriverò quest’altro ordinario.
[20] Avrete i sonetti dal signor Orazio, poiché li volete a mio dispetto; et il Signore vedrà da essi che io non sono più quel buon versificatore ch’egli si crede, e che forse fui già. E certo ho bisogno di lungo riposo per riempire la vena esausta. Oh s’egli sapesse quanto peno a fare un verso, m’avrebbe compassione!
[21] Al Teggia dite e mostrate quel che volete, ma io non ne vuo’ saper nulla nulla; ché ho altro che fare. E vi bacio le mani.