XXXIII [V 27, G 51]
A Scipione Gonzaga
[1] Aspetto con grandissimo desiderio che Vostra Signoria illustrissima m’avisi in che termine sia la revisione, così in quel ch’appertiene all’arte, come in quel che tocca alla religione.
[2] Io mi affatico intorno al quartodecimo; e veramente posso chiamar, questa, fatica poich’è senza diletto. La Musa non mi spira i soliti spiriti; sì che credo ch’in queste nove stanze non vi sarà eccesso d’ornamento o d’arguzia: spero nondimeno che ne’ versi sarà chiarezza e facilità senza viltà. [3] E spero d’accoppiare insieme due cose, se non incompatibili, almeno non molto facili ad accompagnarsi; e queste sono: la necessità o la fatalità, per così dire, di Rinaldo, e la superiorità di Goffredo, e quella dependenza che tutta l’attione del poema deve avere da lui. E quando io dico superiorità, non intendo semplicemente superiorità di grado; sì che si potrà raccogliere da alcun mio verso ch’altrettanto fosse necessario all’impresa Goffredo, quanto Rinaldo; ma l’uno era necessario come capitano, l’altro come essecutore. [4] Né questa necessità di due è cosa nova, perché all’espugnazion di Troia erano necessari Pirro e Filottete. Onde nel Filottete di Sofocle, dimandando Neottolemo ad Ulisse: «Come dici tu, che Filottete sia necessario a quest’espugnazione? Non son io colui c’ha da distrugger Troia?», risponde Ulisse: «né tu puoi distruggerla senza lui, né egli senza te». E tanto basti intorno alla necessità di Goffredo e di Rinaldo et alla coordinazione che è fra loro.
[5] Nell’altra coordinazion dell’eremita al mago naturale, io procederò come si concluse fra ’l signor Flaminio e Vostra Signoria e me, quel dì che ne ragionammo: e questa invenzione sarà simile a quella di Dante. Finge Dante che Beatrice, cioè la teologia, guidi lui per mezzo di Virgilio, che vogliono alcuni che s’intenda per la scienza naturale.
[6] Come io abbia fornita questa parte, la qual darà pienamente notizia di ciò che può contenersi nell’altra metà del quartodecimo e nel decimoquinto canto, io la manderò a Vostra Signoria; e presto la fornirò e poi non andrò più oltre, perché non posso. Non posso, perché la mia valigia, ove è il decimoquarto e decimoquinto canto, non compare: et io non ho altra copia, né so come mi fare; perché, se bene voglio mutare in parte le cose fatte, in parte rimarranno com’erano prima. Or veda Vostra Signoria se questo rappezzamento si può fare senza libro! [7] Ebbi una lettera di messer Giorgio in Pesaro, nella quale mi dava intenzione che la mia valigia sarebbe partita di Roma il secondo giorno dell’anno e sarebbe portata per la via di Pesaro. Da poi non ho inteso altro: ma ieri ebbi una lettera di Pesaro de i 20 di gennaio, nella quale son avisato che la valigia non è anco giunta. [8] Certo io ne sto con molto fastidio, perché, oltra i due canti già detti, vi son tutti gli altri e dupplicati; et io non ho copia di tutti et in particolare non l’ho de’ due. Vostra Signoria mi favorisca di parlar di questo negozio con messer Giorgio.
[9] Fra le cose che notò Vostra Signoria, so che notò la rima di «vediense» con «estense» e replicò poi, d’opinione de gli altri revisori, che non era accettabile. A me pareva d’averne essempi e ragioni, perch’i toscani dicono non solo parevano e pareano, ma parieno e paren; come:
Paren l’occhiaia anelli senza gemme
et infiniti altri essempi sì fatti si trovaranno, ne’ quali non si può dubitare che sia error di stampa. [10] Pur mi tacqui, non mi sovvenendo alcun essempio in rima. Or n’ho trovato uno nel duodecimo dell’Inferno:
Così prendemmo via giù per lo scarcoDi quelle pietre, che spesso moviensiSotto i miei piedi per lo novo carco.Io gia pensando; e quei disse: tu pensi.
[11] Credo ancora che chi andasse ricercando ne troverebbe alcun altro: pur quando a Vostra Signoria paia che questo si debba attribuire alla licenza di Dante, non ad uso di lingua, non vuo’ che la sua auttorità mi vaglia; peroch’io vorrei parer di seguirlo negli usi del parlare, e non nelle licenze; le quali però non credo che siano né tante né tali in lui, come molti estimano. Mai non m’è sovvenuto concetto degno di Dante.
[12] La lettura de’ miei canti vada secreta per amor di Dio, né si mandi fuor copia. Altro non so che dirle, se non ch’io la prego a baciar le mani in mio nome a i signori revisori et in particolar al signor Barga, al quale mi conosco in particolare obligato.
[13] Al signor Cipriano ancora et al signor Giulio Battaglino desidero d’esser ricordato per servitore. E con questo, pregando il Signor Iddio ch’adempia ogni suo nobile desiderio, umilmente a Vostra Signoria fo riverenza.