XXXVIII [V 32, G 60]
A Silvio Antoniniano
[1] Negli avvertimenti di Vostra Signoria dell’uno e dell’altro genere ho chiarissimamente conosciuto, o più tosto riconosciuto, il suo giudizio, la dottrina, la religione e la pietà; et insieme ho visto molta benevolenza verso me, molto zelo della mia reputazione e grandissima diligenza nelle cose mie. E poich’ella ha così pienamente adempiti tutti gli offici di cristiano, di revisore e d’amico, io (quel ch’a me si conviene) mi sforzarò di far sì che non abbia a parerle persona o incapace di ricevere i suoi benefici o ingrata nel riconoscerli.
[2] La ringrazio dunque, prima, infinitamente della fatica presa per giovamento del mio poema e per sodisfattion mia; e me l’offero prontissimo ad ogni suo piacere, aspettando da lei, in luogo di nuovo beneficio, alcuna occasione in cui possa servirla.
[3] Desidero, poi, che sappia che de’ suoi avvertimenti n’ho già accettati parte e sovra gli altri avrò diligente considerazione. Ho accettati quelli che appertengono alla mutazione d’alcune parole o d’alcuni versi, i quali potrebbono esser malamente interpretati, o in altro modo offender gli orecchi de’ pii religiosi.
[4] Et in quel che tocca alle cose, rimoverò del mio poema non solo alcune stanze iudicate lascive, ma qualche parte ancora de gli incanti e delle maraviglie. [5] Peroché né la trasmutazion de’ cavalieri in pesci rimarrà, né quel miracolo del sepolcro, invero troppo curioso, né la metamorfose dell’aquila, né quella vision di Rinaldo ch’è nel medesmo canto, né alcune altre particelle che Vostra Signoria o condanna come Inquisitore o non approva come poeta. [6] E pongo fra queste l’episodio di Sofronia, o almen quel suo fine che più le dispiace. Ben è vero che gl’incanti del giardino d’Armida e quei della selva e gli amori d’Armida, d’Erminia, di Rinaldo, di Tancredi e de gli altri io non saprei come troncare senza niuno o senza manifesto mancamento del tutto.
[7] E qui desidero che Vostra Signoria abbia riguardo non solo a tutto quello che già mostra aver considerato della natura della poesia e della lingua; ma che miri ancora con occhio indulgente lo stato e la fortuna mia, il costume del paese nel quale io vivo e quella che sin ora giudico mia natural inclinazione.
[8] Sappia ancora che ne gli incanti e nelle maraviglie io dico non molte cose le quali non mi siano somministrate dall’istorie, o almeno non me ne sia porto alcun seme, che, sparso poi ne’ campi della poesia, produce quelli alberi che ad alcuni paiono mostruosi. [9] Perché l’apparizion dell’anime beate, la tempesta mossa da’ demoni et il fonte che sana le piaghe sono cose intieramente trasportate dall’istoria; sì come l’incanto delle machine si può dire che prenda la sua origine dalla relazione di Procoldo conte di Rochese, ove si legge ch’alcune maghe incantarono le machine de’ fedeli; e si legge in Guglielmo Tirio, istorico nobilissimo, che queste medesime maghe l’ultimo giorno dell’espugnazione furono uccise da’ cristiani. [10] Ma s’egli sia lecito al poeta l’aggrandir questo fatto, e s’importi alla religione che si variino per maggior vaghezza alcune circonstanze, a Vostra Signoria ne rimetto il giudicio. [11] Questo solo a me pare di poter dire senza arroganza, ch’essendo l’istoria di questa guerra molto piena di miracoli, non conveniva che men mirabile fosse il poema.
[12] Né minor occasion mi viene offerta da gli istorici di vagar ne gli amori; perch’è scritto che Tancredi, che fu per altro cavaliero di somma bontà e di gran valore, fu nondimeno molto incontinente et oltramodo vago degli abbracciamenti delle saracine. [13] È scritto parimente ch’Odoardo, barone inglese, accompagnato dalla moglie che tenerissimamente l’amava, passò a questa impresa, et insieme vi morirono: né sol la moglie di costui, ma molte altre nobili donne, in questo e negli altri passaggi, si trovarono ne gli esserciti cristiani.
[14] Né sia grave a Vostra Signoria ch’io da una lettera che si trova nelle Prose antiche toscane, scritta da frate Luigi Marsigli a Domicilla vergine, rechi qui alcune parole, che son queste: «Dico dunque che ’l diavolo non udì mai predicare cosa che più gli piaccia che questa del passaggio; però che migliaia di donne onestissime farà meretrici e migliaia di giovine, che portano il fior della virginità, il lasceranno fra via». [15] Così dice egli: et in altra parte di quella lettera ancora chiaramente dimostra quali fossero molti de’ crocesignati e con qual zelo passassero in Asia.
[16] Ora, ch’io accresca et adorni questi amori e ch’alcuno del tutto ve n’aggiunga, facilmente credo che mi debba esser comportato da chi comporta la poesia; perché l’accrescere, l’adornare e ’l fingere sono effetti che vengono necessariamente in consequenza co ’l poetare: e tanto più stimo che mi debba esser concesso quanto che, se diam fede a gli istorici, molti di que’ principi furono, non solo macchiati d’incontinenza, ma bruttati ancora di malizia e di ferità. [17] E, s’invece dell’ingiustizie, delle rapine, delle frodi e de’ tradimenti, descrivo gli amori e gli sdegni loro (colpe men gravi); non giudico di rendere men onorata o men venerabile la memoria di quella impresa, di quel ch’ella si sia per se stessa; né d’oscurar la fama d’alcun d’essi, in quella guisa che Virgilio denigrò quella di Didone; né mi pare d’essere a quelle accuse soggetto, per le quali Omero è scacciato dalla Repubblica di Platone.
[18] Et insomma credo che senza alcuno scandolo sarà letto il mio poema da coloro che avranno letto e che leggeranno l’istorie di questa guerra; parlo delle particolari, le quali, comeché siano molte e molto nel rimanente tra loro discordi, in questo almeno sono conformi: che ciascuna d’esse ci pone inanzi a gli occhi molte imperfettioni di quei principi, e sol Goffredo in tutto buono e pio ci vien rappresentato. [19] Né già poteva io dipingere ciascun altro tale; non solo perché il poeta deve aver molto riguardo a i costumi che dalla fama sono attribuiti e quasi affissi alle persone, ma ancora perché nella poesia è altrettanto necessaria, quanto dilettevole, questa varietà di costumi.
[20] Ho ben io procurato di scusar ogni difetto de’ principali, quanto l’arte mi parea che richiedesse. Perché io fingo che la iattanzia e la ritrosità di Raimondo, che fur vizii della sua natura, sian costumi della vecchiezza; e la lascivia di Tancredi, che nella sua matura età era inescusabile, formandolo io giovinetto, si può men difficilmente perdonare alla tenerezza de gli anni. Che se nel mio poema si parla d’un sedizioso, e d’un che rinieghi la fede, di molti sì fatti si fa menzione nelle istorie. [21] Ma tanto mi basti d’aver detto in questa materia, nella quale volentieri ho spese molte parole, sperando che la notizia d’alcuni particolari, i quali peraventura non l’erano così noti, possa far parer a Vostra Signoria la mia causa assai più onesta, che non parrebbe se si presupponesse che tutti i principi che concorsero all’acquisto fossero in opinione di buoni e di santi.
[22] Ma poiché io ho parlato a lungo de gli amori e degli incanti, accioch’essi con minore difficultà siano accettati dal politico, non sarà forse fuor di proposito ch’io soggiunga alcune ragioni, dall’apparenza delle quali io sia indotto a credere ch’essi non debbiano essere esclusi dal poeta epico.
[23] Io stimo ch’in ciascun poema eroico sia necessarissimo quel mirabile ch’eccede l’uso dell’attioni e la possibilità degli uomini: o sia egli effetto degli dei, com’è ne’ poemi de’ gentili, o degli angioli, o vero de’ diavoli e de’ maghi, com’è in tutte le moderne poesie. Né questa differenza del mirabile mi pare essenziale e tale che possa constituire diverse spezie di poesie; ma accidentalissima, la qual si vari e si debba variare secondo la mutazion della religione e de’ costumi.
[24] Basta a me che l’Odissea non meno che ’l mio poema, anzi assai più, sia ripiena di questi miracoli, [ch]e Orazio chiama «speciosa miracula»; perché se volse Omero seguir l’uso de’ suoi tempi, a me giova di seguir il costume de’ miei, in quelle cose però sovra le quali ha imperio l’uso. Né già io gli attribuisco piena auttorità sovra la poesia, come molti fanno: stimo nondimeno ch’alcune cose gli si debbano concedere, le quali veramente sono sui iuris; [25] e pur che si difendano da lui le leggi della poesia, che sono essenziali e fisse dalla natura e dalla ragione stessa delle cose (come è il precetto dell’unità della favola et alcuni altri simili), non reputo inconveniente ch’in quelli accidenti, ne’ quali non si dà né si può dar certa regola, il poeta, per accomodarsi a i piaceri di questo possente tiranno, s’allontani dalla imitazion de gli antichi, a i quali è forse superstizione il volere in ogni condizione assomigliarsi. [26] Et a me pare ch’Aristotele, tacendo, assai apertamente c’insegni questa dottrina nella Retorica e nella Poetica; perch’egli mostra di giudicare quelle cose, delle quali tace, tali e sì fatte che non possano esser richiamate sotto alcuna norma dell’arte. [27] E questa medesima difesa può peraventura servire a gli amori: oltre che né Virgilio né Appollonio gli scacciarono da’ lor poemi; né mancò fra gli antichi chi desiderasse che la ritirata d’Achille fosse più tosto effetto dell’amor suo verso Polissena che dello sdegno contra Agamennone.
[28] Stimo bene all’incontro di non essermi senza alcun pericolo dilungato dalle vestigie degli antichi in quello che giudiziosamente è avvertito da Vostra Signoria, cioè nel conceder troppo a Rinaldo. E certo io ho sempre dubbitato che così sia: pur io m’indussi a far tanto principale questa seconda persona, non solo per quell’artificio cortigiano il quale è sì conosciuto da lei; ma ancora perché volendo io servire al gusto de gli uomini presenti, cupido molto dell’aura populare, né contento di scrivere a i pochissimi, quando ancora tra quelli fosse Platone, non sapea come altramente introdurre nel mio poema quella varietà e vaghezza di cose, la quale non è da lor ritrovata ne’ poemi antichi: ché se Rinaldo non fosse all’impresa necessario, oziosi mi parrebbono tutti quelli episodii ove di lui si ragiona.
[29] Credo nondimeno, come Vostra Signoria vedrà nel canto decimoquarto ch’ora le invio, d’avere in gran parte schivato questo pericolo, accoppiando in maniera la necessità di Rinaldo con la superiorità di Goffredo, che non solo l’attione ne resti una, ma uno ancora si possa dire il principio dal quale ella depende. E questo è Goffredo, il quale eletto da Dio per capitano, è fatto necessario all’impresa: e s’egli ha bisogno di Rinaldo, l’ha come il fabro del martello, o come il cuore delle mani; sì che da questo suo bisogno non si può argomentare altra imperfettione in lui, se non quella che è comune, non solo di tutti i capitani, ma di tutte le cose mortali: di operare con mezzi e con istrumenti.
[30] E questo accoppiamento di due persone diversamente necessarie ad una impresa non è però cosa sì nuova che non se n’abbia alcuno essempio nell’antichità; perché Sofocle nel Filottete finge che maravigliandosi Neottolemo che Filottete sia ricerco come necessario all’espugnazion di Troia e stimando d’esser egli quel cavaliero fatale a cui la vittoria si riservasse, gli risponde Ulisse: «Ambo sete necessari; né egli senza te potrebbe espugnar Troia, né tu senza lui». E forse questa necessità di due persone è con miglior modo introdotta da me, poiché fra Rinaldo e Goffredo è un certo ordine di dependenza e di superiorità, il qual non si vede fra Pirro e Filottete. [31] Se a Quinto Calabro, poeta greco et antico (le quali condizioni, quando tutte l’altre mancassero, gli possono dare molta auttorità), è lecito, seguendo Sofocle, far che Filottete sia richiamato dall’isola di Lenno; non cred’io ch’a me sia disconvenevole il richiamar Rinaldo dalle Canarie.
E se pur d’alcuna riprensione io fossi meritevole, spero che Vostra Signoria altrimenti parlerà come avvocato, di quel ch’abbia parlato come consigliero; e che non meno sarà eloquente in difendere il mio errore che sia stata giudiziosa in conoscerlo. [32] E questo officio, così in questo come in ogni altro particolare, aspetto dalla sua cortesia e dall’amicizia nostra; la quale si può dire anzi rinovata che nova, essend’ella antichissima: ma o nova o vecchia, assai è ora ferma e stabilita co i fondamenti del suo valore e della mia affettione. E con questo, rendendole di nuovo grazie infinite, le bacio le mani.