XVIII [V 16, G 39]

A Scipione Gonzaga

[1] Quanto più ho ripensato il rimedio del signor Barga, tanto più m’è piaciuto; e se già mi parve tolerabile, ora mi pare ottimo. [2] E certo in ogni sua parte questo rimedio fa simile la narrazion di Carlo alla narrazion de’ legati di Latino; dico in ogni parte che appartenga alla connessione; et anco: come quelli legati giungono in tempo turbulento de’ latini et accrescono i loro timori, così Carlo arriva in stagione poco prospera a i cristiani. Priego dunque Vostra Signoria a ringraziarne particolarmente in mio nome il signor Barga.

[3] Vorrei nondimeno alquanto più oltre; cioè che la narrazione non solo avesse connessione dalla parte anteriore (ché questo ci dà pienamente il signor Barga), ma anco dalla posteriore; [4] e che fosse quasi una previa disposizione alla richiamata di Rinaldo: ché certo quelli episodii sono perfetti che nascono non solo dalla cosa istessa, ma tendono anco al fin della favola, come che ciò sempre non si possa, né sia necessario.

[5] Piacemi che i signori revisori concedino a i cristiani la signoria della campagna; ché per battaglie campali intendo io tutte quelle ch’operano questo effetto; ma vorrei che ciò fosse concesso da loro per giustizia, non per grazia.

[6] Però desiderarei che fossero ben informati delle mie ragioni, che non mi paiono disprezzabili a fatto: vorrei nondimeno che fosse tacciuto com’io distinguo l’attione d’uno da l’attion di molti, perché certo è nuovo pensiero. [7] Gli altri usano ben questo termine, d’uno e di molti; ma non lo chiariscono così, anzi se la passano come cosa nota: nel che nondimeno parmi ch’erri talora il Castelvetro stesso, che pone la distinzione, prendendo attion d’uno per attion di molti.

[8] Rileggendo il Castelvetro ho ritrovata un’opinione di mezzo fra l’opinione del [lo Speroni] e la mia. Non esclude egli l’attione una di molti dall’epopeia; anzi afferma che si può ricever con molta lode: attribuisce nondimeno la soprana lode a l’attion una d’uno, peroché in essa si manifesta maravigliosamente l’ingegno del poeta, che in una attion d’uno trova tanta varietà d’accidenti, quanta trovò Omero nell’ira d’Achille: la qual varietà tutta si riconosce dall’ingegno del poeta e niente dalla materia nuda.

[9] Io, come che abbia alcune ragioni probabilissime contra questa opinione, come mi pare d’averne alcune necessarie contra la prima del [lo Speroni], nondimeno, per parlare ingenuamente, non la posso se non lodare, quando quel ch’egli presuppone per fatto fosse o fatto o fattibile in epopeia di guerra. [10] Ma questa tanta varietà ch’ei presuppone, non solo non la vedo in Omero, ma vi veggio anco (e Aristotele il nota) che, volendo recar ogni cosa ad uno, fa alcune cose contra il verisimile: ma di questo più a lungo un’altra volta.

[11] Piacemi nondimeno di non esser singolar in conceder l’attion di molti all’epopeia, peroché non vale l’argomento del [lo Speroni] il poeta ama il perfettissimo: dunque il non perfetto non è lecito. [12] Ché, se ciò fosse vero, sendo la favola doppia la perfettissima, quella dell’Iliade, ch’è semplice, non sarebbe accettabile; e così non si potrebbe fare se non d’una sola sorte d’agnizioni e di rivolgimenti: il che tutto sarebbe contra l’auttorità d’Aristotele e contra l’uso de gli ottimi poeti.

[13] Torno di nuovo a dimandar perdono a Vostra Signoria della mia insolenza; e prego Vostra Signoria che mi mandi quanto prima gli avvertimenti, acciò ch’io non abbia a conciar cosa che debba esser rifatta. E le bacio le mani.

[14] Ho ricevuto, dopo avere scritto, una di Vostra Signoria, alla quale io risponderò più a lungo. Solo le dirò, per ora, che ’l pensiero del signor Flaminio è giudiciosissimo; ma porterebbe seco infinita discommodità e disconcio e poca verisimilitudine, se Clorinda andasse sola. [15] Si potrà dunque pensar di mutar più tosto l’occasione per la quale Clorinda si move; né questo anco vorrei, perché è assai opportuna. Il meglio sarebbe che ’l re volesse ch’andasse accompagnata; [16] e già una mia mutazione ebbe riguardo a questo, perch’ove prima diceva, «Non ricusar l’alto compagno i due», mi pare ch’io mutassi così: «E volse il re, ch’ei s’aggiungesse a i due». Certo io ebbi questo pensiero e feci questo verso: non mi ricordo però di certo se nella sopra mandata a Vostra Signoria il ponessi o lasciassi; né a che mi risolvessi. [17] Basterà forse ch’Argante e Clorinda vadano al re non così concordi, e che ’l re gli accordi. Questo è certo necessario, che Solimano sia accettato con maggior resistenza.

[18] Su ’l rimanente penserò meglio; e Vostra Signoria m’aiuti di grazia e ci pensi anch’ella: ma in somma, ogni cosa si può fare, se non far andare Clorinda sola.

[19] Ma né anco vorrei perdere il ragionamento suo con Argante. Si potrebbe trovare alcuna cosa di sua grand’intrinsichezza con Argante contratta nella guerra o qualch’altra cosa simile che, non ostante l’emulazione, l’inducesse a scoprire il pensiero, e che con tutto ciò il re gli accordasse.

[20] Vostra Signoria fa scusa di quello di ch’io dovrei scusarmi seco: mi perdoni di grazia.

[21] Aspetto con grandissimo desiderio consiglio intorno a tutto il contesto; che Clorinda, prima che scoprisse il pensiero ad Argante, discorresse fra se stessa se dovese attribuire questo all’amicizia o non. E le bacio le mani.