XV [Sol V°]
A Scipione Gonzaga
[1] Quando scrissi a Vostra Signoria l’altro giorno non avea letto Omero di fresco e tutto ciò che affermai forse troppo audacemente affermai, fidandomi nella memoria. [2] Ho poi in questi giorni trascorso l’Iliade e trovo non mi essere ingannato punto; anzi ho trovati molti altri luoghi in mio favore, i quali, se Vostra Signoria il giudicherà necessario, scriverò partitamente quali siano.
[3] Dirò per ora sol questo, che in quella battaglia, pure in assenza d’Achille et innanzi all’ottavo libro, i greci restano con vantaggio e che in tutti i duelli fatti in assenza d’Achille i greci sono o vincitori o superiori: vincitore Menelao di Paride, Aiace superiore ad Ettore. Dico di più: che nelle battaglie generali più avverse per li greci (nondimeno considerando il valor e l’opera de’ particolari) prevagliono sempre i greci a’ troiani; e tanto basti in quanto a Omero.
[4] In quanto a Virgilio, i troiani nel Lazio incorrono in molte difficoltà, ma pure in ogni zuffa sono superiori; benché a questo si può rispondere che i casi non sono pari, essendo Enea presente. [5] Pure io vo’ attribuire molto a Goffredo, e questo m’insegna Omero, appo il quale volendo Giove dar gloria e vittoria ad Ettore, non gliela vuol però dare sin che Agamennone ferito non esca della battaglia, per che il buon Ettore sta di piatto, fin che Agamennone s’abbatte.
[6] Ma per sigillare ogni cosa con l’opinione espressa d’Aristotele, quella grande e subita mutazione e quel presto risorgimento dopo un’intera caduta, per così dire, che Vostra Signoria mostra desiderare, farebbe la favola doppia e sarebbe peripezia, alla quale (se dovesse essere perfettissima) dovrebbe essere accompagnata l’agnizione. [7] Et Aristotele non riconosce l’Iliade per favola doppia, ma per semplice, e mette da un lato la favola semplice e patetica, dall’altro la morata e la doppia: doppia e morata l’Odissea, semplice e patetica l’Iliade. Scrivo assai confusamente queste cose, pur mi persuado d’esser meglio inteso ch’io non parlo. [8] E se Vostra Signoria considererà ben la mia favola, vedrà che ella è semplice quale è l’Iliade e forse l’Eneide, però che le peripezie e l’agnizione, che sono nel mio poema, sono ne gli episodii e non nella favola. [9] Ma lasciamo di grazia queste dispute a tempo ch’io abbia più commodo, e per ora mi basta aver detto tanto con Vostra Signoria sola, con la quale posso dire una eresia senza rossore. Un’altra volta mostrerò come la favola sia semplice in questo significato, come mista in un altro e come la favola, quando è più mista, sia più perfetta pur che resti una.
[10] Mando il canto decimoterzo: l’ordine del tempo, con che egli è continuato al duodecimo, non so se sia per dare fastidio ad alcuno; a me non ne dà punto, perché si dicono alcune cose prima nel duodecimo che sono posteriori nel tempo ad alcune del terzodecimo; ma così porta la commodità del ragionamento cominciato, e chiamasi ordine di commodità da alcuni filosofi, e ve ne sono essempi ne’ poeti.
[11] Mi dà fastidio, nella richiamata di Rinaldo, che egli si chiami innanzi al bisogno, onde vo pensando di trasferire il sogno di Goffredo, che è nel decimo, e tutto quel che segue della richiamata di Rinaldo, nel principio del decimoquarto; il che mi torna commodissimo e facilissimo, ché non mi converria pure alterare quattro o cinque stanze.
Ho poi in animo di collocare Rinaldo con Armida non tanto lontano, come io faceva, ma p [12] erò di non perder tutta la navigazione. Faremo il moto della nave incantata più veloce; bastami che se ne perda una parte: et insomma, partendo i messaggieri nel decimoquarto canto, non vo’ che dalla partita loro al ritorno loro, e di Rinaldo, passino più che dodici o tredici giorni: che non sarà gran disagio al campo, e sarà tanto più cara la venuta, se sarà un poco aspettata.
[13] E tutte quelle parole d’Ugone, che predicon la vittoria e ’l regno a Goffredo, saranno poste in più commodo luogo, dopo il principio della buona fortuna. [14] Ma perché non pregiudichi alla narrazion di Carlo la dilazion della loro partenza et il trasportamento del sogno di Goffredo, farò che dopo la stanza, che nel decimo finisce così:
Onde è mente d’Iddio che in questa degnaImpresa ancor sia l’onorata insegna
farò, dico, che l’eremita si volga a Carlo e li dica che verrà tosto tempo che ’l campo conoscerà la necessità ch’a di Rinaldo, e che egli sarà eletto come ministro solo atto a ricondurlo et ordinato a ciò dalla provvidenza divina; e soggiugnerà alcune altre cose che fara[nno] apparire maggiore la necessità della venuta di Carlo.
[15] Questo è il mio pensiero; pure non eseguirò cosa alcuna, sin che non mi sia avvisato nel giudizio di Vostra Signoria; e frattanto comincierò a rivedere il decimosesto e gliel manderò in breve col decimosettimo, lasciando per gli ultimi il decimoquarto e decimoquinto.
[16] La descrittione del caldo non so se possa essere reputata soverchia, ma io ce la voglio perché il mio umore è fisso in questo: cioè che nel poema bisogna lasciare alcune note dell’istoria, quasi vestigi in cui l’uomo, leggendo, riconosca qualche similitudine dell’istoria; e che il poeta sia simile al pittore che ritrae un uomo: con tutto che gli voglia dare maggior grandezza e proporzione di membra e maggior vaghezza di colori e di abiti, gli lascia però alquanto della sua aria. Per questo amo introdurvi la fame, ma quella, perché oltre che non mi torna commodo è levis iactura , torrò o gittarò via volentieri. E con questo vi bacio le mani.
[18] Questo le vo’ aggiugnere, che nell’ultimo assalto non rimane pur ferito un guerrier de’ principali cristiani, tutto che vi sia grandissima resistenza. Che Rinaldo non pur innanzi a tutti, ma con modo diversissimo da tutti, sale su le mura; e in tutte le altre attioni è grandemente segnalato. E se vi parrà ch’egli apra una porta a gli altri, e questo si potrà aggiugnere.
[19] Quello che scrissi ne gli argomenti della sedizione nel decimoterzo, non mi è piaciuto, per non duplicar la sedizione, e credo che stia meglio come Vostra Signoria vedrà.