III [V 2, G 22]
A Scipione Gonzaga
[1] Questa mattina, ch’è il giovedì santo, me ne torno a Ferrara: risoluzione improvisa, ma cagionata da commodità di carrozza e da compagnia d’amici che mi conducono.
[2] Lascio al signor Giovan Vincenzo Pinelli il settimo canto, che l’invii a Vostra Signoria; nel quale ho sudato molto, perché molto avea bisogno di lima; ho cancellatevi molte cose a fatto e ritrattele di novo: quanto felicemente non so. E tanto più ne sono incerto, quanto io sono meno atto a giudicare de i parti ancor rescenti. [3] Questo so bene, che per tutto il canto sono sparse alcune cose che non mi piacciono, e ne ho segnate due o tre. Que’ duoi versi dell’araldo non li voglio per niente, anzi vo’ dire altro. Nel verso «... E raddoppiando / Va tagli e punte» non so se «tagli» si prenda in significato di colpo tirato di taglio. Non piacendo, si muti così: «... E raddoppiando / Va le percosse».«Purpurei tiranni»,«Povero cielo» son miei capricci; ma però prima che miei, furo d’Orazio l’uno, l’altro di Dante. [4] Altro per ora non m’occorre di dirle intorno a i canti, riserbandomi ad esser più lungo nella risposta alle sue, quando l’avrò ricevute: e l’aspetto con grandissimo desiderio, sperando d’intender che i quattro primi canti siano arrivati e ’l giudizio che n’è fatto da lei e da altri.
[5] In quanto al rimanente, Vostra Signoria sappia che in [Ferrara] molti mi molestano, ma nessuno me ne caccia: io però sono risoluto di cedere quel luogo che non credo che facilmente mi fosse tolto; e perché non mi contento interamente d’esso e perché mi pare troppo gran fatica star sempre su lo schermo: né gli utili e gli onori o le speranze […] sono tante, che meritino tante difese; ché già, per cosa che ’l meritasse, non mi rincrescerebbe il combattere.
[6] Verrò dunque a Roma alcun mese dopo la edizione: e fra i doni ch’io ebbi da Urbino e ’l guadagno che farò del libro, spero ch’io metterò insieme quattrocento scudi. Questi non mancheranno: se il signor duca o altro estense mi donarà alcuna cosa, lucro apponam ; ancorché d’uno, cioè del marchese da Este, sia certo che farà qualche dimostrazione. Ma che sono quattrocento scudi, a voler godere i frutti e non consumare il capitale? Pur se bisognarà anco consumare del capitale, son risoluto a farlo. In Roma vuo’ vivere in ogni modo o con buona o con mediocre o con cattiva condizione, se sarà più potente la malignità della mia fortuna che ’l favor di Vostra Signoria o d’altri miei signori.
[7] I [Medici] per patroni non gli vuo’ in alcun modo, né ora né poi: però Vostra Signoria tronchi ogni occasione che senza alcun mio pro possa solo portarmi una vana sodisfattione, ma con molto mio danno possa movere la mia vanità a vaneggiare; et avvertisca di non scrivere a […] sovra questo particolare cosa che, smarrendosi la lettera e capitando in man d’altri, potesse nocermi.
[8] Dell’altre prattiche si può scrivere più liberamente. E con questo le bacio umilissimamente le mani, e viva lieta.