XLVI [G 75]
A Scipione Gonzaga
[1] Io, come per l’altra mia scrissi a Vostra Signoria illustrissima, attendo a migliorare il mio poema quanto prima si può e vi attendo con animo tanto tranquillo e libero da ogni fastidio quanto non mi ricordo aver avuto molti anni sono. [2] Ho riletto, per assicurarmi maggiormente, la Poetica d’Aristotele e insieme Demetrio Falereo, il quale parla più che alcun altro esattamente dello stile, e mi sono risoluto intorno a molte opinioni. [3] Ma, cominciando da quelle che appartengono allo stile, tutte o gran parte delle forme di dire e delle parole, le quali sono state da me trapiantate nel mio poema da’ buoni libri antichi, delibero di lasciarvele; e credo che sian per recare a me riputazione e splendore e maestà al poema. Dico, a lungo andare: ché forse in questi principii molti, leggendole, torceranno il grifo. [4] Ma all’incontro conosco d’essere stato troppo frequente ne’ contrapposti, ne gli scherzi delle parole, nelle allusioni, et in altre figure di parole, le quali non sono proprie della narrazione, e molto meno della narrazione magnifica et eroica; sì che giudico che mi sia quasi necessario andar rimovendo alquanto del soverchio ornamento dalle materie non oziose, perché nelle oziose nessun ornamento forse è soverchio. [5] Ne gli spiriti e ne gli ornamenti che nascono non dalle parole ma da’ sensi, mi pare, senza partirmi da i precetti dell’arte, di poter essere molto men severo; né stimo, a verun patto, vizio l’essere alquanto più spiritoso e vivace che non fu Omero e Virgilio. E questo quanto allo stile.
[6] Quanto a gli amori et a gli incanti, quanto più vi penso, tanto più mi confermo che siano materia per sé convenevolissima al poema eroico. Parlo de gli amori nobili, non di quelli della Fiammetta, né di quelli che hanno alquanto del tragico. Né tragici io chiamo solamente gl’infelici di fine (sebbene questi maggiormente son tragici), perché la infelicità del fine, come testimonia Aristotele, non è necessaria nella tragedia; ma tragici chiamo tutti quelli che son perturbati con grandi e maravigliosi accidenti e grandemente patetici; e tale è l’amore di Erminia, della quale accennerei volentieri nel poema il fine, e ’l vorrei santo e religioso. [7] Ora questa parte de gli amori io spero di difenderla in modo che non vi rimarrà peraventura luogo a contraddizione; e mi varrò anco, fra le altre ragioni, della dottrina del signor Flaminio nostro, insegnatami da lui ne’ suoi libri morali, ov’egli attribuisce l’eccesso dell’ira e dell’amore a gli eroi, quasi loro proprio e convenevole affetto; e questa opinione è in guisa platonica, ch’insieme è peripatetica. La parte poi delle maraviglie non credo che avrà bisogno di difesa, perché rimovendone io, per altri rispetti, gran parte, non ve ne rimarrà quantità soverchia; e Dio voglia che ve ne resti a bastanza.
[8] Rimangono solo le altre due opposizioni; parlo delle universali. E la prima, che il poema sia di un’attione di molti, per quanto ho di nuovo raccolto da molti luoghi d’Aristotele, chiaramente è di nessun peso a fatto. [9] La seconda, che il poema sia episodiaco, non mi dà gran noia; oltre che non si chiama favola episodiaca quella nella quale gli episodi son molti, ma quella in cui sono oziosi e fuor del verisimile: così dichiara Aristotele.
[10] Intorno alle opposizioni che riguardan i luoghi particolari, dirò solo questo: ch’io concierò tutte quelle parti che giudicherò che n’abbian bisogno; e spero di emendare in modo che non si conosca la cucitura. Solo due dubbi mi rimangono: nel rimanente son risoluto.
[11] Dubito come s’abbia ad introdurre la narrazione de’ sei anni precedenti; e fin qui mi pare il più sicuro modo, rimovendo l’episodio di Sofronia, fare che Goffredo faccia il racconto al patriarca di Gierusalemme; et a questo credo di appigliarmi.
[12] Dubito parimenti nell’uscita e nella caccia ad Erminia, perché non solo sia poco del verisimile ch’egli non pensi punto ad entrare ne gli steccati, ma è poco ancora verisimile ch’ella sia seguita in quel modo da coloro che sono posti a guardia; perché radissime volte si mettono i corpi di guardia fuori del vallo, et inanzi a i capitani si trovano le sentinelle le quali non lascierebbero arrivare Erminia sin al luogo ov’è veduta da Poliferno, senza gridare; e troppo grande incontinenza è quella di Alcandro e troppo si parte dall’uso e dalla disciplina militare.
[13] Io ho concio in maniera le prime parti di questo sesto canto, che mi persuado che a ciascuno apparirà il miglioramento: e massimamente quando dico come ad Erminia venisse questo pensiero di armarsi e come avesse comodità d’involare le armi; ché certo ogni cosa è fatta molto verisimile. Resta ch’io muti l’ultima parte, e la mutazione potrebbe forse essere come segue.
[14] Erminia, risoluta dell’uscire e del modo, manda uno scudiero a Tancredi per intender da lui s’egli si contenta di ricevere con sicurezza e segretezza una donzella che, uscendo dalla città, vuol andare per sua salute a ritrovarlo; et imporre allo scudiero che così parli, né specifichi chi ella sia. [15] Tancredi si contenta e dà gli ordini di riceverla. Erminia esce e, prima ch’arrivi al luogo dove doveva esser raccolta, rincontra Alcandro e Poliferno che tornavano al campo; in quella guisa che nel nono dell’Eneide Eurialo e Niso s’abbattono in Volscente che torna al campo de’ latini. [16] È creduta da costoro Clorinda et è seguita; e dandosi all’arme, Tancredi, udendone il rumore, si parte e con più ragione si parte, perché si ricorda delle parole amorose dette già da lui nel terzo canto a Clorinda: et avendo inteso questo solo universale, che una donzella vuol venire per sua salute al campo, pensa talora che colei che gli mandò l’imbasciata possa esser Clorinda; e la voce di salute, ambigua, è molto a proposito. [17] Comunque si sia, udendo che Clorinda è uscita (e facilissimamente può udirlo), è verisimile che la segua.
[18] Solo due difficoltà mi pare che restino. L’una è di trovare qualche ragionevol occasione per la quale a quell’ora Alcandro e Poliferno tornino al campo: e questa credo che facilmente sarà trovata dal signor Cornelio. L’altra, di trovar la cagione per la quale Erminia comanda allo scudiero che non la nomini: et a questo penserò io, e Vostra Signoria mi farà favore di pensarci anch’ella.
[19] Ho scritte tutte queste cose per significare a Vostra Signoria illustrissima le ultime mie risoluzioni e per non avere, se sarà possibile, a scriver più intorno a questa materia, perché omai sono stanco e vorrei lasciar questa pratica di scrivere per ogni ordinario così lunghe lettere. [20] Le mie risoluzioni non sono però in modo ferme che, s’io sentirò all’incontro ragione che m’appaghi, non sia per mutarmi di opinione. E Vostra Signoria illustrissima mi farà segnalatissimo favore a scrivermene il suo e l’altrui parere quanto prima le tornerà comodo.
[21] Al signor Flaminio bacio le mani; al quale significherò per mia lettera particolare il mio concetto allegorico, e lo pregherò anco che voglia aiutarmi; ché n’ho bisogno. E con questo fo fine, facendo a Vostra Signoria illustrissima riverenza e pregandola che in mio nome saluti il signor Barga e ’l signor Cipriano. E viva lieto.