IX [V 8, G 29]

A Scipione Gonzaga

[1] Che a Vostra Signoria non siano dispiacciute alcune mie soluzioni, mi piace molto: desidero nondimeno intendere come gli altri se ne siano sodisfatti.

[2] Trasferirò la stanza, ch’è nel decimosettimo, nel secondo, com’ella consiglia; ancorché ciò non si potrà fare senza rompimento di quella serie di molte cose ch’io avea ordinate nel decimosettimo, o senza il vizio della replicazione.

[3] A quello ch’ella mi dice, che dalle parole d’Argante si comprende la fame e sete ne’ soldati, e non nel popolo solo, risponderò forse vanamente, pur con quella confidenza ch’io soglio con lei: ch’a me pare che lo stato della città si debba considerare dalle parole del poeta e non dalle parole d’Argante, il quale è di sua natura impazientissimo e vuol persuadere il combattere; però non si disconviene ch’egli faccia la cosa maggior del vero. [4] Con tutto ciò Vostra Signoria mi scriva quali parole pare a lei che debbano esser mitigate, ch’io mi sforzerò di mitigarle; e ciò farò molto volentieri, perché, come che sempre abbia creduto poco al mio giudicio, ora vi credo meno che mai.

[5] Mi rincresce bene che l’opposizione di che mi scrive misser Luca, cioè che nel quarto stia l’attione principale troppo sospesa, sia di difetto irremediabile; ché se di tale non fosse, io vi rimediarei come i signori revisori consigliassero; ancor che, per confessare il vero (colpa forse del mio giudicio), io non intenda l’opposizione, né conosca il suo valore. [6] Che cinque o sei stanze si spendino fuor dell’attione principale e senza parlar punto di lei, non veggio come possa parer strano a coloro i quali mettono la favola dell’Iliade, non nella guerra troiana, ma nell’ira d’Achille e che credono esser vero quello che dice Aristotele, che i due cataloghi, l’un de’ quali segue all’altro, siano episodii nell’Iliade; ch’episodii essi non sarebbono, se la guerra troiana fosse favola. [7] Oltra molte altre ragioni che ciò provano, delle quali ne’ miei Discorsi: perché se così è, sta talora per molti libri intieri sospesa nell’Iliade la favola principale.

[8] Non confesserò dunque che siano nell’arti d’Armida tante stanze, che da esse si possa argomentare lunghezza di tempo. Ora considerando il tempo speso in quel canto, io non mi risolvo se ’l consiglio diabolico sia episodio o più tosto parte della favola. Ma siasi episodio: in un’ora si può fare tutto ciò ch’appartiene al consiglio et alla trattazione del diavolo, al ragionamento del re con Armida. [9] Al viaggio d’Armida, all’arti usate da lei nel campo non credo che sia necessario d’assegnare più di dodici giorni di tempo, perché in sei o ’n sette giorni si viene di Damasco in Gierusalemme. [10] Che la sospensione di dodici giorni sia molta, non ardisco di negare, né posso dire che mi paia. Dirò bene che nessuno episodio è in Virgilio, né forse in altro buon poeta, men necessario, men congiunto alla favola e di minore operazione, che i giuochi fatti alla sepoltura d’Anchise; però che quelli fatti nelle esequie di Patroclo, onde nacque l’imitazione, sono molto più dependenti dalla favola. [11] Ma in questa parte, ch’è nel quinto libro, dieci giorni si spendono de’ quali otto dì non si fa niente, nel nono fannosi i giuochi. Dunque gli otto sono o vani o ’n grazia de’ giuochi: quai giuochi poi, non so di che cosa siano in grazia et a che tendano. [12] Vostra Signoria legga dal verso:

Postera cum primo stellas oriente fugarat

sino a quell’altro:

Expectata dies aderat nonamque serena

che vedrà essere come io le dico. [13] E se così è, perché è lecito a Virgilio soprastar dieci giorni dalla favola; et a me dodici, o siano quindici, non lece? Soprastando egli in occasione ch’Enea molto bene potea seguire la sua navigazione fatale e necessaria; et io in occasione che i cristiani, senza machina, non potevano seguire i progressi della guerra.

[14] Oltre ciò consideri (prego) Vostra Signoria che è meglio: spendere dieci giorni in ozio o nell’operazione d’alcun episodio? In ozio si spendono questi nove, in ozio nove della tregua in Virgilio e nove in Omero; e se non in ozio, in operazione ch’importa poco tempo e ricerca poche parole. [15] Io (guardi s’era arrogante) mi credeva che ’l tempo che nell’epopeia passa così invano rispondesse in un certo modo alla scena vòta ch’è nella tragedia e nella commedia. [16] Però dicendo la mia istoria che i cristiani spesero un mese nella composizione delle machine (il luogo è in Guglielmo Tirio: libro 8, capo 10), mi pareva di meritar molta lode, di aver saputo fare in modo che la mia scena epica (per così dirla) non rimanesse vuota per questa occasione, come rimane alcuna volta in Virgilio et in Omero, ne’ quali in una parola si passano dieci giorni.

[17] E poi ch’è necessario, come dice Aristotele, che la favola per se stessa breve cresca a perfetta grandezza per gli episodii, mi compiaceva più che mediocremente d’aver introdotti quasi tutti gli episodii non solo di molta o d’alcuna operazione, ma anco in tempo ch’i cristiani per difetto di machine non possono fare né molta né alcuna operazione intorno a Gierusalemme. [18] Questa fu la mia credenza, o la mia vanità, se così pare; nella quale ora credo e non credo d’essermi ingannato, movendomi d’una parte l’auttorità de’ vivi, dall’altra quella de’ morti et alcuna mia ragione. Ma ingannato o no che mi sia, non vedo modo alla mutazione, se non mi è mostro.

[19] Se le Signorie Vostre sono lente alla revisione, io vi son lentissimo dalla mia parte; sì ch’anzi mi si conviene l’essere affrettato che l’affrettare. E con questo le bacio le mani.