XXX [V 25, G 87]
A Luca Scalabrino
[1] Finalmente quel piccino, che non fu visto da me fra gli altri candidati, m’ha portato quasi di furto la Poetica alla camera e parea che m’avesse a dire un gran secreto. Ho conosciuto il vostro artificio e vi ringrazio della buona volontà.
[2] Or tornando alla Poetica, io n’ho letto molto in molti luoghi; e perché so che n’aspettate il mio giudizio, eccovelo.
[3] Mi risolvo che i due più moderni comentatori vulgari sian migliori de i tre latini; ma qual fra i vulgari debba precedere non me ne son risoluto. Maggiore et erudizione et invenzione si vede senza alcun dubbio nel Castelvetro; ma sempre fra le sue opinioni mescola un non so che di ritroso e di fantastico: lascio di ragionar di quella sua rabbia di morder ciascuno; ché questo è vizio dell’appetito, non dell’intelletto. [4] Nel Piccolomini si conosce maggior maturità di giudizio e forse maggior dottrina in minor erudizione; ma senza dubbio dottrina più aristotelica e più atta all’esposizione de’ libri aristotelici: bench’i nemici a mio dispetto lodo.
[5] Dico così, perché quell’attione una di molti, concessa dal Castelvetro, non è concessa da lui: tuttavia non la riprova così chiaramente che le sue parole non possano ricevere amica interpretazione; né anco adduce ragioni perché la riprovi. [6] E perch’io sono in gran dubio d’aver ad avere gran parte de i critici contra in questa opinione, pregate in mio nome il Signore che di grazia vi dica liberamente quel che sente il Barga e ’l signor Flaminio di questo articolo: utrum che possa in poema epico riceversi attione una di molti, che concorrano insieme ad un fine.
[7] Non dimando l’opinione del Signor[e], perché so che non è favorevole, non dirò alla mia opinione, ché in questo caso ora son quasi academico, ma al mio poema; sì come so che quella dell’abbate Ruggiero, uomo assai dotto, è favorevole: di grazia scrivetemi il vero.
[8] Io credetti un tempo che fosse in poema epico l’unità di molti più perfetta che quella d’uno; ora (a dire il vero in confessione) sono academico in quest’articolo, perché vedo molte ragioni probabili pro et contra; che mi fanno star sospetto: e l’auttorità d’Omero può far gran contrapeso a molte delle mie ragioni; sì che, s’io fossi a fare, non so quel che facessi. Vedete, parlo a voi et al Signore in confessione. [9] Questo credo bene più che mai fermamente, che sia quasi impossibile il fare a questi dì poema dell’attion d’un solo cavaliero, che diletti: e credo anco ch’avendosi a tesser l’attion una di molti in uno si debba tesser in quel modo a punto ch’io l’ho tessuta, e non altrimenti, in parte alcuna. [10] Ma per consolazion vostra et anco del Signore, da i quali so ch’è amato altrettanto il mio poema quanto da me, dirò questo solo: che, se l’unità di molti è lecita nella tragedia, molto maggiormente deve esser lecita nell’epopeia: così prova ogni ragione, se ben vi mancano auttorità; auttorità, dico, di poeti, non di luoghi d’Aristotele.
[11] Ma tre sono le tragedie in Euripide, in cui l’unità è una di molti; e sono le Fenisse, le Supplici e le Troiane: e sono, almeno le Fenisse e le Troiane, delle più belle, delle più care, quelle che sono state più stimate e più piacciono. Or, per che diavolo (se ben non ci è essempio di chi l’abbia fatto in epopeia, se non quello d’Apollonio, di Stazio e di Quinto Calabro, che non son della prima bussola, come Euripide) per che diavolo, dico, non deve esser lecito nell’epopeia? [12] Mi risponderai: Aristotele non loda sempre Euripide nella constituzion della favola. È vero; ma, avendolo ripreso in particolari di minor importanza, l’avria ripreso in questo che tanto importa. [13] E sì come disse ch’aveano errato coloro ch’aveano scritte le molte attioni di Bacco e di Teseo, così anco, se l’avesse stimato difetto, avria detto ch’erra Euripide, ricevendo nelle Fenisse Eteocle e Polinice, come persone egualmente principali, e com’egualmente principali, per un’altra considerazione, Edippo e Iocasta. [14] E più chiaramente avria detto ch’erra nelle Troiane e nell’Ecuba (or mi sovviene), ove Polissena, Polidoro, Astianatte, Ecuba, Andromache, Elena sono persone niente più unite in una considerazione, e forse meno che non sono nel mio poema Goffredo, Rinaldo, Tancredi, etc. Leggansi quelle tragedie e considerisi e vedrassi ch’io sono un uomo da bene.
[15] Ma perch’io son riscaldato in questa materia che mi dà fastidio, dirò anco che tanto più era ragionevole che Aristotele riprendesse Euripide, ch’alcuno epico, quanto che dà più distinti i precetti della tragedia che dell’epopeia. E che sia vero, la ragione con cui prova l’unità, ch’è la più efficace, anzi è la sola ch’usa, è tolta dal fine: ché ’l fine deve esser uno, e le cose debbono tendere ad un fine. [16] Or a questa benedetta unità di fine tanto riguarda la mia unità, quanto quella d’Omero. E s’Aristotele avesse riputata necessaria l’unità della persona ancora, dovea dire che le cose debbon tendere ad un fine e derivar da un principio: benché, quando anco così avesse detto, che non ha, vi sarebbe amica interpretazione: perché una adunanza di molti in uno è un principio solo, se ben composto, e non semplice; e l’unità dell’epopeia, second’egli afferma, deve esser più mista che la tragica. [17] Ma potea pur tacer il Piccolomini quelle tre parolette e non dar a me questo fastidio. Mostrate al Signore quanto scrivo: forse si potrebbe guadagnare un’anima.
[18] Dal Piccolomini abbiam però questo di favorevole, ch’egli intende la necessità degli episodii non in quel modo che l’avete intesa voi altri, stiticamente, a dire il vero; ma come la uso io, anzi più largamente ancora, et assai. E certo altrimenti non si può intendere, chi vuol salvar tutti gli episodii dell’Odissea e dell’Eneide. [19] Al qual passo non so quel che rispondiate: e s’accettate Virgilio et Omero in omnibus o no, chiaritevi. Io per me non gli accetto e parmi che bene spesso la mia causa sia migliore. Ma passiamo alla revisione seconda.
[20] Ho seguito ut plurimum i concieri e l’elettion del Signore: nel primo, oltra quel che scrissi, ho mutato quel che si diceva dello sdegno di Tancredi et ho aggiunta una stanza del parente di Rinaldo, ch’era necessaria. Nel secondo non è necessario che si dica che ’l califfo sia in Gaza, essendosi detto nel primo. [21] S’è rimosso in Sofronia quello, «O fosse volto a volto»; e mutata la prima stanza dell’orazion d’Alete, in maniera che si leva quella che parea soverchia adulazione e si risponde a quel dubbio che Goffredo sia prima presupposto capitano; peroché dice Alete ch’a ragione quella adunazione d’eroi non si sdegna ora d’ubidirlo, poich’anco prima che fosse capitano ella riconosceva da lui o da i suoi consigli tutte le vittorie e i regni. Si che può ragionevolmente Alete, nel progresso del ragionare, mostrar d’attribuir a lui solo tutte le vittorie passate. [22] Nel terzo poi ho mutato tutti i versi ch’offendevano et in particolare il vostro; di maniera che stimo che stia assai bene. Ho aggiunta una stanza, in nominar particolarmente chi sono gli uccisi da Dudone, e forse n’aggiungerò un’altra. Ché «cento e cento opprime» era troppo secco.
[23] Quel dubbio del Barga, che non convenga alla virtù eroica di Rinaldo ch’egli essorti gli altri etc., quanto più vi penso, mi dà minor fastidio, e mi risolvo a non mutar per la ragion che scriverò poi.
[24] Or sono intorno al quarto: e desiderarei di saper dal Signor più particolarmente quali parole l’offendano nel parlare di Plutone; avvertendolo ch’io non mi curo per ora d’altro, se non di quello che può noiare gli Inquisitori.
[25] Rimovo alcune parole latine, «lustri»,«insta»,«prorompere»; e muto alcun’altre cosette a mio gusto. «Lustri» intendo, non lo spazio di tempo, ma «A le fere, a gli augelli i lustri e ’l nido». La parola «inimici» non la vorrei per niente. [26] Della parola «guarda» per guardia son dubbio. Manderei tutti i concieri, ma non ho tempo.
[27] Scriverò al Signore a lungo sovra Guido e Carlo. Avisatemi de i tre ultimi canti. E vi bacio le mani.