XLV [G 71]

A Luca Scalabrino

[1] Perché mi scrivete e non mi scrivete se volete mandare o non mandare i miei canti? Onde nasca questa tardanza et il vostro silenzio intorno a ciò, io non so imaginarmi. [2] Perché cominciate quel che non volete fornire? Quali furono le paroline dello Sperone? S’egli vuol udire i miei ultimi cinque canti, leggeteglieli; ma io avrei caro che non si curasse d’udirli. Dategli buone parole, dicendogli ch’io disegno di trascrivere tutto il libro di mia mano e mandarglielo: farò poi quello che mi tornerà commodo, e non mancheranno mai pretesti. Ogni modo, o tardi o per tempo, l’avemo a rompere; e la rottura sarà tanto maggiore quanto più tarda. [3] Io non vo’ padrone se non colui che mi dà il pane, né maestro; e voglio esser libero non solo ne’ giudicii, ma anco nello scrivere e nell’operare. Quale sventura è la mia, che ciascuno mi voglia fare il tiranno addosso? Consiglieri non rifiuto, purché si contentino di stare dentro a i termini di consigliero. [4] Ma chiaritemi d’un altro dubbio. Perché non gli mostraste i miei sonetti, avendovene io pregato? S’io mi fossi governato con lui a mio senno, avrei fatto meglio; e dovea farlo, conoscendolo io meglio che ciascun altro. [5] Ma poiché son tanto innanzi, sia compiaciuto di questo: mostrate, dico, che tutto ciò che ho scritto a voi, l’ho scritto perché con esso lui il conferiate; e sovra tutto pregatelo che pensi a i dubbi c’ho mossi intorno alla partita d’Erminia: devete aver la mia lettera. [6] Con più agio vi mostrerò quanto scioccamente abbia mosse l’ultime dubitazioni delle quali mi scriveste et alcune altre le quali prima m’accennaste. [7] Scriverò al Teggia, et amatemi.