XXXI [V 26, G 88]
A Luca Scalabrino
[1] Siamo assediati: in Mantova ancora s’è scoperta la peste, et in Venezia continua: gran cosa sarà che Ferrara si difenda. Che dite? Mi consigliate a far un salto almeno sino a mezza strada: bench’io odo ch’anco dall’altro estremo d’Italia ha ricominciato a farsi sentire, pur vi è lontana assai. O Dio! Chi mi ritiene? Ma passiamo ad altro.
[2] Sta notte mi sono svegliato con questo verso in bocca: «E i duo che manda il nero adusto suolo». Et in dicendolo mi sovvenne che l’epiteto nero non conviene, perché la terra adusta è anzi bianca che nera, e ’l color negro nelle terre è segno di grassezza e di umidità. Tornai a dormire e sognandolo lessi in Strabone che l’arena di Etiopia e d’Arabia è bianchissima: e poi questa mattina ho trovato il luogo. Vedete che sogni eruditi sono stati questi!
[3] Bisogna dunque mutar quel verso ch’è nell’ultimo canto e dire: «E i due che manda il più fervente suolo». [4] Se voi fuste per crederlo, i’ direi (ma certo è vero) che su l’alba poi, in sogno, mi nacque questo dubbio: come avendo detto, «Altamoro ha i re persi e i re Africani», soggiunga, «E i duo che manda [a noi] l’adusto suolo»: quasi Etiopia non sia in Africa. [5] Ma a questo dubbio ripensando poi nella vigilia, ho trovato che facilmente si solve; perché il nome d’Africa, se bene si dà a tutta quella terra ch’è numerata per la terza parte del mondo, è però proprio della provincia ove fu Cartagine; e del paese universale il nome proprio è Libia. [6] Così Tolomeo, numerando le provincie della Libia, vi mette l’Africa: sì che il dubbio non solo è soluto, ma anco si dà occasione a una di quelle annotazioni delle quali mi toccaste un non so che e delle quali ho gran voglia.
[7] Ho ricevuto due lettere del Signore e risponderò per quest’altro ordinario. Per ora gli dite ch’io facilmente accetto che non si debba collider l’o in quel verso: «O a par de la man luci spietate»; e per l’essempio de’ buoni che nol collidono e per la ragione medesma per la quale io scrissi non doversi collidere il che interrogativo. [8] Il verso «O non men che la man luci spietate» a ragion è stimato da voi naturale, poiché in su ’l fervor maggiore fu così fatto da me. E nel primo originale, che ricopiò il Signor di furto, potrà legger, se non l’ha dato altrui, questo verso a punto: pur io non me ne compiaccio a fatto. E vi bacio le mani.