XXXVI [V 30; G 56]
A Scipione Gonzaga
[1] Vostra Signoria illustrissima m’accennò già in una sua lettera un non so che della soverchia severità del signor [Antoniano]. Di questo poi più chiaramente sono stato avisato da messer Luca, il qual mostra particolarmente di dubbitare che debbia muovere alcun dubbio nell’episodio di Sofronia. Se ’l dubbio si stenderà solamente ad alcun verso, com’a quello, «Che vi portaro i creduli devoti», ciò non mi dà noia. [2] Mi rincrescerebbe bene infinitamente che ’l dubbio fosse diretto contra la sostanza dell’episodio; et in questo caso io desiderarei che Vostra Signoria illustrissima con alcun destro modo operasse ch’egli rimanesse sodisfatto che, quando dal giudizio di due Inquisitori la digressione fosse approvata, io potessi, contentandomi del lor giudizio, non cercar più oltre. [3] Domani, tutto che sia l’ultimo di carnevale, io voglio andare a starmene con l’Inquisitor ferrarese per chiarirmi di questo dubbio.
[4] Nella revisione da molti giorni in qua non ho fatto progresso alcuno, onde mancano ancora nel quartodecimo le lodi della casa da Este: il rimanente ha quasi l’ultima perfettione; et il canto sarà convenevolmente grande, perché senza le lodi arriva al numero di settantanove stanze, bench’io credo di voler esser brevissimo nelle lodi. [5] E per confessare, com’io soglio, la mia vanità, io mi son compiacciuto assai nel conciero di questo canto; o, per dir meglio, nella total riformazione: peroché non solo ho accomodato a mio gusto tutto ciò ch’apparteneva alla favola; ma ancora migliorate molte cose che riguardavano l’allegoria, della quale son fatto, non so come, maggior prezzatore ch’io non era; sì che non lascio passar cosa che non possa stare a martello. [6] E per questo desidero di rimovere dal decimoquinto la battaglia del mostro, perch’in somma quel mostro era a fatto ozioso nell’allegoria: oltre ch’in questo compiacerò, per altra cagione, al giudizio del signor Barga con iscemare i mirabili. [7] In vece del mostro introdurrò la descrittione della fonte del riso, celebrata da molti et in particolar dal Petrarca, et attribuita dalla fama e da i geografi all’isole Fortunate; nella quale, se i due guerrieri avesser bevuto, sarebber morti: e da questa uscirà un fiumicello, che formarà il laghetto. [8] E vedete se ’l lago m’aiuta; ché non solo in cima d’una delle montagne di queste isole è veramente posto da i geografi il lago ch’io descrivo, ma questa fonte e questo lago mi servono mirabilmente all’allegoria. [9] Questa mutazione io intendo di fare oltre l’altra, che si può più tosto dir giunta che mutazione, della quale scrissi a messer Luca che desse conto a Vostra Signoria, sì che sarebbe impossibile ch’io fossi in ordine per Pasqua. [10] E però sopporto con minor fastidio l’impedimento della peste, la quale ormai non si può più dissimular da i veneziani: né so come, cominciando così a buon’ora, noi ce ne potremo difendere qui in Ferrara. Questo disturbo, quanto m’allontani da i miei fini, Vostra Signoria se ’l vede; pur mi vo consolando, poiché ogni indugio è con qualche miglioramento del mio poema, e forse «fata viam aperient». [11] Ma se bene io non continuo nella risoluzione d’andare così tosto a Venezia, continuo nondimeno nel desiderio che mi si mandino i canti, non però prima che siano stati visti dal signor Nobile. Ma Vostra Signoria potrà così di mano in mano venirmi mandando quelli che saranno stati visti da lui.
[12] Vostra Signoria mi faccia favore di dire a messer Luca et a messer Giorgio ch’io ho ricevute le lor lettere; et in particolare di dire a messer Luca che quel «mistura» del […] e del signor […] non mi piace, perché in somma non mi fido del […] a fatto a fatto.
[13] E con questo facendo fine, farò un trapasso dalla penna alle penne, o alle piume, che vogliam dirle; e le bacio le mani.