XXIX [V 38, G 78]
A Luca Scalabrino
[1] «Già corre lento ogni lor ferro al sangue» dettò Febo: se la penna non lo scrisse, qual colpa è della mente o dell’orecchio? Mi piace poi che voi v’ingegnaste di trovar che fosse composto ad arte quel che fu scritto per trascuraggine; e certo che de’ versi sì fatti, ne’ quali non si fa alcuna collisione, è pieno Dante: pur non mi giova d’imitarlo. [2] Aveva fra ’l verso, non seguente vocale, non s’usa dal Petrarca o da’ petrarchisti; né io intendo di allontanarmi da loro essempio, non tanto perch’io la stimi grand’imperfettione di numero, quanto perché mi pare che ’l cercar brighe, dove si possano schivar con suo onore, sia da cervel gagliardo e contenzioso. Sì che mi sarà cara ogni diligenza che ’l Signore usarà per rimovere da’ miei versi tutte le parole simili: e ’l supplico e scongiuro a seguir come ha cominciato.
[3] È ben vero ch’io vo dubbitando ch’in un particolare non siamo assai differenti e di gusto e d’opinione. Egli mi scrive un non so che di languidezza di versi, per finimento di parole: «non necessario» scrisse; se ben intese: «non convenevole». Se le parole sono queste o simili: soprano, sereno, saracino, fedele, male ho fatto a fornirle non seguendo vocale, e bisogna che siano accorciate in ogni modo: pur mi maraviglio della mia trascuraggine; che, sapendo io questa regola e guardandomi di non romperle la testa, abbia nondimeno errato contra essa in molti luoghi; ch’in alcuno credo di aver errato, ma in molti sarei stato troppo trascurato.
[4] Stimo dunque che ’l finimento sia ne’ nomi sdruccioli: verbi grazia: orribile, formidabile, nobile; ch’anco questi pare ad alcuni che caggiano sotto la medesima regola; a me non già: anzi a bello studio ho introdotte alcune parole sì fatte con l’intiero finimento, sì come fece anco il Petrarca in questi luoghi:
Tornando da la nobile vittoria.Nobile par de le virtù divine.Chi pone in cosa stabile sua spene.Vinto [a] la fin dal giovine romano.
Né solo in questi il fece, ma in altri ancora che non mi sovvengono. [5] Né mi piace l’opinione di color che non approvano i Trionfi per autentici; perché i Trionfi furono fatti da lui nell’età più matura, et approvati dal suo giudizio, come appare in una epistola latina: e se forse non sono così levati come il Canzoniere, non si conveniva forse a poema narrativo quella esquisita e diligente levatura che si conviene al lirico. [6] Così crede lo Sperone, e ben crede: et io passo oltre con la mia credenza e stimo che ad un poeta epico convenga aver maggior riguardo a’ capitoli ch’a i sonetti et alle canzoni, almeno in certi luoghi.
[7] So ancora che i critici greci e latini lodano Omero e Catullo, che ne’ loro versi esametri abbiano spesso accettato il verso spondaico et alcune parole lunghe e cadenti: e par loro che Virgilio in questo abbia troppo fuggite queste condizioni, le quali non convengono allo stile fiorito o ornato per sé; ma all’alto e magnifico sono quasi necessarie. La ragione di questo è data da loro: et io ne tratto ne’ miei Discorsi, ove parlo dello stile. [8] In somma, lo stile magnifico vuole talora il non curante, se ben non ama il trascurato. Cosa da trascurato sarebbe il fornire capitano, cavaliero o baleno; ma non già orribile o nobile.
[9] Anzi mi sovviene che Iacopo Corbinelli fiorentino, uomo dotto, che ha speso tutto il suo tempo in considerar i numeri del parlar così legato come sciolto, in un’operetta ch’è quasi traduttione di Demetrio Falereo, ammira quel di Dante, «A l’orribile torre»; ove alcuno altro richiederebbe che si dicesse A l’orribil torre. [10] E questo medesmo lodò assai in casa del Pinelli ch’io avessi ricevute volentieri nel mio poema le parole lunghe: nelle quali non niego però di non essere stato un poco frequente; ché certo mi pare che vi siano troppo spesse e che sarà ben fatto torne alcuna: pur non fu caso, ma studio, se non arte. Et il mio giudizio et il mio orecchio concorrono in questo, che da tai parole nasca molta magnificenza: e così crede Aristotele ancora, se bene non sono forse d’esquisito ornamento.
[11] E qui torno a replicare quel che ho detto, che non è il medesmo carattere il magnifico e l’ornato; e se ben il magnifico non ricusa l’ornato, anzi molto volentieri e molto spesso il riceve e se ne copre tutto, per così dire; tuttavia l’ornamento è proprio della forma di dire mediocre, quale è la lirica; nella quale si schiva, come viziosissima, la replicazione delle parole e s’affettano i contraposti e gli antiteti. Il magnifico all’incontro non cura di mirar sì basso: e talora, avendo proposto tre cose, risponde a due; né, se per altro è opportuna, fugge la replicazion delle parole. [12] Di ciò, oltra l’auttorità e le ragioni del Falereo e l’auttorità de’ greci e latini, n’abbiamo assai chiaro l’essempio del Casa, uomo studiosissimo di Demetrio e che mosse il Vittorio a publicarlo e comentarlo. Il Casa, dico, in quel sonetto magnifico, «Questa vita mortal, etc.», replica non una ma più fiate alcune parole medesme, né serva la regola de’ contraposti.
[13] Questo sia detto per iscusare la replicazion delle parole ch’è nel mio; la quale però, a confessare il vero, come ch’alcune volte sia nata da elettione, alcune però è proceduta da trascuraggine. Però bisognarà averci su diligente riguardo, acciò che la sprezzatura non sia come quella di colui che per isprezzatura si lasciava cader le brache.
[14] Oltra i nomi sdruccioli c’hanno la penultima breve, massimamente quelli c’han la l per ultima consonante; oltra questi, dico, sono alcuni verbi che non è sempre necessario accorciarli. Già io avea fatto un verso, ch’è nel terzo canto, così: «Non osan pur d’assicurar la vista». Poi, schivando di posarmi su la quarta, in che son troppo frequente, volsi più tosto dir così: «Non ardiscono pur d’alzar la vista». Né quello «ardiscono» ivi m’offende; e ve n’è alcuno essempio ne’ Trionfi, ma non l’ho pronto. [15] In somma, io non vo’ l’aveva o i simili; non soprano o cavaliere o baleno o le simili fornite; ma non ricuso il fornimento de gli sdruccioli e d’alcuni verbi. E se ben ho Dante e l’Ariosto nel numero di coloro che si lasciano cader le brache, stimo nondimeno che tutto ciò c’ha ricevuto il Petrarca ne’ Capitoli, trattene alcune voci, non solo si possa ricever senza imperfettione, ma che non si possa sempre lasciare senza soverchio d’affettata diligenza; la quale, ad una voce, tutti i retori latini e greci escludono dal magnifico.
[16] Questo tanto ch’io scrivo desidero che sia letto dal mio Signore, perch’egli sappia la mia opinione; ma ’l prego nondimeno e ’l supplico che perciò non rallenti punto la cura intrapresa; ché so bene che dal suo giudizio e dalla sua mano non potranno uscire se non infiniti miglioramenti: et io ho sempre più confidato nella sua lima che nella mia.
[17] «Onde pon fine a i cominciati carmi»: la connessione v’è; ma se par lontana, migliorisi. E vi bacio le mani.