XXVII [V 23, G 47]
A Scipione Gonzaga
[1] Non manderò per quest’ordinario gli tre ultimi canti, com’avea promesso: certissimamente Vostra Signoria gli avrà per l’ordinario di mercordì prossimo. Cagione di questa dilazione sono stati un mio dolore di testa assai grave e la seccaggine d’un gentiluomo forestiero, da’ quali successivamente sono stato occupato alcuni giorni: ora (la Dio mercè) ne son libero; e perché questo giorno deputato allo spaccio non vada vuoto, scriverò alcuna di quelle cose ch’io avea deliberato di scrivere con quella lettera ch’accompagnarà i canti.
[2] Signor mio, quando i’ feci queste ultime parti del mio poema, come troppo desideroso di fornirlo, m’affrettai oltre il dovere; sì che lasciai trascorrere molte cose, delle quali allora non mi compiaceva punto, avendo intenzione di mutarle. [3] E tra per la fretta e la malattia che sopragiunse, questi ultimi canti più di ciascuno altro rimasero sparsi di molte macchie; né ora in questa prima revisione, come abbia mutate molte cosette, gli ho però politi molto diligentemente, riserbando questa esatta politura all’ultima revisione, alla quale desidero con grandissima impazienza di venir quanto prima sia possibile. [4] Con tutto ciò credo ch’in essi (forse amor m’inganna) sia tanto di buono, quanto in qual si voglia degli altri lor fratelli; e mi compiaccio assai del penultimo et ultimo, ma più dell’ultimo.
[5] L’antepenultimo non può nella sua prima parte se non dispiacermi, essendo pieno di quel maraviglioso del quale il gusto di voi altri non s’appaga: non dico il medesimo della seconda parte; perché se bene anch’ella è piena di maraviglie, però tutte quelle maraviglie sono, non solo proprie della religione cristiana, ma anco tolte con poche o nissuna mutazione dall’istorie. [6] E certo tutto ciò che si legge nel mio poema, della colomba messaggiera, dell’incendio, dell’apparizione dell’anime, è tolto di peso da Paulo Emilio e da Guglielmo Tirio: et in ciascun’altra parte di quel XVIII e XIX canto mi conformo assai con l’istoria, trattone quel ch’appartiene a Tancredi, a Rinaldo, a Vafrino. [7] Non credo, dunque, che la maraviglia della seconda parte debba spiacere: ma son più che sicuro che spiacerà, e moveranno quasi nausea i miracoli del bosco.
[8] E s’io ho a dirle il vero, son quasi pentito di aver introdutte queste maraviglie nel mio poema; non perch’io creda che in universale per ragion di poesia si possa o si debba far altrimenti (ch’in questo sono ostinatissimo, e persevero in credere che i poemi epici tanto sian migliori, quanto son men privi di così fatti mostri). [9] Ma forse a questa particolare istoria di Goffredo si conveniva altra trattazione; e forse anco io non ho avuto tutto quel riguardo che si doveva al rigor de’ tempi presenti, et al costume ch’oggi regna nella corte romana: del che è buon tempo ch’io vo dubitando, et ho temuto talora tant’oltre, che ho desperato di potere stampare il libro senza gran difficultà. [10] E messer Luca me ne può essere testimonio, e Vostra Signoria medesma, alla quale n’accennai alcuna cosa quando la pregai a procurare il privilegio del Papa et a fare le provisioni che erano necessarie per previa disposizione. [11] Or basta: al passato et al fatto non v’è rimedio; non v’è rimedio, dico, perch’io son necessitato, per uscire di miseria e d’angonia, di stampare il poema, se non potrò prima, almeno dopo Pasqua. [12] E le giuro, per l’amore e per l’osservanza ch’io le porto, che se le condizioni del mio stato non m’astringessero a questo, ch’io non farei stampare il mio poema né così tosto, né per alcun anno, né forse in vita mia; tanto dubito della sua riuscita. [13] Ma dove mi lascio trasportare a scriver cose che non pensai mai di scrivere?
[14] Or torno a quel ch’è mia intenzione. Prego Vostra Signoria a legger questi tre ultimi come cosa imperfettissima. [15] La prego anco a non mostrarli ad alcuno, se ben può leggerli a chi vuole; perché sarebbe gran vergogna la mia, che fossero visti così male scritti, con tante cancellature e con tanti errori di penna quanti vi debbono essere; e ho gran dubbio che Vostra Signoria stessa non saprà leggerli. [16] Di lei non mi vergogno tanto, sapendo ch’ella, che mi stima sovra il mio merito, attribuisce alcuna sorte d’errori più tosto a fretta o a negligenza ch’ad ignoranza; ma gli altri, giudicandomi dalle mie scritture, mi potrebbono riputare un grande ignorante. Pur mi consola l’aver letto che Plotino, del quale nissun mai più dotto o eloquente uscì dalle scole platoniche, scriveva scorrettissimamente e non sapea alcuna regola d’ortografia.
[17] Or passiamo ad altro. Non so se Vostra Signoria abbia notato un’imperfettione del mio stile. L’imperfettione è questa: ch’io troppo spesso uso il parlar disgiunto, cioè quello che si lega più tosto per l’unione e dependenza de’ sensi, che per copula o altra congiunzione di parole. L’imperfettione v’è senza dubbio; pur ha molte volte sembianza di virtù, et è talora virtù apportatrice di grandezza: ma l’errore consiste nella frequenza. [18] Questo difetto ho io appreso della continua lettion di Virgilio, nel quale (parlo dell’Eneide) è più ch’in alcun altro; onde fu chiamato da Caligula arena senza calce. Pur se bene con l’auttorità si può scusare e difendere, sarebbe meglio rimediarvi talora. Io mi ci son provato e mi ci riproverò: Vostra Signoria mi favorisca d’averci anch’ella un poco d’avvertimento.
[19] Secondariamente vorrei ch’avvertisse alla dolcezza del numero, nella qual sola considerazione ho desiderato alquanto la diligenza di Vostra Signoria; ché certo nell’altre parti è tanta e sì giudiciosa che non potria essere più. [20] Ma in questa non mi par corrisponder (dico ogni cosa a libertà) a se medesma; anzi mi pare ch’ella non si curi punto, per quanto raccolgo o da alcun conciero o dal giudizio che fa d’alcun luogo dubbio, del concorso delle consonanti e delle vocali d’una stessa natura; come in quello, «Drudo di donna»; e ’n quell’altro, «Fra quei che segno dier d’ardir più franco»,«O non men che la man». Ve ne sono alcuni altri simili. [21] Io conoscendo d’essere stato alcuna volta aspretto anzi che no, ho cercato d’addolcir molti versi; e talora non tanto gli ho addolciti, quanto gli ho peggiorati nel rimanente: il che è stato molto ben conosciuto da Vostra Signoria; ma non ho potuto o saputo più. [22] Per questa cagion di fuggir l’asprezza non mi son talor curato di fornire alcun verbo, come: «L’odono già nel cielo anco i celesti». Ché ’l dire: «L’odon già su nel ciel, etc.», per li troppo monosilabi et accenti, è duretto.
[23] E poi che son tornato a parlar de’ suoi avvertimenti, non mi stancherò di tornare a dirle ciò che per l’altra mia le scrissi: ch’io quanto più li rileggo, tanto maggiormente ne rimango sodisfatto e maggiori conosco esser da una parte il giudizio, la diligenza e l’amorevolezza di Vostra Signoria; dall’altra, gli oblighi miei e la fortuna del mio poema. [24] E come che di molti, anzi della più parte de’ suoi concieri mi compiaccia, di quel rimango sodisfattissimo: «Non morì già, ché sue virtuti accolse, etc.». E non posso, quando il leggo, non ridermi e non burlarmi di me stesso, che penai tutta una sera per accomodare que’ due versi e gli mutai in cento modi; e pur non mi sovvenne questo così buono e così naturale.
[25] La ringrazio ancora infinitamente che m’abbia insegnato che la creazione sia opera di tutte tre le Persone, etc.: ché certo in questo io prendea bruttissimo errore; ma un dì, se m’avanzarà tempo, o se n’avrò a bastanza, anch’io vuo’ divenir gigante.
[26] Che non si possa dir mal grado mio o mio mal grado è certissimo; e così sempre appresso tutti i buoni. [27] Lodo similmente che non si collida il che interrogativo e per l’essempio addotto da Vostra Signoria e per l’altro, «Che altro ch’un sospir breve è la morte?», e per la ragione, la quale a mio giudizio è questa: che posandosi tutta la forza della interrogazione su la parola che, quella si deve intendere e pronunziare intiera e non colliderne alcuna parte.
[28] Non mi risolvo ancora a fatto nell’altro avvertimento or ora, sì come son già risoluto che pingo si dica e si possa dire non meno che spingo; e me ne rimetto a tutti gli antichi. [29] Scriverò alcun’altre cose, come v’abbia meglio considerato. Ora solo vuo’ dirle che quel mutar, «Si va in guisa avvampando appoco appoco», fu error di penna; ché troppo meglio sta «avanzando»; e così «torna riguarda»,«tempesta de’ pensieri» et alcuni altri; del che mostra troppo bene d’accorgersi Vostra Signoria.
[30] Chiuderò questa lettera con una risposta ad una delle opposizioni che concernono alle cose. Coloro ch’essercitano l’offizio di gran contestabile (il quale offizio si trova in ogni regno, se ben con diverso nome) non vanno a guereggiar mai fuori del regno, ma sono capitani solamente nelle guerre defensive; onde allora bisognarebbe ch’io adducessi alcuna particolar cagione, quando Emireno foss’egli il gran contestabile, che in quel caso non dovrebbe andare, se vi fossero altri capaci del capitanato; o sarebbe almeno necessario dire perch’andasse.
[31] Vostra Signoria non vedrà tutto il poema, se non vede insieme alcun segno della mia gratitudine: e sovra ciò le scriverò a lungo. E le bacio le mani.