XLVIII [V 13, G 79]

A Scipione Gonzaga

[1] Io, per confessare a Vostra Signoria illustrissima ingenuamente il vero, quando cominciai il mio poema non ebbi pensiero alcuno d’allegoria, parendomi soverchia e vana fatica; e perché ciascuno de gli interpreti suole dar l’allegoria a suo capriccio, né mancò mai a i buoni poeti chi desse a i lor poemi varie allegorie; e perché Aristotele non fa più menzione dell’allegoria nella Poetica e nell’altre sue opere, che s’ella non fosse in rerum natura. [2] Dice ben egli nella Poetica un non so che d’allegoria; ma intende per allegoria la metafora continuata, qual è «Passa la nave mia colma d’oblio»; la quale equivocamente, o almeno per analogia, così si chiama: in somma non è quella di cui parliamo.

[3] Ma poi ch’io fui oltre al mezzo del mio poema e che cominciai a sospettar della strettezza de’ tempi, cominciai anco a pensare all’allegoria come a cosa ch’io giudicava dovermi assai agevolar ogni difficultà. [4] E la trovai (accomodando le cose fatte a quelle che s’aveano a fare) qual Vostra Signoria vedrà; non così distinta però, né così ordinata in ogni sua parte: ché certo quest’ordine e questa condizione è fatica novissima e fatta la settimana passata.

[5] Quel ch’io discorro in generale dell’allegoria non l’ho trovato scritto, non in alcun libro stampato, ma nel libro della mente; sì che peraventura avrò detto alcuna cosa che non starà a martello: pur io mi sono uno, che quando la ragione spira, noto, et a quel modo che detta dentro, vo significando. [6] S’avrò detto cosa non conforme alla ragione, o alla natura dell’allegoria e dell’imitazione, volentier son per ridirmi; ma se solo avrò contradetto a quel che dicono i libri scritti (che però nol so), non me ne cale. [7] Lessi già tutte l’opere di Platone, e mi rimasero molti semi nella mente della sua dottrina, i quali peraventura avranno potuto produrre questo frutto; et io non m’accorgo che sia nato di tal semenza. [8] Questo so bene, che la dottrina morale della quale io mi son servito nell’allegoria è tutta sua; ma in guisa è sua ch’insieme è d’Aristotele: et io mi sono sforzato d’accoppiare l’uno e l’altro vero, in modo che ne riesca consonanza fra le opinioni. [9] Potrebbe ben egli esser ch’io avessi preso alcuno errore, perché sono molti anni ch’io non ho letto né le Morali d’Aristotele né quelle di Platone; et ora non ho rilette se non alcune postille: nel rimanente ho procurato che la reminiscenza m’aiuti. [10] Ma temo sopratutto di non aver saputo ben drizzar questa moral filosofia alla cristiana teologia. Pur se in questo v’è errore, come io mi persuado, a Vostra Signoria et al signor Flaminio appartiene non solo d’emendarlo, ma d’insegnarmi ancora in che modo io mi possa accomodare all’umor di questi tempi: peroché mia opinione è sin ora di far stampare l’Allegoria in fronte del poema con una lettera ch’a pieno dichiari come il poeta serva al politico e il frutto che da lui si può trarre. [11] Signore, se al Pico della Mirandola et a tanti altri è stato lecito d’accordare Platone con Aristotele nelle cose nelle quali manifestamente discordano, perché, in virtù di Vostra Signoria, non potrebbe ardire un suo servitor di congiunger con la bocca e con la lingua di lei, piena d’auttorità, i principii poetici d’Aristotele e di Platone, massimamente non dicendo l’uno cosa contraria all’altro, se non di picciolissimo rilievo? [12] Ben è vero ch’il silenzio d’Aristotele par che danni l’allegoria o che non la stimi: pur, mancando i due ultimi libri della sua Poetica, il suo silenzio non conclude. [13] Io crederei accoppiando Platone con Aristotele di fare una nuova mistura e dir cose, buone o ree non so, ma certo non più udite né pensate anco da me medesmo, se non dopo il mio ritorno di Roma. [14] Questo posso promettere arditamente, che per nuova opinione ch’io abbia dell’allegoria o del modo con che il poeta ha da servire al politico, non pur non mutarò alcuna delle mie prime opinioni, ma tutte le confermarò grandemente e preparerò nuova difesa al mio poema; e delle nuove e delle vecchie opinioni farò una ordinata catena. [15] E se Proclo e se alcuni altri platonici e se Plutarco fra i peripatetici non con altra difesa salvano Omero dalle opposizioni fatteli che con l’allegoria, perché non sarà lecito a me, non lassando le prime difese, in vero più sode e più reali, servirmi anco di queste non meno ingegnose e forse più atte a mover molti, per la magnificenza che si vede in loro?

[16] Se […] intende novelle di questa mia scrittura, la guerra è rotta. Perché vede ben Vostra Signoria a che fine ella tende: pur io non offendo, ma mi difendo; e la difesa è concessa da tutte le leggi.

[17] Scriverò per questo altro ordinario al signor Flaminio: fra tanto Vostra Signoria mi favorisca di pregarlo in mio nome che non l’incresca di drizzare questa mia scrittura a quella meta alla quale per me stesso non saprei drizzarla. Dico questo, perché non so bene qual sia la vita attiva del cristiano, né alcune altre cose appartenenti a questo proposito. [18] Avvertisca però di mescolare fra i miei concetti manco concetti teologici che sia possibile; perché io desidero che si possa credere che sia mia fattura; e dall’altra parte non voglio fingere di saper teologia, non ne sapendo: ch’a questo troppo ripugna la mia natura. [19] Io non credo che sia necessario che l’allegoria corrisponda in ogni particella al senso litterale; peroché nissuna tale allegoria si vede, né pur le platonice, che son le più esatte. In Omero et in Virgilio solo in alcun libro si trova l’allegoria. [20] E Marsilio Ficino sovra il Convivio riferisce queste parole di santo Agostino: «Non omnia quae in figuris finguntur, significare aliquid putanda sunt; multa enim propter illa, quae significant, ordinis et connexionis gratia adiuncta sunt. Solo vomere terra proscinditur; sed ut hoc fieri possit, coetera quoque huic aratri membra iunguntur». La quale opinione egli approva. [21] Sì che, quando anco i due cavalieri non significassero, non crederei ch’importasse molto: pur meglio sarà che significhino; ma io non so trovar cosa che s’adatti. Vostra Signoria e ’l signor Flaminio mi faran favore a pensarci.

[22] In quanto alle parole, la scrittura è incultissima et anco forse alquanto inordinata: ma io ho già avezzo Vostra Signoria e ’l signor Flaminio a sì fatte lettioni, sì che non parrà loro strano.

[23] La signora T. m’ha detto di volermi mandar la risposta, ma non è comparsa ancora. Et a Vostra Signoria bacio umilmente le mani.