XLIX [V 37, G 80]

A Scipione Gonzaga

[1] Credo che Vostra Signoria illustrissima a quest’ora avrà avuta l’Allegoria e sto con gran desiderio aspettando quel ch’a lei et al signor Flaminio ne sia paruto; perché, comech’in tutte le cose poco m’attribuisca, vi sono nondimeno alcune materie nelle quali mi sento men debole.

[2] Io, oltre il sesto c’ho in gran parte riformato, ho aggiunte molt’altre stanze ad alcuni de gli altri canti et alcuna toltane, per quanto a me pare, con manifesto miglioramento della favola. Ben è vero che non tutti i rapezzamenti mi sono riusciti felici; d’alcuni però assai mi compiaccio.

[3] Ho fatto ancora alcuni concieri pertinenti allo stile, o per legar il parlare troppo sciolto, o per rimover alcun soverchio ornamento, o per schivar alcun modo di dire forse troppo audace e non del tutto puro. Ma in questa parte non m’avanza poco che fare, e sarà necessario che rimetta qualche cosa alla seconda edizione. Non mando a Vostra Signoria questi concieri perch’essend’io occupatissimo, non potrei trascriverli senza molto mio incommodo. Vedrò nondimeno di trovare alcuno che mi trascriva il sesto canto e manderollo; se ben in alcun luogo d’esso la spiegatura non anco è stabilita a fatto.

[4] Ora m’affatico intorno al decimosettimo canto, ove ho da fare molte faticose e noiose mutazioni; e dubito più di questo solo che di tutto il rimanente, perché omai mi par d’aver superati gli altri luoghi più difficili.

[5] In quanto al quartodecimo, al quale ho differito di por mano, sono ben io risoluto di rimuovere tutti que’ miracoli che possono offendere gli animi de’ scrupolosi; ma fra questi miracoli non numero l’abitazion sua sotterranea, perch’oltra che chiara è l’allegoria, ch’altro non è abitar sotto terra che il contemplar le cose che ivi si generano, qual miracolo è questo così grande? Et io ho letto nell’istorie gotice, novamente, cosa che a questa mia invenzion s’assomiglia: dico cosa naturale, non fatta per arte diabolica. [6] Il castello d’Armida è forza che sia guardato; ma sarà guardato da serpi solo, de’ quali è gran copia in una delle Fortunate, che si chiama perciò Lacertaria. E la verga che gli fa fuggire sarà di frassino o d’alcun altro di quelli arbori che, se crediamo a coloro c’hanno scritto de’ secreti della natura, impauriscono e fanno fuggire i serpenti. Se questo effetto sia vero o no, non importa; basta che alcuno lo scriva per vero. [7] E così il saggio non farà cosa alcuna ch’ecceda il poter dell’arte sua. Vostra Signoria mi faccia favore di conferire queste cose co ’l signor Flaminio, al quale bacio le mani; e le bacio similmente al signor Barga e al signor Cipriano e al signor Battaglino, s’è mai ritornato. Lettera anco non è comparsa; et io di rado esco di casa: pur domenica farò visita. Viva felice e mi conservi in grazia.