VI [V 5, G 26]
A Scipione Gonzaga
[1] Sarà con questa mia il decimo canto, il quale non ho voluto indugiare a mandare sino all’aviso della ricevuta degli altri, accioché non passi tanto tempo dalla lettura di quelli alla lettura di questo, che l’uomo si scordi delle cose precedenti; oltre che m’è paruto mill’anni ch’essi abbiano la metà del poema.
[2] Voglio però che sappia che questa è più tosto metà del quanto che della favola; perch’il mezzo veramente della favola è nel terzodecimo; perché sin a quello le cose de’ cristiani vanno peggiorando: [3] son mal trattati nell’assalto; vi è ferito il capitano; è poi arsa la lor machina, ch’era quella che sola spaventava gli nemici; incantato il bosco, che non se ne possono far dell’altre; e sono in ultimo afflitti dall’ardore della stagione e dalla penuria dell’acque, e impediti d’ogni operazione. [4] Ma nel mezzo del terzodecimo le cose cominciano a rivoltarsi in meglio: viene, per grazia di Dio, a’ preghi di Goffredo la pioggia; e così di mano in mano tutte le cose succedono prospere.
[5] Vostra Signoria non aspetti per un mese altro, perché voglio questa settimana che viene cominciar a purgarmi e non far nulla per dieci giorni; e poi non ve ne vorrà manco che quindici intorno all’XI. [6] Se fra questo mezzo mi fosse da Vostra Signoria rimandata la copia de’ canti, l’avrei assai caro, perché la manderei a Vinezia, e non si perderebbe tempo; et avrei più cara la copia che ’l mio originale, per saper come governarmi nella scrittura.
[7] Vostra Signoria mi farà favore a rispondere a tutti que’ particolari che per l’altre mie le scrissi; e, di più, a dirmi se Barga è cognome o patria del signor Pietro Agnolo e se va nel soprascritto, perch’io vorrei scriverli.
[8] Saria facil cosa che fosse rimasa alcuna cosa nella penna nel X canto, e ancorché l’abbia riletto più volte, non me ne sia accorto: se ciò fosse, non potendo Vostra Signoria per se stessa supplire al difetto, me n’avisi.
[9] «Furno» io l’ho per sincope, che si possa usare regolatissimamente; sì come rifondarno e molti simili si dicono: pur dispiacendo, dica ne gli altri modi.
[10] Nell’ultime stanze, ove Goffredo raccoglie di novo i principi perché si richiami Rinaldo, saria forse bene il dire più minutamente le cose dette da lui e le risposte dall’altra parte: dubito di tedio. Secondo la via d’Omero, è certo necessario. N’aspetto consiglio; e le bacio le mani.