VIII [V6, G 27]
A Scipione Gonzaga
[1] Mi piace l’avvertimento del quarto et il modo con che consigliano che si debba schivare l’obiettione; e tanto più mi piace, quanto ch’essendo quel governo non così semplicemente regio che non participasse alquanto dello stato degli ottimati, non era verisimile ch’essendo gli altri tutti contrari a Goffredo, d’opinione o di volontà, nissuno parlasse; Eustazio massimamente, che s’era così largamente offerto ad Armida, e che, come aventuriero, era sciolto d’alcuni oblighi di quella obedienza che da gli altri si deve al capitano. [2] Farò dunque come consigliano; e mi dà il cuore di far parlare Eustazio in modo che le sue parole saranno lette con diletto e che potranno trarre il consiglio nel suo parere; e Goffredo dirà alcune parole a proposito.
[3] Se m’è lecito vantarmi con esso lei, dirò ch’io rivolgea fra me stesso il medesimo pensiero ch’è caduto nell’animo di Vostra Signoria intorno all’unione degli episodii del quinto; e se mi rimanea alcun dubbio, Vostra Signoria me l’ha rimosso, facendo perfette, e quasi colorando, quelle cose che nel mio disegno erano rozze e abozzate; onde gliene resto con molto obligo.
[4] Ben è vero che, se la fatica non mi spaventasse, vorrei cominciare il quinto da un ragionamento fra Eustazio e Rinaldo; né per ora scriverò quale. Vostra Signoria non faccia transcrivere le prime stanze del quinto, lasciando luogo alle mutazioni e alle aggiunzioni; ma cominci dalla prima stanza, dove si dice chi e qual fosse Gernando.
[5] Sovra gli altri avvertimenti avrò considerazione; bench’io credo che quelli del tempo e della machina non faccian dubbio.
[6] Vostra Signoria non risponde cosa alcuna a quel particolare ch’io le chiedo con tanta instanza; cioè, se dubita che debba esser negato il privilegio, e se gli amori saranno condennati; et io, argumentando dal silenzio che così debba essere, me n’affligo. Se non in tutto o in parte vano è il mio sospetto, me ne liberi di grazia: io non vorrei esser affaticatomi molti anni in vano; pur, se così piacesse a chi può, la piaga antiveduta sarebbe men grave.
[7] Le ricordo i privilegii di Napoli e di Parma: e la prego che procuri di chiarirsi onde nasce che le lettere scritte da me in diversi tempi arrivino a Vostra Signoria in un medesmo dì: e se vi è fraude, me n’avertisca; e per più sicurezza mandi le lettere al conte Ercole Tassone. Ma l’altre, nelle quali non si conterrà cosa pertinente a questo particolare e pertinente al dubbio de gli amori, può mandarle alla posta.
[8] Potria anco lassare alcun vuoto nel quarto, in quella parte ove sarà il ragionamento d’Eustazio in consiglio; se però è possibile di far ciò in alcun modo, non sapendosi il numero delle stanze che vi saranno aggiunte.
[9] Scriverò per quest’altro ordinario al signor Iacomo. A Vostra Signoria bacio le mani.