XLIII [G 67]

A Luca Scalabrino

[1] Male dimostra monsignor Silvio d’esser rimaso appagato della mia lettera, poiché continua ostinatamente in tutte le sue opinioni. In somma io temo che mi sia fatta qualche burla e mi rimetto a quello che v’ho scritto per l’altra mia et a quello che ora ne scrivo al Signore; ma avvertite di non palesare ad alcuno questo mio sospetto.

[2] Dello Sperone son chiaro, così per quello che mi scrivete voi, come per altre cose che da altri ho intese. In somma, egli ha una gran voglia che ’l mio poema sia consorte de’ suoi Dialogi e non lascierà, per adempire questo suo desiderio, di mettervi alcuna buona paroletta. [3] Mala deliberazione fu la mia quand’io mi risolvei a mostrargli il poema! E vorrei esser digiuno di cotesta revisione romana. [4] Que’ suoi avvertimenti sono a fatto a fatto nulla, non solo perché l’uno e l’altro fatto è fuor della favola, ma anco per altre ragioni ch’io un dì vi scriverò sì chiare che non v’avrà luogo ingegno di sofista. [5] Bastivi ora di sapere che nell’amore di Tancredi non v’è errore alcuno, e ch’è molto meglio l’introdurre la elettione del capitanato che ’l presupporla ne’ suoi primi anni; né già la mia causa e quella di Sofocle è la medesima, perché la sua è difensibile e scusabile, ma la mia non ha bisogno né di scuse né di difesa, ma merito lode assolutamente e, facendo altrimenti da quello che fo, male farei. [6] Io presuppongo ne i sei anni precedenti il campo, non senza guida, ma con molte scorte pari o quasi pari d’auttorità; e presuppongo il vero, né solo il vero, ma il verisimile. [7] Oh Dio, quante volte è ciò avvenuto! Dovrebbe pure il tuo vecchio ricordarsi di quel picciolo ma famoso esercito de’ greci, tanto invidiato poi da Marc’Antonio, di cui parla Senofonte nel libro intitolato l’Espedizione di Ciro minore; e si vedrebbe com’esso non ebbe sommo et assoluto capitanato se non nell’ultimo del viaggio e quando avea già fatte tante battaglie e scorsi tanti pericoli. [8] Dovrebbe ricordarsi della Argonautica di Apollonio e di tutt’i passaggi de i cristiani. Dovrebbe almeno ricordarsi ch’egli, movendomi questo medesimo dubbio, mostrò di restare appagatissimo alla risposta. [9] Ma io dirò pur anco ch’egli non mostra di aver ben letto i poeti, se non sa con qual arte si frappongano le digressioncelle ne’ catalogi, e quante cose per brevità si lasciano e si rimettono alla discrezione del lettore. [10] Suppongasi che Tancredi abbia fatto tutto ciò ch’egli vuole: io no ’l debbo dire in quel luogo, e basta quello che ho detto a fare che l’uomo imagini il resto. In somma, bisogna che si presuppongano molte cose, e chi nega questo principio è eretico. [11] Ma io sono entrato a scrivere per impazienza quello che non credeva di scrivere; non ho però scritto tutto ciò che si può, né quello che ho scritto è ben dedotto. Un’altra volta mi dichiarerò meglio. Ora voi seguite pure dissimulando; così farò io. [12] Ma di grazia, forniscasi tosto questa benedetta revisione, e mandatemi tutti i miei canti (ch’è ben tempo omai), de’ quali pare che vi siate scordato, e non so perché non ne parliate più. Io potrei omai averne bisogno, almeno per mostrare al duca tutto il corpo insieme.

[13] Ricordatevi delle acque e dell’olio da peste e indirizzate la risposta di questa a Ferrara. [14] Io ho scritto al Signore la cagione perché non mi piace il consiglio del Barga. E mi vi raccomando.