VII [V 7, G 28]

A Scipione Gonzaga

[1] Mandai l’ottavo e ’l nono canto, se ben mi ricordo, il decimosesto d’aprile, consegnato qui al mastro della posta. Vostra Signoria non mi dà nuova della ricevuta, né dallo Scalabrino me n’è fatto motto; né anco d’alcune lettere ch’io scrissi a Vostra Signoria et a lui per quello ordinario e per l’altro appresso, come che scriva d’essere stato egli medesmo alla posta. [2] In quelle lettere erano molte cose pertinenti al poema, intorno alcune parti delle quali non mi sodisfaccio: né vorrei che fossero smarrite. Ma più mi noia il dubbio che non siano state intercette, e mi si vanno avolgendo mille pensieri fastidiosi per la testa.

[3] Supplico Vostra Signoria ch’usi ogni diligenza per trovare i canti e le lettere; e trovandole, procuri che misser Giorgio intenda dal mastro delle poste se vennero per quel medesmo ordinario ch’io dico: et esamini bene se sono state aperte o no; ché vorrei pur uscire di questo dubbio che m’affligge, cioè che molte mie scritture siano ritenute e poi mandate.

[4] Messer Luca m’ha scritti gli avvertimenti del quarto e quinto canto. Mi piacciono: et a me diede sempre dubbio che la risoluzione di Goffredo non paresse poco prudente: ma non ho saputo trovar modo come consolarla; [5] né ora il trovo, che mi contenti. Messer Luca m’accenna un non so che di parere de’ revisori, ma troppo su ’l generale; e vorrei più particolarmente esser consigliato del modo.

[6] Scrissi a Vostra Signoria per la mia ultima che io nel decimosettimo dico tutte le cose che sono appartenenti all’apparecchio del califfo, perché quello mi pare luogo opportuno; et unisco insieme molte cose che dette sparsamente, oltre che mi romperiano il filo dell’altre, non fariano a mio giudizio tanta impressione ne’ lettori. [7] Ivi appare che ’l califfo era a Gaza, over v’avea trasferita la sede, con l’armata in punto per lo sospetto ch’aveva avuto molto prima de’ suoi luoghi maritimi. Gaza poi, sì come è vero che fosse frontiera del califfo, così è terra di porto, e tanto vicino a Gierusalemme che ’l tempo non mi muove dubbio.

[8] Scrivea nondimeno che, s’era riputato che non fosse bene lasciare il lettore tanto sospetto in questo dubbio, io ne darei prima alcuna notizia dietro quella stanza:

Del gran re de l’Egitto eran messaggi,
E molti dietro avean scudieri e paggi.

[9] Non ostante ciò, perché non mi torna bene che l’armata egittia comparisca sì tosto per alcuni altri rispetti; cioè perché desidero che Guglielmo capitan de’ genovesi venga tardi al campo, come Vostra Signoria vedrà poi; ho deliberato che quel corriero, che viene nel quinto canto, non porti altro che la nova del grand’apparecchio dell’armata egittia. [10] Non si trascrivano dunque quelle ultime stanze del corriero, ma mi si mandino in disparte; e dia Vostra Signoria parte di tutto questo a i revisori.

[11] Nel decimo canto v’è una contradittione, che pare ch’io presupponga la corte del califfo in Egitto: e questa è nata perché, quando io faceva quel canto, avea deliberato di porla nel Cairo; e poi per molti rispetti, quando fui al XVII, mutai risoluzione, constituendola ne’ confini di Giudea in Gaza. [12] Volsi mutare quelle parole del decimo che facevan dubbio e credeva d’averlo fatto, quando serrai il plico del decimo: mi pare poi di ricordarmi ch’io, non compiacendomi d’un verso, soprastessi: in somma, non mi ricordo se fossero da me cassate o no quelle parole che facevan la contradittione, e son queste: [13]

Che sa le vie, né di chi il guidi ha d’uopo
Vêr la montana Arabia, e vêr Canopo.

Le quali, se non son mutate, mutinsi così:

Che sa le vie, né d’uopo ha di chi ’l guidi
Verso il confin de’ palestini lidi.

[14] Questo ultimo verso è quel che non mi piace e che mi fe’ soprastare; pure servirà per un interim . Poco più appresso, ove dice, «A i gran regni del Nilo è il tuo camino», dicasi: «Verso a l’antica Gaza è il tuo camino».

[15] Mi pare anco di ricordarmi ch’in quella stanza io scrissi «appono».«Appongo» è meglio e più toscano; ché pongo dicono: e così credo che si debba osservare ne’ composti.

Nella medesima stanza si dà l’aggiunto di grande al viaggio non grande. Vostra Signoria mi favorisca di mutarlo. [16] Tutto ciò scrivo, presupponendo che ’l decimo canto, che mandai poi appresso gli altri, sia arrivato; e deve essere, se la mia sventura non mi perseguita in ogni cosa.

[17] A quella stanza ch’è nel primo canto, e comincia, «Ha da quel lato, donde il giorno appare, etc.», bisogna fare un segno, perché mi son lasciato guidare da Guglielmo Tirio, il qual credo che prendesse in ciò alcun errore, come le tavole mi dimostrano.

[18] Scrissi per l’ultima mia, e per le smarrite, ch’io non mi compiaceva del trapasso, ch’è nel quinto canto, da Armida alla contenzione di Rinaldo e di Gernando, come di quello che non mi par che leghi bene quelle materie; e credeva certo che senza altro dovesse esser notato da’ revisori. Poiché non l’han fatto, Vostra Signoria conferisca con esso loro il mio dubbio, il quale nell’altre lettere è più a lungo esplicato.

[19] Nel principio del settimo potrà parere ch’io vaghi troppo e che sarebbe meglio far poi che Tancredi stesso narrasse la sua prigionia: e di questo intenda il loro giudizio. Di Tancredi è facile il rimedio; di Erminia non così facile.

[20] In somma, come le scrissi, mi pare che la disposizione dal quarto al nono potesse esser migliorata e che si possa far senza molta fatica: delle parti seguenti mi compiaccio più.

[21] Or mi sovviene ch’in molti luoghi del poema si dice che s’aspetta il soccorso d’Egitto e l’oste d’Egitto: ciò non credo che possa mover alcun dubbio, ancor che Gaza non sia in Egitto. [22] Solo un luogo forse potria parere dubbio; e questo è nel secondo, ove Argante parla ad Alete:

[…] è da lui ditto
Al suo compagno, or ce n’andremo omai,
Tu in Gierusalemme, et io in Egitto.

Credo che ciò si possa dire, come si direbbe che vada in Francia, d’uomo ch’andasse in Provenza o in Bretagna o in altro luogo sottoposto al re et unito con quel regno. Pur, se offende, dicasi: «Io in Gierusalem, tu verso Egitto»; overo «Io vèr Gierusalem, tu verso Egitto».

[23] La risposta di Goffredo ancora, ch’è pur nel secondo canto, a gli ambasciatori:

[…] Or riportate
Al vostro re, che venga e che s’affretti,
ché la guerra aspettiam che minacciate;
E se non vien, fra ’l Nilo suo ci aspetti

questa risposta, dico, se ben pare che ponga il re in Egitto, non mi dà fastidio; perché essendo in modo di bravata, deve parlar dell’intimo del regno.

[24] Altro non mi sovviene che dirle in questa o in altra materia. Aspetto con desiderio di sapere che sarà avvenuto de’ canti e delle lettere: e le bacio le mani.