XXIV [G 44]
A Luca Scalabrino
[1] Quel che mi scriveste del romanzevole, me lo scriveste come vi fu detto a punto, perché nel medesimo modo me ne scrisse il signor Scipione; anzi si dichiarò chiarissimamente che così intendeva come sonavano le parole. Se poi ha cambiati a voi i dadi in mano, non ve ne maravigliate; ché meco ha fatto il medesimo, e pur io avea il carta canta: ma ciò poco rileva.
[2] Di grazia, fatevi dichiarare che significhi soluzion per machina o machina ; perché, dicendo che ve ne son molte nel mio libro, non intendono il termine: pur a questa volta non mi ci corranno; ch’io non vo’ scriver la mia opinione prima ch’intenda la loro. Scrivo al Signore che mi dichiari il termine: imparatelo ancor voi.
[3] Ho trovato di mutar con poca fatica la ventura della spada, che certo mi spiaceva: vedete quel che gliene scrivo.
[4] Salutate il signor Teggia, baciandoli le mani con ogni affetto.
[5] Vi sarà un’inclusa del Rondinello.