X [V 9, G 30]
A Scipione Gonzaga
[1] Per quest’altro ordinario risponderò a tutti i particolari ch’appartengono al privilegio e scriverò al signor Iacomo in ogni modo.
[2] Ho cominciato a distendere l’argomento della favola e de gli episodii interseritivi, così in prosa; ma occupato da un dolor di testa eccessivo, non ho potuto finirlo. [3] Il finirò e manderollo mercordì; et in esso potranno i signori revisori considerare parte di quel che desiderano, e ch’è necessario: è ben vero che la spiegatura è assai breve, sì che, se talora non v’apparirà come l’una parte si congiunga con l’altra, apparirà almeno intieramente qual sia la favola.
[4] Il dubbio del signor Flaminio nell’ottavo mi piace; e mi fa spiacere quella parte: «I miracoli sono soverchi e, quel ch’è peggio, non belli; e quel canto poco legato e con l’anteriore e fra se stesso: ma molte volte si fanno delle cose, perché non ne sovvengono delle migliori». [5] Strettezza di narrazione non mi par già di vedervi, massimamente parlandosi in persona d’altri; ch’a queste tali narrazioni si conviene minor larghezza ch’a quelle fatte dal poeta immediate .
[6] A quel che dice il signor Barga della fame, non assentisco: e’ vi è pure alcun vestigio di fame in Virgilio et in Omero; ma Vostra Signoria non dica altro, sin ch’io non mi dichiaro meglio.
[7] Nel decimo non s’ha intiera cognizione dell’arti d’Armida e del caso dell’armi di Rinaldo: s’avrà poi; e però questo sia per aviso. [8] Il lasciar l’auditor sospetto, procedendo dal confuso al distinto, dall’universale a’ particolari, è arte perpetua di Virgilio; e questa è una delle cagioni che fa piacer tanto Eliodoro, et è molte volte usata (male o bene, non so) in questo libro. [9] Siale ora per essempio Erminia, della quale e de gli amori della quale s’ha nel terzo canto alcuna ombra di confusa notizia; più distinta cognizione se n’ha nel sesto; particolarissima se n’avrà per sue parole nel penultimo canto, che s’io non m’inganno... Ma dove trascorro? Vostra Signoria il vedrà.
[10] «E quando nulla a la mia donna avegna» non è ben detto, com’ella avvertisce: se le verrà fatto di conciarlo, il receverò in sommo grado.
[11] «Infin la torre» è ben detto, senza alcun dubbio. Dante, Giovan Villani, il Boccaccio accompagnano questa particella infino con l’accusativo, senza la proposizion a : ho notati i luoghi, ma non ho tempo di cercarli. [12] Messer Luca, che è dantista, e, s’io non m’inganno, già avertito da me di quest’uso, facilmente n’avrà alcuno in pronto.
[13] Vostra Signoria mi gonfia di tanta ambizione con sì segnalato favore, com’è ch’ella trascriva di sua mano sì lunga Iliade, ch’io non ne capisco in me stesso. [14] La cortesia d’Alessandro non si paragoni a questa, né Alessandro a Scipione in molte cose. [15] Io non voglio entrare ne’ ringraziamenti; ché questo campo omai non voglio correr con lei. Di grazia, rinovi le mie scuse col signor Barga e mi conservi in sua grazia. E con questo le bacio le mani.