XVI [V 14, G 37]
A Scipione Gonzaga
[1] Scrissi a Vostra Signoria di Ferrara, la sera ch’io avea da partirmi per Bologna, in tanta fretta che io mi scordai di dirle due cose. [2] L’una è che nel terzodecimo io credo di volere introdurre il caldo altramente che non ho fatto e mutare quella stanza che comincia: «Parla così tutto di fiamma in volto». L’altra, che nel medesimo terzodecimo non mi piace quella stanza:
Così quel contra morte audace coreNulla forma turbò d’alto spavento.
[3] Perché vorrei che Tancredi fosse superato in qualche cosa pertinente alla fortezza; però vo pensando che, da poi ch’egli avrà dato il colpo all’arbore, veggia imagini orribilissime, e vengano terremoti e turbini che gli scuotano la spada dalle mani. Voglio in somma che veggia il sangue e senta i gemiti dell’arbore: ma voglio che la causa principalissima ch’egli perda la spada sia forza et orrore dell’incanto.
[4] Credo ch’io gli scrivessi che nel ragionamento d’Ugone disegno che particolarmente egli mostri a Goffredo i bisogni ch’avrà di Rinaldo e che gli mostri quant’egli sia debilitato di forze e quanto senza lui sarebbe inabile ad espugnar la città et a sostener l’oste d’Egitto.
[5] Nel nono non si può fare di non dar la vittoria intera a i cristiani; altrimente non si verrebbe all’assalto: ma nell’undecimo farò che tutti o quasi tutti i principi, da Tancredi in poi, siano mal trattati e che molti più ne muoiano.
[6] È qui il nostro signor Borghese in stampa d’Aldo, pieno di favori e di scudi, per quanto e’ dice.
[7] I canti dello Strozza credo che sian perduti: io intorno a ciò mi rimetto a messer Luca. La fretta che n’ho è grandissima. Mi rincresce di non aver potuto gustar la gloria di sì segnalato favore. E le bacio le mani.