Torquato Tasso ai lettori.

Non m’era nuovo, benignissimi lettori, che sì come nessuna azione umana mai fu in ogni parte perfetta, così ancora a nessuna mai mancaro i suoi reprensori. Laonde, quando diedi principio a quest’opera, la qual ora è per venir a le vostre mani, e quando di stamparla mi disposi, chiaramente previdi ch’alcuno, anzi molti, sarebbono stati, i quali l’una e l’altra mia deliberazione avriano biasimata, giudicando poco convenevole a persona che per attender agli studii de le leggi in Padova dimori, spendere il tempo in cose tali; e disconvenevolissimo ad un giovine de la mia età, la quale non ancora a XIX anni arriva, presumere tant’oltre di se stesso ch’ardisca mandare le primizie sue al cospetto de gli uomini ad esser giudicate da tanta varietà di pareri. Nulla di meno, spinto dal mio genio, il quale alla poesia sovra ad ogn’altra cosa m’inchina, e dall’esortazioni de l’onoratissimo messer Danese Cattaneo, non meno ne lo scrivere che ne lo scolpire eccellente; essendo poi in questa opinione confermato da messer Cesare Pavesi, gentiluomo e ne la poesia e ne le più gravi lettere di filosofia degno di molta lode, osai di pormi a quest’impresa, ancorché sapessi che ciò non sarebbe per piacere a mio padre, il quale e per la lunga età, e per li molti e varii negozii che per le mani passati gli sono, conoscendo l’instabilità de la fortuna e la varietà de’ tempi presenti, averebbe desiderato ch’a più saldi studii mi fossi attenuto, co’ quali quello m’avesse io potuto acquistare ch’egli con la poesia, e molto più col correr de le poste in servigio de’ principi, avendo già acquistato, per la malignità de la sua sorte perdé, né ancora ha potuto ricuperare; sì ch’avendo io un sì fermo appoggio com’è la scienza delle leggi, non dovessi poi incorrere in quegli incomodi ne’ quali egl’è alcuna volta incorso. Ma sendo stata di maggior forza in me la mia naturale inchinazione, il desiderio di farmi conoscere (il che forse più facilmente succede per lo mezzo de la poesia che per quello de le leggi) e l’esortazioni de’ molti amici miei, cominciai a dare effetto al mio pensiero, cercando di tener quello ascoso a mio padre; ma non era giunto ancora di grande spazio a quel termine che ne la mente preposto m’avea, ch’egli ne fu chiarissimo, ed ancorché molto gli pesasse, pure si risolvé a la fine di lasciarmi correre dove il giovenil ardor mi trasportava. Sì ch’avendo ne lo spazio di dieci mesi condutto a fine questo poema (come il signor Tommaso Lomellino, gentiluomo onoratissimo e di pulitissimi costumi, ed altri molti render ne possono testimonio) e mostrandolo a i clarissimi signor Molino e Veniero, il valor de’ quali supera di gran lunga la grandissima fama, fui da loro esortato caldamente a darlo fuori; e si può veder una lettera del predetto signor Veniero scritta in questa materia a mio padre, il quale, senza l’auttorità ed il parere di questi dottissimi e giudiziosissimi gentiluomini, non m’avrebbe giamai ciò permesso, ancorché dal Danese e dal Pavese, il giudizio de’ quali è però da lui molto stimato, ne gli fosse prima stato scritto, non avendo egli veduto se non parte de l’opera mia. Viene dunque il mio Rinaldo a dimostrarsi al vostro conspetto, sicuro sotto lo scudo di tali auttorità da l’arme de le maledicenze altrui: pregherò ben voi, gentilissimi lettori, che lo vogliate considerare come parto d’un giovinetto, il qual se vedrà che questa sua prima fatica grata vi sia, s’affaticherà di darvi un giorno cosa più degna di venire ne le vostre mani, e ch’a lui loda maggior possa recare. Né credo che vi sarà grave che io, discostatomi alquanto da la via de’ moderni, a que’ miglior antichi più tosto mi sia voluto accostare, ché non però mi vedrete astretto a le più severe leggi d’Aristotile, le quali spesso hanno reso a voi poco grati que’ poemi che per altro gratissimi vi sarebbono stati; ma solamente que’ precetti di lui ho seguito i quali a voi non togliono il diletto: com’è l’usare spesso gl’episodii, ed introducendo a parlar altri, spogliarsi de la persona di poeta, e far che vi nascano l’agnizioni e le peripezie o necessariamente o verisimilmente, e che vi siano i costumi e ’l discorso espressi. È ben vero che ne l’ordir il mio poema mi sono affaticato ancora un poco, in far sì che la favola fosse una, se non strettamente, almeno largamente considerata; e ancora ch’alcune parti di essa possano parere oziose, e non tali che sendo tolte via il tutto si distruggesse, sì come tagliando un membro al corpo umano quel manco ed imperfetto diviene, sono però queste parti tali che, se non ciascuna per sé, almeno tutte insieme fanno non picciolo effetto, e simile a quello che fanno i capelli, la barba e gli altri peli in esso corpo, de’ quali s’uno n’è levato via, non ne riceve apparente nocumento, ma se molti, bruttissimo e difforme ne rimane. Ma io desiderarei che le mie cose né da severi filosofi seguaci d’Aristotile, c’hanno innanzi gl’occhi il perfetto essempio di Virgilio e d’Omero, né riguardano mai al diletto ed a quel che richieggiono i costumi d’oggidì, né da i troppo affezionati de l’Ariosto fossero giudicate; però che quelli conceder non mi vorranno ch’alcun poema sia degno di loda, nel qual sia qualche parte che non faccia apparente effetto, la qual tolta via non però ruini il tutto; ancorché molti de’ tai membri siano nel Furioso e ne l’Amadigi, ed alcuno ne gli antichi greci e latini. Quest’altri gravemente mi riprenderanno che non usi ne’ principii de’ canti quelle moralità e que’ proemii ch’usa sempre l’Ariosto; e tanto più che mio padre, uomo di quell’autorità e di quel valore ch’il mondo sa, anch’egli talvolta da quest’usanza s’è lasciato trasportare. Benché da l’altra parte né il principe de’ poeti Virgilio, né Omero, né gli altri antichi gli abbiano usati, ed Aristotile chiaramente dica, ne la sua Poetica (la qual ora con gloria di sé e stupore ed invidia altrui espone in Padoa l’eloquentissimo Sigonio) che tanto il poeta è migliore quanto imita più, e tanto imita più quanto men egli come poeta parla e più introduce altri a parlare: il qual precetto ha benissimo servato il Danese, in un suo poema composto ad imitazione de gli antichi e secondo la strada ch’insegna Aristotile, per la quale ancor me egli esortò a caminare. Ma non l’han già servato coloro che tutte le moralità e le sentenze dicono in persona del poeta, né solo in persona del poeta, ma sempre nel principio de’ canti, ch’oltre che ciò facendo non imitino, pare che siano talmente privi d’invenzione e che non sappiano tai cose in altra parte locare che nel principio del canto. E come questo ad alcuni potrebbe parere soverchia ambizione di volere mostrarsi dotto, o pur d’esser, scherzando, piacevole e faceto tenuto dal vulgo, così forse non è senza affettazione. Ed io credo che vero sia ciò ch’il dottissimo signor Pigna dice in questa materia, che l’Ariosto tai proemi non avrebbe fatto, se non avesse stimato che trattando di varii cavalieri e di varie azioni, e tralasciando spesso una cosa e ripigliandon’un’altra, gli era necessario render talvolta docili gli auditori, il che quasi sempre in tai proemii si fa, preponendo quel che nel canto si dee trattare, e congiungendo le cose che s’hanno a dire con quelle che già dette si sono; e la medesima cagione, oltre l’usanza, ha mosso mio padre ad imitarlo. Ma io che tratto d’un sol cavaliero, ristringendo (per quanto i presenti tempi comportano) tutti i suoi fatti in un’azione, e con perpetuo e non interrotto filo tesso il mio poema, non so per qual cagione ciò mi dovessi fare: e tanto più che vedeva la mia opinione dal Veniero, dal Molino e dal Tasso essere approbata, l’auttorità de’ quali può molto appo ciascuna persona. Sapeva oltra ciò quest’essere prima stata opinione de lo Sperone, il qual tutte l’arti e le scienze interamente possiede. Non vi spiaccia dunque di vedere il mio Rinaldo parte ad imitazion de gli antichi e parte a quella de’ moderni composto; il quale, se da voi serà benignamente accolto, un’altra volta in molte parti migliorato e senza tanti errori di stampa si lasciarà vedere; e perché molti de quelli potreste a me imputare, vi prego che talvolta la tavola degli errori riguardiate, anzi ogni volta ch’il senso oscuro ed intricato vi paresse.

CANTO PRIMO

1
Canto i felici affanni e i primi ardori
che giovanetto ancor soffrì Rinaldo,
e come ’l trasse in perigliosi errori
desir di gloria ed amoroso caldo,
allor che, vinti dal gran Carlo, i Mori
mostraro il cor più che le forze saldo,
e Troiano, Agolante e’l fiero Almonte
restar pugnando uccisi in Aspramonte.
2
Musa, che ’n rozzo stil meco sovente
umil cantasti le mie fiamme accese,
sì che stando le selve al suono intente,
Eco a ridir l’amato nome apprese:
or ch’ad opra maggior movo la mente,
ed audace m’accingo ad alte imprese,
ver me cotanto il tuo favor s’accresca
ch’al raddoppiato peso egual riesca.
3
Forse un giorno ardirai de’ chiari fregi
del gran Luigi Estense ornar mie carte,
onde, mercè del suo valor, si pregi
e viva il nostro nome in ogni parte;
non perch’io stimi ch’a’ suoi fatti egregi
possa dar luce umano ingegno od arte,
ch’egli è tal ch’altrui dona e gloria e vita,
e vola al ciel senza terrena aita.
4
E voi sacro signor, ch’adorno avete
d’ostro la chioma e di virtude il core,
e sì lucidi raggi omai spargete
che se n’oscura ogni più chiaro onore,
quando a i gravi pensier la via chiudete,
prestate al mio cantar grato favore,
ch’ivi vedrete almen, se non espresso,
adombrato in altrui forse voi stesso.
5
Ma quando, il crin di tre corone cinto,
v’avrem l’empia eresia domar già visto,
e spinger pria, da santo amor sospinto,
contra l’Egitto i principi di Cristo,
onde il fiero ottomano, oppresso e vinto,
vi ceda a forza il suo mal fatto acquisto,
cangiar la lira in tromba e ’n maggior carme
dir tentarò le vostre imprese e l’arme.
6
Già Carlo Magno in più battaglie avea
domo e represso l’impeto affricano,
e per opra d’Orlando omai giacea
estinto Almonte e ’l suo fratel Troiano;
pur in sì rio destin si difendea
ne’ forti luoghi ancor lo stuol pagano,
ché molti in riva al mar, molti fra terra
pria n’occupò nel cominciar la guerra.
7
Ma Carlo, il pian ridotto in suo potere
e l’uno e l’altro mar a quel vicino,
stringea più sempre con l’armate schiere
da varie parti il campo saracino,
ch’avendo gran cagion del suo temere
paventava il furor d’empio destino;
pur, con audace e generoso core,
era a’ nemici suoi d’alto terrore.
8
E ciascun giorno sempre alcun di loro
fuor da le mura e da’ ripari usciva,
per provar s’al francese il valor moro
pari al men ne’ düelli riusciva;
ma quando il sol celava i bei crin d’oro,
e sotto l’ali il ciel notte copriva,
tutti assaliano insieme il nostro campo,
per tentar con lor gloria alcuno scampo.
9
Ma sempre il primo onore, il primo vanto,
in generale e in singolar battaglia,
rapporta Orlando il giovenetto, e in tanto
gli antichi eroi d’alte prodezze aguaglia:
guerriero alcun non è feroce tanto,
né piastra fatta per incanto o maglia
ch’al suo valor resista; e Marte istesso
avria forse la palma a lui concesso.
10
Oh quante volte e quante ei fece solo
a mille cavalier volger le piante,
e quante ancor rendette il terren suolo
del mauro sangue caldo e rosseggiante;
quante volte colmò d’estremo duolo
gli smariti seguaci d’Agolante,
ch’alzar gli vider sanguinosi monti
de’ duci lor più gloriosi e conti!
11
Tosto la vaga Fama il suo valore
e l’opre sue va divolgando intorno:
picciola è prima, e poi divien maggiore,
ch’acquista forze ognor di giorno in giorno.
Ovunque arriva sparge alto romore,
e finge quel d’ogni virtute adorno;
col vero il falso meschia, e in varie forme
si mostra altrui, né mai riposa o dorme.
12
Fra gli altri molti, del figliuol d’Amone
ella giunge a l’orecchie, e i fatti egregi
del valoroso suo cugin gli espone
a parte a parte, e gli acquistati fregi.
Subito a quell’illustre alto garzone,
c’ha ne la gloria posto i sommi pregi,
invidia accende generosa il petto,
che ne gli altieri spirti ha sol ricetto.
13
E tal invidia ha in lui maggior potere
perché gli par che ’l fior de’ suoi verdi anni,
quando l’uom deve tra l’armate schiere
soffrir di Marte i gloriosi affanni,
ei consumi in fugace e van piacere,
involto in molli e delicati panni,
quasi vil donna che ’l cor d’ozio ha vago,
e sol adopri la conocchia e l’ago.
14
Da queste cure combattuto geme,
e sospir tragge dal profondo core;
d’esser guardato vergognoso teme,
ch’induce l’altrui vista in lui rossore;
crede ch’ognun l’additi, e scioglia insieme
in tai voci la lingua a suo disnore:
«Come de’ suoi maggior le lucid’opre
con le tenebre sue questi ricopre!».
15
Tra sé tai cose rivolgeva ancora
quando il tetto real lasciossi a tergo,
e da Parigi uscio, ché quivi allora
insieme con la madre avea l’albergo;
e caminando, in breve spazio d’ora
giunse d’un prato in sul fiorito tergo,
che si giacea tra molte piante ascoso
ond’era poi formato un bosco ombroso.
16
Quivi, perché gli pare acconcio il luoco
a lamentarsi, e non teme esser visto,
si ferma e siede, e ’n suon languido e fioco
così comincia a dir, doglioso e tristo:
«Deh! perché, lasso! un vivo ardente foco
di dolor, di vergogna e d’ira misto
non m’arde e volge in polve, onde novella
di me mai più non s’oda o buona o fella?
17
Poi ch’oprar non poss’io che di me s’oda
con mia gloria ed onor novella alcuna,
o cosa ond’io pregio n’acquisti e loda,
e mia fama rischiari oscura e bruna;
poscia che non son tal che lieto goda
di mia virtute o pur di mia fortuna,
ma il più vil cavaliero, al ciel più in ira,
che veggia il sol tra quanto scalda e gira;
18
deh! perché almeno oscura stirpe umile
a me non diede o padre ignoto il Fato,
o femina non son tenera e vile,
ché non andrei d’infamia tal macchiato?
Perciò ch’in sangue illustre e signorile,
in uom d’alti parenti al mondo nato,
la viltà si raddoppia, e più si scorge
che in coloro il cui grado alto non sorge.
19
Ah! quanto a me de’ miei maggior gradito
poco è il valor e la virtù suprema;
quanto d’Orlando a me di sangue unito
l’ardir mi noce e la possanza estrema!
Egli or, di fino acciar cinto e vestito,
l’alte inimiche forze abbatte e scema,
e con l’invitta sua fulminea spada
fa ch’Africa superba umil se ’n vada.
20
Io quasi a l’ozio, a la lascivia, a gli agi
nato, in vani soggiorni il tempo spendo,
e ne le molli piume e ne’ palagi
sicuri tutto intero il sonno prendo;
e per soffrire i marzial disagi
tempo miglior, età più ferma attendo
a i materni conforti ed a que’ preghi
cui viril petto indegno è che si pieghi».
21
Mentre così si lagna, ode un feroce
innito di cavallo al cielo alzarsi.
Chiuse le labbra allor, frenò la voce
Rinaldo, e non fu tardo a rivoltarsi;
e vide al tronco d’una antica noce
per la briglia un destrier legato starsi,
superbo in vista, che mordendo il freno
s’aggira, scuote il crin, pesta il terreno.
22
Nel medesmo troncone un’armatura
vide di gemme e d’or chiara e lucente,
che par di tempra adamantina e dura,
ed opra di man dotta e diligente.
Cervo che fonte di dolc’acqua e pura
trovi allor ch’è di maggior sete ardente,
od uomo che rimiri a l’improviso
il caro volto che gli ha il cor conquiso,
23
non si rallegra come il cavaliero,
che così larga strada aprir vedea
per mandar ad effetto il suo pensiero,
che tutto intento ad oprar l’arme avea.
Corre dove sbuffando il bel destriero
con la bocca spumosa il fren mordea,
e lo discioglie e per la briglia il prende,
e ne l’arcion, senz’oprar staffa, ascende.
24
Ma l’arme che facean, quasi trofeo
sacro al gran Marte, l’alboro pomposo,
distaccò prima e adorno se ’n rendeo,
di tal ventura stupido e gioioso;
conosce ben che chi quelle arme feo
fu di servirlo sol vago e bramoso,
ch’erano ai i membri suoi commode ed atte,
qual se per lui Vulcan l’avesse fatte.
25
Oltra che de lo scudo il campo aurato
da sbarrata pantera adorno scorge,
che con guardo crudel, con rabbuffato
pelo, terror a i rimiranti porge:
ha la bocca e l’unghion tinto e macchiato
di sangue, e su duo piedi in aria sorge.
Già tal insegna acquistò l’avo, e poi
la portar molti de’ nepoti suoi.
26
Poi che saltando su ’l destriero ascese,
e tutto fu di lucide arme adorno,
l’usbergo, l’aureo scudo e l’altro arnese
si vagheggiava con lieto occhio intorno;
indi con ratta man la lancia prese,
la lancia ond’ebber molti oltraggio e scorno;
ma la spada lasciò, ché gli sovvenne
d’un giuramento ch’ei già fe’ solenne.
27
Avea di Carlo al signoril cospetto,
vantando, fatto un giuramento altero,
quando da lui coi frati insieme eletto
al degno grado fu di cavaliero,
di spada non oprar, quantunque astretto
ne fosse da periglio orrendo e fiero,
s’in guerra pria non la toglieva a forza
a guerrier di gran fama e di gran forza.
28
Ed or, come colui ch’audace aspira
a degne imprese, ad opre altere e nove,
ciò por vuole ad effetto, e ’l destrier gira,
e ’l batte e sprona ed a gran passi il muove;
e così il generoso sdegno e l’ira
e ’l desio di trovar venture dove
possa la lancia oprar lo spinge e affretta,
ch’in breve tempo uscì de la selvetta.
29
Come al marzo errar suol giumenta mossa
da gli amorosi stimoli ferventi,
onde non è che ritenerla possa
fren, rupi, scogli o rapidi torrenti,
così il garzon cui l’alma ognor percossa
è da sproni d’onor caldi e pungenti,
erra di qua, di là, raddoppia i passi
per fiumi, boschi e per alpestri sassi.
30
Tal ch’allor che ’l villan, disciolti i buoi
dal giogo, a riposar lieto s’accinge,
e ritogliendo il sol la luce a noi
via più rimoto ciel colora e pinge,
giunge in Ardenna, ove de’ fati suoi
l’immutabil voler l’indrizza e spinge;
quivi nuovo desir l’alma gli accense,
che quel primier in lui però non spense.
31
Errò tutta la notte intera; e quando
ne riportò l’Aurora il giorno in seno,
uom riscontrò d’aspetto venerando,
di crespe rughe il volto ingombro e pieno,
che sovra un bastoncel giva appoggiando
le membra, che parean venir già meno,
e a questi segni ed al crin raro e bianco
mostrava esser da gli anni oppresso e stanco.
32
Questi, verso Rinaldo alzando ’l viso,
così gli disse in parlar grave e scorto:
«Dove vai, cavalier, ch’egli m’è aviso
vederti tutto omai lacero e morto?
Ché già più d’un guerriero è stato ucciso
ch’errando per lo bosco iva a diporto,
e troppo altero del suo gran valore,
ha voluto provar tanto furore.
33
Sappi che novamente in questa selva
è comparso un cavallo aspro e feroce,
di cui non è la più gagliarda belva
o dove aghiaccia o dove il sol più cuoce.
Da lui qual lepre fugge e si rinselva
il leone, il cinghial e l’orso atroce;
dovunque passa l’alte piante atterra,
e intorno tremar fa l’aria e la terra.
34
Dunque fuggi, meschino, o in cavo e fosco
luoco t’ascondi, ché d’udir già parmi
rimbombar al suo corso intorno il bosco,
né contra a lui varran tue forze ed armi;
ch’io quanto a me, s’a segni il ver conosco,
cagion non ho di quinci allontanarmi
per servar questa spoglia inferma e vecchia,
cui natura disfar già s’apparecchia».
35
Al parlar di quel vecchio il buon Rinaldo
non si smarrì, né di timor diè segno,
ma d’ardente desir divenne caldo
di farsi qui d’eterna fama degno;
e con parlar rispose audace e saldo,
acceso dentro d’onorato sdegno
che co’ detti a vil fuga altri l’esorte,
quasi ei paventi una famosa morte.
36
«Fugga chi fuggir vuol, ché cavaliero
non dee più che la lancia oprar lo sprone,
e quanto è più il periglio orrendo e fiero,
più francamente il forte a lui s’oppone;
ed io già fermo fo stabil pensiero
di far del mio valor qui paragone;
e se ben fussi ov’è più ardente il polo,
qui ratto ne verrei per questo solo».
37
Allor l’antico vecchio a lui rivolto,
in voci tai l’accorta lingua sciolse:
«Con gran diletto, o cavaliero, ascolto
il grande ardir ch’in te natura accolse;
né vidi uom mai più dal timor disciolto,
da poi che ’l mio parlar non ti distolse
da l’alta impresa, né tue brame estinse,
ma loro infiammò più, te più sospinse.
38
E credo che conforme abbia a l’ardire
infuso in te ’l valor l’alma natura,
e che per le tue man deggia finire
tosto sì perigliosa alta ventura:
segui pur dunque il tuo gentil desire,
e di gloria e d’onor l’accesa cura,
ch’a degne imprese il tuo destin ti chiama,
e vivrai dopo morte ancor per fama.
39
E perché possi, quando a cruda guerra
ti troverai con quel destrier possente,
la furia sua, che l’altrui forze atterra,
vincere e superar più facilmente,
vedi di trarlo mal suo grado in terra,
ché mansueto ei diverrà repente,
ed a te sì fedel che non fu tanto
fedel al magno Ettorre il fiero Xanto.
40
Di lui quel ti dirò ch’a molti è ignoto,
che ti parrà quasi impossibil cosa.
Amadigi di Francia, a tutti noto,
che la bella Oriana ebbe in sua sposa,
solcando il mar, fu dal piovoso Noto
spinto a l’isola detta or Perigliosa,
ch’allor con nome tal non fu chiamata,
ma tra l’altre perdute annoverata.
41
Quivi il destrier vins’ei già carco d’anni,
ed in Francia suo regno il menò seco;
ma poi ch’a volo glorioso i vanni,
di sé lasciando il mondo orbato e cieco,
mosse felice inver gli empirei scanni,
incantato il destrier entro uno speco
fu qui vicin dal saggio Alchifo il mago,
di far qualch’opra memorabil vago.
42
Sotto tai leggi allor quel buon destriero
fu dal mago gentil quivi incantato,
che non potesse mai da cavaliero
per ingegno o per forza esser domato,
se dal sangue colui reale altero
d’Amadigi non fusse al mondo nato,
e s’in valor ancor no ’l superasse,
o pari almeno in arme a lui n’andasse.
43
Dopo che ’l mago la bell’opra fece,
non s’è ’l cavallo se non or veduto,
ma da ch’apparve, diece volte e diece
ha ’l suo torto camin Cinzia compiuto:
onde da segno tal comprender lece
che ’l termine prefisso è già venuto
ch’esser disfatto dee lo strano incanto
e domato il destrier feroce tanto.
44
Né ti maravigliar se ’l destrier vive
dopo sì lungo girar d’anni ancora,
ch’ il fil troncar d’alcun le Parche dive
non ponno, s’incantato egli dimora;
né fra l’imposte al viver suo gli ascrive
il fato di quel tempo una sol’ora.
Grande il poter de’ maghi oltra misura
e quasi equale a quello è di Natura.
45
Nel fin di questa selva un antro giace:
indi il cavallo mai non si discosta,
ma misero colui che troppo audace
a quella parte ov’egli sta s’accosta.
Tu, perché partir vuo’, rimanti in pace;
e s’a l’impresa ancor l’alma hai disposta,
in oblio non porrai che, s’ei la terra
col fianco premerà, vinta hai la guerra».
46
Non avea detto ancor queste parole
che ne la selva si cacciò più folta,
veloce sì che più veloce il Sole,
dechinando il suo carro, al mar non volta.
Restò Rinaldo allor sì come suole
debile infermo rimaner talvolta,
cui ne’ sonni interrotti appaion cose
impossibili, strane e mostruose.
47
Questi, ch’era apparito al giovinetto
in forma d’uom ch’a vecchia etate è giunto,
era il buon Malagigi, a lui di stretto
nodo di sangue e d’alto amor congiunto,
mago de la sua etade il più perfetto,
che ’l buon voler mai dal saper disgiunto
non ebbe, anzi ad ognor suoi giorni spese
altrui giovando in onorate imprese.
48
Egli avea ritenuto il suo germano
Rinaldo alquanto in Francia e quasi a forza,
sin ch’un influsso rio gisse lontano
e cresciesse con gli anni in lui la forza;
or, passato il furor troppo inumano
del ciel, cui spesso uom saggio e piega e sforza,
gli permise il partirsi, e fegli appesi
trovar al tronco i necessari arnesi.
49
Rinaldo intanto per la selva caccia
il suo destrier per vie longhe e distorte,
e de l’altro corsier segue la traccia,
senza saper qual strada a quello il porte;
e per ogni romor che l’aura faccia
per che rallegri l’animo e conforte,
credendo allor trovarlo; e così invano
errò sinché ’l sol gio ne l’oceano.
50
Allor su l’erba a piè d’un fonte scese,
ch’era de’ quattro l’un che fe’ Merlino,
e con frutti selvaggi ed acqua prese
ristor de la fatica e del camino.
Ma quando Febo in oriente accese
di nuovo il vago raggio matutino,
ritorno fece a la primiera inchiesta,
e ’l viaggio seguì per la foresta.
51
Per quella andò gran spazio avendo intenti
gli occhi e ’l pensiero a l’alta impresa solo;
ed ecco, allor che co’ suoi raggi ardenti
insino a l’imo fende Appollo il suolo,
strepito pargli d’animai correnti
sentir nel bosco, onde ne corre a volo
là onde il suono a le sue orrecchie viene,
e raddoppia nel cor desire e spene.
52
Ed in questa apparir da lungi vede
leggiadra cerva e più che latte bianca,
che ratta move a tutto corso il piede
ed anelando vien sudata e stanca;
e sì il timor il cor le punge e fiede,
e la lena e ’l vigor in lei rinfranca,
ch’ov’è ’l garzone arriva e inanzi passa,
e gran parte del bosco a tergo lassa.
53
Vien dietro a lei sovra un cavallo assisa,
che veloce se ’n va come saetta,
di nuovo abito adorna in strana guisa
una disposta e vaga giovinetta,
dal cui dardo ferita e poscia uccisa
fu la fugace e timida cervetta,
dal dardo ch’ella, di lanciar maestra,
tutto le fisse entro la spalla destra.
54
Mira il leggiadro altero portamento
Rinaldo, e ’nsieme il vago abito eletto:
e vede il crin parte ondeggiar al vento,
parte in belli aurei nodi avolto e stretto,
e la vesta cui fregia oro ed argento,
sotto la qual traspar l’eburneo petto,
alzata alquanto, discoprir a l’occhio
la gamba e ’l piede fin presso al ginocchio:
55
la gamba e ’l piede, il cui candor contende
purpura in fior contesta a l’altrui vista;
il dolce lume poi che gli occhi accende,
e la guancia di gigli e rose mista,
e la fronte d’avorio onde discende
grazia che può far lieta ogn’alma trista,
e le perle e i rubin, fiamme d’Amore,
rimira ingombro ancor d’alto stupore.
56
Non quando vista ne le gelid’acque
da l’incauto Atteon fusti, Diana,
tant’egli ne stupì, né tanto piacque
a lui la tua beltà rara e soprana,
quant’or nel petto al buon Rinaldo nacque
fiamma amorosa e maraviglia strana,
vedendo in selva solitaria ed adra
sì vago aspetto e forma sì leggiadra.
57
La vaga e cara imago, in cui risplende
de la beltà del ciel raggio amoroso,
dolcemente per gli occhi al cor gli scende
con grata forza ed impeto nascoso:
quivi il suo albergo lusingando prende;
alfin con modo altero, imperioso,
rapisce a forza il fren del core e ’l regge,
ad ogn’altro pensier ponendo legge.
58
Ma come quel che pronto era ed audace
e Fortuna nel crin prender sapea,
e tanto più quant’era più vivace
quel dolce ardor che l’alma gli accendea,
disse: «V’apporti il ciel salute e pace
sempre, qual che vi siate, o donna o dea;
e come vi fe’ già leggiadra e bella,
così beata or voi faccia ogni stella.
59
E s’a la grazia, a la beltà del viso
pari felicità dal ciel v’è data,
ardisco dir che non è in paradiso
alma di voi più lieta e più beata:
ché tai son quelle in voi, ch’egli m’è aviso
ch’angiola siate di là su mandata:
onde per me felice io mi terrei
di spender, voi servendo, i giorni miei.
60
Ma dapoi che mostrarvi il ciel cortese
ha per sì raro dono a me voluto,
facciamisi or per voi chiaro e palese
quel che sin qui nascosto ei m’ha tenuto:
ch’avendo l’altre qualitati intese,
come quelle apparenti ho già veduto,
rimarrà sol che con onor divini
voi mia dea riverisca, a voi m’inchini».
61
Al parlar di Rinaldo la donzella
d’un onesto rossor le guancie sparse,
e qual veggiam del Sol l’alma sorella,
quando vento minaccia, in volto apparse:
il che più la rendette adorna e bella,
e di fiamma più calda il giovin arse;
indi mosse ver lui parole tali
che tutte al cor gli fur fiammelle e strali:
62
«Non son qual mi formate, o cavaliero,
né va ’l mio merto al parlar vostro eguale;
ma di Carlo soggiaccio al magno impero,
come ancor voi da Dio fatta mortale;
ben è ’l fratello mio prode guerriero,
e di sangue chiarissimo e reale:
ei che Guascogna, ond’è signor, governa,
or segue Carlo a fiera guerra esterna.
63
Ed io, ch’al giogo maritale unita
non sono e seguir Cinzia ancor mi lice,
in un castel vicin tranquilla vita
ne meno, e meco sta mia genitrice
e compagnia, qual bramar so, gradita;
resta or che ’l nome dica: egli è Clarice.
Ma chi sete guerriero, e di qual merto,
voi che ’l vostro servir m’avete offerto?»
64
Allor Rinaldo a lei così rispose:
«Traggo l’origin io da Costantino,
che l’imperial sede in Grecia pose,
lasciando altrui d’Italia il bel domino;
Amone è ’l padre mio, le cui famose
opre al grado l’alzar di paladino;
Chiaramonte il cognome, io son Rinaldo,
solo di servir voi bramoso e caldo».
65
«Chi de’ vostri avi invitti e del gran padre
non ha sentito l’onorato grido,
s’è testimon de l’opre lor leggiadre
ogni remota piaggia ed ogni lido?
E chi d’Orlando, a le cristiane squadre
prima difesa contra il Mauro infido?
Ma di voi null’ancor la fama aporta».
Così a lui disse la donzella accorta.
66
E con que’ detti gli traffisse il core,
e ’l colmò di dolore e di vergogna,
onde in se stesso d’ira e di furore
acceso, morte e più null’altro agogna.
Tratte dal petto alfin tai voci fuore,
rispose a quella tacita rampogna:
«Affermo anch’io che molto Orlando vaglia,
e che raro è colui che se gli aguaglia:
67
ma ’l suo valor però non tanto parmi
ch’io col vostro favor punto temessi
seco venir al paragon de l’armi,
senza che biasmo a riportar n’avessi;
e s’occasion tal vorrà mai darmi
il ciel, voi ne vedrete i segni espressi».
Fra tanto ei scorse e la donzella altera
di donne e di guerrier leggiadra schiera.
68
Eran costor la nobil compagnia
di Clarice, che lei givan cercando,
di strano intoppo e di fortuna ria
tutti dubbiosi e mesti paventando:
ché lasciati gli avea ella tra via,
dietro la cerva il suo destrier spronando,
sì che vedendola ora a l’improviso
segni mostrar d’alta letizia al viso.
69
Ella, veduto i suoi, tosto rivolse
sorridendo a Rinaldo il vago aspetto,
e gli disse: «Baron, s’il ciel raccolse
tanto ardir e valor nel vostro petto
ch’ad Orlando, in cui porre il tutto volse
che se ricchiede a cavalier perfetto,
ne gite par nel gran mistier di Marte,
mostrate qui vostra possanza in parte.
70
Ché se d’Orlando voi non men valete,
questo de’ miei guerrier ardito stuolo
giostrando superar ancor potrete,
benché contra lor tutti andiate or solo.
Io dirò poi che tal ne l’arme sete
che mostrate d’Amon esser figliuolo,
e che voi con la spada e con la lancia
alzate al par di lui l’onor di Francia».
71
A sì grate parole ingombra l’alma
alta dolcezza al buon figliuol d’Amone,
che spera aver di quei guerrier la palma
e far del suo valor qui paragone.
Pur a lei disse: «Assai difficil salma
quella è che ’l parlar vostro ora m’impone,
ma quest’alma beltà tai forze aviva
in me che spero addur l’impresa a riva».
72
Così detto, il destrier veloce gira,
e tosto gionto a quei guerrieri a fronte
pria le fattezze altere intento mira,
poi così parla con audace fronte:
«Valorosi signor, non sdegno od ira,
non da voi ricevute ingiurie ed onte,
ma più bella cagion ora mi sforza
a provar quanto saglia in voi la forza.
73
Accingetevi dunque a la battaglia,
che si vedrà chi di servir più degno
sia l’alta dama, e più ne l’armi vaglia,
tosto con chiaro ed apparente segno».
Il forte Alcasto allor, cui di Tessaglia,
morto ’l padre, obedir doveva il regno,
qual uom d’amore acceso e qual superbo,
così rispose con parlare acerbo:
74
«Ben come hai detto, folle, or or vedrai
quanto sia questa lancia e soda e dura,
e qual errore commette ancor saprai
quel che le forze sue non ben misura».
Avea di Grezia in Francia a trager guai
costui condutto l’aspra sua ventura,
ch’in Clarice non pria fermò lo sguardo
ch’al cor sentio d’amor l’acuto dardo.
75
E sendo tra il re Carlo e ’l genitore
molti anni pria grave odio e sdegno nato,
non si volse scoprir, ch’ebbe timore
di non essere offeso ed oltraggiato.
Ma spinto, lasso! dal tiranno Amore,
esser fingendo di più basso stato,
s’era a’ servigii posto ei di Clarice,
ch’in ciò la sorte alquanto ebbe auditrice.
76
E perché Amor da gelosia diviso
rado o non mai del tutto esser si vede,
con fiera voce e con turbato viso
la superba risposta allor ei diede.
Ma Rinaldo, che sente a l’improviso
che con detti orgogliosi altri lo fiede,
volge ’l cavallo e pon la lancia in resta;
né men tardo di lui quegli l’arresta.
77
L’uno e l’altro la lancia a un tempo impugna,
e l’un si move e l’altro anco in un punto;
ma l’un mira che ’l colpo a l’elmo giugna
là dove è con la fronte il crin congiunto,
l’altro, che via men dotto è di tal pugna,
cerca che ’l petto sia dal ferro punto;
nessun l’asta nerbosa indarno corse,
ma con quella al nemico affanno porse.
78
A mezzo ’l petto il fier garzon fu colto
dal forte Alcasto col nodoso legno,
ch’ogn’uom più saldo avria sozzopra volto,
ed ei non fece di cader pur segno.
Fu ’l nemico da lui più offeso molto,
che la terra calcò senza ritegno,
ferito in testa d’aspra e mortal piaga
sì che ’l terren di sangue intorno allaga.
79
Rinaldo in sella si rassetta, e poscia
verso gli altri guerrier ratto si scaglia.
Un ferisce nel capo, un ne la coscia,
e pon fin con duo colpi a la battaglia;
indi a gli altri col tronco estrema angoscia
porge, e con l’urto quelli apre e sbaraglia;
ma in pochi colpi rotto in su la strada
convien ch’in mille pezzi il tronco vada.
80
Nel cader del troncon speme e baldanza
ne gli aversarii suoi poggiando sorse;
non già l’ardir si rompe o la speranza
nel fier garzon, che rotto esser lo scorse,
ché questa e quello in lui tanto s’avanza
quanto ’l suo stato più si trova in forse.
Così ben spesso core invitto e forte
prende vigor da la contraria sorte.
81
Clarice in questa con immote ciglia
mira ’l valor del nobil giovinetto:
dal valor nasce in lei la maraviglia,
e da la maraviglia indi il diletto;
poscia il diletto che in mirarlo piglia,
le accende il cor di dolce ardente affetto;
e mentre ammira e loda ’l cavaliero,
pian piano a nuovo amore apre ’l sentiero.
82
Erano corsi più feroci adosso
al gran guerriero i suoi nemici intanto,
ed altri l’elmo del cimier gli ha scosso,
altri lo scudo in varie parti infranto,
altri ’l viso, altri ’l braccio, altri percosso
gli have l’armato corpo in ogni canto.
Rinaldo or spinge inanzi, or si ritira,
e coraggioso a la vittoria aspira.
83
E ’l cavallo volgendo a la man dritta,
il più feroce a mezzo ’l collo afferra,
e scrollandolo poi ben lungi il gitta
da sé, disteso e tramortito in terra.
Un, che la lancia a lui ne l’elmo ha fitta
e crede omai finita aver la guerra,
con l’urto del corsier manda sozzopra,
poi con un altro il grave pugno adopra.
84
Di sì terribil pugno un ne percosse
che, rotto l’elmo, gli stordì la testa,
e d’ogni senso e di vigor lo scosse.
Né per questo il furor de gli altri arresta,
ché Linco, un di color, ver lui si mosse
ratto sì che la fiamma è via men presta,
e venne seco a perigliosa lotta,
credendo aver la man più forte e dotta.
85
Ma da l’arcion Rinaldo il leva a forza,
e rotandol per l’aria entorno il gira;
indi con strano modo e molta forza
tra l’inimici suoi scagliando il tira,
onde a ritrarsi alfin gli induce e sforza
ed a schivare il suo disdegno e l’ira.
Clarice allor, d’alto stupor ripiena,
n’andò con fronte a lui lieta e serena.
86
E disse: «Alto guerriero, a pruova aperta
già tutte vista abbiam la virtù vostra,
e qui nulla è di noi che non sia certa
ch’oggi vinta riman la gente nostra,
e che la palma sol da voi si merta.
Cessi omai dunque sì terribil giostra:
e poiché cessa la cagione, insieme
cessi il furor, ch’ogn’uom vi cede e teme».
87
Come allor che ’l Tiren torbo e sonante
leva al ciel l’onde e i legni al fondo caccia,
se Nettuno in su ’l carro trionfante
scorge ir con lieta e venerabil faccia,
la furia affrena, e ’n placido sembiante
par che senz’onda nel suo letto giaccia,
così al caro apparir, a l’amorose
note, ogni sdegno il cavalier depose.
88
Ma perché Appollo inver gli esperii liti
già dechinava l’auree rote ardenti,
sopra più bare por fatto i feriti
ed inanti portar quei da serventi,
donne e guerrieri in vaga schiera uniti
partir di là con passi tardi e lenti;
e con la sua bellissima Clarice
gia ragionando il cavalier felice,
89
che tra via pur talvolta a lei movea
d’amor parole e tacite preghiere;
ma sempre o non intenderle fingea,
o gli dav’ella aspre risposte altere
con le quai l’alma al giovin trafiggea,
e sciemava in gran parte il suo piacere;
ché, benché eguale ardore al cor sentisse,
non volea ch’in lei quello altri scoprisse.
90
Lassa! non sa che l’amorosa face,
se vien celata, più ferve e s’avanza,
sì come fuoco suol chiuso in fornace,
ch’arde più molto ed ha maggior possanza.
Pur il guerrier, che ciò ch’ascoso giace
sotto sdegnosa e rigida sembianza
scorger non puote, e crede al finto volto,
si trova in mille acerbe pene involto.
91
Deh! quante donne son ch’aspro rigore
mostran nel volto ed indurato sdegno,
c’hanno poi molle e delicato il core,
de gli strali d’amor continuo segno;
incauto è quel che ciò ch’appar di fuore
tien del chiuso voler per certo pegno,
ch’un’arte è questa per far scempi e prede
d’uom che drieto a chi fugga affretti il piede.
92
Quel che più rende il cavalier doglioso
é perché non gli sembra essere amato
per lo suo poco merto, a lei d’ascoso
fuoco il cor non vedendo arso e infiamato;
ma speme ha pur di farsi ancor famoso,
sì che da lei ne deggia esser pregiato.
Così ad un nobil core amor sovente
è qual lo sprone ad un destrier corrente.
93
Giunto intanto al castel, congiedo prese
l’acceso cavalier da la donzella,
ch’a restar seco l’invitò cortese,
raddolcendo lo sguardo e la favella.
Ei, che prima ha disposto illustri imprese
condur al fin per farsi grato a quella,
a i dolci umani inviti il cor non piega,
e ciò che brama a se medesmo niega.

CANTO SECONDO

1
Parte Rinaldo, e nel partir si sente
dal petto acceso ancor partirsi il core:
null’è ch’allegri la dogliosa mente,
nulla che l’alma oppressa alzi e ristore;
vorrebbe esser rimaso, e già si pente
d’aver lasciato il suo gradito amore,
la bella donna di cui fatto è servo,
di liber ch’era più ch’in selva cervo.
2
Sei volte e sette a dietro il corsier volve
e per tornar verso il suo ben s’invia;
poscia tutto al contrario si risolve
ed oltre segue la primiera via.
Instabil è vie più ch’al vento polve,
e ben par che d’amor seguace ei sia;
fa diversi pensier, e in un non ferma
pur breve spazio l’egra mente inferma.
3
Alfin con l’aspre cure e co’ sospiri
accompagna il parlar tremante e basso,
e dice: «Ove, o disio d’onor, mi tiri
per forza, ahi folle! a periglioso passo?
Come vuoi tu ch’ad alte imprese aspriri
s’io son privo del cor, s’adietro il lasso?
Più che la forza in guerra il cor bisogna:
senz’esso andrò dunque a mercar vergogna?
4
Deh, perché, lasso! a quel parlar cortese,
a quelle dolci ed amorose note
non rimas’io con lei, di cui s’accese
l’alma, e senza cui pace aver non puote?
Chi, se non tu, crudel, ciò mi contese?
Tu le preghiere sue festi gir vuote,
e me l’invito a ricusar sforzasti,
misero! e lunge dal mio ben tirasti».
5
Qui tace e china a terra i lumi e ’l volto;
poi così ancora il suo parlar ripiglia:
«Ahi! quanto è quel desir fallace e stolto
che tornar a Clarice or mi consiglia,
e ’n quanti errori il mio discorso involto,
lasso! poi ch’al suo peggio ognor s’appiglia!
Anzi donna sì chiara e sì gentile
apparir non deve uomo oscuro e vile.
6
Né fec’io già mai cosa onde sia degno
del suo cospetto, e ciò negar non vale;
e già n’ho visto più d’un chiaro segno
ch’ella prudente ancor mi stima tale,
ch’a le parole mie colma di sdegno
risposta diede al mio vil merto eguale;
e se poi m’invitò, ve la sospinse
sua cortesia, che la viltà mia vinse.
7
Né stato il mio restar le saria caro,
né bramar degg’io quel ch’a lei non piace;
quando sarò ne l’arme illustre e chiaro
non mi si disdirà l’essere audace;
e ’l volto, ove a sprezzar tutt’altro imparo,
che m’arde il cor d’inestinguibil face,
a ciò mi porgerà forza ed ardire,
e darà piume e vanni al mio desire.
8
E benché priv’or sia del core il petto,
l’alma imago in sua vece entro rinchiude,
che potrà più che ’l core in ogni effetto
rendermi ardito, e in me destar vertude».
Clarice intanto d’amoroso affetto
non meno aviene ancor ch’agghiacci e sude,
e non meno di lui si duole e lagna,
ma ’l bel viso di più piangendo bagna.
9
Bagna il viso di pianto, allarga il freno
a i sospiri, a i lamenti, e così dice:
«Qual or sì nuovo e sì mortal veleno
t’attosca il petto, o misera Clarice?
Qual dolce mal d’alta amarezza pieno,
dilettando, ti fa mesta e ’nfelice?
Donde ’l desire in te, donde l’ardore,
donde la speme ancor nasce e ’l dolore?
10
Già ben m’accorgo apertamente, ahi lassa!
or che l’accorger più nulla mi giova,
ch’Amor, che l’alme più superbe abbassa,
or in me fa così spietata prova,
e ch’egli è quel che sì feroce passa
dentro al mio cor come in sua stanza nuova,
e ch’egli è quel che in lui desire e speme
ed ardor ed affanno aviva insieme.
11
Ma s’egli è quel ch’in un lieta e dolente
mi fa, quando giamai meco contese?
Quando, meschina ancor, così repente
o per forza o per arte egli mi prese?
Come a schermirmi allor non fui possente
ed a fuggir l’ascoste insidie tese?
Come, nol sapendo, io vinta restai,
come a lui volontaria io mi donai?»
12
Siegue intanto Rinaldo il suo viaggio,
né pur l’alma o le membra alquanto posa,
e giunge u’ dal notturno umido raggio
face altrui schermo quercia alta e frondosa.
Ivi scorge nel suol, che ’l vago maggio
copria di veste allor verde ed erbosa,
assisi duo guerrier che ’l corpo stanco
rendean col cibo vigoroso e franco.
13
L’invitan questi con parlar cortese,
ed ei l’invito lor ricusa alquanto;
ma non giovando il ricusar, discese
alfin di sella, e lor si mise a canto.
Poi che ciascuno il nutrimento prese,
il ragionar ch’avean lasciato intanto
ripigliaro di nuovo, e quel tal era
qual conveniasi a sì onorata schiera.
14
A caso venne al bon Rinaldo detto
ch’a la ventura gia di quel destriero.
Uno di lor, che cavallier perfetto
tenuto ed appellato era Isoliero,
allor rispose con turbato aspetto:
«Deh! cangia omai baron, cangia pensiero,
ché tal ventura solo a me conviensi,
e folle sei se di tentarla pensi».
15
Rise Rinaldo, e disse: «A l’apparire
del sol serò con quel cavallo a fronte,
né lasciarlo altrui vo’, né di soffrire
uso son’io sì gravi ingiurie ed onte».
Isolier lo spagniuol non può sentire
ch’altri gli parli in sì orgogliosa fronte:
onde, tratta la spada: «O qui morrai»,
disse, «o l’impresa a me tu lascierai».
16
Il lor compagno era un gentil barone
de’ più pregiati ne l’inglese regno,
forte ed ardito ad ogni paragone,
e di molti famosi assai più degno.
Egli avea col destrier fatta tenzone
e van gli era tornato ogni disegno,
benché non gisse a la ventura ei solo,
ma di guerrier menasse ardito stuolo.
17
Questi, che del corsier la forza ha visto,
la forza c’ha ’l suo stuol morto e conquiso,
sì che soleva dir che fece acquisto
di vita allor non sendo anch’egli ucciso,
volto al pagan, che d’elmo è già provisto
e minaccia al garzon con fiero viso,
gli disse: «Alto guerrier, ascolta, aspetta,
non correre a ferir con tanta fretta.
18
Non ti sdegnar in così strana impresa
compagno aver, perché non poco fia
se tu con belva tal prendi contesa
avendo un sol guerriero in compagnia».
Il pagan, che di sdegno ha l’alma accesa,
e che finir tal lite omai disia,
qui gli tronca ’l parlar e ’l brando stringe,
e verso il fier garzon ratto si spinge.
19
Tutta la sua possanza in un raccoglie
e poi dechina giù l’orribil spada:
nel forte scudo l’aversario coglie
e gliel manda in duo parti in su la strada.
Passa oltre il colpo, ed a l’elmetto toglie
il bel cimiero, e fa ch’a terra cada;
non rompe quel, ma ne la spalla scende,
e l’acciar che la copre alquanto fende.
20
Posto per segno a’ campi ivi giaceva
sasso d’immenso pondo antiquo e grosso.
Con man robusta allor Rinaldo il leva,
là ’v’altri non l’avria di luoco mosso:
stretto l’afferra, e poi s’alza e solleva,
ed al nimico suo l’aventa adosso,
col corpo il braccio accompagnando, e insieme
qui congiungendo le sue forze estreme.
21
Non gian presso a Pozzuol con tal furore
gravi pietre per l’aere intorno errando,
pietre cui natural impeto fuore
da l’imo centro al ciel spingea tonando,
quando dentro ’l terren chiuso il calore
quel ruppe, strada d’essalar trovando,
con qual dal Paladin tirata è questa
che stridendo al pagan fiede la testa.
22
Stridendo il grave sasso al fier pagano
percote il capo e frange pria lo scudo,
ch’opposto avea perché del tutto invano
se ’n gisse il colpo o men gli fusse crudo.
Si riversa Isolier tremando al piano,
privo di senso e di vigore ignudo,
ed a lui gli occhi oscura notte involve,
ed ogni membro ancor se gli dissolve.
23
Non morì già, ma come morto in terra
un’ora giacque, e man non mosse o piede.
Rinaldo, che finita aver la guerra
con aspra morte del pagan si crede,
a lo sdegno, al furor il petto serra,
ed affetto gentil l’alma gli fiede,
sì ch’altamente ei se n’affligge e lagna,
ché pietade a valor sempre è compagna.
24
Rivenuto Isolier, benché assai grave
si senta, ché ’l fiero colpo ancor gli noce,
pur stringe in man la spada e nulla pave,
e ver Rinaldo il piè drizza veloce.
Ma il buono inglese con parlar soave
tempra lo sdegno che sì il cor gli coce,
e le non lievi differenze accorda;
ma pria l’alto periglio a lor ricorda.
25
E gli dice: «Signor, io vi consiglio
di non gire a provar questa ventura,
perciò che sotto ’l ciel maggior periglio
non è, né cosa ad asseguir più dura.
Non val contra ’l destrier forza o consiglio,
arma non è dal suo furor secura;
ma se pur fisse in ciò le voglie avete,
ambo uniti a l’impresa insieme andrete.
26
E colui col destrier venga a battaglia
verso ’l quale egli prima i passi muova;
l’altro stiasi a veder quanto che vaglia
il suo compagno in così orribil pruova.
Vi prego ben, signor, che non vi caglia,
se pur la morte de tentar vi giova,
d’usar con belva tal vani rispetti,
ma che pugniate insieme uniti e stretti».
27
Rimasero a que’ patti ambo contenti,
e più che ’l buon Rinaldo anco Isoliero.
Ma come il sol co’ suoi bei raggi ardenti
ruppe de l’atra notte il velo nero,
a levarse i guerrier pigri né lenti
non furo ed a montar sovra ’l destriero.
Il britanno guerrier ch’a loro è scorta
gli guida a l’antro per la via più corta,
28
a l’antro onde il corsier mai non solea
scostarsi, come ei lor narra per strada.
Questi, che senza scudo ir ne vedea
Rinaldo, e senza lancia e senza spada,
gli disse: «Credi tu la belva rea
domare inerme, o di morir t’aggrada?».
E quelli a lui: «Nel cor consiston l’armi,
onde il forte non è chi mai disarmi».
29
Al disiato luoco intanto giunge
la bella compagnia: quivi l’inglese
da lor toglie combiato e ’l destrier punge;
ma de gli altri ciascun su l’erba scese
e lascia il corridore indi non lunge,
ch’a piè vogliono far l’aspre contese
per ferir meglio e meglio ancor ritrarsi,
e più veloci intorno raggirarsi.
30
Ecco appare il cavallo, e calci tira,
e fa saltando in ciel ben mille ruote;
da le narici il fuoco accolto spira,
move l’orecchie e l’ampie membra scuote;
a sassi, a sterpi, a piante ei non rimira,
ma fracassando il tutto urta e percote;
col nitrito i nemici a fiera guerra
sfida, e co’ piè fa rimbombar la terra.
31
Baio e castagno (onde Baiardo è detto),
d’argentea stella in fronte ei va fregiato;
balzani ha i piè di dietro, e l’ampio petto
di grasse polpe largamente ornato;
ha picciol ventre, ha picciol capo e stretto,
si posa il folto crin su ’l destro lato;
sono le spalle in lui larghe e carnose,
dritte le gambe, asciutte e poderose.
32
Tal già Cillaro fu, pria che ’l domasse
con forza ed arte l’amicleo Polluce,
e tai, prima che lor Marte frenasse,
quei furo, ond’ei l’alto suo carro adduce.
Ma benché tal, benché al furor sembrasse
furia da l’imo centro uscita in luce,
raddoppia al paladin pur l’ardimento,
e desta in Isolier poco spavento.
33
Prima verso Isolier s’invia Baiardo,
e quei l’attende con la lancia in resta;
l’asta fracassa l’animal gagliardo,
e ’l corso suo però non punto aresta.
Non fu l’ibero a ritirarsi tardo
ed a dar luoco a così gran tempesta,
sì che quel non l’urtò, ma tornò ratto
contra di lui ch’avea già il brando tratto.
34
Tratta la spada avea, perché non era
per domar il cavallo ei qui venuto,
sendo da chi ne avea notizia intera
per impossibil questo allor tenuto,
ma per ferir la poderosa fera
e dargli morte ancor col ferro acuto.
Sol Rinaldo s’avea vario consiglio
preso da gli altri, e con maggior periglio.
35
Ratto contra l’ispan Baiardo torna,
feroce alzando or l’uno or l’altro piede;
dove la fronte è da la stella adorna
con la spada il baron veloce ’l fiede;
ma fiede indarno, ed ei di ciò si scorna,
ch’aver percosso debilmente crede,
né sa che del corsier la pelle è tale
che presso lei l’acciaro è molle e frale.
36
Sibilando in giù cala il suo tagliente
ferro di nuovo, e ’l fier con maggior possa,
sì che l’aspro corsier se ne risente
e china il capo sotto la percossa.
Ma poi di rabbia e di furore ardente
gli dà con l’urto così fiera scossa
che ’l pagan cadde, e seco cadde insieme
quella d’aver vittoria altera speme.
37
Rinaldo, che cader vede Isoliero
e che sua vita al fin n’andria ben tosto,
perché giacea disteso in sul sentiero
privo di forze, il primo ardir deposto,
ratto il passo drizzò verso il destriero,
e come giunto fu tanto d’accosto
che ’l potesse ferir, il pugno strinse,
indi la mano impetuosa spinse.
38
Con tal forza il campione il destrier tocca
che, quel che prima o poi mai non gli avvenne,
di vermiglio color tinse la bocca
il sangue ch’in gran copia a terra venne.
Fuor l’arco stral sì presto mai non scocca,
né sì presto falcon batte le penne
come presto il corsier ver lui si volse,
e co’ denti afferargli il braccio volse.
39
Si ritira il guerriero, e poi raddoppia
il pugno e lo colpisce in su la fronte.
Volto Baiardo i calci spinge a coppia,
ch’avrian gettato a terra ogn’alto monte.
Sta su l’aviso, e forze ed arte accoppia
insieme il cavalier di Chiaramonte:
dove volge il destrier la testa o ’l piede,
ei, ragirando il passo, il luoco cede.
40
Sempre al fianco gli sta, dove il cavallo
non lui con morsi o con gran calci offenda,
ché vuol che la destrezza, e no ’l metallo,
dal suo furor terribile il difenda;
pur, mettendo una volta il piede in fallo,
colpito fu d’aspra percossa orrenda:
un calcio recevè nel destro fianco,
e quasi sotto il colpo ei venne manco.
41
Non cadde già, ma si ritenne a pena,
e se ’l fier calcio era men scarso alquanto,
con tal furor fu tratto e con tal lena
che gli avria l’armi insieme e l’ossa infranto.
Non qui Baiardo l’aspra furia affrena,
ma ’l cavalier, riprese forze intanto,
la seconda schivò crudel percossa,
ch’avea ver lui già fulminando mossa.
42
Non perciò i piedi a ferir vanno invano,
ma grossa quercia, e tant’entro sotterra
ascosa quanto sorge alta dal piano,
è da lor colta, rotta e posta a terra.
Rinaldo quei con l’una e l’altra mano,
pria che gli tiri a sé, stringe e afferra;
cerca Baiardo uscir di questo impaccio,
ma troppo è forte del nemico il braccio.
43
Move indarno le gambe, indarno ancora
per morderlo ver lui la bocca volta,
si crolla indarno e s’alza e sbuffa, e fuora
sparge anitrendo l’ira dentro accolta.
Durò tal zuffa lungo spazio d’ora:
con gran vigore alfin, con forza molta,
ma con arte maggior, a terra il pone
l’alto figliuol del valoroso Amone.
44
Sì come il mar che dianzi alto fremendo
orribil si mostrava e minaccioso,
l’aspro sdegno e ’l furor poi deponendo,
or tranquillo ed umil giace in riposo,
così il destrier che prima era tremendo
ed in vista crudele e spaventoso,
tocco il suol poi, si sta placido e cheto;
ma serba de l’alter nel mansueto.
45
Gli palpa il collo e gli maneggia il petto
il cavaliero, e gli ordina le chiome;
nitrisce quegli, e mostra aver diletto
perché ’l lusinga il suo signore e come.
Rinaldo, che se ’l vede esser soggetto
e c’ha le furie sue già tutte dome,
la sella e ’l resto a l’altro corsier toglie,
e questo adorna de l’aurate spoglie.
46
Era l’ispan risorto allor che fea
col destrier pugna il giovinetto ardito,
e vedendo ch’omai domo l’avea,
stava per lo stupor cheto e smarrito,
ché ’n membra giovenili ei non credea
che fosse tal valore insieme unito.
Rinaldo lo saluta, e chiede poi
s’alcun rio male ancor forse l’annoi.
47
Ed inteso che non, prendono il calle
ove torse il destrier la lor ventura,
che fuor di quella selva in una valle
gli scorse alfine assai profonda e scura.
Scontrano ivi un guerrier, che verdi e gialle
le sopravesti avea su l’armatura,
e dimostra a l’aspetto alto e superbo
esser di gran vigore e di gran nerbo.
48
Dipinto questi porta in aureo scudo
con l’ali al fianco il faretrato arciero,
le belle membra pargolette ignudo,
bendato gli occhi e di sembiante altero,
sotto i cui piedi giace avinto il crudo
Marte. Rinaldo allor da lo scudiero
del suo compagno una gross’asta tolse,
e così ver colui la lingua sciolse:
49
«Molto a me più ch’a te conviensi questo
scudo, o barone, e se no ’l credi, io sono
accinto e pronto a fartel manifesto.
Vien dunque a giostra, o pur quel dammi in dono;
a me più si convien, che provo infesto
più ch’altro Amor, né spero indi perdono;
e più son ch’altri di sue fiamme caldo,
e più in seguirlo ancor costante e saldo».
50
«Ciò vedrassi a la pruova», allor l’estrano
rispose, «e se tu vinci, egli tuo fia;
ma spero tosto riversarti al piano,
s’ora minor non è la forza mia».
Detto così, tolse la lancia in mano
e prese al corso un gran spazio di via;
ed in quel tempo ancor volse Baiardo
l’altro baron, nulla di lui più tardo.
51
Fu dal guerriero estran nel petto colto
il buon Rinaldo, e quasi a terra spinto,
ch’era quel forte e valoroso molto,
e rade volte avezzo ad esser vinto.
Con la lancia egli a lui percosse il volto
con forza tal che ben l’avrebbe estinto,
se di tempra men fina era l’elmetto;
pur di sella lo trasse al suo dispetto.
52
Subito in piedi lo stranier risorse,
d’infinito stupor ingombro e pieno,
ché rade volte caso tal gli occorse,
e gli occorse or quando il credette meno;
e ’l forte scudo a l’aversario porse,
dicendo: «Or, cavalier, uscito a pieno
son da l’obligo mio; tu con la spada,
se pur la voi, guadagnar dei la strada».
53
Isolier, che mostrarsi al paragone
degno compagno di Rinaldo ha spene,
disse a lui volto: «A me questa tenzone
ed il francarvi il passo or s’appertiene:
in imprese maggior voi mio campione
sarete». E così detto, a terra viene:
e s’incomincia il periglioso assalto,
ed a girare il ferro or basso or alto.
54
Ambi sanno ferir, sanno pararsi,
ambo han possenti membra, ardito core,
ambo spingere inanzi, ambo ritrarsi
san quando è d’uopo e dar luogo al furore:
tal ch’or con pieni colpi, ora con scarsi,
senza vantaggio alcun pugnar due ore.
Qui si comincia a rivoltar la sorte,
ed appar Isolier più destro e forte.
55
L’audace ispan, ch’avere il meglio scorge
di questa pugna, l’animo rinfranca,
e tanto in lui la forza accresce e sorge
quanto dechina nel nemico e manca:
tal che sì gravi colpi a l’altro porge,
e sì lo preme, lo raggira e stanca,
ch’egli la strada loro a forza cesse,
come che regger più non si potesse.

CANTO TERZO

1
Poi che partir l’ispano e ’l buon Rinaldo,
onde già vinto avean l’estran guerriero,
l’estran cui ’l genitor nomò Ransaldo
e poi cognominar gli effetti il Fiero,
per molte parti or al lucente e caldo
ciel giro errando, or a l’algente e nero,
né giamai ritrovar ventura alcuna
nel chiaro giorno o ne la notte bruna.
2
Scontrano alfin un dì, la manca sponda
calcando ch’a la Senna il corso affrena,
un cavalier che l’arme sue circonda
con sopravesta d’or trapunta e piena,
cui ne lo scudo la maritim’onda
mostra il mezzo più bel de la Sirena.
Grande è ’l guerriero e di robuste membra,
e tutto nerbo ed osso in vista sembra.
3
Questi, scorto Rinaldo: «Ah! pur t’ho giunto»,
grida, «malvagio cavalier villano».
Fu ciò dire e ferir tutto in un punto,
grave il ferir con l’una e l’altra mano.
Raddoppia il colpo, e ne la tempia a punto
il garzon coglie, e già no ’l coglie invano,
ché lui, ch’allor di ciò non si guardava,
da l’arcion quasi tramortito cava.
4
Rinaldo, ch’al colpir doppio e possente
s’era a Baiardo su la groppa steso,
risorto su dopoi, come si sente
in cotal modo ingiustamente offeso,
raggirando il destrier sprona repente
tutto di rabbia e di furore acceso:
sprona il destriero al suo nemico addosso
come verso il cinghial suole il molosso.
5
Ma quel con un fendente al capo mira,
e poi la spada in giù fischiando abbassa;
l’altro il suo buon corsier da parte tira,
sì che senza toccarlo il colpo passa;
indi ver lui velocemente il gira,
e sotto gli si caccia e l’urta e squassa;
poi, fuor tratto il pugnale, il destro fianco
percotendo gli piaga e ’l braccio manco.
6
Lo stran co ’l pomo de la spada il tocca
ne le tempie, nel viso e ne la testa,
con forza tal ch’a terra ogni alta rocca
avria gittata, e lui conquassa e pesta,
e gli trae fuor per l’elmo e da la bocca
sangue e dal naso; intanto non s’arresta
Rinaldo, ma col ferro il destro ciglio
di piaga doppia a quel rende vermiglio.
7
Mentre fan pugna i due guerrieri atroce,
atroce pugna ancor fanno i destrieri,
e questo a quello, e quello a questo noce
con urti, calci e morsi orrendi e feri;
ma Baiardo a la fin, il più feroce
tra gli animai, non solo intra’ corsieri,
manda con l’urto sol l’altro sossopra,
e sotto va’l signor, resta egli sopra.
8
Sopra resta il destrier, sotto ’l signore
con la gamba diritta e ’l dritto braccio;
opra egli per levarsi arte e vigore,
né puote uscir però da quello impaccio.
Intanto il sangue, da le vene fuore
fuggendo, reso omai l’avria di giaccio,
ma Rinaldo, gentil non men che forte,
non soffrì che ’n tal modo ei gisse a morte.
9
Smonta il barone e lo disgrava, e ancora
con mano il leva ond’egli steso giace;
poi si ritira indietro, e gli dice: «Ora
finiam la guerra, se così ti piace».
Quegli, che ’n stato tal si trova allora
che bramar dee più ch’il pugnar la pace,
con atto umile il capo a lui chinando,
gli porse per la punta il forte brando.
10
Egli dice: «Guerrier, mi chiamo vinto
non men che di valor, di cortesia,
ché già sarei miseramente estinto
se non m’aitava tua bontà natia;
e credo che l’altrier tu fussi spinto
d’altra cagione, e non da villania,
a farmi quanto allor tu mi facesti,
quando i nostri cavalli ambo uccidesti».
11
A tai voci le ciglia il giovinetto
per meraviglia inarca, e dice poi:
«Non fu ’l mio onor mai sì da me negletto
che ’l ferro oprassi contra i destrier tuoi,
perché d’ogni guerriero è ’ndegno effetto
piagar cavalli de’ nemici suoi;
né mai t’offesi ancor, s’io non vaneggio,
né mai visto altra volta aver ti creggio».
12
Questo sentendo lo stranier barone,
per maraviglia anch’egli immoto resta,
e intentamente il buon figliol d’Amone
prende a mirar dal piè sino a la testa.
Tutto con gli occhi il cerca, e la cagione
de l’error chiara scorge e manifesta:
scorge lo scudo, ov’è dipinto Amore,
esser stato cagion di questo errore.
13
Onde dice: «Signore, un cavaliero
tanto villan quanto tu sei cortese,
ch’anco ei ne va di quell’insegna altero
ch’adorna te, fu quel che già mi offese:
ed io, cui l’ira e ’l giusto sdegno e fero
il distinguer da l’un l’altro contese,
da lo scudo ingannato al primo sguardo
a ferirti non fui pigro né tardo».
14
Voleva oltre seguire, e ’l tutto dirgli
di quel villan guerriero a parte a parte;
ma Rinaldo, che vede il sangue uscirgli
in molta copia da più d’una parte,
vol, pria che segua il resto a discoprirgli,
ch’Isolier, che sapea la medica arte,
la qual già tra’ guerrieri in pregio fue,
la cura prenda de le piaghe sue.
15
Poi che d’ogni sua piaga ei fu curato,
così ragiona il cavaliero estrano:
«Io me ’n venia là donde assediato
si tiene da Carlo il popolo africano,
né l’orride Alpi a pena avea passato
che donzella trovai d’aspetto umano,
da cui pregato fui ch’io la menassi
al suo castel, ch’in riva a Senna stassi.
16
Io glie’l promisi, è di più ancor me offersi
d’assicurarli in ogni parte il calle;
così insieme n’andiam, luoghi diversi
lasciandoci ad ognor dopo le spalle,
ove per lei fatiche aspre soffersi.
Giunghiamo alfine un giorno in una valle:
quivi scontriamo un cavalier feroce,
il qual mi disse con superba voce:
17
“Dammi tosto, guerrier, questa donzella,
né punto replicare a quel ch’io cheggio,
perché poscia non sol perderai quella,
ma t’avverrà, se son qual fui, via peggio.
Dama sì vaga, sì leggiadra e bella,
a te non si convien, per quel ch’io veggio.
Quanto essa è bella ed io gagliardo sono,
tu per lei sembri inutile e non buono”.
18
A l’altero parlar di quel superbo
diedi io risposta qual si convenia,
dicendo: “Con la lancia or mi riserbo
a provar quale in te la forza sia:
ben crederò che la possanza e ’l nerbo
risponder deggia a la tua cortesia”.
Che più parole? Alfin si viene a giostra,
e ognun di noi la sua virtù qui mostra.
19
Il primo incontro, ancorché fero e greve,
nullo trasse di noi fuor del cavallo;
ben nel petto colui piaga riceve,
che ’l rosso aggiunge al color verde e giallo.
Egli, ch’a ciò conosce che non leve
il vincer fora, accorto del suo fallo,
ver me tornando, con l’intera lancia
passò scortese al mio destrier la pancia.
20
Poi sotto la donzella il palafreno
uccide ancora in un medesmo punto,
e veloce se ’n va, sì che ’l baleno
e ’l vento a pena ancor l’avrebbe giunto.
A piedi io resto, di stupor ripieno,
e d’ira insieme e di dolor compunto;
e come accompagnata ebbi colei,
in cercar lui rivolsi i passi miei.
21
Cinque volte ha la notte il suo stellato
manto disteso per lo cielo intorno,
ed altretante Febo a noi recato
ha nel candido seno il lieto giorno,
da ch’io cotale inchiesta ho cominciato
per vendicarmi de l’avuto scorno;
né ritrovar di lui vestigi od orme
ho mai potuto, o pur chi me n’informe».
22
Ciò sentendo, Rinaldo allor s’avisa
che questi il cavalier vada cercando
che di verde e di giallo ha la divisa,
cui lo scudo d’Amor tolse ei giostrando;
onde per lui gradir, narra in qual guisa
ebbe lo scudo, ed in che luogo e quando.
Del campo chiede poi novella alcuna,
e come affligga i Saracin fortuna;
23
e come ei, che guerrier d’alto valore
gli sembra in vista ed a le fatte prove,
dal campo si diparta, ove ’l suo onore
molto più chiaro far potria ch’altrove.
E quegli a lui: «Di questo dubbio fuore
trarrotti, e la cagion ch’a ciò mi move
pienamente dirò, ma pria ti piaccia
ch’a la prima dimanda io soddisfaccia.
24
Tien Carlo la campagna in suo domino,
e le strade del mar liquide e ’l lito;
ne’ forti luochi il campo saracino
si sta dentro rinchiuso e mal munito,
né soccorso si trova alcun vicino
che far lo possa in tal periglio ardito;
e scorge, ormai giunto a l’estrema sorte,
in faccia orrenda la futura morte.
25
Di Garba intanto il re, ch’è Sobrin detto,
e d’Arzila il signore, il crudo Atlante,
de’ Mori scudo son: quegli perfetto
cavalier, questi orribile gigante;
fra’ paladin, d’Orlando il giovanetto
null’è che più in valor si pregi e vante,
sì ch’al suo nome il campo avverso trema,
né meno Atlante e ’l buon Sobrin n’han tema.
26
Or se tu di sapere hai pur desio
dal campo qual cagion lunge mi mova,
ove assai più ch’in Francia il valor mio
potrei mostrar con apparente prova,
convien che d’alto ora cominci, e ch’io
cosa d’un re ti narri estrana e nova;
d’un re che m’ha mandato al magno Carlo,
e questi è ’l mio signor, di ch’io ti parlo.
27
Francardo, che ne l’Asia il regno altero
tien de l’Armenia ed altri a quel vicini,
di cui non vede il sol miglior guerriero
tra quanto chiudon d’Asia i gran confini
(fuor che Mambrino, il suo cugino, cui diero
sovrumano valor numi divini),
garzone essendo, de l’amor s’accese
d’una nobil princessa alta e cortese.
28
S’accese de l’amor di Clarinea,
del gran re de gli Assiri unica figlia;
costei, ch’alta prudenza e senno avea,
oltre ch’era poi bella a maraviglia,
e di Francardo il merto a pien scorgea,
gli mostrava ad ognor tranquille ciglia,
e co’ casti favori a poco a poco
in lui maggior rendea d’amore il foco.
29
Il giovin, che si vede esser sì caro
a la sua donna, al suo sommo diletto,
e ch’essa l’ama di sua vita a paro,
come si scorge a gli occhi ed a l’aspetto,
tanto mostrarle più brama alcun raro
e de l’alto amor suo condegno effetto,
e pensa pur con qual più chiaro segno
le dia del suo voler sicuro pegno.
30
Alfin, per lei gradire, un dì le giura
d’andar per l’Asia con preposta tale,
che giamai donna non formò natura
a lei di grazia e di bellezza eguale;
né ’l corpo pria sgravar de l’armatura
che in ogni terra, ogni città reale,
ed in ogni altro luogo ov’egli vada,
abbia ciò mantenuto a lancia e spada.
31
Con tal proposta il mio signor Francardo
si mise a gir per l’Asia intorno errando,
e vinse Dulicon, Tisbo ed Algardo,
feri giganti, e ’l re di Tiro Olbrando,
e qual’altro più forte era e gagliardo,
e sapea meglio oprar la lancia e ’l brando.
Vinse anco in Babilonia anzi il Soldano
un mezzo pardo e mezzo corpo umano.
32
Già vincitor altier se ’n ritornava
d’ostili spoglie adorno e glorioso,
quand’egli a caso udì che si trovava
un tempio in India allor meraviglioso.
Tempio de la Beltà quel si nomava
perché di bei ritratti era pomposo:
quivi eran pinte le più vaghe e belle
che furo o sono o fian donne e donzelle.
33
Vi sono cinque o sei le più pregiate
d’ogni secol dipinte, e proprio quali
le formarà natura, o l’ha formate:
perciò che non son quelle opre mortali,
ma già mago, il miglior de la su’ etate,
che fea gli effetti al gran sapere eguali,
v’adoprò gli rei spirti, e mostruose
orrende fere in guardia poi vi pose.
34
E nissun può veder quel ch’entro serra
il ricco tempio in sé di vago e bello,
se con due belve pria non viene a guerra
e non le vince in singolar duello.
Ma non produsse mostro unqua la terra,
e sia pur dispietato, atroce e fello,
che movere a terror Francardo possa;
ed a l’ardire in lui pari è la possa.
35
Questi, di tempio tal la fama udendo,
girne a vederlo si dispose al tutto,
né temeva il ferino impeto orrendo
ch’altrui spesso recò di morte lutto;
ma tra sé nel pensier già disponendo
d’eguare al basso suol quel tempio tutto,
s’ivi non era, e nel più degno loco,
l’alta cagion del suo vivace foco.
36
Al tempio giunto, i guardiani uccise
e l’entrata per forza egli s’aprio;
indi a mirar il bel lavor si mise,
il già fatto pensier posto in oblio,
ché quella vista allor da lui divise
il primiero amoroso suo desio.
Tanta quivi s’unia grazia e bellezza,
che poco Clarinea più cara e prezza.
37
Ancor ch’in Clarinea natura accolti
aggia bei doni e doti illustri e rare,
tanti ivi son sì ben formati volti
che vaga più né bella essa gli pare.
Quel di colei non v’è tra’ varii e molti
che si veggiono il tempio intorno ornare,
e più d’un altro ancor leggiadro e vago
non stimò degno di tal luogo il mago.
38
Sotto i vaghi ritratti in lettre d’oro
la patria, il nome e ’l sangue è dichiarato,
e quando dee de le bellezze loro
il mondo ricco far cortese fato.
Ma fra quante seran, sono o pur foro
donne giamai di vago aspetto e grato,
una che sotto avea Clarice scritto
ha ’l cor del mio signore arso e trafitto.
39
O fosse suo destino, o perciò ch’ella
vive ed è di su’ età nel primo fiore,
sì che puote sperar di possedella
(ché da la speme in noi nasce l’amore),
o che vincesse l’altre in esser bella,
per lei solo arse d’amoroso ardore.
L’altre ben pregia sì molto ed ammira,
ma per lei solamente arde e sospira.
40
Torre ei l’imagin volse che sospesa
era presso l’altar gemmato e sacro,
ove in chiaro cristal lampade accesa
fea lume di Ciprigna al simolacro;
ma fu sua cura in ciò fallace resa
dal mirabil saper del morto Anacro,
che così nome avea quel negromante,
Zoroastro novel, novello Atlante.
41
Sì che vedendo vana ogni fatica
pur riuscirsi e vano ogni disegno,
indi ritrar fe’ la sua cara amica
in carta, in tela, in bronzo, in marmo e ’n legno;
gli artefici fur tai ch’oggi a fatica
altri si troveria di lor più degno,
ed opra fe’ ciascun che viva sembra
a l’aria, a gli atti, al garbo de le membra.
42
Con quei cari ritratti egli a se stesso
fece più giorni dilettosa froda;
alfine il crudo Amor non gli ha concesso
che di sì dolci inganni egli si goda,
ma gli ha fero desio fitto ed impresso
nel petto, che più sempre arde ed annoda,
desio di non fruire il falso e l’ombra,
ma ’l vivo e ’l vero che gli inganni sgombra.
43
Sì che omai non potendo il suo desire
sofferir più, ch’ognor cresce e s’avanza,
ha mandato al gran Carlo ad offerire
domar de gli Africani ei la possanza,
e fargli tosto da l’Europa uscire
e lor tor di tornarvi ogni baldanza,
s’egli per moglie li darà la bella
Clarice, ch’è del re guascon sorella.
44
Egli sa ben che sia Clarice suora
d’Ivon, ch’a la Guascogna il freno impone,
e che di quello il magno Carlo ancora,
come di re vassallo suo, dispone:
parte di ciò lesse nel tempio allora
che de novello amor restò prigione,
e parte ancor d’un suo baron n’intese,
cui ben è noto ogni signor francese.
45
Se Carlo gliela dà (come si crede,
e come in campo chiaro grido suona),
ei le concederà che la sua fede
ritegna, se le par verace e buona,
e nascendo di loro alcuno erede
a la real d’Armenia alta corona,
vol che di Cristo ancor sia quel seguace,
com’è ciascun ch’al franco re soggiace.
46
Io tai condizioni ho già proposto
in nome di Francardo al magno Carlo,
né gli ho tenuto il rimanente ascosto,
che s’ei ricusarà di sodisfarlo,
è l’invitto mio sir fermo e disposto
di congiungersi a’ Mori e di spogliarlo
di quanto tiene, e poi Clarice torsi,
malgrado di ciascun che voglia opporsi.
47
Ma benigna risposta il re m’ha dato,
piena di cortesia, piena di spene;
alfin nulla ha concluso e s’è scusato,
ché ’l risolvermi a lui non si conviene.
Onde ad Ivone io ne son poscia andato,
a cui dispor di ciò più s’appertiene:
rispost’ha quel che, pria ch’affermi o nieghi,
vol saper se Clarice il cor vi pieghi.
48
Vol pria che si risolva, esso mi dice,
saper qual la sorella aggia pensiero,
e qual di lor l’antiqua genitrice,
c’ha sovra lei via più d’ogn’altro impero.
Mi mossi io stesso a ritrovar Clarice
per far quanto conviensi a messaggiero;
e quei che ’l re mi diede in compagnia
nel passar l’Alpi mi smarrir tra via.
49
Or questa, o cavalier, è la cagione
che mi trasse dal campo in queste parti,
e diedi alto principio al mio sermone
perciò ch’in tutto a pien bramo appagarti;
e perch’ancor venendo occasione,
se vali in ciò, possi con quella oprarti,
onde non sdegni in Asia esser reina,
né tiri Francia a l’ultima ruina».
50
Mentre parlava il cavalier pagano,
d’ira Rinaldo ardeva e di dispetto,
e du’ o tre volte a farli un fero e strano
gioco fu quasi da lo sdegno astretto.
Poi che si tacque, disse: «Ahi, quanto insano
e cieco il tuo signore ha l’intelletto,
se pur si crede con sua spada e lancia
porre spavento a i cavalier di Francia.
51
Venga oltre pur con le sue genti indotte,
vili e poco atte al bel mistier di Marte,
che fian le corna a sua soperbia rotte
e l’alto orgoglio suo domo in gran parte;
ma se dormir non brama eterna notte
ed ha di sana mente alcuna parte,
tra noi moglie giamai più non ricerchi,
né la sua morte con minaccie or merchi».
52
Così detto, da quel commiato prende
col cavaliero ispan in compagnia,
il qual di gir con lui tanto contende
ch’ei gli concede quel che men desia;
tacito vanne, e l’aria intorno accende
di cheto foco che del petto uscia,
di cheto foco ne’ sospiri accolto
che muti uscian dal cor tra pene involto.
53
Volve e rivolve quanto dianzi gli ave
de la Sirena il cavalier narrato,
e gli apre in questa Amor con dura chiave
a pensier varii il core arso e piagato;
desira e spera e ’n un dubbioso pave,
da varii affetti afflitto e conturbato,
ed ora quello a questo, or questo a quello
cede, e fan nel suo petto aspro duello.
54
Non quando avien che ne l’aereo regno
aspro furore i venti a pugna tiri,
e ’n dubbio stato a l’inimico sdegno
or l’uno ceda, or l’altro, e si ritiri,
gira intorno sì spesso il mobil segno
che d’alto mostra a noi qual aura spiri,
come a diversi affetti egli sovente
raggira e piega l’agitata mente.
55
Con occhi chini e ciglia immote e basse
gran pezzo andò ’l garzon poco giocondo,
sin che trovò per via cosa che’l trasse
e lo destò da quel pensier profondo,
e fè che gli occhi a rimirar alzasse
spettacol vago, a pochi altri secondo:
due feroci guerrier d’arme guarniti,
che dotta mano in bronzo avea scolpiti.
56
Sta l’uno contra l’altro a dirimpetto
in vista altera, audace e minacciosa;
tengon con l’una man lo scudo stretto,
e l’altra in resta pon lancia nerbosa;
di ferro ella non è, ma del perfetto
mastro è pur opra, come ogni altra cosa.
Lor per mezzo attraversa un breve motto:
l’un «Tristan» dice, e l’altro «Lancillotto».
57
Spiran vive dal lucido metallo
le faccie ove il valor scolpito siede;
annitrir sotto loro ogni cavallo
diresti, e che co’ pie la terra fiede;
indi discosto poi breve intervallo,
ampio e vago pilastro alzar si vede,
ove ne’ bianchi e ben politi marmi
son scritti in note d’oro alquanti carmi.
58
Mira Rinaldo la bella opra, e ’ntanto
novo ed alto stupore il cor gli assale:
l’opra ch’a l’altre toglie il pregio e ’l vanto,
cui Fidia alcuna mai non fece eguale,
o il mio Danese, ch’a lui sovra or tanto
s’erge quanto egli sovra gli altri sale.
Indi risguarda il marmo in terra fitto,
e vede che così dicea lo scritto:
59
«Qui già il gran Lancillotto e ’l gran Tristano
fer paragon de le lor forze estreme;
quest’aere, questo fiume e questo piano
de’ lor gran colpi ancor rimbomba e geme.
Questi guerrier, che da maestra mano
impressi in bronzo qui veggonsi insieme,
sono i ritratti lor: tali essi furo
quando fero il duello orrendo e duro.
60
Queste le lancie fur, ch’a scontro acerbo
reggendo, si restar salde ed intere,
perciò che tutte son d’osso e di nerbo
d’alcune strane incognosciute fere.
Io per due cavalier qui le riserbo
ch’abbin più di costor forza e potere:
chi non fia tale, altrui lassi la prova,
ché nulla invan l’aventurarsi giova».
61
Il paladin, che già più volte avea
di tal ventura l’alta fama udito,
disse a l’ispan, che nulla ne sapea
e stava tutto stupido e smarito,
che ’l gran mago Merlin, che sol potea
tai cose far, coloro avea scolpito
e fatte ancor le strane lancie, e poi
datele in dono a’ due famosi eroi.
62
Ma che le pose qui morti i guerrieri,
u’ da lui posti anco i ritratti foro,
fin ch’altri duo via più ne l’arme feri
venghin a trarle da le man costoro.
Ciò sentendo l’ispan, che tra gli altieri
portava il vanto, disse: «Or forse soro
ti parerò più che parer non soglio;
pur sì strana ventura io tentar voglio».
63
Così detto, la man bramosa stende,
e di Tristan la grossa lancia afferra;
ma ’l suo desir la statua a lui contende,
e col calcio di quella il caccia a terra.
Oh quante cose orribili e stupende
fece in Francia Merlino e in Inghilterra,
ch’ecceddeno del vero ogni credenza
e di sogni e di fole hanno apparenza!
64
Ponvi Rinaldo anch’ei tosto la mano
con somma forza e con dubbiosa mente;
china ’l capo la statua di Tristano,
e ’l pugno aprendo l’asta a lui consente,
l’asta da molti già tirata invano
ora concede al cavalier possente.
Egli s’inchina, ché ’l suo gran valore
fu di quel di Rinaldo assai minore.
65
Simplice infante non sì lieto coglie
dal suo natio rampollo il frutto caro,
né lieto sì, nè con sì ingorde voglie
prende ricco tesor povero avaro,
come ei con pronte brame allegro toglie
la grave antenna ch’altri invan bramaro.
Ma perché il più fermarsi a lor non giova,
se ’n vanno a ritrovar ventura nova.

CANTO QUARTO

1
Mentre di Senna la superba sponda
premendo van Rinaldo ed Isoliero,
veggion là donde al mar la rapida onda
porta dal natio fonte il fiume altero,
barca venir con lieta aura seconda
solcando il molle e liquido sentiero,
di fiori e frondi e d’aurei panni ornata,
e la vela d’argento al ciel spiegata.
2
Quivi vaghe donzelle a i dolci accenti
con mastra e dotta man rendon concorde
il chiaro suon de’ musici stromenti,
toccando a tempo le sonore corde.
Molce l’alta armonia gli irati venti,
e ’l lor corso raffrena a l’acque sorde,
e tragge fuor da le stagnanti limfe
guizzanti pesci e lascivette nimfe.
3
Vien dirimpetto al bel legno reale,
per l’onde no, ma per l’erbose rive,
con strana pompa un carro triomfale,
portando un coro di terrestri dive.
Ha l’asse aurato, e varia orientale
gemma indi sparge fiamme ardenti e vive;
ha le rote anco aurate, e ’n varii modi
distinte poi d’argentee lame e chiodi.
4
La somma parte del bel carro intorno
purpura copre a vaghi fior contesta,
cui fregia e parte un bel ricamo adorno
di perle sparse a guisa di tempesta.
Bianco elefante, che farebbe scorno
de l’Appennino a la nevosa testa,
de’ seggi è la materia, e poi va l’opra
a l’eletta materia assai di sopra.
5
Diece gran cervi c’han candido il netto
pelo e dipinte le ramose corna,
cui ’l collo cerchio d’or lucido e schietto
e freno d’auro ancor la bocca adorna,
scorti da donne avezze al degno effetto,
tirano il carro dov’Amor soggiorna;
e vanno intorno a quel cento guerrieri
d’alti cavalli e di ricche arme alteri.
6
Sorge in mezzo del carro un’alta sede
fra molte altre più basse e meno ornate:
ivi dama real posar si vede
piena di riverenza e maestade,
che nel pensoso e grave aspetto eccede
le più vezzose in grazia ed in beltade;
le fan poscia sedendo un cerchio altero
donzelle vaghe oltre ogni uman pensiero.
7
Tal nel seren d’estiva notte suole,
per le strade del cielo aperte e belle,
su ’l carro gir la suora alma del Sole,
intorno cinta di lucenti stelle;
tal Tetide menar dolci carole
con le sue nimfe leggiadrette e snelle,
tirata da’ delfin per l’ampio mare
quando son l’onde più tranquille e chiare.
8
L’alta beltà che ne’ leggiadri aspetti
tra lor diversi era con grazia unita,
piagato avria quai son più duri petti
di soave d’amore aspra ferita,
e mosso a dolci ed amorosi affetti
gli orridi monti del gelato Scita:
che meraviglia è poi s’ad or ad ora
ogni spirto gentil se n’innamora?
9
Tu, del vicino fiume umido dio,
sentisti ancora l’amoroso foco
che da gli occhi lucenti ardendo uscio,
e ’l tuo freddo liquore a quel fu poco,
ché l’alto ardor sotto l’ondoso rio
s’andò sempre avanzando a poco a poco,
come infocato acciar che più s’accende
se l’acqua a stille in lui gocciando scende.
10
Ma del fervente ed amoroso caldo
provò la forza e ’l sùbito furore
via più che ciascun altro il buon Rinaldo,
già prima servo del tiranno Amore.
Sta tutto immoto, e sol non puogli saldo
restar nel petto il palpitante core,
ché de la donna sua volar nel seno
vorrebbe o pur nel volto almo e sereno.
11
Sedeva con l’illustre alta mogliera
del re de’ Franchi, Galerana detta,
in quella degna ed onorata schiera
la donzella da lui tanto diletta,
ch’a diporto se ’n gìa per la riviera,
ch’i risguardanti a sé leggiadra alletta;
ond’egli, quella a l’improviso scorta,
nova fiamma sentio ne l’alma sorta.
12
E mentre il caro e fiammeggiante viso
di dolce ardor ch’al ciel gli animi tira,
con le ciglia e con gli occhi immoto e fiso
e co’ pronti desir guardando ammira,
e da diversi affetti entro conquiso,
or quinci or quindi il pensier vago gira,
quel gli sovvien che di Clarice udito
pur dianzi avea dal cavalier ferito.
13
Qui si ferma egli, e ’l non leggier sospetto
da l’amata beltate in lui s’avanza,
e ricercando in ogni parte il petto
quasi tutto se ’l fa sua preda e stanza;
né men dal duolo è oppresso ogni diletto
in lui che dal timor sia la speranza;
e come dentro si conturba, fuora
sospira, duolsi e si lamenta ancora,
14
e dice: «Lasso! dunque altrui pur fia
questa bellezza in cui mio cuore alberga?
Rimarrà senza lei la vita mia
qual privata di fronde arida verga?
Ahi crude stelle, ahi sorte iniqua e ria,
quando serà che fuor del duolo emerga,
s’altri d’ogni mio ben, d’ogni mia gioia
godrassi, oh quando almen serà ch’io moia?
15
Morir conviemmi, ché la morte è vita
a chi vivendo muor ne gli aspri affanni,
e se la doglia in ciò non dammi aita,
la doglia nata da gravosi danni,
quello farà questa mia mano ardita
ch’avrian girando ancor poi fatto gli anni.
Morir conviemmi, e con la vita insieme
troncar di miei martiri il fertil seme».
16
Poi si ripente e dice: «Io dunque deggio
morir, s’altro rimedio ha ’l mio tormento?
Come, come meschino erro e vaneggio,
come ho de la ragione il lume spento?
Che mi può de la morte avenir peggio,
s’ella non sol non mi farà contento,
ma tutta mi torrà quella speranza
che di fruire il mio bel sol m’avanza?
17
Se non m’ha la Fortuna imperio o regno
o gemme ed or con larga man donato,
onde ad alcun parrò di quella indegno,
sendo sì diseguale il nostro stato,
tosto non m’ha che con valor e ingegno
venir non possa al fin tanto bramato:
dunque colui ch’è del mio mal radice
mora, ma pria divenga mia Clarice.
18
Come, ucciso il pagan, presa costei
avrò, chi serà mai che mi divieti
che seco i santi e liciti imenei
non celebri co’ modi or consueti,
e nel suo casto seno i desir miei
felice non appaghi e non acqueti?»
Tal pensier fatto, ad Isolier l’accenna,
ed indi arresta l’acquistata antenna.
19
Giunto ove i cavalier fanno corona
al ricco carro in bella schiera uniti,
con altero sembiante a lor ragiona
e gli disfida a giostra in detti arditi.
Il maganzese Oren, nato in Baiona,
allor sentendo i perigliosi inviti,
ad Alda dice, ond’ha piagato il petto:
«Di darvi costui preso or vi prometto».
20
Già movono a gran corso ambo il cavallo,
da questa l’un, l’altro da quella parte;
nissun pose di lor la lancia in fallo,
ma differenti fur di forza e d’arte,
ché la lancia d’Oren per lo metallo
sfuggendo, punto non l’afferra o parte,
e lasciandolo intier, di novo ancora
intera torna a ferir l’aria e l’ora.
21
Ma quella poi che ’l giovinetto impugna,
lo scudo apre per mezzo al maganzese,
lo scudo che già prima in ogni pugna
da ciascun colpo ostil colui difese;
né men la tien ch’al vivo ella non giugna
il ben temprato adamantino arnese,
onde con nova e via più cruda piaga
de la prima amorosa il cor gli impiaga.
22
Destò l’atroce colpo alto spavento
in tutti, e ’n te furor, rabbia e disdegno,
o superbo Aridan, vedendo spento
il tuo figliolo, il tuo più caro pegno:
onde a chi ferì lui, ratto qual vento
corresti incontro col ferrato legno,
ma stordito e tremante al pian cadesti,
e danno a danno, ad onta onta aggiungesti.
23
Rinaldo l’asta ancor salda ed intera
di novo arresta e ne l’arcion si stringe,
ma verso lui da la contraria schiera
l’orgoglioso Galven presto si spinge,
il qual così gli parla in voce altera,
mentre vittoria invan s’auguria e finge:
«Al primo colpo avrà di questa giostra
or certo fine la battaglia nostra».
24
Così quel disse, e poi seguì l’effetto,
quanto conforme al dir, tanto al pensiero
contrario: ché, percosso in mezzo ’l petto,
perdè la guerra al colpeggiar primiero.
Allor Rinaldo, in sé raccolto e stretto,
spinse contra de gli altri il suo destriero,
e ne la torma si cacciò più folta,
l’aspro tronco fatal girando in volta.
25
Nel furor primo tre n’abbatte e sei
n’impiaga, e quattro d’ogni senso priva.
Misero chi veloce i colpi rei,
lor sottraggendo il corpo, non ischiva,
ché mai non fece il vostro fabro, o dei,
per la gente troiana o per l’argiva,
scudo sì forte, elmo sì fin, che saldo
stesse al lungo colpir del gran Rinaldo.
26
Isolier, che la pugna accesa scorge,
e Marte errar con faccia orrida e mesta,
ne l’usato ardir suo tosto risorge,
e i bellici furor nel petto desta;
indi la mano a un grosso cerro porge,
e con sommo vigor lo pone in resta;
s’adatta in sella e ’l corridore sprona,
e le redine al collo gli abbandona.
27
Fra gli altri adocchia il vercellese Arnanco,
ch’allor di due gran colpi avea percossa
a Rinaldo la fronte e ’l braccio manco,
e ’l fiede tuttavia con maggior possa.
Avea questi il vestir candido e bianco,
ma v’aggiunse Isolier la sbarra rossa,
ché ’l sangue uscendo con purpurea riga
dal petto fuor le lucide arme irriga.
28
Quinci oltra passa, e mentre il fero Ernando
inalza il braccio contra ’l novo Marte,
gli ficca nell’ascella il crudo brando,
e tra’ nerbi la via dritta si parte;
quel col braccio sospeso in aria stando,
né lo movendo a questa o a quella parte,
ché da la spada ciò gli era conteso,
voto sembrava in sacro tempio appeso.
29
Benché i duo valorosi alti compagni
faccian queste e molte altre eccelse prove,
tal che già ’l sangue in tiepidi rigagni
da’ corpi ostili al suol discende e piove,
pur spesso avvien ch’ognun di lor si lagni
sotto la spada che ’l nemico move;
e se la carne ben non han piagata,
han piste l’ossa, e quella nera e ’nfiata.
30
Come allor che ne l’arsa ed arenosa
Libia stuol di pastori e di molossi
viene a battaglia orrenda e sanguinosa
con due leon da fame a predar mossi,
si duol la greggia timida e dubbiosa
tra pastoral ripari e brevi fossi,
né sa fuggir né star, ché la paura
di fuggir o di star non l’assicura;
31
così dipinte di color di morte,
tristi, sospese e sbigotite stanno
le belle donne, e ne le faccie smorte
gli interni affetti loro espressi elle hanno;
e come varia del pugnar la sorte,
varia la tema in lor, varia l’affanno,
e come varia il duol, varia il timore,
dipinge il volto ancor vario colore.
32
Mentre dura la pugna in tale stato,
né a questi più ch’a quei fortuna arride,
un cavalier là sotto l’Orsa nato,
dove i nevosi campi il Ren divide,
una asta afferra, e di gittar su ’l prato
con quella il paladin par che si fide;
né tal pensiero ascoso ancor gli tiene,
ma con tai detti ad incontrar lo viene:
33
«Or qui vedrai di tue vittorie il fine
e di tua vita insieme, ora, infelice,
ti sovrastan l’estreme aspre ruine,
a cui sottrarti omai più non ti lice».
Mentre, ignaro di ciò che ’l ciel destine,
così diceva ancor, la lancia ultrice
Rinaldo per la bocca entro gli mise,
e la lingua e ’l parlar per mezzo incise.
34
Quegli al grave colpir sovra ’l sentiero
accennò di cadere, e lo facea,
se no ’l ritenea Fausto in sul destriero,
ch’infausta pugna con l’ispano avea;
ma questi ebbe al ben far merito fiero,
perché ’l pietoso braccio, onde reggea
l’amico suo, gli fu d’un colpo tronco,
ed ei ne visse poi stroppiato e monco.
35
Non perciò impune il cavaliero ispano
se ’n gio d’avergli tronco il braccio manco,
ché quel, come uom che di valor sovrano
era e di cor più sempre ardito e franco,
feroce gli piagò la destra mano,
ed ancor poi, ma leggiermente, il fianco;
indi a Rinaldo fe’ non lievi offese,
ché su la sella del corsier lo stese.
36
Ma mentre il gran figliol del chiaro Amone
per la percossa ria disteso giace
mezzo stordito su ’l ferrato arcione,
e tutta addosso gli è la turba audace,
alzando il ferro un cavalier guascone
cerca ferirlo, e ’l suo fratel Corace
per istrana sciagura in cambio coglie,
ministro, lasso! de le proprie doglie.
37
Ché quel meschino a la percossa atroce,
ch’a chi drizzata fu non fu molesta,
cadde languendo con tremante voce,
insanguinato il crin, rotto la testa.
Rinaldo intanto, più che mai feroce,
su risalito fulmina e tempesta:
ben tu, Fernando, il sai, ma più tu, Niso,
l’un ferito aspramente, e l’altro ucciso.
38
Come rapido suol pieno torrente,
che ruinoso da l’Apennin cada,
tanto più gonfio girne e violente
quanto impedita più gli vien la strada,
così questi più fero e più possente
tra gli inimici suoi par che se ’n vada
quanto ei contrasti in lor trova più fermi
ed intoppi maggior, maggiori schermi.
39
Ma già del suo colpir grave ed orrendo
è l’avverso drappello esterrefatto,
e, con la speme di vittoria avendo
perduto il cor, fugge veloce e ratto;
ed a Rinaldo il gran furor tremendo
fugge da l’alma in un medesmo tratto,
c’ha ’l furor dal pugnar sol nutrimento
in nobile alma, e, quel finito, è spento.
40
Egli, che già costoro a tutto corso
sparsi vede fuggir per la campagna,
così la tema ond’hanno il petto morso
gli sollicita sempre e gli accompagna,
del veloce destrier ritiene il morso,
ed u’ la schiera feminil si lagna,
palida i volti, i cuor mesta e tremante,
si volse in lieto e placido sembiante.
41
Giunto a la bella e nobil compagnia,
le fa cortese e riverente inchino,
né men che prima forte apparso ei sia,
cortese or si dimostra il paladino:
perch’adorna il valor la cortesia
qual ricco fregio d’or perla o rubino.
A Galerana poi fisso converse
le luci, a voci tai la bocca aperse:
42
«Alta reina, a lo cui scettro altero
lieto soggiace il gallo almo paese,
quanto mi duol che, dov’è ’l mio pensiero
e le mie voglie ad onorarti intese,
ora mi sforzi Amor con duro impero
ch’io villan mi ti mostri e discortese,
de l’alte dame ch’or se ’n vanno teco
una menando in altra parte meco.
43
Ma quel che sottosopra ha spesso volto
l’alme più saggie e le più ferme menti,
il mio voler e disvoler m’ha tolto,
né convien già ch’a lui d’oppormi tenti:
questo iscusi appo te l’error mio stolto,
ch’è lieve error tra l’amorose genti,
ch’io poscia ognor per discolparmi in parte
serò pronto a servirti in ogni parte».
44
Così disse egli, e poi dal carro tolse
Clarice che, sorgiunta a l’improviso,
restò stupida e immota, e le s’accolse
il sangue al cor, lasciando smorto il viso.
Ben la reina a questo oppor si volse,
ma vano alfin riuscille ogni su’ aviso,
ch’a lasciar la donzella ei non piegosse,
benchè pregato e minacciato fosse.
45
Anzi sovra un destrier tosto la pose
ch’avea l’andare accomodato e piano,
e di quinci partir poi si dispose
e girne in luogo incognito e lontano.
Umida i gigli e le vermiglie rose
del volto, e gli occhi bei conversa al piano,
gli occhi onde in perle accolto il pianto uscia,
la giovinetta il cavalier seguia.
46
Il guerrier, che nel viso aperti segni
scorge del duol ch’entro la dama accora,
e che di lei paventa i feri sdegni,
tra sé si duole e si lamenta ancora;
e perché di venir seco non sdegni,
e sgombri quel martir dal petto fuora,
con dolci modi a lei cortese parla,
e sol con umiltà tenta placarla.
47
E gli dice: «Signora, onde vi viene
sì spietato martir, sì grave affanno?
Perché le luci angeliche e serene
ricopre de la doglia oscuro panno?
Forse fia l’util vostro e ’l vostro bene
quel ch’or vi sembra insoportabil danno.
Deh! per Dio, rasciugate il caldo pianto
e l’atroce dolor temprate alquanto.
48
Ché già non vi meno io per oltraggiarvi
(ahi! più tosto il terren s’apra e m’ingoi
che picciola cagion deggia mai darvi
ch’i begli occhi vi turbi e ’l cor v’annoi):
anzi potete ben sicura starvi
che ’l mio voler dependerà da voi;
e che cosa io giamai voler potrei
che non piacesse al sol de gli occhi miei?»
49
Indi soggiunse ch’egli lei rapito
non avea già qual folle e qual leggiero,
né guidato da van cieco appetito,
ma da prudenza e da giudizio intero.
E quanto avea da quel pagano udito
conto le fe’, molto accrescendo il vero;
ultimamente poi le disse il nome,
e scoperse il bel volto e l’auree chiome.
50
Come allor che tra nubi i rai lucenti
mostran di Leda i figli, amiche stelle,
si quetan l’onde irate e violenti
e le dianzi crucciose atre procelle,
così al vago apparir de gli occhi ardenti,
ond’usciro d’Amor vive facelle,
il mar del duolo e i venti del timore
si tranquillar nel tempestoso core.
51
La giovinetta il su’ amador rimira
soavemente e con pudico affetto,
ed egli in lei gli occhi bramosi gira
or nel bel volto, or ne l’eburneo petto,
e fatto audace e baldanzoso, aspira
di pervenire a l’ultimo diletto;
né meraviglia è s’ei, per gli anni caldo,
nel suo casto pensier non riman saldo.
52
Me mentre ei pensa come dare e dove
fine al desio che tanto ha già sofferto,
tutto che ’l calle per ciò far si trove
da lei preciso e d intricato ed erto,
veggono un che ver loro i passi move,
egli insieme e ’l cavallo a brun coperto,
di vista orrenda, ch’un macchiato drago
tien ne lo scudo entro un sanguigno lago.
53
Costui da lunge alteramente il volto
verso Rinaldo alzando, alto favella:
«Dove ne vai? dove ne porti, o stolto,
sì nobil preda, sì bramata e bella?
Deh! rendi tosto a me, rendi il maltolto,
e lascia in mio poter la damigella;
lasciala, dico, omai, se non t’aggrada
provar quanto il mio brando e punga e rada».
54
Isolier, che venia dopo l’amante
buon spazio adietro, a quel parlar superbo
pose la lancia in resta e fessi avante,
ma cadde a terra al primo incontro acerbo.
Allor lo strano in via più fier sembiante
disse al figliol d’Amon: «Per te riserbo
altro colpo maggior, s’oltra ne vieni
e d’affrontarti meco audacia tieni».
55
A tai parole il paladin, destando
alto sdegno nel cor, Baiardo mosse;
ma quel, nel mezzo il correre inciampando,
cadde nel piano e tardi indi rizzosse.
Ciò non temeva il giovinetto, e quando
cadde il cavallo sotto lui trovosse;
e benchè metta e forza ed arte in opra,
non può levarlo o torselo di sopra.
56
Co gli spron tenta e con la briglia invano
perché ’n piedi si drizzi il suo Baiardo,
né l’alza o move a questa o a quella mano
con ogni sforzo il paladin gagliardo:
di ch’egli, fatto per la rabbia insano,
omai lo batte senz’alcun risguardo;
ma quelli, quasi grave inutil peso,
se ’n giace, oltre il suo stil, per terra steso.
57
Mentre Rinaldo ancor vaneggia ed erra,
lo stranier con la lancia il terren fiede,
ed ecco che quel s’apre e si disserra,
sì che fino al suo fondo in giù si vede.
Con spaventoso suon s’apre la terra,
ch’al forte incanto la natura cede,
e fuor (novo miracolo tremendo)
n’esce tosto, sbalzando, un carro orrendo.
58
Tirano il carro quattro alti destrieri,
tinti la bocca di sanguigna spuma,
più de la notte istessa oscuri e neri,
cui da le nari il foco accolto fuma,
cui similmente i torvi occhi severi
di furor fiamma orribilmente alluma,
che col rauco annitrir, col fero suono
de’ piedi, imitan la saetta e ’l tuono.
59
Pose su questa orribile quadriga
l’incognito guerrier la donzelletta
pallida e tramortita,e poscia auriga
egli medesmo fu de la carretta.
Isolier, vago ancor di nova briga,
rimonta in sella e gli va dietro in fretta,
ma sì veloci van l’accese rote
che con gli occhi seguirlo a pena il puote.
60
Rinaldo s’ange e di furor s’infiamma,
dar non potendo a la sua donna aita,
che se ne va qual timidetta damma
ch’aggia il lupo crudel pur mo’ rapita.
Misero! in lui non è rimasa dramma
de la gioia ch’avea somma infinita,
ma fatto omai tutto dolore e rabbia,
freme co’ denti e morde ambo le labbia.

CANTO QUINTO

1
Già sparito era ’l carro, e nube densa
sparso per l’aria avea d’oscura polve
che più sempre s’ingrossa e si condensa,
sì ch’il puro seren del cielo involve,
quando, alzato il corsier, con furia immensa
calci accoppiando in giro si rivolve,
ed è presto a lo spron, presto a la mano,
ché non gli noce più l’incanto strano.
2
Rinaldo alquanto il cor dal duolo oppresso
solleva, poi che ’n piè risorto il vede,
e per lo segno c’han le rote impresso
altamente nel suol, lo sprona e ’l fiede;
quel cangia i passi sì veloce e spesso
che non serba il terreno orma del piede,
e ne l’aria sospeso augel rassembra
che con l’ali sostenga alto le membra.
3
Ma fermezza maggior la nube prende
a poco a poco e maggior spazio abbraccia,
tal che vista mortal più non s’estende,
benchè di lince fosse, oltra duo braccia.
Intanto pioggia ruinosa scende,
e si turba del ciel la vaga faccia;
il paladin non sa dove si vada,
né però punto neghittoso bada.
4
Ma con giudizio di Baiardo il corso
regge ed indrizza, e sempre inanzi passa,
lo sprone oprando e rallentando il morso,
sì che ’l cavallo respirar non lassa.
Alfine, allor che a’ suoi corsieri il dorso
Febo disgrava e sotto il mar s’abbassa,
s’aprì la nube e ’n aria si disperse,
ed ei né ’l carro né l’ispano scerse.
5
Nulla egli vide se non piante ed ombre,
e la Senna ch’altera il suol diparte.
Or chi fia mai che con la penna adombre
e co l’inchiostro pur dissegni in parte
qual varia passion l’animo ingombre
al cavaliero in sì remota parte?
Ciò ben eccede ogni poter mortale:
tu sol sei, Febo, al gran soggetto eguale.
6
Fu per uscir di sé, fu per passarsi
col proprio ferro il tormentato core,
fu per morir di duol, fu per gittarsi,
sì che s’immerga, nel profondo umore;
sospiri accesi a stuol per l’aria sparsi,
gemiti tratti dal più interno fuore,
stridi e querele in lamentevol suono,
di quel ch’ei sente i minor segni or sono.
7
Ma la speranza, che non prima manca
in tutto altrui che manchi ancor la vita,
benchè debole fia, benchè sia stanca
e quasi oppressa omai, nonché smarrita,
pur quanto può s’inalza e si rinfranca,
e gli è contro al dolor schermo ed aita;
e tai cose nel core a lui ragiona,
ch’a fatto in preda al duol non s’abandona.
8
Ma determina infin di gir cercando
Clarice bella ovunque Apollo illustri,
e quando il verno imbianca i campi e quando
Flora gli orna di rose e di ligustri,
né perché a lui più volte il sol girando
rapporti in sen gli anni fugaci e i lustri,
lasciar l’impresa, se non trova prima
lei, che de’ suoi pensier si siede in cima.
9
Ché poi non teme, se trovar la puote,
di non la riaver malgrado altrui,
benché quanti guerrier son tra Boote
ed Austro fusser giunti a i danni sui,
ché già gli son l’alte sue forze note,
e da l’amor l’ardir s’avanza in lui.
Con tal pensier la via prende a traverso,
ne le amorose sue cure sommerso.
10
Così ne va ne’ suoi pensieri involto,
e se tallor riscontra alcun per via,
no ’l mira e non gli parla, e quasi tolto
la favella e ’l veder par che gli sia;
ma fisso e intento ne l’amato volto,
tutt’altro e insieme se medesmo oblia;
e se pur scorge alcun, a lui novella
richiede sol de la sua donna bella.
11
Mentre de le sue cure accompagnato
camina pur, venir d’appresso sente
voce che sembra d’uom mesto e turbato,
che gli fiede l’orrecchie in suon dolente.
L’animoso guerrier verso quel lato
sprona l’agil cavallo immantinente,
forse anco scorto da speranza vana
che da gli amanti mai non s’allontana;
12
ed un vago e bellissimo garzone
vide che sotto un pin steso giacea,
ed era di sua età nella stagione
sacra e dicata alla ciprigna dea,
quando a sua voglia Amor di noi dispone;
né del fiorir del pelo in lui parea
pur segno alcun, ma netto e bianco il mento
avea qual terso avorio o puro argento.
13
Involto in pastoral candida pelle,
sparsa di nere macchie, egli si stava,
e le chiome qual or lucide e belle
mirto ed alloro in un gli circondava;
i ben formati piè, le gambe snelle
sino al ginocchio ricoprendo ornava
di cuoio azuro, e quel con aurei nodi
era da poi legato in mille modi.
14
Tal forse Endimione a Cinzia parve
qualor dal primo giro ella discese,
di sogni cinta e di notturne larve,
e seco l’ore dolcemente spese;
tal fuor de l’ocean sovente apparve,
d’un candido splendor le gote accese,
la stella cara a l’amorosa diva,
che ’l giorno estinto inanzi tempo aviva.
15
In così dolci modi e sì pietosi
si lamentava il pastorello adorno,
ch’avria commossi ancor gli orsi rabbiosi,
ove affetto gentil non fa soggiorno.
Avea le guancie e gli occhi rugiadosi,
gli occhi ch’apriano quasi un nuovo giorno,
e co’ caldi sospir l’aria accendea,
che dal profondo del suo cor traea.
16
«Lasso!», dicea, «perché venisti, Amore,
Amor d’ogni mio bene invidioso,
con le tue fiamme a penetrarmi il core,
a turbar la mia pace e ’l mio riposo?
Deh! qual vanto, qual gloria e quale onore
n’aspetti, o qual trionfo alto e pomposo,
d’aver un pastorel preso ed avinto,
ch’a l’incontro primier si diè per vinto?
17
Io non credea che gli tuo’ strali infesti
fussero a pastoral rustico petto,
non sendo quei di Giove anco molesti
a l’ignobil capanna, al basso tetto.
Ma poi che fare, oimè, tu pur volesti
così vil pruova in così vil soggetto!
Non dovevi il mio core il luoco porre
u’ senza speme ognor se stesso aborre.
18
Tu, perfido signor, tu disleale,
che sotto ombra di ben copri il mal vero,
oggetto desti impari e diseguale,
onde a pieno m’affligga, al mio pensiero.
Deh! mie stelle crudeli, or quando tale
scempio fu visto e così strano e fero?
Ché dove in altri amor da speme nasce,
dal non sperar in me s’aviva e pasce.
19
Segue il rozzo monton la pecorella,
scorto da speme per gli erbosi campi;
segue il colombo a la diurna stella
la cara amica ed a i notturni lampi;
combatte il toro a la stagion novella
da speme tratto, e par che d’ira avampi;
sempr’è speranza, ov’è d’Amor il foco:
quella in me no, ma sì ben questo ha loco».
20
Mentre in soavi note ei si dolea,
stava Rinaldo a le querele intento,
e la pietà che del fanciullo avea
maggior in lui rendeva il suo tormento,
ch’a pensar a i suoi casi il conducea,
al suo perduto bene, al gaudio spento.
Poi che si tacque, a lui cortese disse,
le luci avendo nel bel volto fisse:
21
«Vago garzon, che ’n sì bel modo fuora
mostri l’alto dolor che in te s’asconde,
e ti lagni d’Amor, ti lagni ancora
de l’empie stelle a te poco seconde,
e nel tuo lamentar parte tallora
tocchi de le mie piaghe alte e profonde,
deh! se il ciel ed Amor ti sia cortese,
la cagion del tuo duol fammi palese.
22
Io sono un cavalier cui similmente
è il destino ed Amor crudo e spietato,
ché vivo ognora in mezzo ’l fuoco ardente,
poco a me stesso e meno ad altri grato:
narra dunque il tuo duol securamente
ad uom che da egual pena è tormentato,
perchè recar ciascun dessi a guadagno
ne le sventure sue trovar compagno».
23
A quei detti cortesi il giovinetto,
verso Rinaldo alzando il viso bello,
per cui rigando il puro avorio schietto
scendea nel grembo un tepido ruscello,
gli disse: «Cavalier, s’hai pur diletto
d’udir quanto Amor siami iniquo e fello,
e quanto la Fortuna empia ed acerba,
dal corsier scendi e posati in su l’erba:
24
ch’io te ’l dirò, poiché, qual dici, sei
servo d’Amore, ed ei di te fa scempio.
Ma vedrai bene alfin che i casi miei
son senza paragone e senza essempio,
e che quel duolo onde gir carco dei
è null’a par del mio gravoso ed empio.
Ben caro avrò che tu mi narri poscia
qual passion t’affligga e quale angoscia.
25
Là dove già l’alta Numanzia sorse,
ch’osò ben spesso al gran popol romano
co l’intrepido ferro audace opporse,
e fe’ del latin sangue umido ’l piano,
dove or per abitar usan raccorse
solo i pastor del territoro ispano,
nacqui io, ma sotto stella iniqua e ria,
del più ricco uom ch’in quelle parti sia.
26
Siede ivi un tempio a maraviglia adorno,
ch’a Venere sacrar nostri maggiori,
dove sempre di maggio il primo giorno
vengono cavalier, vengon pastori,
donne e donzelle del vicin contorno
a porgere a la dea solenni onori;
né questo antiquo stil punto è dismesso
perch’or s’adori il gran Macone in esso.
27
Anzi premii son posti a qual più dotta
gagliarda mano il pal di ferro tira,
a chi il nemico al gioco de la lotta
con maggior forza ed arte alza e raggira,
a chi con l’arco di più certa botta
ferisce il segno ov’altri indarno mira,
a chi con ratto piè gli altri precorre,
a chi la lancia più leggiadro corre.
28
Le donne poi che son di basso stato,
menano insieme vaghe danze a gara;
l’altre ch’in maggior grado ha ’l ciel locato
e che di stirpe son nobile e chiara,
si baciano a vicenda, e chi più grato
il bascio porge, in ciò più dolce e cara,
a giudizio commun, rapporta il pregio
ch’orna la sua beltà di novo fregio.
29
Soleano già, quando concesso ei n’era
da’ secoli miglior libertate,
i giovanetti ch’a la primavera
erano giunti di lor verde etate,
anch’essi intrar confusamente in schiera
con le vaghe donzelle inamorate,
e insieme gareggiar nel dolce gioco:
ma ciò l’uso corresse a poco a poco.
30
Avenne, ed or passato è il secondo anno,
ché i dì non sol, ma l’ore in mente anch’aggio,
ch’al tempio venne per mio eterno danno
la vaga Olinda il dì primo di maggio:
la vaga Olinda, mio gravoso affanno,
c’ha bellissimo il volto, il cor selvaggio;
Olinda ch’è del nostro re figliuola,
di cui chiaro romor per tutto vola.
31
Lasso! non prima in lei gli occhi affisai
che per l’ossa un tremor freddo mi scorse:
pallido ed aghiacciato io diventai
allora, e fui de la mia vita in forse;
quasi in un tratto ancor poi m’infiamai,
e contra il giel l’ardore il cor soccorse,
spargendo il volto d’un color di fuoco,
né dentro o fuor potea trovar mai luoco.
32
Non conobbi io l’infirmità mortale
a’ segni, oimè! ma nel bel volto intento,
misero! dava a l’amoroso male
esca soave e dolce nutrimento.
Ben me n’avidi alfin, ma che mi vale,
s’ogni rimedio era già tardo e lento,
ed ogni sforzo van, ché ’l crudo Amore
s’era in tutto di me fatto signore?
33
Conosceva il mio error, vedeva aperto
quanto a lo stato mio si sconvenisse
in donna di tal sangue e di tal merto
l’insane voglie aver locate e fisse,
volea per calle faticoso ed erto
fuggir pria ch’altro mal di ciò seguisse;
ma mi sforzava il micidial tiranno
gir volontario a procacciarmi danno.
34
Non così fonte di chiar’acqua pura
a stanco cervo ed assetato aggrada,
né tanto al gregge il prato e la pastura
piace, ch’è sparsa ancor da la rugiada,
né tanto il rezo e la fresca ombra oscura
a pellegrin ch’errando il luglio vada,
quanto sua dolce vista a me piacea,
ben ch’ella fosse di mia morte rea.
35
L’ora de’ giuochi era venuta intanto,
ed al palo tirar si cominciava,
e già fra gli altri omai la palma e ’l vanto
un gagliardo pastor ne riportava.
Siegue la lotta; io che mostrarmi alquanto
al mio gradito amor pur desiava,
corro al certame, e tal fu la mia sorte
che giudicato fui d’ognun più forte.
36
Si giostrò poscia, e i giochi anco si fero
de le donzelle; ed io che vidi allora
molte che baci a la mia donna diero
e che gli ricever più cari ancora,
arsi di dolce invidia, e col pensiero
mi formai grate frodi ad ora ad ora,
perché mi parve (inganno avventuroso)
d’esser fra loro al bel gioco amoroso.
37
Ultimamente al corso poi si venne,
di cui teneva Olinda il pregio in mano;
io m’accinsi al certame, e non ritenne
il corpo stanco l’appetito insano.
M’aggiunse ai piedi Amor veloci penne
e mi rendè l’andar facile e piano,
tal che gli altri precorsi, e giunsi dove
sedean l’alte bellezze altere e nove.
38
Come fui sì vicino al mio bel sole,
un gelato tremor tosto m’assalse,
tal ch’io mi dibattea, sì come suole
tenero giunco in riva a l’acque salse:
quasi lasciò le membra vuote e sole
l’alma che gli occhi bei soffrir non valse.
Alfin mi porse Amor cotanto ardire
che ’n parte sodisfeci al mio desire.
39
E con subita astuzia, di cadere
fingendo, nel suo sen quasi mi stesi.
Or chi potria mai dir quanto piacere
e qual dolcezza in quell’istante io presi?
Ma non deggio di ciò punto godere,
da poi che fu cagion che più m’accesi:
ché se caldo era pria, non fu in me dramma,
da indi in qua, se non di fuoco e fiamma.
40
Poi tolsi il pregio, e lieve in torlo strinsi
la man che quel tenea bianca e gentile,
e in questa di rossor le guancie tinsi
ed a terra chinai lo sguardo umile.
Or veder poi quant’oltre io mi sospinsi,
io di nissun valore uom basso e vile,
verso dama sì degna e sì sovrana,
e s’Amor mi rendea la mente insana.
41
Ma già dal ciel Apollo era sparito,
onde ancor seco il mio bel sol spario,
ed io restai di tenebre vestito,
preda del duol che soffro ognor più rio.
Oh pur, oimè! da queste membra uscito
se ’n fusse allor l’infermo spirto mio,
ch’io non sarei con sì gravosi danni
poscia rimaso a via maggiori affanni.
42
Quella inquieta notte in quanti e quanti
angosciosi martir, lasso! passai,
quanti trassi da gli occhi amari pianti,
quanti dal petto arsi sospir mandai,
non credendo i celesti almi sembianti
e gli occhi belli riveder più mai.
Ma vietò questo per maggior mio male
l’atrocissimo mio destin fatale.
43
Perciò ch’Olinda, a chi il paese piacque,
per lo ciel che temprato era e sereno,
per l’amene selvette e limpid’acque
e’ bei colli che ’l fan vago ed ameno,
perché di caccie (a cui da ch’ella nacque
ebbe il cor volto) è copioso e pieno,
in un castel che signoreggia intorno
tutto il paese, elesse far soggiorno.
44
E quinci ella uscia poi sovente fuori
coi primi rai, con l’aura matutina,
allor che le verdi erbe e i vaghi fiori
sparsi ed umidi son d’argentea brina,
cinta da cavalier, da cacciatori,
e da schiera di dame pellegrina;
ed or seguiva i lepri e i cervi snelli,
or tendea reti a i semplicetti augelli.
45
Io c’ho tutti i miei dì cacciando spesi
con quei che son in ciò dotti e maestri,
e ch’era annoverato in quei paesi
tra i più veloci e tra i più cauti e destri,
oltre che sapea i luochi ove son presi
più facilmente gli animai silvestri,
ne la sua compagnia tosto raccolto
fui con grate parole e lieto volto.
46
Sempre era seco e gli pendea dal lato,
e per felice allor mi riputava
ch’avea il suo cane a lassa, o l’arco aurato
o la carca faretra io le portava;
felicissimo poi se m’era dato
toccar la veste ond’ella cinta andava.
Così ne vissi insin ch’il solar raggio
portò di nuovo il dì primo di maggio.
47
Ma ’l crudo Amor, ch’altrui piacer perfetto
non fa sentire insin ch’al fin s’arriva,
e traendo di questo in quel diletto
l’uom, sempre in lui più il desiderio avviva,
mi sospinse a mortale infausto effetto,
onde ogni mio tormento in me deriva,
e ’l lume di ragion sì mi coperse
ch’egli dal bene il mal punto non scerse.
48
Deliberai, feminil vesta presa,
tra le donzelle anch’io meschiarmi quando
vengono insieme a placida contesa,
l’una soavi baci a l’altra dando,
per poter poscia (oh temeraria impresa,
cagion ch’or sia d’ogni mio bene in bando!)
congiunger con la mia la rosea bocca
onde Amor mille strali aventa e scocca.
49
E mi pensava ben poter ciò fare
sicuramente, perché ’l pelo ancora,
che suol più ferma età anco apportare,
non mi spuntava da le guancie fuora.
Vesti trovai d’oro fregiate e care
e molti altri ornamenti in poco d’ora,
e solo il tutto ad un compagno dissi
con cui d’estremo amor congionto vissi.
50
Così al tempio ne venni ove si fea
l’amoroso duello, e già col volto
in un candido vel (quanto potea
senza sospetto dar) chiuso ed involto.
De le donne lo stuol che concorrea
insieme al dolce gioco era sì folto
che non fu chi ’l mio nome a me chiedesse
o in conoscermi pur cura prendesse.
51
Onde tra lor sicuro io mi meschiai,
donna creduto da le donne anch’io;
molte abbracciai di lor, molte basciai
con poca gioia e con minor disio,
sin ch’ad Olinda alfin pur arrivai,
stabile oggetto d’ogni pensier mio,
cui com’edera tronco il collo cinsi:
indi le labbra disiose spinsi.
52
Con voglia così ingorda, affettuosa,
con sì fervidi baci e con sì spessi,
spinto da forza interna ed amorosa,
ne le sue labra le mie labra impressi,
ch’allor quasi stupita e sospettosa
ella fissò ne’ miei gli occhi suoi stessi:
onde io cangiai pur nel medesimo istante
in color mille il timido sembiante.
53
Il che forse il sospetto a doppio rese
maggiore in lei di quel che prima egli era,
tal che più fiso a rimirarmi prese,
ed alfin mi conobbe (ahi sorte fera!),
onde, le luci di furore accese,
disse, con voce in un bassa ed altera:
“Come a tal tradimento unqua pensasti,
come, falso villan, tant’oltra osasti?
54
Sgombra orsù via di qua, togliti ratto
dal nostro regno, e più non t’accostarli!
E s’a l’audace e scelerato fatto
quelle pene non do che dovrei darli,
e così leggiermente ora ti tratto,
fo per non dar materia onde altri parli:
ben la tua morte a me saria gradita
non meno, anzi via più de la mia vita”.
55
Ma perché, lasso! ti racconto a pieno
quel che duro già fu tanto a patire,
e ch’or è duro a ricordar non meno,
sì che ’l cor sento in mille parti aprire?
Uccider mi vols’io, ma pose freno
a la man disperata ed al desire,
dopo molta fatica e mille preghi,
quel mio compagno a cui null’è ch’io neghi.
56
Ed a venir in Francia ei mi dispose,
ov’è (se pur il ver la fama dice)
un antro, a cui fra l’opre alte e famose
null’altro al mondo oggi aguagliarsi lice:
ch’ivi a’ suoi servi le future cose
da un aureo simulacro Amor predice,
e con certe risposte, util consigli
dà ne l’aversitati e ne’ perigli.
57
Ed oggi a punto, allor che s’apre il giorno,
tra via mi disse uom vecchio e peregrino
che quinci presso, sotto un colle adorno,
giacea lo speco, e m’insegnò il camino.
Or dimmi tu, guerrier, qual danno o scorno
ti faccia Amore o ’l tuo crudel destino,
ch’ambo dapoi n’andremo al loco sacro
per richieder consiglio al simulacro».
58
Rinaldo i casi suoi più brevemente
narrogli, e ’nsieme poi la via pigliaro,
né molto gir, ch’altero ed eminente
il colle e poi lo speco ancor miraro.
Occupava l’entrata un foco ardente:
alta colonna di forbito acciaro
gli stava dirimpeto in terra fitta,
e n’era tal sentenza in carmi scritta:
59
«A’ leali d’Amor concesso è ’l passo,
a gli altri no, per mezzo il vivo foco».
Era ’l colle d’un netto e vivo sasso,
vago e lucente, del color di croco,
opra d’incanto; e dimostrava al basso,
tutte scolpite in apparente loco,
le vittorie d’Amor, gli alti trofei
ch’egli acquistò contra’ celesti dei.
60
Florindo (ch’il pastor tal nome avea),
ch’era ne l’amor suo fido e leale,
subito entrò dove più il foco ardea
con grande ardire a la gran fede eguale;
ed andar per un aere a lui parea
sottilissimo e puro, e forse quale
è l’elemento men condenso e greve,
ch’a gli altri sorvolò spedito e lieve.
61
Rinaldo allor, che rimirava intento
de’ favolosi dei gli antichi amori,
entrar vedendo senza alcun spavento
Florindo tra le fiamme e tra gli ardori,
a seguirlo non fu pigro né lento,
ma ’l feroce destrier lasciando fuori,
a Vulcan si credette; indi per quello
entrò sicuro nel sacrato ostello.
62
Da tre leggiadri e vaghi sacerdoti,
ch’a la cura del loco erano eletti,
del faretrato arcier fidi e devoti,
ambi furo raccolti i giovinetti,
ed a l’altar menati, u’ preghi e voti
dovean porgere al dio con puri affetti,
come da quei ch’ivi gli avean condutti
erano a pieno ammaestrati e instrutti.
63
Ma il paladino, in cui verace fede
per rara grazia ognor cresce ed abonda,
ciò si sdegna di far, perché non crede
che divin nume in sé quell’or nasconda,
ma spirto aereo e de l’inferna sede,
che narrando il futuro altrui risponda;
onde in disparte alquanto ei si ritira,
e ’l vaneggiar di quei tacendo mira.
64
E ben avria l’idol, sdegnato alquanto,
ogni risposta al cavalier negato,
ma da Merlino, allor che fe’ l’incanto,
a risponder mai sempre ei fu sforzato,
e per simil cagion, tanto né quanto
del ver tacer altrui gli era vietato:
ché ’l saggio mago il tutto già previsto
e similmente al tutto avea provisto.
65
Un candido torel, che sotto ’l peso
del grave aratro non gemeva ancora,
ed avea nuovamente il petto acceso
di quel soave ardor che n’inamora,
sendo a giacer sovra l’altar disteso,
sacrificaro al dio ch’ivi s’adora;
ed a te poscia, o sua vezzosa madre,
due colombe bianchissime e leggiadre.
66
Finito il sacrifizio, ecco si scuote
lo speco, e par che ’l suol dal fondo treme,
e con strano romor di voci ignote
tutto d’intorno omai rimbomba e geme:
così, s’Austro lo fiede e lo percuote,
il mare irato orribilmente freme.
Crolla la statua il capo e batte l’ali,
sonagli a tergo l’arco e gli aurei strali.
67
Quinci il dio così poi la lingua scioglie:
«Segui, Rinaldo, il tuo desir primiero
di venir chiaro in arme, e fia tua moglie
Clarice allora, e pago il tuo pensiero;
fu Malagigi, a ciò che più t’invoglie
a l’onorato marzial mestiero,
quel che su ’l carro te la tolse, e poi
salva ed illesa l’ha renduta a i suoi.
68
E tu, Florindo, segui l’arme ancora,
ché esse ti condurranno al fin bramato,
perché (se ben no ’l sai, né ’l conosci ora)
sei di sangue reale al mondo nato».
Ad oracol tal rimase allora
dubioso ognun di lor, ma consolato;
e scacciò de’ martir la schiera folta
che intorn’ intorno al cor se gli era accolta.

CANTO SESTO

1
Parton da l’antro i duo garzoni insieme
e prendon verso Italia il lor cammino,
là v’è, già presso a le ruine estreme
da Carlo astretto, il campo saracino,
ch’ivi di fare eccelse imprese han speme
dinanzi al gran figliuol del buon Pipino;
e vuol Florindo da la regia mano
tor di cavaleria l’ordin sovrano.
2
Attraversando van tutto ’l paese
che Giulio ornò di molti fregi pria,
e superano ancor l’Alpi scoscese,
per cui s’aprì la malagevol via
con novo modo il gran cartaginese,
Roma, portando a te guerr’aspra e ria;
vider d’Italia poi l’almo terreno,
ancor di riverenza e d’onor pieno.
3
«Salve, d’illustri palme e di trofei
provincia adorna e d’opre alte e leggiadre,
salve, d’invitti eroi, di semidei,
d’arme e d’ingegni ancor feconda madre,
che estendesti a gli Esperii, a i Nabatei
l’altere insegne e le vittrici squadre,
e d’ogni forza ostil sprezzando il pondo,
e giusta e forte desti legge al mondo».
4
Così Rinaldo va parlando, e ’ntorno
intanto gira il guardo desioso,
ed ogni or più vede il paese adorno
di ricche ville, e vago e dilettoso,
ma non trova ventura in quel contorno,
ov’ei col fatigar prenda riposo,
ed ove mostrar possa il suo valore
e la virtù del generoso core.
5
Gran parte trapassar d’Italia, e mai
non potero incontrar ventura alcuna,
benchè del lor camin fessero assai
al freddo lume de l’argentea luna;
giunsero alfin co’ matutini rai
là dove il Franco e ’l Saracino s’aduna,
e vider tremolar l’insegne altere
al vento e fiammeggiar l’armate schiere.
6
S’alzava il sol dal mar con l’ore a paro,
né di nubi copria le gote ardenti,
e ferendo per dritto il vario acciaro,
mille formava in ciel lampi lucenti,
e con un corruscar tremulo e chiaro
fea non ingrata offesa a gli occhi intenti,
tal ch’il campo sembrava Etna, qualora
l’aer con spessi fuochi orna e colora.
7
Carlo in tre parti il campo avea diviso,
ed ei tenea con una un picciol monte;
Namo s’era con l’altra al piano assiso,
gli stava con la terza Amone a fronte.
L’essercito infidel, domo e conquiso,
è cinto intorno e chiuso in Aspramonte;
ben molti ancor vi son de’ Saracini,
che stan ne’ forti luoghi ivi vicini.
8
Poi che ’l campo da lunge ebber mirato
e sodisfatto al lor desir in parte,
Florindo, bene instrutto ed informato
di quel che deggia far, da l’altro parte,
e diritto se ’n va dove attendato
s’era il gran Carlo in elevata parte;
ma Rinaldo, che gir seco non volle,
si fermò giù nel piano a piè del colle.
9
Passa Florindo tra l’altere squadre,
adorne di valor, di ferro cinte,
ed a varie fatiche, opre leggiadre,
tutte le vede in util modo accinte.
Quinci l’anime vili, oscure ed adre,
cui l’ozio piace, son scacciate e spinte;
quivi Vener non ha, né Bacco loco,
né dado infame od altro inutil gioco.
10
Quivi si vede sol chi dal forte arco
aventi strai con certa aspra percossa,
chi di scudo coperto e d’arme carco
poggi in loco erto con destrezza e possa,
chi porti il destro suo terreno incarco
con lieve salto oltra ben larga fossa,
chi mova a marzial feroce assalto
gli aspri piombati cesti or basso or alto;
11
chi con robusta man la spada giri
in fiammeggianti rote o l’asta vibri,
e chi lottando a la vittoria aspiri,
e diverse armi paragoni e libri;
chi con gran forza il pal di ferro tiri,
chi d’arte militar rivolga i libri,
chi muova tutto armato il piede al corso,
chi volga o lente ad un corsiero il morso.
12
Deh! come in tutto or è l’antica norma
e quel buon uso e quei bei modi spenti!
Com’or nel guerreggiar diversa forma
si serba, oimè, tra le cristiane genti!
Or chi celebri Bacco, o inutil dorma,
chi tutti aggia i pensieri al gioco intenti,
chi ne’ piacer venerei impieghi e spenda
le forze è sol de’ campi in ogni tenda.
13
Che meraviglia è poi se ’l rio serpente,
sotto cui Grezia omai languendo more,
orgoglioso minaccia a l’Occidente
e par che ’l prema già, che già il divore?
Ma dove or fuor di strada inutilmente
mi torcon giusto sdegno, aspro dolore?
Dove, amor e pietà, mi trasportate?
Deh! torniamo a calcar le vie lasciate.
14
Florindo, uno scudier tolto in sua scorta,
si fa condurre al padiglion di Carlo;
giunto a le guardie de la regia porta,
prega ch’entro al signor voglian menarlo.
Come il re vide, con maniera accorta,
chini i ginocchi al suol, prese a mirarlo;
indi, fatte le guancie alquanto rosse,
riverente ed umil tai voci mosse:
15
«Sir, qui vengh’io da la tua fama tratto,
che quasi un novo sol risplende e vaga,
per esser di tua man cavalier fatto:
benigno adunque il mio desire appaga».
Carlo, del suo parlar ben sodisfatto
e de la nobil sua sembianza vaga,
cavalier fello, ancorché non sapesse
dirgli a pieno onde origine ei traesse.
16
Prega Florindo che la man d’Orlando,
l’invitta man, di Dio ministra in terra,
sia quella che gli cinga al fianco il brando,
lieto e felice augurio in ogni guerra.
Il paladin di ciò gli è grato, usando
detti cortesi, ond’egli umil s’atterra,
ed al gran Carlo ed a lui grazie rende.
Indi di nuovo il dir così riprende:
17
«Un cavalier che qui vicin m’aspetta,
ed io, ch’ambi d’Amor seguaci siamo,
per la sua face e per la sua saetta
d’esser campioni suoi giurato abbiamo,
onde or, de l’armi dando altrui l’eletta,
al tuo cospetto mantener vogliamo
ch’ascender non può l’uomo a vero onore
se non gli è duce e non gli è scorta Amore.
18
Dunque s’alcun de’ tuoi guerrier si truova
che nemico d’Amor si mostri e sia,
e ciò voglia negar, venga a la pruova,
ch’a lui con l’arme in man risposto sia».
Parve proposta tal leggiadra e nuova,
e v’è chi contradirvi omai disia.
Carlo vuol poi che sia l’alta proposta
per un suo messo a’ Saracini esposta.
19
Tosto di ciò si sparse fama, e molti,
che ne’ lacci d’Amor non furon mai,
o che se ’n quelli pur vissero involti,
ed aspri e duri gli provaro assai,
ed essendone già liberi e sciolti,
fissi in mente tenean gli antiqui guai,
disposer d’adoprar l’asta e la spada
perché d’Amor la gloria a terra cada.
20
Carlo già presso al piano era disceso
intorno cinto da’ suoi duci alteri,
per risguardar come l’incarco preso
mantenerian gli incogniti guerrieri;
Rinaldo, a cui toccava il primo peso,
attendeva a la giostra i cavalieri.
Primo è a venir Gualtier da Monlione,
e primo anco a lasciar scarco l’arcione.
21
Sorse vario parlar fra i circostanti
vedendo il fiero colpo inaspettato,
ma cessò tosto, perché fessi avanti
Angiolin ch’era a vincer spesso usato.
Segnano i colpi a l’elmo ambo i giostranti:
ecco si danno, ecco cader su ’l prato
l’aventurier ch’a quel colpir non resse,
e co ’l tergo e co ’l capo il suolo impresse.
22
Berlingier, ch’Angiolino a terra ir vede,
e ne vuol fare a suo potere vendetta,
la lancia arresta e ’l destrier punge e fiede,
e veloce ne va come saetta:
dal fren la mano e da la staffa il piede
gli leva il colpo averso; ei pur s’assetta
e ferma in sella, e torna a giostra nuova;
ma lunge dal cavallo al pian si trova.
23
Molti ch’eran d’Amor fidi e devoti,
spinti da invidia e da pensier superbo,
vennero a giostra allor, ma lasciar voti
i cavalli al colpir grave ed acerbo:
tu primiero col tergo il suol percuoti,
benché sii di gran forza e di gran nerbo,
o fier Riccardo, e poi seguonti appresso
Druso, Alcasto, Orion, Pulione e Bresso.
24
Tosto dopo costor giostra Gismondo,
tosto è dopo costor sospinto a terra;
cadde ancor seco Orin, che furibondo,
per voler troppo, il colpo falla ed erra;
Arban, suo maggior frate, ora è secondo,
ch’Orin prima e poi lui Rinaldo atterra;
bene Aldrimante, il terzo lor germano,
venne terzo a cader disteso al piano.
25
Mentre Rinaldo fa sì facilmente
verso il cielo a costor volger le piante,
ecco a pugna venir chiaro e lucente
di forte acciaro il saracino Atlante:
sembra egli a l’apparir torre eminente,
sembra il destrier c’ha sotto alto elefante;
tutto di marzial sdegno s’accende
il guerrier, come in lui le luci intende.
26
Senza parlar, senza pur dirgli: «Guarda!»
ratto muove a l’incontro il fier pagano,
né men ratto di lui l’altro ritarda,
ma l’asta indrizza non mai corsa invano.
De’ circostanti ognun sospeso guarda
qual de’ duo deggia roversarsi al piano;
batte a quelli per dubio e per sospetto,
per ira e brama a questi il cor nel petto.
27
Con quel vigor, con quelle voglie pronte
con cui colpirsi Achille e ’l forte Ettorre,
là ’ve asconde tra nubi il sacro monte
Ideo l’aerea testa e ’l Xanto scorre,
con quelle o con maggior ne l’ampia fronte
vengonsi questi al primo scontro a corre;
e fu ’l colpo crudel di tanta forza
che gir tre volte o quattro a poggia ed orza.
28
Si scontrano i cavalli, e ’l fier Baiardo,
quanto minor, cotanto ancor più forte,
l’altro distende con urtar gagliardo,
e dallo in preda a la gelata morte.
Il pagan si drizzò, ma lento e tardo,
ché gli presse il destrier le gambe a sorte;
intanto il cavalier lui non offende,
ma con l’integra lancia al pian discende.
29
Ride il superbo Atlante e lui minaccia,
come da sella al pian disceso il vede,
e dal fodro Fusberta altero caccia,
Fusberta, il brando ch’ogni prezzo eccede;
Rinaldo, verso quel volta la faccia,
e inanzi il dritto e dietro il manco piede
ben fermo in terra, e l’asta a mezzo presa,
coraggioso si move a la contesa.
30
Tutto feroce l’African si lancia
ed a trovar il va con un mandritto,
ma in mezzo il corso da l’aversa lancia
gli è tronco il calle e l’omero trafitto.
S’allegra tutto allor lo stuol di Francia,
ma si conturba il saracino afflitto;
freme il gigante, e di rabbiosa fiamma
le guancie e gli occhi orribilmente infiamma.
31
E da la destra uscir si lascia il brando
ch’a catena di ferro avinto pende,
sì ch’afferar può l’asta; e, lei tirando,
quasi per terra il cavalier distende,
e di man gliela cava; indi, gettando
quella lontan, Fusberta altier riprende.
Rinaldo, or che farai? Chi ti soccorre?
Come potraiti, inerme, a morte torre?
32
Perde ei la lancia, ben non perde il core
però, ma più che mai ratto e veloce,
si sottragge saltando al gran furore
con cui giù dechinava il ferro atroce;
scende il ferro con impeto e romore,
pur al terren più ch’al nemico or noce,
né sì presto il pagan l’alza che, mentre
ciò fa, Rinaldo sotto lui non entre.
33
Entra Rinaldo, e col pugnal percuote
la mano ostil tra’ nervi acerbamente,
poi gli elsi afferra de la spada e scuote
di lei la destra allor poco possente.
Il fier gigante contrastar no ’l puote
e la sua morte omai vede presente:
vede meschin ne la sua spada istessa
l’acerba morte sua viva ed espressa.
34
Quei ch’audace stimar via più che saggio
il cavaliero a lor ancor novello,
perché ’l vedeano andar con disvantaggio,
senz’aver spada, a l’orrido duello,
ora il senno stimar par al coraggio,
tal destrezza e valor vedendo in quello;
che sia Rinaldo alcun di lor non crede,
benchè sappiano il vanto il qual si diede.
35
Alza il guerriero intanto il suo robusto
braccio per estirpar germe sì rio,
e dove il capo termina col busto
il gran corpo divise e dipartio.
Da le gelate membra, inutil fusto,
l’alma vermiglia involta in sangue uscio,
e stridendo n’andò nel cieco Averno,
là ’v’è ’l duolo, l’orrore e ’l pianto eterno.
36
L’asta raccolta, ascese in su ’l destriero
Rinaldo, ma Fusberta, il brando eletto,
si cinse prima, poiché ’l voto altero
che già fece egli, or ha sortito effetto,
avendo tolto a forza ad uom sì fiero,
da cui stat’era a dubii passi astretto,
la ben guernita e ben temprata spada,
di cui non è chi meglio punga o rada.
37
Otton, che si dolea che ’l pagan tronco
il suo desio gli avesse e ’l luoco tolto,
vedendol senza nome ignobil tronco,
nel propio sangue orribilmente involto,
sprona il destrier, arresta il grosso tronco;
ma cadde da Rinaldo in fronte colto.
Quinci poi fu da l’empio ferro estinto
il buon Ugon, non che da sella spinto.
38
Questi il nimico in petto avea colpito
e quasi tratto al pian dal suo cavallo;
da l’altra parte il paladin, ferito
sol l’aere e ’l vento, l’asta corse in fallo,
onde da l’ira e dal furor rapito
poi l’uccise in brevissimo intervallo,
e quasi in un istante a lui recise
il capo, e ’l brando sino al cor gli mise.
39
Quel ferro ch’ad Ugon il cor traffisse,
il cor traffisse insieme al magno Carlo,
perciò che lui, mentre in sua corte visse,
cotanto amò che non potea più amarlo.
Or non vorria che invendicato gisse,
e dentro è roso da mordace tarlo:
da desir di vendetta ei dentro è roso,
né puote il suo pensier tenere ascoso.
40
Ma rivolto ad Orlando, il qual dal lato
manco gli stava, a lui così ragiona:
«O da me qual figliuol nipote amato,
o sostegno maggior di mia corona,
vedi ben tu com’empia man privato
d’Ugone or n’have, e com’ei n’abandona
quand’era la sua età nel più bel fiore,
e in colmo i suoi servigi e ’l nostro amore.
41
Ahi quanto ardito fu, quanto fu forte,
ahi quanto buono, ahi quanto a noi fidele!
Ed è ben dritto, oimè! ch’a la sua morte
tutta Francia si lagne e si querele.
Ma chi per l’aspra sua spietata sorte
sparger pianti e sospir, sparger querele
de’ più d’ambo duo noi, s’ambo duo noi
deggiam più ch’altri a i gran servigii suoi?
42
Dunque un sì meritevol cavaliero
morirà invendicato,e tu ’l vedrai?
Tu, che ’l forte Troiano, Almonte il fiero
vincesti, or di costui temenza avrai?
Deh! rompi omai l’orgoglio a questo altero,
deh! fa del nostro Ugon vendetta omai,
e solleva qual pria l’onor di Francia,
ch’abbattuto or si sta da l’altrui lancia».
43
Con questi detti e con molti altri spinse
il forte Orlando contra ’l forte estrano,
ché quegli prima a giostra non s’accinse,
non essendo al pugnar facile e vano,
né fello or volontier, né farlo ei finse,
anzi il suo pensier disse aperto e piano;
ma Carlo il prega, e contradir non giova,
onde convien ch’al suo voler si muova.
44
Egli era armato, e sol l’ardita fronte
non ricopria con l’onorato incarco,
ma fattosi recar l’elmo d’Almonte,
tosto di quel si rese adorno e carco.
Rinaldo, ch’al quartier cognobbe il conte
ch’a scontrarlo venia, non fu già parco
in allentar la briglia, oprar lo sprone,
lieto di sì bramata occasione.
45
Muse, or per voi s’apra Elicona, e ’l santo
vostro favor più largo a me si presti,
onde con nuovo stil m’inalzi tanto
ch’al gran soggetto inferior non resti;
e tu, Minerva, ancor reggi il mio canto
come la man de’ duo campion reggesti,
ché non men puoi ne l’una e l’altra parte
dar forza altrui, ch’Apollo insieme e Marte.
46
Non giamai ne gli ondosi umidi regni
s’investon con furor sì violento
duo veloci nemici armati legni,
spinti o da remi o da secondo vento,
che l’un ne l’altro imprime aperti segni,
e ne rimbomba il liquido elemento,
come costor ch’a colpi orrendi e crudi
con spaventevol suon fendon gli scudi.
47
Fendersi i ferrei scudi, e cadde a terra
Brigliador prima, e poscia ancor Baiardo.
Tosto drizzarsi i duo folgor di guerra,
né punto l’un fu più de l’altro tardo.
Ognun ne l’armi si raccoglie e serra,
adopra ogn’arte ed usa ogni risguardo,
a ripararsi ed a ferir provisto,
ché ’l valor già de l’inimico ha visto.
48
Si copre il petto con lo scudo Orlando,
porge inanzi col ferro il braccio destro.
Rinaldo intorno a lui si va girando
tutto veloce, tutto lieve e destro,
di farlo discoprir sempre tentando;
ma sempre truova quel cauto e maestro,
né per finte o per cenni unqua si muove,
né cangia il passo o drizza il ferro altrove.
49
Ecco, mentre Rinaldo aggira e tenta
di poterlo ferir, ma sempre invano,
scoperto alquanto il petto a lui presenta;
ratto egli spinge allor l’armata mano:
al capo accenna, e mostra cura intenta
di colpir quella parte al suo germano;
poi, declinando il ferro, al petto giunge,
trapassa ogni arma e lievemente il punge.
50
Quel più che sangue allor dal petto sparse
ira da gli occhi, orribile in sembianza:
non più schermir, non più con arte aitarse,
ma ben vuol tutta oprar la sua possanza.
Dove da l’elmo il cimier suole alzarse,
fiede con forza ch’ogni forza avanza;
Orlando al colpo orrendo il capo inchina,
co’ piè traballa e quasi al pian ruina.
51
Pur si riave, e poggia in tal furore
che in sé non cape omai, né truova loco;
gli occhi accesi travolge, e manda fuore
da la visiera un sfavillante foco,
fa co’ denti fremendo alto romore.
Che tanto dirò mai che non sia poco?
Tal forse è Giove allor che ’l ciel disserra
e ’l folgor minacciando irato afferra.
52
Rinaldo, che venirsi adosso mira
il fero conte in sì terribil faccia,
ne lo scudo si chiude e si ritira
dal colpo, ove opra Orlando ambe le braccia;
così s’umido vento irato spira
ed inimica pioggia al suol minaccia,
il peregrin, che vede il nembo oscuro,
ver quel schermo si fa di tetto o muro.
53
Ma per la troppo furia in man si volse
al forte Orlando la tagliente spada:
pur di piatto lo scudo opposto colse,
onde convien che rotto in pezzi cada;
poi scese a l’elmo e ’l bel cimier gli tolse;
chiuse ben l’elmo al suo furor la strada;
Rinaldo sostenersi allor non puote,
ma con ambo i ginocchi il suol percuote.
54
Pur tosto si drizzò più che mai fosse
fiero e rabbioso il gran figliuol d’Amone,
e ne la spalla il suo cugin percosse,
sì ch’indi il disarmò fin al galone;
e gli avria l’arme del suo sangue rosse
fatte, ma gliel vietò la fatagione,
ch’Orlando, quale Achille o Cigno, dura
la pelle contra ’l ferro ebbe sicura.
55
Or chi narrar potrebbe a parte a parte
le lor percosse orribili e diverse,
onde di rotte piastre e maglie sparte
tutto intorno il terren si ricoperse?
Chi pur ombrar l’alta possanza e l’arte,
a cui simile il ciel giamai non scerse?
il ciel che de’ mortali i fatti e l’opre
or con mille occhi or con un sol discopre.
56
L’essercito cristian e ’l saracino
tutto stupisce a quel pugnar sì fiero;
tra sé rivolge il figlio di Pipino
chi sia quel forte incognito guerriero:
or Francardo l’estima ed or Mambrino,
ora sovra Chiarello ei fa pensiero,
de’ quai l’alto valor con chiara tromba
oltra l’Eufrate ed oltra il Nil rimbomba.
57
Rinaldo in questa, ch’a se stesso vede
ferito alquanto il destro fianco e ’l petto,
e conosce ch’Orlando indarno fiede,
ché non ne siegue alcun bramato effetto,
tenta novo partito; e certo crede,
s’egli vien seco a guerreggiar più stretto,
di superarlo al gioco de la lotta,
tanto ha la mano essercitata e dotta.
58
Quegli ciò scorge e non si schiva punto,
anzi mostra ch’a lui non manco piaccia:
ecco che l’uno a l’altro è già congiunto
con le man, con le gambe e con la faccia.
L’afferra Orlando a mezzo il collo a punto,
Rinaldo lui con ambedue le braccia
sotto de’ fianchi attraversando cinge,
lo scuote e gira, lo solleva e spinge.
59
Ed or col destro piè gli avince il manco,
ed or col mento l’omero gli preme;
or, perché ’l fiato pur gli venga manco,
lo stringe a’ fianchi con le forze estreme.
Orlando a lui, col core ardito e franco
l’arte accoppiando e la gran possa insieme,
il collo calca sì pesante e greve
che ’l tuo pondo, o Tifeo, forse è più lieve.
60
Non puote l’un l’altro gittar per terra,
e quanto il vigor manca, il furor cresce.
Pur anelanti l’ostinata guerra
seguon, né lor disegno alcun riesce;
e già lo spirto lor si chiude e serra,
già per tutto il sudor si spande ed esce.
Alfin tornan di nuovo al primo assalto,
ed a girare il ferro or basso or alto.
61
Tornano al primo assalto, e ’l piano ancora
torna a tremar con spaventevol suono;
manda l’aria percossa ad ora ad ora,
qual da le rotte nubi orribil tuono.
Non più soffrir puote ’l gran Carlo allora
ch’i duo guerrier che ’nsieme a fronte sono,
menino a certo fin la pugna incerta,
poi c’hanno a pien la lor possanza esperta.
62
Egli deposto avea l’odio e ’l rancore
che dianzi avea contra ’l guerrier strano,
sol per cagion de l’alto suo valore
ch’or ha veduto via più chiaro e piano;
ché se ’l frenare i sùbiti del core
e primi moti non è in nostra mano,
può bene il saggio con miglior discorso
porre a gli affetti rei poi duro morso.
63
E sempre avien che così alberghi e regne
l’amor de la virtude in nobil petto,
ch’a poco a poco alfin consuma e spegne
d’ira e di sdegno ogni rabbioso affetto:
perché avinte fra lor son l’alme degne
d’un legame d’amor sì forte e stretto,
che se ’l caso talor pur le disgiunge,
tosto quel le ristringe e ricongiunge.
64
Il saggio re, c’ha l’ira in amor volta,
sospinge il corridor tra i duo guerrieri:
grossa sbarra partir così talvolta
suol duo d’ira infiammati aspri destrieri.
Frena egli con l’aspetto, ove è raccolta
divina maestà, gli animi alteri;
indi con modi accorti a parlar mosse,
e lor d’ogni rio sdegno ambiduo scosse:
65
«Di sì lieve cagion nato, omai cessi
lo sdegno, ed oltre più non vi trasporte,
e poiché mostro avete a segni espressi
quant’ognun di voi sia pugnace e forte,
mostrate or di saper ancor voi stessi
vincer, s’avien che la ragione il porte;
e sendo chiara ormai la virtù vostra,
date, vi prego, luogo a nuova giostra.
66
Abbracciatevi insieme, e così spero
che tra voi le discordie or fian compite;
ciò concedete a me, ch’in don ve ’l chero,
vago di veder pace ov’era lite;
e tu dimmi anco, degno estran guerriero,
c’hai le man forti quai le brame ardite,
tuo nome e sangue, ond’io conosca aperto
cavalier di tal pregio e di tal merto».
67
Rinaldo allor: «Non già sostiene, o sire,
tanto conoscitor mio basso stato,
né senz’altro rossor ti potrei dire
mio nome, tra guerrier null’or pregiato.
Nel resto poi son pronto ad esseguire
quanto vedrò ch’a te fia caro e grato,
e cedo volontier la palma e ’l pregio
a questo invitto cavaliero egregio».
68
Così dicendo, umile e riverente
va per baciare al suo cugin la mano,
ma quegli la ritira e no ’l consente,
anzi il raccoglie in cortese atto umano;
e di quella battaglia il fa vincente,
e lieva al cielo il suo valor sovrano;
ché, poiché in arme non può superarlo,
almeno in cortesia tenta avanzarlo.
69
E sendogli recata un’armatura
onde avea già spogliato un duce moro,
ch’era di tempra adamantina e dura
a scaglie fatta con sottil lavoro,
e sopravesta avea di seta azura
rigida ed aspra per argento ed oro,
al cavaliere estrano in don la diede,
poi ch’indosso la sua rotta gli vede.
70
Ma né cortese in ciò punto mostrarsi
di lui vol meno il gran figliuol d’Amone,
anzi dal suo scudiero una fe’ darsi
leggiadra spoglia d’african leone,
che bianchi peli avea tra fulvi sparsi
e già fu dono d’un gentil barone:
per le grosse unghie d’or, per l’aurea testa
e per li folti velli è grave questa.
71
Con tal dono ad Orlando il cambio rende
de l’alta cortesia che gli ha dimostra.
Grifone intanto, il maganzese, attende
impaziente i cavalieri a giostra,
e sovra un gran cavallo intento rende
ogn’occhio a sé con vaga, altera mostra.
Questi arrogava al suo valor cotanto,
che si credea d’aver ne l’arme il vanto.
72
Già ver costui Rinaldo si movea,
ma Florindo il garzon vi s’interpose,
dicendogli ch’in arme ei fatto avea
opre che sempre fian meravigliose,
e ch’ora il loco a lui ceder dovea
e curarsi le piaghe sanguinose,
a lui che sin allor riguardatore
stato era sol de l’alto suo valore.
73
Ecco, o Grifone, chi ti toglie omai
di quel tant’orgoglioso tuo pensiero.
Misero! tu cadendo a terra vai
al primo colpo d’un novel guerriero,
tu che d’Orlando più ti pregi assai,
per mano d’un fanciul premi il sentiero.
Florindo abbatte poscia anco Ansuigi,
Avino, Avorio, Anselmo e Dionigi.
74
Solmon di Scozia, Alberto d’Inghilterra
cadono ancora, e ’l parigin Vistagno,
ed altri molti dopo questi atterra
Florindo, e fa di gloria alto guadagno;
Rinaldo a l’allegrezza il cor disserra,
tai cose far vedendo al suo compagno.
Intanto ha fine con la giostra il giorno,
e Carlo al campo fa co’ suoi ritorno.
75
Ma prima ei tenta ben di ritenere
i due guerrier per breve spazio almeno,
e di Rinaldo ancor tenta sapere
la patria, il nome e ’l rimanente a pieno;
ma non puote di ciò nulla ottenere,
onde al desir ed al pregar pon freno,
e d’ambo i cavalier le scuse accetta;
e color quinci poi se ’n vanno in fretta.

CANTO SETTIMO

1
Partonsi i duo guerrier, poiché non hanno
dove impiegar più quivi il lor valore,
perciò che i Mori entro al castel si stanno
rinchiusi ed al pugnar non escon fuore.
Nuove venture a ritrovar se ’n vanno
spinti da cura e da desir d’onore,
ch’al petto è caldo stimolo pungente,
né che stian neghitosi unqua consente.
2
Veggono intanto da facelle accese
esser divisi largamente i campi,
e ch’a le cose lor sembianze han rese,
malgrado de la notte, amici lampi;
senton l’orecchie da un lamento offese,
qual d’uom che d’ira e di dolore avampi:
più sempre cresce il lamentevol suono,
e già vicini i lumi ardenti sono.
3
Scorgono allora un uom già carco d’anni
giunto ove cader suol l’umana vita,
involto in neri ed angosciosi panni,
con la faccia di duol colma e smarrita,
che in duro segno de gli interni affanni
e de la rabbia dentro il petto unita
geme, sospira ed altamente piange,
batte il sen, squarcia il crine e il volto frange.
4
Era costui del morto Ugone il padre,
che da paterno amor tratto, seguio
col figlio insieme le francesi squadre,
già vecchio ed al pugnar pigro e restio.
Ben ebbe in cielo stelle oscure ed adre,
poiché con gli occhi proprii il caso rio
venne a veder del misero figliuolo,
e, vedendol, maggior fece il suo duolo.
5
Come egli scorge il tronco corpo amato,
che par ch’in mezzo un rio di sangue giaccia,
cader tosto si lascia, e su ’l piagato
busto s’affige e ’l prende infra le braccia,
lo cinge e stringe, e nel suo manco lato,
ove è ferito più, posa la faccia;
e così stassi fuor de’ sensi uscito,
sovra ’l morto giacendo il tramortito.
6
Alfin tornò lo spirto al suo ricetto,
e seco il pianto ed i sospir tornaro;
spinse tai voci allor da l’egro petto
con suon conveniente al duol amaro:
«Amato figlio mio, figliuol diletto,
gradito figlio, figlio solo e caro,
oimè! tu morto giaci, e quel ch’è peggio,
per sì lieve cagion cotal ti veggio.
7
O voti a voto fatti, o pensier miei
fallaci, o preghi sparsi a’ sordi venti,
o decreti del cielo ingiusti e rei,
se ciò dir lece, o Dio, come ’l consenti?
Deh! ben felice per tua morte sei
tu, madre sua, ch’or nulla vedi e senti;
io d’altra parte, oimè! vinto ho ’l mio fato
per esser vivo a sì gran duol serbato.
8
Ma dove, lasso! or è, dove è, diviso
dal busto, il capo? Ahi, forse alcun l’ha tolto?
Ahi, dunque non vedrò l’amato viso?
Dunque non basciarò l’amato volto?»
Così dicendo mira intento e fiso,
e lo vede tra sangue e polve involto:
là corre impaziente, e fuori il cava
da l’elmo, il bascia e col suo pianto il lava.
9
Il nudo teschio dimostrava allora
un non so che del fiero e dell’orrendo:
tiene in lui fissi gli occhi il padre ognora,
e tra le man pietose il va volgendo;
se l’accosta a la bocca ad or ad ora,
nulla l’orror di quello a schivo avendo.
Quanto, quanto sei grande, amor paterno!
Sfoga intanto ei così l’affetto interno:
10
«Ove la luce de’ belli occhi è gita?
ove del vago aspetto il chiaro onore?
Come le guancie, oimè! come smarrita
le labbia han lor vaghezza e lor colore?
Questa squallida fronte e scolorita
è quella ond’io porgea tal gioia al core?
Deh! quanto ei n’ebbe già diletto e gioia,
tanto maggior or n’have affanno e noia.
11
Ecco, o figlio, ti fo gli estremi offici,
ch’a me dovei tu far più drittamente.
Ecco che gli occhi omai con l’infelici
man ti rinchiudo: or vale eternamente!
E se queste mie man non fiano ultrici
de la tua morte, il ciel non lo consente,
chè con lungo girar l’ha già private
del suo vigore e delle forze usate».
12
Apre a pietà Rinaldo il nobil petto
a quei lamenti, e raddolcir vorebbe
alquanto di colui l’amaro affetto,
perché de l’altrui mal sempre gli increbbe;
ma poi, pensando che contrario effetto
in quel meschino il suo parlar farebbe
se lui pur conoscesse, indi si toglie,
dolente anch’ei de l’altrui gravi doglie.
13
D’un tetto pastoral schermo la notte
fersi i guerrier contra l’algente luna;
allor poi che ne l’oscure grotte
da l’alba vinta ogn’ombra si raguna,
attraversando vie scoscese e rotte,
giunsero in selva solitaria e bruna,
che mai, facendo a se medesma oltraggio,
non riceve del sol l’amico raggio.
14
Per questa va con torto piede immondo
serpendo un rio che da’ vicin luoghi esce,
ch’a riguardanti cela invido il fondo,
né nutre in sen ninfa leggiadra o pesce.
Forma poscia di sé lago ritondo,
e tutte l’acque in un raccoglie e mesce;
di sterpi e pruni ha le sue rive ingombre,
e sol tassi e ginebri a lui fanno ombre.
15
Mirano i cavalier sospesi intorno,
né cosa lieta lor s’offre a la vista:
nulla di vago v’è, nulla d’adorno,
ogni parte per sé gli occhi contrista;
qui sempre è fosco e tenebroso il giorno,
sempre l’aria ad un modo oscura e trista,
sempre orride le piante e torbo il rivo,
sempre il terren di fiori e d’erbe privo.
16
Mentre pur se ’n vann’oltra, i giovinetti
veggion d’apresso un’alta sepoltura,
e star intorno a quella in un ristretti
molti guerrier con mesta faccia oscura,
che si squarciano i crin, battonsi i petti,
quasi grave gli ingombri acerba cura,
e far con novo ed angoscioso pianto
tutt’intorno sonar la selva intanto.
17
D’un così vivo sasso e trasparente
era il sepolcro, che scopriva altrui,
qual sottil vetro o rio puro e lucente,
ciò che avea dentro più riposto in lui,
sì che d’ambo i guerrieri le luci intente
penetrar tosto ne’ secreti sui,
e vi mirar (quasi incredibil cosa)
donna leggiadra in vista ed amorosa.
18
Ella era morta, e così morta ancora
arder parea d’amor la terra e ’l cielo,
e dal bel petto, per la spalla fuora,
gli uscia pungente e sanguinoso telo;
sembrava il volto suo neve, ch’allora
scuota Giunon da l’aghiacciato velo;
gli occhi avea chiusi, e benché chiusi, in loro
si scopriva d’Amor tutto il tesoro.
19
Mentre i guerrieri a rimirar si stanno
la bella donna che sepolta giace,
un di color che cerchio a l’arca fanno,
e più degli altri in pianto si disface,
nel cor rinchiuso il suo gravoso affanno,
che s’ange più quando la lingua tace,
s’armò la testa e in un cavallo ascese,
ed a lor in tal modo a dir ei prese:
20
«Signor, quest’acqua che qui presso stagna
gustar convienvi, ed ella ha tal valore
ch’a qualunque uom le labbra indi si bagna,
nuovo acerbo martir desta nel core,
onde convien ch’a pianger qui rimagna
questa estinta donzella a tutte l’ore.
Dunque senza tardar di lei bevete,
o morir di mia man pur v’eleggete».
21
Rise Rinaldo in modo altero, e disse:
«Orsù, vegniamo ormai, guerrier, a l’arme,
ché se tu brami inimicizie e risse,
ch’abbi trovato uomo a tua voglia parme;
e se per le tue mani a me prescrisse
il ciel la morte, or lei vien tosto a darme».
In questo dir voltaro ambo i destrieri,
e corsero a ferirsi audaci e fieri.
22
Segnano al petto l’un, l’altro a la testa
i colpi, ed ambo quei vanno ad effetto.
Cadde Rinaldo a la percossa infesta,
che lo venne a ferir sovra l’elmetto;
ma la lancia fatal, ch’ei poscia arresta,
a l’altro cavalier trafigge il petto,
e lo distende dal corsier lontano,
tutto tremante e sanguinoso al piano.
23
Rinaldo d’ira e di furore acceso
leggierissimo s’alza e si solleva,
né riposar mai vuol se chi l’ha offeso
prima di vita con sua man non leva;
ma come vide quel meschin disteso
che nel suo sangue involto al pian giaceva,
l’ira e ’l furor dal petto a lui fuggìo,
u’ pietade in sua vece a por si gio.
24
Sopra gli va, l’elmo gli cava e slaccia,
perché torni ne’ sensi ond’era uscito.
Come da l’aria gli è tocca la faccia,
aprendo gli occhi, il cavalier ferito
un profondo sospir dal petto caccia,
onde a Rinaldo è ’l cor più intenerito.
Gli chiede nondimen perché mantegna
quel rio costume e quella usanza indegna.
25
Ma quegli allor: «Perché servato or sia
questo costume a pien da me saprai,
se concesso da morte egli mi fia,
che mi sovrasta e mi rapisce omai;
e se pur ti parrà l’usanza ria,
il mio crudel destin n’incolperai,
che la prima cagion stata è del tutto
e m’ha fatto amator de l’altrui lutto.
26
Signor, ne’ miei primi anni ebbi la sorte
(ma per mio mal) sì destra a’ miei desiri,
che meritai di tuor per mia consorte
questa dama ch’estinta or qui rimiri.
Er’io per cavalier gagliardo e forte,
ella diva parea de’ sommi giri,
non donna umana, e col leggiadro viso
ogni selvaggio spirto avria conquiso.
27
Non era alcun che gli occhi in lei volgesse
senza infiamarsi d’amoroso ardore;
alcun non era ancor ch’a lei piacesse
fuor che sol’io, che fisso avea nel core.
Io d’altra parte, benché allor potesse
goder di mille donne il dolce amore,
lei solo amava, e in questo lieto stato
ne vissi un tempo, al mio parer, beato.
28
Ma venne, lasso! dal tartareo fondo
a turbar la mia pace e la mia gioia
quella peste crudel che suole al mondo
recar sovente incomparabil noia,
ché ’l sereno d’Amor stato giocondo
tutto col suo velen turba ed annoia:
gelosia venne, e in forme strane e false
di Clizia la mia moglie il petto assalse.
29
Per usanza avev’io di gir sovente
solo a cacciar per queste selve intorno;
ma quando il sol feria con più cocente
raggio, qui mi schermia dal caldo giorno.
Quest’era un bosco allor diversamente
d’alte vaghezze d’ogni parte adorno,
non già com’or, che solo a prima vista
con nuovo orror le menti altrui contrista.
30
Solea meco ritrarsi in così vago
bosco Ermilla, una ninfa, anco talora,
che non le tele, la conocchia e l’ago,
ma l’arco e i dardi audace adopra ognora;
e quanto il cor di seguir Cinzia ha vago,
tanto fugge la dea ch’Atene onora.
Ella è di belle membra e di bel viso:
viso crudel, sì sua beltà m’ha ucciso.
31
Ma come spesso avien che ’l falso uom crede,
e quel che crede osa affermar per vero,
è chi m’accusa di corrotta fede
a Clizia, e di cor perfido e leggiero,
dicendo ch’io le rendo aspra mercede
in cambio del suo amor puro e sincero,
perciò che Ermilla a i maggior caldi estivi
meco si gode ne i piacer lascivi.
32
Clizia brama veder di ciò l’effetto,
pria che meco ne muova altre parole;
e perché sa che sempre il mio ricetto
questo luogh’era al più cocente sole,
molto prima vi viene, e nel più stretto
bosco s’asconde, ov’aspettar mi vuole;
vi vengo io poscia, e già sudato e stanco
ne l’erboso terren distendo il fianco.
33
Quinci non molto poi moversi io sento
un non so che dove s’allaga l’onda:
allor, meschino! acuto dardo avento,
perché penso che fera ivi s’asconda;
il dardo se ’n va ratto e violento,
e tiene il suo camin tra fronda e fronda,
sì ch’a Clizia nel petto alfin si mise,
e lui piagando ogni mio bene uccise.
34
Cadde ella, ahi lassa! a la percossa atroce,
solo un languido “Oimè” mandando fuora;
mi penetra nel cor l’amata voce,
non già però ch’io la cognosca allora.
Là donde uscito è il suon corro veloce,
e veggio (ahi, vista amara a l’alma ancora!)
la bella donna mia che debil langue,
versando insieme con la vita il sangue.
35
Ratto m’inchino a lei, la prendo in seno,
e con le mie le care labra accosto;
cerco di porre al sangue uscente freno,
acciò ch’ella non mora almen sì tosto:
pria che l’alma gli venga in tutto meno
di voler favellarle io son disposto,
e fo sì ch’essa scopre i lumi alquanto,
ed ode il mio parlar, vede il mio pianto.
36
Vede il mio pianto, che con larga vena
più sempre par che ’l duol da gli occhi verse,
del qual non men ch’io m’aggia, ella ripiena
n’have la faccia e le palpebre asperse.
Ode questo parlar, al qual a pena
ne l’uscir fuori stretta via s’aperse:
“O cara, o dolce, o mia fedel compagna,
qual da te rio destino or mi scompagna?
37
Deh! vita mia, deh! non fuggire, aspetta,
ché teco correr voglio ogn’aspra sorte;
deh! non mi lasciar solo in sì gran fretta,
empio ed odioso a me per la tua morte.
Mirami almen, mira la tua vendetta
ch’io far voglio in me stesso e giusto e forte;
non mi negar il sol de gli occhi tuoi,
se punirmi così forse non vuoi”.
38
Ella, tenendo il guardo in me converso,
che passando per gli occhi al cor m’aggiunge,
dice: “Ben mio, poiché destin perverso
così rapidamente or ne disgiunge,
non esser, prego, a i miei desiri averso;
se pur di me qualche pietà ti punge,
se l’amor mio premio sì degno or merta,
fa che di questo almen ne vada certa.
39
Fa ch’a l’inferno almen vada sicura
che dopo ch’io sarò fredda e di ghiaccio,
Ermilla, empia cagion di mia sventura,
non fia teco congiunta al sacro laccio:
fallo, ti prego, o dolce unica cura
di questo core”. E qui, stendendo il braccio,
mi cinse il collo e chiuse i vaghi rai,
per non gli aprir dapoi, lasso! giamai.
40
Grido io misero allor: “Vana temenza
ti prese il core, o mia diletta moglie!
Deh! ch’un vano sospetto, un timor senza
dritta cagione alcuna or mi ti toglie;
deh! ch’una sol, falsissima credenza
or mi porge cagion d’eterne doglie.
Misera de’ mortai vita fallace,
s’ad ogni caso repentin soggiace!”.
41
Parve che l’aere fosco asserenasse
pel volto suo Clizia tai cose udendo,
e che gioia e letizia alta mostrasse
l’alma da la prigion terrestre uscendo,
quanto fallace error pria l’ingombrasse
nel mio vero parlar or cognoscendo;
ma de la morte sua tanto io mi dolsi
che quasi a me l’odiata vita io mi tolsi.
42
Pur, ripensando poi che troppo leve
fora pena cotale a tanto eccesso,
e n’andrebbe impunito il fallo greve
ch’uccidendo il mio ben avea commesso,
volsi che ’l duol ch’in vita si riceve
da chi vive inimico di se stesso
e la luce del sole aborre e sdegna,
fusse del mio fallir pena condegna.
43
E perché il mio dolor sempre crescesse
vedendo la cagion di lui presente,
oprai ch’un mago questa tomba fesse
di questo sasso vivo e trasparente,
e l’estinta donzella entro ponesse
così trafitta da lo stral pungente,
sì che mai per raggirar di cielo
si corrompesse in lei la carne o ’l pelo.
44
Ma parendomi poi luogo difforme
questo al mio duro stato ed angoscioso,
fei che quel mago lo rendeo conforme,
ed oscuro lo fece e tenebroso,
togliendo a lui ciò che potea distorme
pur breve spazio dal pensier noioso,
col gran poter ch’al suon de le parole
muove la terra e ’l corso arresta al sole.
45
Volsi poi, per aver ne l’aspra sorte
compagno alcuno e ne le acerbe pene,
e perché di costei la dura morte
pianta ancor fusse quanto a lei conviene,
ch’incantasse quest’acqua ei di tal sorte
ch’a qualunque uomo a gustar mai ne viene,
per la pietà di chi qui morta giace,
nel cor destasse duolo aspro e tenace;
46
onde, spinto da quel, fesse soggiorno,
meco piangendo la costei sventura,
come or gli vedi a questo sasso intorno
che miran sempre entro la sepoltura.
Io poi di stare ognor la notte e ’l giorno
disposi in tutto in questa valle oscura,
sforzando ogni guerrier che vi passasse
che mal suo grado il rio liquor gustasse.
47
Ma il nuovo incanto di quest’acqua insieme
col duro viver mio fia terminato,
ed ognun di costor che piagne e geme
ritornarà nel suo primiero stato».
Così diss’egli, e le parole estreme
non bene espresse col mancante fiato.
Non molto dopo spirò l’alma, e quella
s’alzò volando a la sua pari stella.
48
Morto ch’ei fu, color che in mesti accenti
disfogavano il duol chiuso nel petto
posero fine a i queruli lamenti,
liberi ancor dal grave interno affetto:
alcun di lor non è che si ramenti
a pien de la cagione ond’era astretto
a lamentarsi; e l’un l’altro rimira
dubio e sospeso, e ’l pensier volve e gira.
49
Rinaldo, ch’era assai doglioso e tristo
del caso occorso al miser cavaliero,
molto si rallegrò, com’ebbe visto
liberi questi da l’incanto fiero;
e del lor dubio e del sospetto avisto,
conto e chiaro lor fece il caso intiero.
Quei gli resero allor grazie infinite,
e per l’obligo lor gli offrir le vite.
50
Veggono (a dir mirabil cosa) intanto
levarsi un gran sepolcro alto dal piano,
e in un momento a quel primiero a canto
esser poi messo da invisibil mano.
Si maraviglia ognun del nuovo incanto,
e gli par caso inusitato e strano.
Lo stupor crebbe, ché da lor fu scorto
giacervi dentro il cavalier già morto.
51
Scorsero ancor del trasparente vaso
lettre intagliate in apparente parte,
onde era esposto l’infelice caso
de’ duo miseri amanti a parte a parte.
Ma già nessun nel bosco è più rimaso,
già l’un da l’altro si divide e parte,
fatte di qua, di là molte parole
di cortesia, come al partir si suole.
52
Col gran figlio d’Amon sol vi rimane
Florindo, a lui già d’amor sommo avinto;
e come cerca l’odorante cane
le fere ognor per naturale istinto
ne’ cespugli, ne’ vespri e ne le tane,
così da cura generosa spinto
cerca ognun di costor nova aventura
or per monte, or per bosco, or per pianura.
53
Il terzo giorno, allor ch’il sol lontano
da l’orto e da l’occaso è parimente,
videro il mar Tiren placido e piano
il bel lito ferir tacitamente,
e si trovaro in un fiorito piano
di tanti e più color vago e ridente
di quante grazie adorno è ’l caro viso
che m’have l’alma e ’l cor domo e conquiso.
54
Quivi si vede il bel garzon ch’estinse
spietato disco, onde tal forma prese,
e quel cui folle errore a morte spinse,
miser! che di se stesso invan s’accese,
e chi di dolce amor t’arse e t’avinse,
o bella diva, il cor molle e cortese,
per cui tu Marte e ’l tuo Vulcan lasciasti,
e con le selve il terzo ciel cangiasti.
55
Quivi il nardo, l’acanto, il giglio e ’l croco
veggonsi il vago crin lieti spiegare,
ed altri fior di cui null’altro luoco
volle giamai l’alma natura ornare,
tra’ quai con mormorar soave e roco
se ’n va limpido rio serpendo al mare,
pieno il bel corno di coralli e d’auro,
onde Teti non ha maggior tesauro.
56
Quivi non querci e pini, abeti o faggi,
ma lauri, mirti e vaghi altri arbuscelli
difendono il terren da’ caldi raggi
con gli odorati lor verdi capelli;
quivi ne i cor più duri e più selvaggi
destan dolce pensier vezzosi augelli,
ché, scherzando su’ rami e su le fronde,
soavemente a l’un l’altro risponde.
57
Mentre rimiran questi il luoco adorno,
pensando che tal forse esser doveva
il bel giardin dove già fer soggiorno
i gran nostri parenti Adamo ed Eva,
sentir poco lontan sonar un corno
che dolcemente l’aria percoteva,
e vider poi venir due damigelle
vaghe, leggiadre, a maraviglia belle.
58
Ha l’una i bei capelli al capo avolti,
partiti in treccie in maestrevol modi,
e poi gli tiene in sottil rete accolti
che di fin auro e perle ha sovra i nodi;
l’altra ad arte ir gli fa negletti e sciolti,
e quasi par ch’ivi se stessa anodi
l’aura, ch’or gli alza, or gli rincrespa e gira,
e sempre in lor più dolcemente spira.
59
Purpurea seta testa a gigli d’oro
le belle membra a quella asconde e cela;
gonna, ch’è del color del sacro alloro
sparsa di gemme, a questa il corpo vela;
ambo candidi sono i destrier loro,
adorni sin a i piè d’argentea tela;
tutti i loro scudieri a la divisa
con vesti vanno d’un’istessa guisa.
60
Giunte queste a i guerrieri, ad ambo pria
fanno inchin riverente e grazioso,
poi richieggiono un dono, il qual non fia
ad alcun di lor duo grave o noioso.
Rinaldo allor: «Chi dono a voi potria
negar, e sia quant’esser può dannoso?
Vostro è, signore, il comandarne, e poi
deggiam quel ch’imponete esseguir noi».
61
Ed elle a loro: «Il don che noi chiediamo,
e che voi di concederne affermate,
è che un nostro palagio ove alberghiamo
de la vostra presenzia oggi degniate;
indi, signor, non molto lungi siamo,
ch’è quel che dirimpetto or rimirate
là su la cima del piacevol colle
che, vagheggiando intorno, alto s’estolle».
62
Così dicendo, ancor si fero scorta
de’ cavalier ch’a lor se ’n vanno a paro,
i quai però quanto il dover comporta
di tanta cortesia le ringraziaro.
Prendon la strada ch’è più vaga e corta
sin che al colle vicin tosto arivaro,
al bel colle dipinto il tergo e ’l seno,
cui lava i vaghi piedi il mar Tireno.
63
Pausillipo quest’è, dove s’avanza
natura ed ha de l’opre sue stupore,
ove è di Clori la perpetua stanza,
ov’ha Pomona il suo tesor maggiore,
ove menan la Grazie eterna danza
in compagnia di Venere e d’Amore,
c’hanno l’antiquo Cipro in lui cangiato
come in più degno albergo e più pregiato.
64
Come a la cima fur del vago monte,
dolce sonar di nuovo un corno udiro;
indi calossi del palagio il ponte,
onde molte donzelle insieme usciro.
Han tutte vaghe membra, amabil fronte,
abito eletto e d’artificio miro;
cortesi in vista son, ma nel bel volto
han virginal decoro insieme scolto.
65
Una di loro, a cui la schiera bella
tutta portar parea maggior rispetto,
raccolse con benigna umil favella
i cavalier e con cortese aspetto;
e l’un con questa man, l’altro con quella
preso, gli addusse entro il real tetto,
ricco e superbo per materia ed arte
in ogni sua men degna e nobil parte.
66
Giunsero, ascesa pria la regia scala
ch’era di pietra alabastrina e viva,
in spaziosa e ben formata sala,
che scopre il piano e la tirena riva;
quivi da più fenestre il fiato esala
verso là dove il dì more o s’avviva,
verso settentrione e verso dove
da la zona cocente Austro si move.
67
S’alza a punto nel mezzo ornato altare,
ricco d’oro e di gemme a maraviglia,
ove di donna un bel ritratto appare
che sol se stessa e null’altra simiglia:
veggonsi in lei grazie divine e rare,
sguard’uman, chiara fronte, allegre ciglia,
aria gentil, benigno onesto riso,
e par ch’accoglia ognun con grato viso.
68
Tiene aperte le mani in modo tale
che si mostra al donar pronta ed usata;
l’attraversa per mezzo un motto, il quale
ha tal sentenza in lettre d’or segnata:
«Tra le figlie di Dio nata immortale
son io, non men d’ogni vertù pregiata,
né senza aver di me ripieno il core
ascender può mai l’uomo a vero onore».
69
Pendon dopoi da le parti più belle
molte imagin ritratte in tutti i lati.
Di sesso e volto son diverse quelle
e gli abiti tra loro han variati;
né so se tai le avria già fatte Apelle
o se tai le fesse oggi il Salviati,
che coi colori e col penello audace
scorno a natura, invidia a gli altri face.
70
Come nel bel de le dipinte carte
la vista i cavalieri hanno appagata,
e de la regia sala a parte a parte
la mirabil ricchezza ancor mirata,
chiedono a lei, che gli divide e parte,
sendo tra l’uno e l’altro in mezzo intrata,
di chi l’imagin sia che rende adorno
l’altare, e di chi l’altre appese intorno.
71
L’esser suo chiedonle anco e di coloro
che fan seco dimora in compagnia,
e come il feminil leggiadro coro
così da cavalier sevro si stia.
Ella a que’ detti, rispondendo loro,
disse: «Il saprete allor che tempo ei fia».
Poscia in stanza men grande indi gli mena,
ove apparata è la superba cena.
72
Gareggia insieme il nobil drapelletto
in far allor servigio a’ duo baroni:
chi scarca lor de la corazza il petto,
chi di spada e pugnale ambi i galloni;
altra l’elmo e lo scudo e ’l braccialetto,
altra il resto lor trae fino a gli sproni;
altri le mani lor da vasi aurati
sparge di liquor varii ed odorati.
73
Vinti donzelle ne la mensa a canto
s’assidono a i guerrier, vint’altre han cura
di farla ricca e lieta a pien di quanto
produce grato al gusto uman natura;
lo spumante liquor di Bacco intanto
meschian vint’altre ancor con l’acqua pura,
ed altre tante ai lor vocali accenti
rendon concordi i musici stromenti.
74
Come coi cibi fu, come coi vini
doma la sete e l’importuna fame,
e si scoprir, levati i bianchi lini,
i bei tapeti adorni d’aureo stame,
disse, ver lor rivolta, a i pellegrini
baron colei che fra quelle altre dame
maggior sembrava: «Ora, signor, saprete
quel che poco anci a me voi chiesto avete.
75
Di Napoli, città che ’n riva al mare
siede quindi vicin, già resse il freno
donna che fu de le più degne e rare
virtuti adorna e copiosa a pieno,
che sopra tutto non trovò mai pare
in cortesia, sì n’ebbe il cor ripieno,
ed in ciò vinse i più lodati essempi
che giamai furo ne gli antiqui tempi.
76
Costei, vaga d’oprar cosa ch’ognora
la memoria di lei viva serbasse,
tal che sì come in vita, in morte ancora
l’alta sua cortesia si celebrasse,
fece con l’arte maga, ond’essa allora
a pena ritrovò chi l’aguagliasse,
questo palagio in cima a questo colle,
ed a la Cortesia sacrare il volle.
77
Sendo a la Cortesia poscia sacrato,
chiamollo albergo de la Cortesia,
e l’imagin di lei sovra l’ornato
altar drizzò dove ad ogni or si stia;
ritrasse poi ciascun che mai sia stato
raro tra i più cortesi, o che pur fia,
ed i ritratti loro intorno appese,
sì che il muro più vago indi si rese.
78
Lascia da poi che in cortesia si spenda
in questo albergo tanto argento ed oro
che ve ’n fia sempre, benchè il sol risplenda
mille volte or nel Cancro ed or nel Toro;
né crederò ch’a cotal pregio ascenda
altro cui re possegga ampio tesoro;
e vuol che le ricchezze e ’l luoco istesso
sia governato ognor dal nostro sesso.
79
Da donzelle però d’alti parenti
ne l’Italia felice al mondo nate,
le quali a note ed ad ignote genti
non sol ricetto dar siano obligate,
ma cercar anco co’ pensieri intenti
deggian ch’ad albergar sempre menate
sian qui donne e donzelle e cavallieri,
del paese così come stranieri.
80
Vuol anco ch’ognor vada a questo effetto
una copia di lor là presso il lito,
la qual tenti condurre al suo ricetto
ognun che passa con cortese invito;
e perché non le punga al cor sospetto
de l’onor suo, che non le sia rapito,
incantò il monte, e intorno ancor sei miglia,
con nuova ed incredibil meraviglia.
81
Che s’alcun donna ingiurioso offende
ne l’aver, ne la vita o ne l’onore,
d’invisibile ardor tutto s’accende,
sì che miseramente alfin ne more.
Ma sì come l’incanto ognor difende
chi serva intatto il virginal suo fiore,
così qual donna il macchia e ’l tiene a vile
quinci discaccia con perpetuo stile.
82
Come il mar scaccia d’uom le membra estinte,
come scaccia pastor le infette agnelle,
così con forza non veduta spinte
da questo spazio son le damigelle
che, da l’amore o dal gran premio vinte,
misere, furo al proprio onor rubelle.
E quinci avien che i padri nostri poi
non han, mentre stiam qui, cura di noi.
83
Fe’ da poi la regina, Alba nomata,
per mostrarsi cortese in ogni cosa,
e per farsi a coloro amica e grata
che van cercando ogni ventura ascosa,
una barca mirabile incantata
ch’ella chiamò la barca aventurosa,
perciò ch’ognun che in lei di gir si fida
sempre a qualche aventura in breve guida.
84
Senza nocchier, sol da l’incanto scorta,
se ’n va la barca per l’ondoso mare,
e gli erranti guerrier securi porta
là dove il lor ardir possin mostrare,
come (se ’l vostro core a ciò v’essorta),
voi potrete, signori, anco provare,
ché la barca tegniam quinci vicina
dove col nostro lito il mar confina.
85
Or l’ordin che tra noi serbar sogliamo
riman che sol vi dica, ed egli è questo:
ch’ogn’anno tra noi tutte una eleggiamo
ch’abbia a reger poi l’altre il pensier desto.
A quant’ella n’impon tutte obidiamo,
pur che comandi il licito e l’onesto.
Io, che per nome Euridice son detta,
al degno grado fui poco anzi eletta.
86
Fu Guilante il leggiadro il padre mio,
e in Capua dominò mentre che visse».
Qui tacque alquanto, indi il parlar seguio,
e de l’altre la stirpe e ’l nome disse.
Ma perché tinta già d’oscuro oblio
sorgea la notte, fe’ ch’ognun si gisse
a riposar su l’addagiate piume,
sin ch’in ciel si mostrasse il nuovo lume.

CANTO OTTAVO

1
Già svegliata l’Aurora al dolce canto
de’ lascivetti augei vaga sorgea,
e con le rosee mani il fosco manto
de la notte squarciava e dissolvea;
i suoi tesori vagheggiando intanto,
l’aria, l’acqua, il terren lieto ridea,
e giù versava dal bel volto il cielo
formato in perle il matutino gielo;
2
quando i guerrier, lasciato il pigro letto,
vestir le membra di lucente acciaro,
e ’n compagnia del nobil drappelletto
a rimirar quei bei ritratti andaro,
ché brama ognun di lor che gli sia detto
di quelli eroi futuri il nome chiaro,
de’ quai ciò ch’ebbe Alba di dire in uso,
di bocca in bocca poi s’era diffuso.
3
Così di bocca in bocca era discesa
di quei cortesi eroi l’istoria vera,
ch’Euridice l’aveva anch’ella intesa,
e render ne sapea notizia intera;
onde, per appagar la brama accesa,
che di par giva in quella coppia altera,
or ne’ ritratti, or ne’ suoi volti fisse
le luci avendo, alfin così le disse:
4
«De i duo che là su stanno, a cui lucente
porpora sacra il sacro capo adorna,
questi Ippolito fia, da l’occidente
noto sin dove il sol nasce ed aggiorna;
Ercol Gonzaga quel, ch’unitamente
potranno a l’eresia fiaccar le corna,
ed atti ad alte imprese, a grave pondo,
regger insieme con la Chiesa il mondo.
5
Mirate quel che da le più vicine
parti presso l’altar sacrato pende,
a cui non men di lucido ostro il crine
e di regal onor la faccia splende:
adorneran costui virtù divine
e quel che più simile a Dio l’uom rende;
del sangue estense fia, Luigi detto,
giovene ancora a sommi gradi eletto.
6
Ma fra tutti gli alteri e degni pregi,
che sempre luceran qual fiamme accese,
nullo serà che più l’illustri e fregi
de l’alta cortesia, ch’ognor palese
farà con mille e mille fatti egregi,
in mille occasioni, in mille imprese:
onde darà soggetto a bronzi, a marmi,
a dotte prose ed a vivaci carmi.
7
Volgete gli occhi a quel che in vista pare
figliol di Marte, anzi pur Marte istesso:
or chi potrà costui tanto lodare
ch’a i suoi merti divin giunga mai presso?
Per questo il Po n’andrà più lieto, e ’l mare,
non solo i fiumi, inchinaransi ad esso:
sarà il secondo Alfonso, e ’l ricco freno
di Ferrara terrà felice a pieno.
8
L’altro, severo il volto e grave il ciglio,
e adorno sì di maestà regale,
del gran Maria Francesco serà figlio,
maggior del padre in pace, in guerra eguale,
sotto ’l cui saggio impero unqua in periglio
Urbin non fia d’alcun dannoso male,
ma fiorirà per l’alme sue contrade
una lieta, felice ed aurea etade.
9
Da tanto genitor prodotto al mondo
fia quel garzon ch’in volto è così fiero,
che sosterrà di mille guerre il pondo
e d’eserciti mille avrà l’impero:
folgor de l’armi, a null’altro secondo
prudente duce, audace cavaliero;
né mai morrà, se mai non muor colui
che ne’ cuor vive e ne le bocch’altrui.
10
De’ duo quindi lontan, giovani in vista,
la sacra mitra ha l’un, l’altro ha la spada:
un, Annibal di Capua, onde di trista
convien che lieta Roma un tempo vada;
l’altro, che la fortezza al senno mista
avendo al ciel si farà larga strada,
è Stanislavo, di Tarnovio conte,
che star potrà co’ più famosi a fronte.
11
Fia quel, nel cui benigno e vago aspetto
splende di cortesia sì chiaro lume,
Scipion da Gazuol, fido ricetto
d’ogni virtù, d’ogni gentil costume,
che sevro dal vulgar stuolo negletto
al ciel s’inalzerà con salde piume;
a Minerva, a le Muse, a Febo amico,
de’ buon sostegno, a’ vizii aspro nemico.
12
Quel che mostra desio di gloria aperto
nel volto, e aperta ha l’una e l’altra mano,
serà Fulvio Rangone, il cui gran merto
lo farà noto al prossimo e al lontano;
l’altro ch’al vero onor per camin certo
n’andrà, raro scrittore e capitano,
Ercol Fregoso al mondo noto; e quello
che par sì uman fia Sforza Santinello.
13
Or rimirate da quell’altro canto,
ov’il bello del ciel tutt’è raccolto,
sì ch’il sol non ne vide unqua altretanto,
il sol cui nulla di mirare è tolto.
Colei c’ha ducal cerchio e ducal manto,
ma reali maniere e real volto,
Vittoria fia del gran sangue Farnese,
magnanima, gentil, saggia e cortese.
14
Lucrezia Estense è l’altra, i cui crin d’oro
lacci e reti saran del casto Amore,
ne le cui chiare luci ogni tesoro
del cielo riporrà l’alto Fattore,
per cui Minerva e di Parnaso il coro
non so se loda o biasmo avran maggiore:
loda, perché da lei siano imitate,
biasmo, sendo poi vinte e superate.
15
Le due fian sue germane e belle e sagge
e d’ogni raro ben ricche ed altere,
per queste de’ mortai fallaci piagge
scorte di gire a Dio fidate e vere;
l’altra, che par che l’aria intorno irragge,
ond’Amor se medesmo accende e fere,
Claudia Rangona fia, che non gli altrui,
ma faran chiara i proprii scritti sui».
16
Qui fu da lei fine al suo dire imposto,
che destò ne i guerrier diletto eguale.
Quelli, che già tra lor avean disposto
di solcar lo spumante ondoso sale,
chieggiono umili al vago stuol che tosto
lor si conceda in grazia il pin fatale;
né ciò fu sol da quelle a lor concesso,
ma cari doni ancor largiti appresso.
17
Ebbe Rinaldo, onde se ’n vada ornato
il suo Baiardo, sella e fornimento
di spesse gemme sparso e tempestato,
sì ch’ogn’occhio rendea pago e contento:
il morso a la gemina è lavorato,
le staffe ancora, e son di puro argento;
de l’istesso metallo è ’l grosso arcione,
vago d’intagli ad ogni paragone.
18
Diero a Florindo ancor, perché gli copra
l’arme, vaga e mirabil sopravesta,
ch’a i più ricchi lavor se ’n gìa di sopra,
di vario stame in varii modi testa;
né forse Irene bella unqua fece opra,
non ch’Aragne o Minerva, equale a questa.
Ivi pinto con l’ago han mani industri
de la suora del sol l’imprese illustri.
19
Quel che con maggiore arte e maggior cura
quivi il saggio maestro intesto avea,
era di Niobe la crudel sventura,
tal ch’opra naturale altrui parea:
piangeva i figli, nel cui volto oscura
morte viva ed espressa si vedea,
le man stringendo, e con doglioso affetto
al ciel volgendo il minacciante aspetto.
20
Scorgesi altrove in abito succinto,
con faretra pendente al manco lato,
con crine sciolto e parte in nodi avinto,
tender l’arco la dea curvo e piegato:
par ch’ondeggi il capel da l’aura spinto,
ch’ella piova furor dal volto irato,
ch’orribilmente fischi e ch’ali metta
mentre fendendo il ciel va la saetta.
21
Stan le figlie di Niobe in viso smorte
davanti a lei, sovra i fraterni petti,
qual di duol, qual di tema e qual di morte
scolti avendo ne gli atti i vari effetti.
Una ch’apre le labbia onde conforte
la madre forse con pietosi detti,
riceve in questa il dardo in bocca, e pare
fermarsi a mezzo tronco il suo parlare.
22
Ad un’altra che stende il braccio dritto,
quasi dar voglia a la sorella aita,
si vede quello e ’l petto ancor trafitto
d’un dardo sol con doppia aspra ferita.
Col ferro entro in un fianco ascoso e fitto
giace la terza languida e smarrita,
cui da strale è confissa una in quel modo
che legno a legno suol da saldo chiodo.
23
Mostra la quinta aver timore immenso,
la man tendendo in mesto atto e dimesso;
co ’l piede alzato e ’l corpo in aria estenso
l’altra sorella il suo fuggire espresso.
Si scorge in Niobe duol grave ed intenso,
mentre nasconde co ’l suo corpo stesso
l’ultima figlia, che tremante sembra
coprir le sue con le materne membra.
24
Se ’n vanno al lido i due guerrieri insieme
e rendon quivi il fatal legno carco.
Quel, come sente il pondo il qual lo preme,
si move quasi stral ch’esca da l’arco:
frangesi l’onda e mormorando freme
tutta spumante sotto ’l curvo incarco;
intanto fugge e si dilegua il lito,
sì che da gli occhi omai tutt’è sparito.
25
Già tutto mare e cielo è d’ogni canto,
ché quanto cala il suol, tanto il mar poggia.
Tien dritto il suo camin la barca intanto,
senza alternar la vela ad orza o poggia;
se ’n va per l’alto mar mossa da incanto
con ratto corso e non usata foggia,
passando d’uno in altro equoreo seno,
tal ch’uscita ella è già dal mar Tireno.
26
Volgeasi omai di mille fregi adorno
tacito e muto il cielo, e tolto il sole,
co ’l torci il volto suo, n’aveva il giorno,
quando sentiro un suon qual di parole,
qual d’uomo a cui vien fatto oltraggio e scorno,
che di ciò con le strida alto si duole.
La barca verso ’l suon ratta si drizza
sì che più ratto mai delfin non guizza.
27
Vider, come fur presso i due guerrieri,
due legni in un congiunti ed abbordati,
e d’uno in altro poi da masnadieri
varii arnesi esser messi e trasportati,
e insieme ancora donne e cavalieri:
ma sciolte quelle van, questi legati;
i vincitori lor sembianza accusa
per corsari e per gente al mal sempre usa.
28
Tra lor si scaglia dal garzon seguito
Rinaldo, e sgrida e gli minaccia forte.
Un che più sembra di lor tutti ardito
e duce de la barbara coorte,
disse: «Avete mai più, compagni, udito
ch’uom vada a ricercar la propria morte?
Or vedetelo in questi, i quai non sanno
com’altramente procacciarsi il danno».
29
Indi volto a Rinaldo: «Orsù, meschino,
tratti quest’arme e datti a me prigione:
così fuggirai forse il tuo destino,
ch’è il mio volere, e fia ch’io ti perdone».
Per parole, parole al saracino
già non rendette il gran figliol d’Amone,
ma nel petto, dov’ha l’anima albergo,
cacciogli il ferro e fello uscir da tergo.
30
Come s’aventan, susurrando, al viso
l’irate pecchie insieme unitamente
al villanel ch’aggia il re loro ucciso,
per vendicarlo di morir contente,
così contra Rinaldo a l’improviso
muove gridando la villana gente;
e se fu tarda a la colui difesa,
tarda non è per far a questo offesa.
31
Miseri, dove gite? a tor la pena,
forse, che merta il vostro oprar sì torto?
Quest’impeto a morir tutti vi mena,
e non a vendicare il duce morto.
Rinaldo quanta ha forza e quanta ha lena,
quanto ha valore qui dimostra scorto,
e fa l’istesso il suo Florindo ancora,
vago ei non men che sì ria gente mora.
32
Man, gambe, busti e sanguinose teste
già si veggion per l’aria andar balzando;
s’addoppian sempre le percosse infeste,
lampeggia e tuona l’uno e l’altro brando;
elmo o scudo non è che quelli arreste,
qual volta ratti in giù vengon calando;
né solo arma non è ch’a lor resista,
ma non gli può soffrire ancor la vista.
33
Il gran figlio d’Amone otto n’occise
con l’otto prime orribili percosse,
poi con la nona ad un l’elmo divise
e le chiome gli fe’ sanguigne e rosse.
Quel, ritirato, al crin la man si mise
per veder s’ampia la ferita fosse;
ma mentre ei tocca la primiera piaga
novo colpo maggior la man gli impiaga.
34
Florindo il sovragiunge, e d’un riverso
l’alzata mano a lui troncando taglia;
quel furioso e ne la rabbia immerso
allor contra ’l baron ratto si scaglia:
tira gran colpi a dritto ed a traverso
e tutto si discopre e si sbaraglia;
cauto il guerrier di punta il ferro vibra,
gli aggiunge al cor, né lascia sangue in fibra.
35
Uccise poi Lico, Euribante e Orgolto:
divise il primo da la spalla al fianco,
al secondo partì per mezzo ’l volto,
recise al terzo il dritto braccio e ’l manco.
Avrebbe Alferno ancor di vita tolto,
ma glie ’l vietar Folerico e Lanfranco,
che dar volendo al lor compagno aita
con la morte comun gli porser vita.
36
Sembrano i due campion strali ch’al basso
irato aventi fulminando Giove:
a quell’alto furore, a quel fracasso,
a quelle rare e non più viste prove,
già quasi ogni pagan di vita è casso,
né più l’armi dannose indarno move;
e chi fruisce ancor l’aura vitale
si crede al mar, com’a men grave male.
37
Già di tutto il villan barbaro stuolo
solo un vivo ne’ legni era rimaso,
e verso lui se ’n gìa Rinaldo a volo
per mandar la sua vita anco a l’occaso;
ma lo sottrasse a quell’estremo duolo
improviso consiglio, anzi pur caso,
ch’impetrò breve spazio a la sua morte
con atti umili e con parole accorte.
38
Dopoi dice: «Signor, vostro destino
col morir nostro quel di voi procura,
e v’induce a far onta al gran Mambrino,
al più fort’uom che fesse mai natura,
al maggior re del popol saracino,
c’ha di noi, qual di servi, amica cura,
e vorrà farne in tutto aspra vendetta,
qual a l’offesa, al suo valor s’aspetta.
39
Noi, suoi ministri, aveamo a forza prese,
per condurle a lui poi, queste donzelle,
ch’ei manda a corseggiare ogni paese
sol per averne di leggiadre e belle;
or come avrà de le mortali offese,
che tutti estinti c’han, vere novelle,
non vedrà suo desir contento e sazio
sin che di voi non aggia fatto strazio.
40
Ei ben saprà la nostra avversa sorte,
bench’uccida or qui me la vostra mano;
saprà non men chi n’abbia posto a morte,
sia di Cristo seguace o sia pagano,
perch’un gran mago che gli alberga in corte
il tutto gli farà palese e piano;
ma se da voi lasciato in vita io sono,
spero impetrarvi a tanto error perdono».
41
Qui gli tronca Rinaldo il suo parlare,
e gli dice: «La vita or ti dono io,
perché tu possa al tuo signor narrare
de gli altri suoi ministri il caso rio;
e s’ei di lor vorrà vendetta fare
e di combatter nosco avrà desio,
digli che siam guerrier del magno Carlo,
ch’in ciò pronti saremo ad appagarlo.
42
Questi Florindo, io son Rinaldo detto
di Chiaramonte, e son figliol d’Amone,
che lui non temo, e ne vedrà l’effetto
quando venirà meco al paragone.
E chi temer deve uom da cui negletto
sia, qual lui, l’onesto e la ragione?
Orsù prendi il tuo legno e quinci parti,
poi c’ha voluto a morte il ciel sottrarti».
43
Si volge poi con più serena faccia
dove le dame e i cavalier si stanno,
e dal lor petto ancor dubbioso scaccia
con cortesi parole il grave affanno.
Indi le man con le sue man dislaccia
a coloro ch’a tergo avinte l’hanno;
e fa l’istesso il buon Florindo ancora,
sì ch’ogni nodo è sciolto in poco d’ora.
44
Intesero ambo poi come si chiame
di quelli ogni guerriero, ogni donzella,
e che colei che fra tutt’altre dame
riportava la palma in esser bella,
possedeva d’Arabia il gran reame,
figlia di Pandion, detta Auristella;
e ciascun d’essi a la comun preghiera
diede non men di sé notizia intiera.
45
Dopo lungo parlar i due baroni
tornar di nuovo a l’incantata barca,
e ricusar de la regina i doni
ch’ella dar lor volea con man non parca.
Il legno, com’al fianco aggia gli sproni,
ratto si move e ’l mar solcando varca,
e fatto gran camin volge a la terra
il corso, e con la proda il lito afferra.
46
Come cadente peso al centro giunto
tosto si ferma ed ivi il moto affrena,
così più non si mosse il legno punto
subito ch’ebbe tocco il lito a pena.
Smontano i cavalier dov’è congiunto
l’estremo mare con la molle arena,
e cavar fanno ancor da gli scudieri
fuor di barca insellati i lor destrieri.
47
Non pria dal legno ognun fu dismontato
che quel ratto lasciò la terra a tergo,
e da l’incanto per lo mar guidato
tornò veloce ne l’antiquo albergo.
Veggiono intanto i cavalieri alzato
d’un vago piano in su ’l fiorito tergo
un padiglion, che qual palagio grande
superbo intorno si dilata e spande.
48
Verso l’altera e ricca tenda i passi
la bella coppia immantinente torse;
giunto u’ per larga porta entro in lei vassi,
gli occhi per tutto raggirando porse,
e di lucenti alabastrini sassi
un gran pilastro in mezzo alzato scorse,
sovra del qual, scolpita in treccia e ’n gonna,
si vedea vaga e giovinetta donna.
49
Quivi gran sacrifizio allor si fea,
com’era stil del popolo asiano,
che sovente onorar, stolto! solea
con vani sacrifici un idol vano.
Tra le velate corna il bue cadea,
ferito, e fean di sangue umido ’l piano
le simplici agne e l’umil pecorelle,
trafitte ne la gola e queste e quelle.
50
Da viva fiamma uscian chiari splendori
ond’era adorno e risplendente il loco;
né men ch’accesi raggi, arabi odori
spirava in fumo accolti il sacro foco;
salendo il fumo al ciel, con varii errori
si meschiava ne l’aria a poco a poco.
Ne l’imagin Rinaldo i lumi gira,
e la conosce tosto e ne sospira.
51
Conosce gli occhi onde aventogli Amore
il primo stral ch’ancor gli punge il petto,
ed onde mosse insieme il dolce ardore
ch’ognor l’infiamma d’amoroso affetto;
conosce i crin co’ quai gli avinse il core
sì ch’anco egli è tra sì bei nodi stretto,
la chiara fronte e l’aria del bel viso,
la bocca e ’l dolce lampeggiar del riso.
52
Mentre fiso contempla il gran campione
l’amato oggetto d’ogni suo pensiero,
un cavalier di quei del padiglione,
c’ha grandissimo corpo, aspetto altero,
atti superbi e sguardo di lione,
ed inquieto sembra, audace e fiero,
volta a Rinaldo l’orgogliosa faccia,
con tai detti lo sgrida e lo minaccia:
53
«Villan guerrier, perché d’arcion non scendi
e non adori la divina imago?
Come a la mia presenza audacia prendi
di rimirar così l’aspetto vago?
Orsù, poiché ’l tu’ error chiaro comprendi,
se pur non sei de la tua morte vago,
scendi, e scenda anco il tuo compagno teco,
e fate sacrificio insieme or meco.
54
Vo’ che confessi ancor che tra’ mortali
d’amar cosa sì degna io sol merto,
e ch’alcun altro per bellezze tali
degno non è d’aver pene sofferto».
«Chi sei tu», disse allor Rinaldo, «e quali
sono i tuoi merti? Or di ciò fammi certo,
ch’in quanto al primo, teco io già m’accordo,
ma nel secondo sin ad or discordo».
55
«Se nol sai son Francardo, e son signore
d’Armenia, e basti ciò», colui riprese.
Al gran figlio d’Amone intorno ’l core
fervendo il sangue allor tosto s’accese;
indi al volto poi corse, e d’un colore
di viva fiamma rosseggiante il rese,
sì che fe’ del pagano a la preposta
altera e convenevole risposta.
56
«Io dirò ben che sei più d’altro indegno
di locar in tal luoco i pensier tuoi,
e tel dimostrarà con chiaro segno
questa mia spada or or, s’or or tu vuoi».
Non così rode tarlo arido legno
come quel rose l’ira a’ detti suoi,
onde imbracciato il manto in lui si scaglia,
e sol co ’l brando corre a la battaglia.
57
Ride Rinaldo pien di sdegno, e dice:
«Va, t’arma pur, né ti pigliar tal fretta».
E quelli a lui: «Questa mia spada ultrice
basterà sola a far la mia vendetta».
«Ahi!», risponde Rinaldo, «ei si disdice
così pugnar ad uom ch’onor n’aspetta».
L’altro più non attende e ’l ferro tira,
ma Baiardo da parte ei ratto gira.
58
Indi dice: «Guerrier, teco giamai
non pugnarò, se tu primier non t’armi:
cavaliero sono io, né tu potrai
con la tua villania villano farmi».
Il saracino a lui: «Tu falli assai,
se tu credi in tal modo unqua placarmi».
E ’n questo tanto colpi orrendi mena,
sì che Rinaldo se ’n difende a pena.
59
Non può Florindo allor ciò più soffrire,
ma di giusto disdegno arma il coraggio,
e gli dice: «Pagan privo d’ardire,
che vantaggio cerchi or nel disvantaggio?
Volgi, volgiti a me, s’hai pur desire
di dar del tuo valor sì chiaro saggio:
ché tu non merti ch’il tuo corpo cada
per la costui sì degna invitta spada».
60
Qual orso che colui che l’ha percosso
di sbranar con gli unghion rabbioso tenta,
s’altri in questa lo fiede, ei tosto addosso,
il primiero lasciando, a lui s’aventa,
tale il pagan verso Florindo mosso,
la destra ch’era a l’altrui danno intenta,
contra lui drizza e ’l crudo ferro inchina,
che con novo furor in giù ruina.
61
Florindo al brando ostil lo scudo oppone,
e quel ne taglia poi quanto ne prende,
giunge al braccio e l’impiaga, ed a l’arcione
quinci ogni arme rompendo orribil scende.
A quel colpir sì grave il fier barone
d’ira il cor, di rossore il volto accende;
su le staffe s’inalza e ’l ferro stringe,
e con un gran fendente il cala e spinge.
62
Parte del colpo su la spada tolse
il re pagan: non però vano il rese,
ché quel per dritto a meza tempia il colse,
e di piaga mortal quivi l’offese.
Gocciando il sangue in rosso smalto volse
il verde, ed ei tremando al pian si stese,
con quel romor che suol ben grave sasso
che d’un monte si spicchi e caggia al basso.
63
Color che da la tenda erano intenti
a rimirar la perigliosa guerra,
ad armarsi non fur pigri né lenti,
giacer vedendo esangue il re per terra;
altri lancie, altri spade, altri pungenti
spiedi con ratta man subito afferra,
altri l’arme si veste a sua difesa
per far sicuro a l’inimico offesa.
64
Tutti precorre il forte re Chiarello,
ch’era con gli altri allor nel padiglione.
Fu cugin di Francardo, e fu fratello
del superbo Mambrin questo campione;
conducea seco a par, d’irsuto vello
coperto e fiero in vista un gran leone,
sanguigno i denti e i crudi unghion rapaci,
cui lucon gli occhi com’ardenti faci.
65
Egli avea già la generosa fera
vinta con l’arme a dubbia pugna atroce,
e con lusinghe la natura altera
poi di lei doma e l’animo feroce;
ond’ella sempre fida al fianco gli era,
e l’obbediva a’ cenni ed a la voce.
Perciò da gli stranier, perciò da’ suoi
il guerrier dal leon fu detto poi.
66
Rinaldo ver costui sprona Baiardo,
pria ch’ei con gli altri il buon Florindo assaglia:
da l’altra parte il saracin gagliardo
con un ferreo baston viene a battaglia;
non è ’l leon ad aiutarlo tardo,
ma sovra il paladin ratto si scaglia,
e muove contra lui l’acute branche;
poi co’ denti il destrier prende ne l’anche.
67
D’un riverso Rinaldo al leon tira
e ’n cima de la fronte il fiere e punge,
poi contra il fier Chiarello il brando gira,
e d’un fendente sovra l’elmo il giunge;
raddoppia il colpo con più sdegno ed ira
e lo scudo per mezzo apre e disgiunge;
passa oltra il ferro e ’l braccio ancor colpisce,
e se ben non l’impiaga ei lo stordisce.
68
Si rinfranca Chiarello, e poscia offende
con due percosse al paladin la faccia,
e le branche il leon di novo stende
e di piagarlo con l’unghion procaccia.
Rinaldo a costor noce e sé difende,
e quando fiere l’un, l’altro minaccia:
presto ha l’occhio e la man, presto il destriero,
securissimo il cor, saldo il pensiero.
69
Sempre che cala il colpo il fier pagano,
egli a schivarlo è già parato e ’ntento;
Baiardo quel leon si tien lontano
con calcitrar continuo e violento,
e pronto a lo speron, pronto a la mano,
salta di qua, di là, qual fiamma o vento,
tal che de’ colpi suoi la maggior parte
commette a l’aura il saracino Marte.
70
Ma s’avien mai che l’inimico coglia,
spezza ogni acciar, la carne e l’ossa pesta.
Rinaldo lui ferir puote a sua voglia,
e l’have già piagato in petto e ’n testa;
tuttavia d’arme e di vigor lo spoglia,
e con nove percosse ognor l’infesta,
onde quel morto alfin cadde per terra
qual torre cui di Giove il telo atterra.
71
Il fier leon, che del suo sangue tinto
giacer nel piano e morto esser lo scorse,
da grand’amor, da gran furor sospinto
per vendicarlo immantinente corse,
ma tosto fu con due stoccate estinto.
Ei morendo il terren rabbioso morse,
e fe’ con alto, orribile muggito
risonar l’onde e l’arenoso lito.
72
Da indi in qua fu del barone impresa
sempre un fulvo leon d’orrendo aspetto;
la pantera lasciò ch’avea già presa
a portar ne lo scudo e su l’elmetto.
Florindo intanto fa crudel contesa,
da molti cavalier cinto ed astretto;
e folgorando intorno il ferro gira,
e coraggioso a la vittoria aspira.
73
Il drappello per mezzo era omai scemo
quando tra loro il paladin si mise,
e con possanza e con furore estremo
quattro capi partì, cinque recise.
Son dal valor di questi eroi supremo
tosto le genti saracine uccise,
e s’alcun vivo pur rimane, al piede
la sua salute e la sua vita crede.
74
Come Rinaldo voto il campo scorge,
dal pilastro la statua svelle e piglia,
ed a lei mille baci ardenti porge,
spinto dal vano error che lo consiglia.
Del dilettoso inganno ei non s’accorge,
perché la miri con immote ciglia,
ché vivo crede e vero il falso e l’ombra.
Oh dolce froda che gli amanti ingombra!
75
Se n’avede alfin poi, né già gli è grato
di conoscer il vero, anzi se ’n duole.
Ma spenti nel profondo umor salato
sendo i vapori onde si forma il sole,
del ritratto un destrier prima aggravato,
segue il compagno che partir si vole
a ricercar albergo, ov’ogni piaga
la medica gli curi o l’arte maga.
76
Poi che Florindo fu del tutto sano,
per molte parti gir de l’Asia errando,
opprimendo il malvagio ed il villano,
ed il cortese e ’l buono sempre esaltando,
con la lingua a gli afflitti, e con la mano
ora consiglio ed or aita dando,
tal che lor nome a l’uno e a l’altro polo
se ’n gì su l’ali de la Fama a volo.
77
Brunamonte il superbo e Costantino
il falso allor Rinaldo a morte pose,
di Chiarello germani e di Mambrino,
a gli uomini ed a Dio genti odiose.
Tendea questi al mal cauto pellegrino
sotto grate accoglienze insidie ascose;
quegli con forza aperta altrui la vita
toglieva o pur la libertà gradita.

CANTO NONO

1
Tonda due volte avea la faccia adorna
mostrata a noi la dea che nacque in Delo,
ed altretante con l’argentee corna
era apparita men lucente in cielo;
duo segni scorsi avea colui ch’aggiorna
il mondo indi sgombrando il fosco velo,
da che Florindo e ’l gran figliuol d’Amone
uccisero i guerrier del padiglione;
2
quando in un vago piano, ove da colte
piante scendea l’ombra soave e grata,
ritrovar vaghe dame in schiera accolte
che tenean di guerrier scorta onorata.
Molte eran le donzelle, e poi di molte
rare eccellenze era ciascuna ornata;
e de gli abiti l’arte e la ricchezza
congiunta aveano a la natia bellezza.
3
Una però così tra tutte loro
come Diana in fra le Ninfe splende,
qual volta in care danze il vago coro
guida e per Cinto il passo altera stende,
che spiega a l’aure liete i bei crin d’oro,
e la faretra a gli omeri sospende;
Latona intanto un tacito dolzore
correr si sente per le vene al core.
4
Come da lunge in sì superbo aspetto
apparir costei vide i duo baroni,
che ben ciascun d’esser guerrier perfetto
sembra e che raro a lui si paragoni,
mandagli ambo a pregar per un valletto
che si voglian provar co’ suoi campioni,
perch’ella veder brama a chiara giostra
s’è ’l lor valor qual la sembianza mostra.
5
Vanne il valletto u’ la donzella il manda
e l’imbasciata a i duo guerrieri espone;
gli dà grata risposta e gli dimanda
chi sia la dama il buon figliuol d’Amone.
E quegli allora: «A noi costei commanda
ed a la Media freno e leggi impone:
Floriana si noma, e sin ad ora
marital nodo non la stringe ancora».
6
Ciò detto, a la regina egli rapporta
ch’e’ duo baron son di giostrar contenti.
La dama allora i suoi guerrieri esorta
e desta in lor brame d’onore ardenti
con dolci detti e con maniera accorta,
ch’al cor son caldi stimoli pungenti:
tal ch’a gara gentile ognun di questi
primo esser tenta che la lancia arresti.
7
Galasso il poderoso e ’l destro Irnante
si mosser prima al fin di questa parte,
ma tosto rivoltaro al ciel le piante
per man de’ duo stranier più cari a Marte.
Dopo costoro Albernio ed Odrimante,
venuti onde le piagge il Tigre parte,
stampar la terra con le spalle, e colto
fu sotto ’l petto quel, questi nel volto.
8
Eran quivi fra gli altri Argo ed Androglio,
compagni in guerreggiar d’alta possanza,
ma d’altezza tal, di tanto orgoglio
ch’assai cedea la forza a l’arroganza.
Questi avean ne lo scudo orrido scoglio
che frange l’onde e sovra ’l mare avanza,
intorno a cui scritto era in auree note
un cotal motto: «Rompe chi il percote»;
9
volendo indi inferir che ’l lor valore
ad ogni incontro fier saldo restava,
e che più ch’al ferito al feritore
de la percossa danno e mal tornava.
Ahi qual superbo, ahi qual fallace errore
il lume di ragion loro adombrava!
ché vinti or da Florindo e da Rinaldo
debil pianta sembrar, non scoglio saldo.
10
Lucindo e Floridan, duo cavalieri
per giovenil bellezza a dame grati,
insieme furon poi da gli stranieri
lunge da lor cavalli al pian gettati;
e lor fer compagnia molti guerrieri
de la corte i più degni e più pregiati,
onde sol de gli estrani ogni donzella
con meraviglia e con onor favella.
11
Ma sovra tutti la gentil regina
è d’ammirarli e d’onorarli vaga:
ogni cosa ch’è in lor le par divina,
e ’n tutto pienamente ella s’appaga;
pur a Rinaldo più l’affetto inchina,
di quel ch’avenir dee quasi presaga,
e più le sembra del compagno destro,
più forte ed in ferir miglior maestro.
12
Come uom cui già novella febre algente
deggia assalir tra breve spazio d’ora,
un lieve freddo non continuo sente
scorrersi per le membra ad ora ad ora,
così costei ne l’alma e ne la mente
prova de l’amor nuovo ignoto ancora
i leggieri principii e i primi affetti,
ch’oprano a volta in lei diversi effetti.
13
Ella (e non bene la cagion n’intende)
d’ogni bel colpo suo lieta diviene,
e se talvolta alcun lui punto offende,
il sangue se l’aggiaccia entro le vene;
sempre nove bellezze in lui comprende,
sempre più fisso in lui lo sguardo tiene,
e sol brama veder se corrisponde
a quel ch’appar quel che l’elmetto asconde.
14
Ma diè fortuna al suo desire effetto,
ché l’ultimo guerrier che al pian conquiso
cadde, a Rinaldo fe’ sbalzar l’elmetto,
rompendo i ferrei lacci a l’improviso.
Al sùbito apparir del vago aspetto
parve che se l’aprisse il paradiso,
e vide entro lo spazio d’un sol volto
quanto in mill’altri è di beltà raccolto.
15
Sembrava a lei ch’Amor quivi locato
tutte le sue vittrici insegne avesse,
e quale in carro suol di palme ornato
trionfator alter lieto sedesse;
pareale ancor che nel suo manco lato
tutte l’auree quadrella indi spendesse,
e l’annodasse al collo un forte laccio,
grave, insolito sì, ma caro impaccio.
16
Bionda chioma, neri occhi e nere ciglia,
lucidi e vivi quelli e queste arcate,
fronte ben larga, adorna a meraviglia
d’alterezza viril, di maiestate,
guancia leggiadra, in un bianca e vermiglia,
piume nascenti allor, crespi ed aurate,
naso aquilin, de’ regi segno altero,
traggon tutti in stupor del cavaliero.
17
Oltre ciò, larghe spalle ed ampio petto,
braccia lunghe, snodate e muscolose,
ventre piano, traverso, a i fianchi stretto,
gambe diritte ed agili e nerbose,
mobil vivacità, ch’in giovinetto
grazia aggiunge e decoro a l’altre cose,
grata fierezza, altero portamento,
unite con mirabil tempramento.
18
Qual meraviglia è poi se la regina,
in cui brame gentil sol trovan loco,
già fatta omai d’Amor preda e rapina,
esca diviene di sì nobil foco?
Sent’ella farsi il cor nuova fucina,
e crescervi la fiamma a poco a poco;
pur, come sia del suo mal propio vaga,
d’arder più sempre e di languir s’appaga.
19
Non può soffrir la giovinetta amante
ch’indi il suo caro ben faccia partita,
ma con benigno e placido sembiante
a seco rimaner ambi gli invita:
preghiere aggiunse poi sì calde e tante
ch’ella, da loro alfin pur obbedita,
s’invia ver la cittate, e per lo freno
gli conduce Rinaldo il palafreno.
20
Il palagio real fra tanto adorno
con magnifica pompa a pien si rende:
chi razzi aurati per le mura intorno
a l’eburnee cornici alto sospende,
chi bei tapeti, che potriano scorno
far a tutt’altri, per le soglie stende,
chi loca al lume suo dipinti quadri,
vivi ritratti de gli estinti padri.
21
Le mense altri apparecchia, e i bianchi lini
stesi per lungo poi vi mette sopra;
vi mette vasi preciosi e fini,
ma varii di materia e varii d’opra,
ove dei re di Media i pellegrini
fatti, perché atro oblio lor non ricopra,
veggonsi impressi in puro argento ed oro
con ordin lungo e con sottil lavoro.
22
Giunta al tetto real, di sella tolta
fu la regina dal figliuol d’Amone,
e fu per troppa gioia al core avolta,
sorgiunta ancor da nova passione:
quasi allor se n’uscio l’alma disciolta
da la terrestre sua bella prigione;
ma qual più dolce e più soave morte
le potea dar benigno cielo in sorte?
23
Floriana ad ognor cortese stile
usava di serbar con gli stranieri,
ma più che mai cortese e più gentile
or si dimostra ad ambo i cavalieri.
Amor il fa che, s’è ’l cor basso e vile,
desta in lui nobil brame, alti pensieri,
ma s’è regio e sovran, via più l’accende
a virtù vera, e più pregiato il rende.
24
L’istesso fanno i suoi baroni ancora,
né sembra d’onorargli alcun restio,
perciò che il lor voler dipende ognora
da quel di lei come da fonte rio.
Ma venut’era omai la solita ora
che ne conduce natural desio
a ristorar con cibi il corpo stanco,
perché al lungo digiun non vegna manco.
25
S’assidono a le mense, e Floriana
ponsi a l’incontro il suo gradito amante;
e come suol nocchier la tramontana,
mira i begli occhi e ’l dolce almo sembiante,
e d’un esca d’amor fallace e vana
pasce la mente afflitta e l’alma errante;
il corpo no, ch’ov’è un maggior desire,
l’altro minor non fassi allor sentire.
26
Museo fra tanto al suon de l’aurea cetra
scioglie la dotta lingua in dolci accenti,
e col favor ch’egli da Febo impetra
dona principio a i musici concenti,
soave sì ch’un cor d’orsa e di pietra
avria commosso, e raffrenato i venti,
allor che ’l sasso cavo Eolo disserra,
e desta l’ira in lor, gli accende a guerra.
27
Canta egli come da la massa informe
trasse natura il seme de le cose,
e come in vaghe e ben composte forme
il mondo qual veggiam tutto dispose,
dando perpetue leggi e certe norme
a fuoco, ad aria, a terra, ad acque ondose,
in un giungendo con discorde pace
quanto appar fuori e quanto ascosto giace.
28
Segue ch’essendo ormai l’età de l’oro,
de l’argento e del rame ite in disparte,
per dar Giove a’ mortai giusto martoro,
fe’ sommerger la terra in ogni parte,
e che da Pirra e dal consorte foro
le fatal pietre dopo ’l tergo sparte,
onde il genere uman fu ricovrato,
stuol duro, a le fatiche avezzo e nato.
29
Né tacque le tue fiamme, o biondo dio,
né le piaghe ch’Amor ti fe’ profonde,
e qual cangiò lungo il paterno rio
Dafne le braccia e i crin in rami e ’n fronde;
come in giuvenca poi fu convers’Io,
come giunse del Nilo a l’alte sponde;
d’Argo non meno e di Siringa disse
l’aspra sorte che loro il ciel prescrisse.
30
Tai cose ancor, ma con più dolce canto,
ho già, Veniero, a te spiegar sentito,
e visto uscir del salso fondo intanto
i marin pesci ed ingombrare il lito;
e quasi astretti da ben forte incanto
i varii augei, per appagar l’udito,
ne l’impeto maggior frenare il volo
e fermartisi intorno a stuolo a stuolo.
31
Trae, già cenato, de la notte l’ore
Floriana in parlar vario e giocondo,
e non men per l’orrecchie il lungo amore
bee che per gli occhi, e ’l manda al cor profondo.
Molte cose or di Carlo, or del valore
chiede d’Orlando sì famoso al mondo;
de’ propi fatti suoi chiede non meno,
ch’ei l’esser suo l’avea già detto a pieno.
32
Dolce lo prega: «Deh, se non vi pesa,
ditemi quel ch’ancor fanciullo essendo
feste di vostra madre a la difesa,
l’onor quasi perduto a lei rendendo.
Io già sentii parlar di questa impresa,
se pur con la memoria al ver m’apprendo,
anzi il mio genitor, da un cavaliero
ch’allor tornava a noi dal franco impero».
33
Rinaldo a lei: «Benchè non punto sia
di sì degni uditor degno il soggetto,
per me narrato il tutto ora vi fia,
poiché sono a ciò far da voi costretto:
a la mia volontade, a l’età mia
risguardo aggiate voi, non a l’effetto,
ch’assai picciolo fu, ma pur allora
scorsi i tre lustri io non aveva ancora.
34
Ginamo di Baiona il maganzese
già fu rival del mio parente Amone,
ch’ambo avean l’alme per mia madre accese
allor che l’uno e l’altro era garzone.
Costor, dopo diverse altre contese,
vennero insieme a singolar tenzone,
dove Ginamo, da vil tema spinto,
cesse ad Amon l’amata e diessi vinto.
35
Ma l’odio contro Amon serbò rinchiuso
sempre, che al cor gli fu continuo tarlo;
e, com’è di sua stirpe invecchiato uso,
cercò di vita a tradimento trarlo:
pur sempre il suo desir restò deluso.
Alfin dopo gran tempo il magno Carlo
nel suo natal corte bandita tenne,
facendo alcuni dì festa solenne.
36
Il re, mirando la fiorita corte,
un dì ch’a caso a mensa ritrovasse,
a nova voglia aprio del cor le porte,
indi così ver gli altri a parlar mosse:
«O de’ miei fidi schiera invitta e forte,
arme e sostegni miei, mie guarde e posse,
vorrei ch’alcun di voi qui si vantasse
d’alcuna cosa ch’a mio pro tornasse».
37
Ciascun di quei baroni allor si diede
un vanto, altri superbo, altri modesto.
Sorse il mio genitor fra quelli in piede
per sé vantare, e ’l vanto suo fu questo:
d’aver tre figli in cui di già si vede
nobile spirto a fatti eroici desto,
che fian sempre con lui fida difesa
del franco impero e de la santa Chiesa.
38
Fu di mio padre il vanto a Carlo grato,
e bene a tutti il fe’ palese e piano;
ch’il vaso, ov’era ei sol di bere usato,
porse cortese a lui di propria mano.
Da quest’atto sentissi il cor piagato
profondamente il reo cugin di Gano,
Ginamo, ch’in mal far seco concorse,
ch’allor, sendo presente, il tutto scorse.
39
Non può soffrir l’iniquo e fraudolente
ch’ad Amon più ch’a lui si faccia onore,
tal che più cresce e più diviene ardente
per novell’esca il vecchio odio e ’l rancore;
e gli è tanto accecata alfin la mente
(voler di Dio) da l’ira e dal furore,
che con maligno sùbito consiglio
così parla ad Amon, turbato il ciglio:
40
“Amon, non vò ch’altero e glorioso
tu ne vada di quel che non è tuo:
sappi che sempre al mio voler bramoso
ebbe Beatrice ancor conforme il suo,
e diemmo spesso effetto di nascoso
a quel ch’era il voler d’ambo noi duo,
sì ch’indi nacquer poi quei tre garzoni
che miei sono, e tua moglie or mi perdoni.
41
Perdoni a me, se t’ho la cosa aperta,
e di quanto è tra noi narrato il tutto,
e tu perdona a lei, che ben lo merta,
poiché n’è nato così nobil frutto;
e s’unque hai la d’Amor possanza esperta,
sai ch’a tai falli a forza è l’uom condutto.
Ti prego ancor ch’a me tu renda i miei
figli, ché loro omai nutrir non dei.
42
E se non che sin qui m’ha ritenuto
di non turbar altrui giusta cagione,
tu da me stesso avresti ciò saputo
già molto prima in altra occasione;
pur or più d’ogni cosa ha in me potuto
paterno affetto e degna ambizione”.
Così disse egli, e ’l suo dir molto spiacque
al saggio re, che non però si tacque.
43
Ma più ch’ad altro penetrar ne l’imo
petto queste parole al padre mio.
Pur gli rispose irato: “Io falso estimo
quanto tu dici, e te malvagio e rio;
né questo, o conte, è ’l tradimento primo
ch’uscir da’ Maganzesi ho vedut’io,
ed ad oltranza, quanto più t’aggrada,
ciò ti vo’ mantener con questa spada”.
44
“Ah!”, rispose colui, “l’uom saggio deve
ogni cosa tentar prima che l’arme;
e chi non serva ciò, più stolto e lieve
(né credo errar) che coraggioso parme.
Io, benché a te serà noioso e greve,
già non vo’ rimaner di discolparme
e dimostrar che son leale e vero,
qual conviensi a mio pari, a cavaliero”.
45
Così disse, e mostrò poscia al cospetto
di tutti quei baron due ricche anella,
ch’avea fatto a Beatrice (ad altro effetto
credo) involar per una sua donzella;
indi, stendendo quei, con lieto aspetto
guarda il mio genitore e gli favella:
“Amon, conosci questi? Eccoti il segno
che del suo amor mi fa Beatrice degno.
46
Questi, nol puoi negar, già fur tuo dono,
allor che lei malgrado suo sposasti,
e questi chiari testimoni sono
ch’a torto menzonier tu mi chiamasti.
Or l’oltraggio commune io ti perdono,
e credo ben che ciò per pena basti.
Misero! a che riguardi? Eccoli, prendi,
mirali bene, e ’l vero ormai comprendi”.
47
Qual divenisse Amon, quale il suo core
fosse, chi dirà mai? Si parte tosto,
e come ’l tira il sùbito furore
ad uccider la moglie ei va disposto.
Ma da più messi in breve spazio d’ore
di ciò quella avisata è di nascosto,
la qual, noi tre fratei menando seco,
si sottrasse a quel primo impeto cieco.
48
Gissene presso il padre, ove si stesse
dal non giunto furor d’Amon sicura,
finché con chiare prove ella potesse
mostrargli la sua fe’ candida e pura,
e quell’error ch’in lui sì fermo impresse
lingua maligna e perfida natura.
Venne a trovarla Malagigi poi,
ch’era nipote a lei, cugino a noi.
49
La dispose ed indusse egli a mandarmi
co’ miei germani insieme a la reale
corte, a ciò ch’ivi io provocassi a l’armi
Ginamo come falso e disleale.
Ella volse però prima giurarmi
d’esser stata ad Amon sempre leale,
chiamando in testimonio il Re del cielo
e tenendo le man su l’Evangelo.
50
Giunto a la corte, quel fellon sfidai,
che qual figliuol accor già mi volea;
ma lo rispinsi indietro, e gli mostrai
nel volto aperto quel che ’l cor chiudea.
Ei, che mi vide sì fanciullo, omai
de la mia morte dentro si godea,
ma pur sotto diverso e finto volto
l’interno affetto suo teneva occolto.
51
Io, cui troppo spiaceva ogni dimora,
prendo l’ordin dal re di cavaliero,
e similmente i miei fratelli allora
il degno grado da lui dar sì fero.
Indi torno a sfidar Ginamo ancora,
ed a chiamarlo falso e menzognero,
ond’ei, come di me molto gli caglia,
mostra venir sforzato a la battaglia.
52
Drizzò la lancia: a me resse la mano
la ragion che m’empiea d’alto ardimento;
a quel debile il braccio e ’l colpo vano
rese il gran torto e ’l fatto tradimento,
tal che ferito a morte ei va su ’l piano;
resto in sella io, né pur la lancia sento.
Ahi giustizia di Dio, com’opri spesso
ch’il ver si scorga e resti il falso oppresso!
53
Per ucciderlo allor corro veloce,
come lo veggio tal per terra steso,
ma richiede Ginamo in umil voce
d’esser da tutti, anzi che mora, inteso.
Io, poiché l’indugiar nulla mi noce,
in concederli ciò non sto sospeso,
perché inanzi il morir confessi e dica
sé traditor, Beatrice esser pudica.
54
E ’l fece ben, perché ’l suo rio trattato
e modi suoi fur da lui tutti espressi:
la genitrice mia ne l’onorato
suo primo nome allor così rimessi.
Io giurai poi (sendo dal re lodato
che senza brando oprar ciò fatto avessi)
non oprar brando, no ’l togliendo a forza
a guerrier di gran fama e di gran forza».
55
Così dicea Rinaldo, e la donzella
pendea dal suo parlar con dolce affetto;
poi che chiuse le labbra a la favella,
sorse essa in piè, cangiato il vago aspetto,
e da lui pur si svelle alfine, e ’n quella
sentio svellersi il cor da mezzo il petto.
Misera! mentre dal suo ben si parte,
lascia a dietro di sé la miglior parte.
56
Del suo lungo viaggio il terzo almeno
trascorso già l’umida notte avea,
e ’n maggior copia da l’oscuro seno
sonni queti e profondi a noi piovea;
la regina però, cui rio veleno
tacito per le vene ognor serpea,
non dava gli occhi stanchi in preda al sonno,
ché le cure d’amor dormir non ponno.
57
Ma rivolgea ne l’agitata mente
del novo amator suo l’alta beltate,
e ’l valor così raro ed eccellente
in così verde e giovenile etate,
le grazie sì diverse unitamente
per meraviglia giunte ed adunate.
Fra tai pensieri ancor le sovenia
quel che già le predisse una sua zia.
58
Costei, ch’era gran maga e de gli aspetti
del cielo cognoscea tutti i secreti,
prevedendo i maligni e i buoni effetti
che in noi deggiano oprar gli alti pianeti,
le disse già che d’amorosi affetti,
senza che mortal cura unqua ciò vieti,
arder dovea per un baron cristiano
d’alta bellezza e di valor sovrano.
59
E che sarebbe a quel larga e cortese
del suo fior virginal non pria toccato,
sì ch’indi poi, compito il nono mese,
ne saria doppio e nobil parto nato:
duo gemelli, ch’ad alte e nuove imprese
già destinava il lor benigno fato,
maschio l’un, ma viril femina l’altra,
ne l’arte militar perita e scaltra.
60
Mentre priva la mente è di riposo,
prive di quello son le membra ancora:
sempre le tiene in moto, e del noioso
letto cerca ogni parte ad ora ad ora.
Drizza a i balcon sovente il desioso
guardo, onde veggia s’anco appar l’aurora,
e se tra le fissure entra alcun lume,
tanto a noia le son le molli piume.
61
Come il ciel si comincia a colorare
e le ferisce gli occhi il novo giorno,
non vuol gli altrui servigi ella aspettare,
da sé si veste e rende il corpo adorno;
troppo ogni dama sua pigra le pare,
e le fa dolce ma pungente scorno,
e la compagnia loro a pena aspetta,
ch’a ritrovar se ’n va gli ospiti in fretta.
62
Qual parer suol tra le minori piante
ricco di nove spoglie alter cipresso,
ch’alzando sovra quelle il verdeggiante
crine, vagheggia il bel ch’orna se stesso,
tale a lei parve il suo gradito amante,
tra molti in mezzo passeggiando messo,
che col bel volto sovra ognun s’ergea,
e mille rai di gloria indi spargea.
63
Ella dolce il saluta, e ’l mena poi
per Acatana, sua real cittade;
gli mostra i tempii che gli antiqui eroi
ornar di palme ne la prisca etade,
i gran sepolcri de’ maggiori suoi,
i bei palagi e le diritte strade,
le mura, l’alte torri e le fortezze,
e tutto il suo potere e le ricchezze.
64
Ma il cieco mal, nutrito, ognor s’avanza,
tal ch’ella a morte corre e si disface,
né più regger d’Amor l’alta possanza
puote o da lui trovar pur breve pace.
Si cangia d’or in or ne la sembianza,
apre a parlar la bocca e poi si tace,
e la voce troncata a mezzo resta,
gli occhi travolge, e move or piedi or testa.
65
Sovente ancor con interrotto suono
profondamente sin dal cor sospira;
le lacrime talor su gli occhi sono,
ma vergogna le affrena e le ritira;
or quasi fuor di sé col volto prono
stassi, or quasi sdegnosa il ciel rimira;
ma s’induce a la fin quell’infelice
a scoprire il suo male a la nutrice.
66
«Cara Elidonia mia, tu che già desti
a le mie membra il nutrimento primo,
e col tuo sangue aita a me porgesti,
cui, non avendo io madre, in madre estimo,
tu mi soccorri, or che novelli infesti
desir se ’n vanno del mio core a l’imo,
e ’l non ben noto male è in me sì forte
che m’ha condutt’ormai ben presso a morte.
67
Misera! tutto il male in me procede
da l’un de’ duo stranier, ma dal maggiore.
Non vedi tu quanto in bellezza eccede
ciascun mortale, e in grazia ed in valore?
Ahi! come, oimè! di lui l’imagin siede
ed affissa si sta dentro ’l mio core,
come ogn’atto di lui mi sta presente,
come il suo dir mi sona or ne la mente!
68
Sol l’orecchie appagate e gli occhi miei
son dal dolce parlar, dal vago aspetto;
madre, te ’l dirò pur, madre, vorrei
spenger la sete de l’acceso affetto.
Ma che dico io? La terra s’apra, e ’n lei
nel suo fondo maggior mi dia ricetto,
anzi, santa onestà, ch’a te faccia onta;
e se poi morir deggio, eccomi pronta».
69
Qui dà fine al parlar, raffrena il pianto
onde avea pregni i lumi, e ’l viso inchina.
L’antica donna tra sé volge intanto
ciò che già detto fu da l’indovina,
e ben cognosce a varii segni or quanto
immenso sia l’amor de la regina.
Muta e sospesa sta breve ora, e poi
così dolce risponde a i detti suoi:
70
«Figlia e signora mia (ché tal ti tegno),
non puote opporsi al ciel forza mortale
più che de’ venti a l’orgoglioso sdegno
in mezzo il mar pin disarmato e frale;
né d’un sol punto mai passare il segno
che le prescrive il suo destin fatale.
Parlo così, ché ’l variar de’ tempi
di ciò m’ha mostro mille e mille esempi.
71
Quando tu possa de l’amor novello
sveller dal petto il radicato germe,
ed a desir via più leggiadro e bello
volger la mente e le speranze inferme,
fallo, sottratti a questo iniquo e fello
tiranno, ancidi il velenoso verme
che d’attoscar la tua onestà procura,
senza cui di beltà poco si cura.
72
Ma se non puoi, come a più segni
espresso veder già parmi, a che t’affligi invano?
Se di sforzar il ciel non t’è concesso,
questo è difetto del poter umano;
e poiché n’è per un error promesso
da la verace maga un ben sovrano,
non invidiare a te medesma, a noi,
que’ duo che nascer denno illustri eroi».
73
Così diss’ella, e con que’ detti sciolse
a la regina di vergogna il freno,
le diè speranza e di timor la tolse,
crescer la fiamma e ’l duol fe’ venir meno:
onde tosto a pensare allor si volse
di far il suo desir contento a pieno,
e di mandar per alcun modo un poco
nel figliuolo d’Amon del suo gran fuoco.
74
Fa pria tentar, ma con maniere accorte,
di trarre il paladin ne la sua fede,
con promesse di torlo in suo consorte
e di locarlo ne la regia sede,
ché quando giunse il re suo padre a morte
libera autoritate in ciò le diede;
ma poiché ciò colui punto non muove,
cerca novi partiti e strade nove.
75
Cerca d’accrescer con lo studio e l’arte
la natural beltà ch’in lei risplende:
l’auree chiome in vago ordine comparte
ed ad ornarsi il rimanente attende;
poi lieta si contempla a parte a parte
ne l’acciar che l’imago al vivo rende.
Così augellin dopo la pioggia al sole
polirsi i vanni e vagheggiarsi suole.
76
Ella mostra or co’ sguardi, or co i sospiri
al cavalier le piaghe sue profonde,
e quai ferventi Amor caldi desiri
da i belli occhi di lui nel cor le infonde;
onde Rinaldo in amorosi giri
le luci volge e ’n parte a lei risponde,
ché, se ben altro ardor gli accende il petto,
d’amar donna sì bella è pur costretto.
77
Nel palagio reale era un giardino
ove ogni suo tesor Flora spargea;
da le stanze ivi sol del paladino
e da quelle di lei gir si potea.
Quivi sovente il fresco matutino
Floriana soletta si godea;
la porta uscendo e intrand’ognor serrava,
ché star remota a lei molto aggradava.
78
Mentre una volta al crin vaga corona
tesse ella quivi d’odorate rose,
e presso un rio che mormorando suona,
se ’n giace in grembo a l’erbe rugiadose,
e seco intanto e col suo ben ragiona,
dicendo in dolci note affettuose:
«Ahi, quando serà mai, Rinaldo, ch’io
appaghi ne’ tuoi baci il desir mio?»,
79
sorgiunge il paladino, ed ode a punto
i cari detti de la bella amante.
Ahi, come allora in un medesmo punto
cangiar si vede questo e quel sembiante!
Ben ciascun sembra dal disio compunto,
e mira l’altro tacito e tremante:
lampeggia come ’l sol nel chiaro umore,
ne gli umidi occhi un tremulo splendore.
80
L’un nel volto de l’altro i caldi affetti
e l’interno voler lesse e comprese;
rise Venere in cielo, e i suoi diletti
versò piovendo in lor larga e cortese;
e forse del piacer de’ giovinetti
subita e dolce invidia il cor le prese,
tal che quel giorno il suo divino stato
in quel di Floriana avria cangiato.
81
Il paladino in così dolce vita
trasse più dì con la real donzella,
tal che l’antica fiamma era sopita
e sol gli ardea il cor l’altra novella.
Alfin l’astrinse a far quinci partita
strana ventura che gli avenne in quella,
la qual il primo ardor di nuovo accense
ed il secondo quasi afatto spense.
82
L’alma stella d’Amor in ciel spiegava
cinta di rai l’aurata chioma ardente,
e ’l sol di nova luce il crin s’ornava
per mostrarsi più bello in oriente,
quando a Rinaldo, che col sonno dava
dolce ristoro a i membri ed a la mente,
apparve in sogno giovinetta donna,
dogliosa a gli atti e involta in bianca gonna.
83
Ma splendor tal l’ornava il mesto viso,
così la fronte avea vaga e serena,
che ne la prima vista ei fugli aviso
veder l’Aurora che ’l bel dì rimena;
pur dopoi rimirando in lei più fiso,
benché ’l suo lume sostenesse a pena,
esser Clarice sua certo gli parve,
vera e non finta da mentite larve.
84
Crede vederne i rai del viso, e crede
de la favella udir le dolci note:
quel, secondo gli par, la vista fiede,
questa così l’orrecchie a lui percote:
«Ahi, che sincero amor, che pura fede
di cavalier, se tal nomar si puote
chi le parole sue commette al vento,
fraude usando a chi l’ama e tradimento!
85
Dunque, Rinaldo, t’è di mente uscita
chi te sempre ritien fisso nel core?
Dunque hai d’altra beltà l’alma invaghita,
e sprezzi il primo via più degno amore?
Deh! torna, torna a me, dolce mia vita,
ch’io, tua mercè, languisco a tutte l’ore.
Queste lacrime, oimè! questi sospiri
segno ti sian de gli aspri miei martiri.
86
Ma se ’l mio duol non curi e non t’aggrada
l’amor, crudele, il proprio onor ti muova.
Ahi! si dirà: “Rinaldo in Media or bada,
e lascivi pensieri ne l’ocio cova,
e per una pagana, e lancia e spada
posto in non cale, ei preso ha legge nova”».
Così detto, a sua vista ella si tolse
e meschiata ne l’aria si disciolse.
87
Svegliasi il cavaliero, e gli occhi intorno
per veder la sua dama indarno gira;
s’infiamma intanto di vergogna e scorno,
ed apre il petto a nobil sdegno ed ira;
face il desir primiero in lui ritorno,
e quell’altro si fugge e si ritira;
la veste e l’arme insieme in fretta prende,
ed adorno di lor tosto si rende.
88
Di Clarice il ritratto ecco veduto
a caso viene al paladino in questa:
egli lo sguarda, e sta pensoso e muto,
e, come sia di pietra, immobil resta.
Dopo gran spazio alfin, qual rinvenuto
da lunga stordigion l’uomo si desta,
tal con sùbito moto egli si scosse,
e la voce e la mani insieme mosse:
89
«Come, o mio ben, come ho potuto io mai
fare al tuo tanto amor torto cotale?
Deh! poiché in merto io ti cedeva assai,
esser deveati almeno in fede eguale.
Ma ché ’l tuo fallo non punisci omai,
cavalier traditore e disleale?
Ahi! qual pena maggior posso soffrire
che’l duol che nasce in me dal mio pentire?»
90
Così detto, il compagno in fretta chiama,
e fallo armar de la ferrigna spoglia;
indi lo prega che, per quanto ei l’ama,
allor allor con lui quinci si toglia.
Quel, che servirlo e compiacerlo brama,
si mostra obediente a la sua voglia;
ben dolce il prega a dirgli la cagione,
né glien’è scarso il buon figliuol d’Amone.
91
Come accorto nocchiero i dolci accenti
fugge de le Sirene, e tutte sciorre
fa le sue vele dispiegate a i venti,
ed ogni remo appresso in uso porre,
così quei cari preghi e quei lamenti,
che lo potrian dal suo pensier distorre,
schiva Rinaldo, e tacito se n’esce,
ma pur di Floriana assai l’incresce.
92
Ché, benché quell’ardor già spento sia,
non è però ch’egli non l’ami ancora,
e l’alta sua beltà, la cortesia
e l’altre sue virtù pregia ed onora;
e ben quel duolo mitigar vorria
ch’assalir della in breve spazio d’ora;
ma perciò ch’in se stesso ha poca fede,
parte, sì ch’altri allor non se n’avede.

CANTO DECIMO

1
Ma ’l fero Amor, ch’alfin discopre e vede
gli occulti fatti, ancor che d’occhi privo,
a la regina chiari indizii diede
del partir de l’amante fuggitivo,
lasciando lei d’acerbi affanni erede,
e fuor per gli occhi in lagrimoso rivo
ogni gioia scacciando, ond’egro il core
rimase in preda al sùbito dolore.
2
Da sì grave nimico afflitto geme
il cor, già presso a l’ultima sua sorte;
ma tosto in suo favor s’arma la speme,
e schermo gli è da la vicina morte;
raduna il duolo a l’altrui danno insieme
lo stuol de’ sensi impetuoso e forte,
e la speranza in quell’assalto crudo
la ragion chiama, e di lei fassi scudo.
3
Mentre or la speme il duol preme ed atterra,
or quasi vinta fugge e si ritira,
Amor risguarda la dubbiosa guerra,
né qua né là col suo favore aspira.
Ma Floriana intanto apre e disserra
a’ lamenti la via, piange e sospira:
talor sì ne’ pensier giace sepolta
che non vede, non parla e non ascolta.
4
E se non ch’anco di vergogna il freno,
benché sia rotto, non è rotto in tutto,
né quell’animo altier venuto è meno
che la puote distor da simil lutto,
onta farebbe al vago crine e al seno,
né lasciaria di sangue il volto asciutto.
Pur mentre splende in ciel raggio di giorno,
per la real città s’aggira intorno.
5
S’aggira intorno, e non con grave passo,
qual si conviene a donna ed a regina,
ch’a ciò punto non guarda, e ’l corpo lasso
dal furor trasportato oltre camina:
onde non manco egli di lena è casso
che sia di gioia l’anima meschina;
e non trovando questa o tregua o pace,
né quello anco in riposo unqua si giace.
6
Così a punto suol far chi alberga e serra
in sé rio spirto ad infestarlo intento,
dal qual soffre continua interna guerra,
sì che non ha di posa un sol momento;
e, mentre scorre furioso ed erra,
porta seco ad ognora il suo tormento.
O possanza d’Amor, come ne sforzi,
come in noi del giudizio il lume ammorzi!
7
Pur si risveglia, ed eseguisce intanto
ciò ch’a la vita sua giovevol sia,
ché per mare e per terra in ogni canto
molti guerrier dietro l’amante invia,
i quai per ricondurlo oprin poi quanto
d’eloquenza e di forza in lor più fia;
e quel che non potran co’ detti umani,
facciano almeno con l’armate mani.
8
Con dubbia mente e con tremante petto
de’ suoi guerrier aspetta ella il ritorno,
qual prigioniero in cieca fossa astretto
a la sentenza il destinato giorno;
e ben si legge nel pensoso aspetto
quai cure entro nel cor faccian soggiorno;
gli atti dolenti e ’l parlar rotto danno
segno non men del grave, interno affanno.
9
In questa di fortuna atra procella,
cui tempesta maggior seguì dapoi,
trasse più giorni la real donzella,
aspettando qualcun de’ guerrier suoi.
Ahi! che ’l lungo aspettar fora per ella
il meglio assai, ben ch’or così l’annoi.
Vivi, vivi meschina in questo stato,
e ti sia l’aspettar soave e grato.
10
Ecco che ’l terzo dì sei di coloro
che dietro ’l paladin furon mandati,
ritorno fer, poi che la speme loro
in tutto alfin gli avea abbandonati:
chè da Rinaldo al primo assalto foro
vinti ed in molte parti ancor piagati,
con lor volendo, mal suo grado, trarlo,
perch’egli in cortesia negava farlo.
11
Giunti a l’alta donzella i sei baroni,
sciolse un d’essi la lingua in queste voci:
«Regina, noi trovammo i due campioni
che giano al lor camin pronti e veloci,
e prima con benigni umil sermoni,
e dopoi con parole aspre e feroci,
ultimamente con l’armata mano,
tentamo ricondurli, e sempre invano.
12
Al cortese parlar cortesemente
il figliolo d’Amon diede risposta,
e con modo efficace ed eloquente
purgò l’error de la partita ascosta;
soggiunse ch’a lasciarvi era dolente,
e ch’al ritorno avea l’alma disposta,
ma che’l forzava un caso repentino
gir prima in Francia al figlio di Pipino.
13
Né meno ancor si dimostrò cortese
al nostro minacciare il cavaliero,
perché placidi detti egli ne rese
in cambio del parlar acro e severo;
ma ben di sdegno e di furor s’accese
e conoscer si fè tremendo e fiero
quando assalito fu, tal ch’indi in breve
parve ogni nostro sforzo al sol di neve.
14
Ne disse, poi che in suo poter ridutti
n’ebbe e tolto il fuggire e ’l far difesa,
ch’egli certo n’avria morti e distrutti
in pena sol di sì arrogante impresa;
ma perché troppo avea di servir tutti
i servi vostri la sua mente accesa,
volea, dando perdono al nostro ardire,
far pago in qualche parte il suo desire».
15
Per l’orecchie que’ detti a la donzella
girno il core a ferir nel petto allora,
qual da giust’arco spinte le quadrella
nel segno il punto a colpir van talora.
Slargati i lacci suoi l’anima bella
in quel tempo volò dal corpo fuora;
pur, dopo lungo error, con tarde penne
ne la vaga prigion mesta rivenne.
16
Allor la dama aprì le luci, e ’ntorno
quelle con guardo languido converse,
e ch’al secreto suo caro soggiorno
l’avean portata sovra ’l letto scerse;
e le sue damigelle a sé d’intorno
vide non men di caldo pianto asperse,
onde, quasi posar dormendo voglia,
fa ch’ognuna di lor quinci si toglia.
17
Come sola rimase, e ’l seno e ’l volto
scorse d’amare stille aver rigato,
l’infermo spirto in un sospiro accolto
spinse da l’imo del suo cor turbato;
congiunto palma a palma indi, e rivolto
in se medesma il fosco sguardo irato,
disse: «Ahi, che fo? chi questo pianto elice?
deh! ch’a regina il lagrimar disdice.
18
Lascia a l’ignobil alme, a i bassi petti,
Floriana, sfogar piangendo i guai;
tu mostra con alteri e degni effetti
il regal sangue onde l’origin trai.
Mentre arrise fortuna a i tuoi diletti,
né provasti inimico il ciel giamai,
mentre ti fu la castità gradita,
già vivesti onorata e lieta vita.
19
Or ch’è morto l’onore onde vivevi,
e t’è contrario il cielo e la fortuna,
mori, mori infelice, e non t’aggrevi
uscir di vita dolorosa e bruna:
ché quanto averla pria cara dovevi,
quand’era senza nota e macchia alcuna,
tanto ora esser ti dee noiosa e schiva,
de’ suoi primi ornamenti orbata e priva.
20
Tu, sommo Dio, ch’ascolti i miei lamenti
e sin dal cielo il mio dolor rimiri,
s’a le tu’ orecchie onesti preghi ardenti
penetrar mai sovra i superni giri,
se ti mosser giamai devote menti
a dar effetto a i lor giusti desiri,
fa’ che ’l crudel, cagion de la mia morte,
pena condegna in premio ne riporte.
21
Fa’, giusto Re, ch’a fera donna il core
doni, che prenda i suoi lamenti a gioco,
e si veggia preposto altro amadore
men degno e ch’arda in men vivace foco.
Questo picciol conforto al gran dolore
chieggio, Padre pietoso; ahi! chieggio poco:
altra pena, altro scempio, altra vendetta
al suo peccare, al mio morir s’aspetta.
22
Tu che ben sai, Signor, quanto far dei,
punisci lui secondo il suo fallire,
perch’unqua imaginarmi io non saprei
strazio eguale al suo merto, al mio desire.
Ma perché meno in lungo i detti miei?
Di parlar no, ben tempo è di morire!
Pongasi al dire, al far togliasi il morso,
tronchisi omai de la mia vita il corso».
23
Così detto un pugnale in furia prende
ch’al gran figlio d’Amon già tolto avea,
e ’n lui lo sguardo fissamente intende,
in lui che nudo ne la man tenea.
In questa di rossor le gote accende,
ch’intrepido furor quivi spargea,
e con fermezza non più vista altrove
di novo ancor queste parole move:
24
«O di crudo signor ferro pietoso,
il mal ch’ei femmi a te sanar conviene;
ei mi trafisse col partir ascoso
il cor, ch’aspro martir per ciò sostiene,
tu con aperta forza il doloroso
uccidi, com’uccisa è già sua spene:
ché quanto il primo colpo a lui fu grave,
tanto il secondo, e più, gli fia soave.
25
Quegli già lo privò d’ogni dolzore
ch’il ciel con larga man versava in lui,
ma questi gli torrà tutto il dolore
che lo fanno invidiar le pene altrui;
tu, caro letto, che d’un dolce amore
testimon fusti mentre lieta io fui,
or ch’è cangiata in ria la destra sorte,
testimonio ancor sii de la mia morte.
26
E come nel tuo sen prima accogliesti
le mie gioie, i diletti e i gaudii tutti,
ed or non meno accolti insieme hai questi
sospir dolenti e questi estremi lutti,
così accogli il mio sangue, e in te ne resti
eterno segno». E qui con gl’occhi asciutti,
alzò la man per far l’indegno effetto
e trapassarsi, oimè! l’audace petto.
27
Ma’l ferro, più di lei benigno e pio,
lasciò di sé la man cadendo vota;
il balcon in quel punto ancor s’aprio,
quasi repente gran furor lo scuota:
sovra un gran carro allor tosto appario,
tratto da quattro augei di forma ignota,
un’antiqua matrona all’improviso,
venerabile gli occhi e grave il viso.
28
Era costei Medea l’incantatrice,
sorella al genitor de la regina,
che per darle venia, fida auditrice,
in tanto mal, remedio e medicina;
ché già del caso occorso all’infelice
e dell’empia sua voglia era indovina,
e per giunger a tempo in suo soccorso
avea su questo carro il ciel trascorso.
29
Come entra e vede la real nipote
che di nuovo il pugnal volea ritorre,
adosso le si stringe, onde non puote
al suo crudel disegno effetto porre;
le spruzza alquanto poi gl’occhi e le gote
con un liquor ch’al suo martir soccorre,
e mentre a lei di sonno i lumi aggrava,
d’ogni soverchio affanno il cor le sgrava.
30
La maga, che sapea le più secrete
cose, né l’era alcun sentier conteso,
l’incantato liquor dal fiume Lete
a questo effetto prima avea già preso,
il qual potea con dolce alma quiete
le membra ristorar e ’l cor offeso.
Ma la regina sopra ’l carro pose,
come, dormendo, i rai de gl’occhi ascose.
31
La pon sul carro, ed ella ancor v’ascende,
e di sua propria man regge la briglia.
Quel ratto vola, e l’aria seca e fende,
e dov’ella l’indirizza il camin piglia;
né sì veloce in giù si cala e scende
l’augel che tien nel sol fisse le ciglia,
né sì veloce al ciel sospinto sale
razo dal fuoco o pur da l’arco strale.
32
Giace un’isola in mar, oltra quei segni
che per fin pose a’ naviganti Alcide,
ove a gli audaci ed arrischiati legni
Calpe in due parti l’ocean divide,
in cui par che la gioia e ’l gaudio regni,
così d’ogni vaghezza adorna ride;
in cui, scherzando co’ fratelli, il Gioco
rende più bello e dilettoso il loco.
33
Quivi alcun narra che de’ chiari eroi
le stanze sian, da Giove a lor concesse,
poscia che l’alme degli incarchi suoi
sgravate sono, ond’eran dianzi oppresse:
quivi null’è che l’uom mai punto annoi,
lieto divien ciascun che vi s’appresse;
e perché il luogo fa sì strano effetto,
l’isola del Piacer egli vien detto.
34
La maga a questa parte il carro inchina,
e come giunta v’è, tosto l’arresta,
e posa sovra l’erbe la regina,
che dal salubre sonno era ormai desta:
non più la punge l’amorosa spina,
non più ’l perduto ben or la molesta,
ben fisso in mente tien l’aùto danno,
ma non però ne può sentir affanno.
35
In questo luoco, a cui benigno il cielo
con man più larga le sue grazie infonde,
a cui d’intorno il gran signor di Delo
rai più temprati e bei sparge e diffonde,
ove fioriscon gemme in aureo stelo,
d’argento i pesci e di cristal son l’onde,
Medea ritenne la nipote amata
seco, ch’ivi era d’albergar usata.
36
Intanto al suo cammin pronto e veloce
va con Florindo il gran figliuol d’Amone,
avendo vinto già lo stuol feroce
ch’osò di venir seco al parangone;
e perché ’l vecchio amor lo scalda e coce,
di tornar in Europa ei si dispone,
lasciando Media e le contrade a tergo
ove genti infideli han loro albergo.
37
Verso Armenia costor prendon la via,
poi c’han tutta la Media atraversata:
verso Armenia maggior, che ’n cruda e ria
pugna avean dianzi del suo rege orbata.
Passan quella ed Assiria, ed in Soria
giungon, che Siria fu già pria nomata:
quivi a Baruti in nave alfin intraro,
essendo il mare e ’l ciel tranquillo e chiaro.
38
Scorsero, poi che si fidaro a l’acque
e le spiegate vele ai venti apriro,
l’isola vaga che già tanto piacque
a l’alma dea che regge il terzo giro,
e quella ov’il gran Giove in culla giacque,
e la Morea non lunge indi scopriro,
con la Sicilia, ove l’aeree fronti
stendon su l’onde i tre famosi monti.
39
Mentre ne vanno al bel camin contenti
i cavalier, gli occhi girando intorno,
tien l’accorto nocchiero i lumi intenti
nel cheto ciel di mille fregi adorno:
mira egli i duo Trioni, astri lucenti,
ed Orione armato a l’altrui scorno,
e con l’Iadi pioggiose il pigro Arturo,
sovente a’ naviganti infesto e duro.
40
Contempla il volto de la luna ancora,
e rosso il vede e tutto acceso in vista:
tal parve forse per vergogna allora
ch’ignuda fu ne le fresch’onde vista;
onde il nocchier si turba e si scolora,
e ne rende la mente afflitta e trista;
d’oscura nube intanto ella si vela,
e le bellezze sue nasconde e cela.
41
Ecco precipitose ir giù cadendo
più stelle, e ’l lor camin lasciar segnato,
come razzi talor ch’al ciel salendo
caggion dapoi che l’impeto è mancato.
Allor grida il nocchier: «Lasso, comprendo
che ne sfida a battaglia Eolo turbato!»
In questa per l’ondoso umido mare
guizzante schiera di delfini appare.
42
Egli l’orrecchie ad ogni suono intente
porge, e raccolto in sé sospira e tace,
e fremer l’onda dal più basso sente
sì come fiamma suol chiusa in fornace,
che, mentre esalar cerca e violente
scorre, il luogo di lei non è capace:
strider strepito egual s’ode non meno
di Giunon per l’oscur aereo seno.
43
Ma già l’atra spelonca Eolo disserra,
scioglie i venti, gli instiga e fuor gli caccia:
vago ognun di costor d’orribil guerra,
primo essere a l’uscir ratto procaccia;
trema al furor tremendo, e par la terra
che d’immobile omai mobil si faccia;
e, qual tra gli elementi or nasca Amore,
il tutto involve un tenebroso orrore.
44
Sin dal suo fondo il mar sossopra è mosso
e vien spumoso, torbido e sonante;
l’aer da varie parti allor percosso
si veste un novo orribile sembiante;
il nocchier, che venir si vede addosso
tanti fieri nemici in un istante,
s’arma e s’accinge a la dubbiosa impresa,
ed invita i compagni a far diffesa.
45
Tosto l’ignavo stuol, ch’a nulla è buono
e i marinar col suo timor offende,
ove non veda il mar, non n’oda il suono,
poi che gli è commandato, al basso scende.
Questi i lini maggior, che sciolti sono,
cala, e solo il trinchetto il vento prende;
quegli col fischio altrui comanda e legge
gli impon, sì ch’a sua voglia ognun si regge.
46
Ma che più giova omai l’industria e l’arte?
sì sempre cresce il verno impetuoso,
e l’onda il pin da l’una a l’altra parte
scorre, qual capitan vittorioso,
e fuor seco trarrebbe a parte a parte
gli uomini tutti nel suo fondo algoso,
se per non esser preda a l’acque sorde
non s’afferrasser quelli a legni, a corde.
47
Il tempestoso mar sovente in alto
cotanto spinge i flutti suoi voraci,
che par ch’al re del ciel movano assalto
Nettun superbo e gli altri dei seguaci.
La barca allor con periglioso salto
portata è in su presso l’eteree faci;
scorge, da l’onde poi spinta al profondo,
tra duo gran monti d’acqua il terren fondo.
48
Né men de’ venti è formidabil l’ira,
né men l’afflitta nave urta e conquassa,
la qual di qua, di là sovente gira,
come sovente ancor s’alza ed abbassa.
Borrea a la fin con tal fierezza spira
che l’albore maggior rompe e fracassa,
e qual gelido egli è, tal manda al core
de’ naviganti un gelido timore.
49
Ahi! chi narrar potrebbe i varii effetti
che fanno i venti e fan l’onde sonanti?
Deh! chi mai dir potria gli interni affetti
de’ mesti e sbigotiti naviganti?
Tutti rivolgon ne i dubbiosi petti
quella morte crudel c’hanno davanti,
e veggon lei ch’in spaventosa faccia
orribil gli sovrasta e gli minaccia.
50
Sospira altri la moglie, altri il figliuolo,
in cui solea già vagheggiar se stesso;
altri il suo genitor, che vecchio e solo
lasciò, né men da povertade oppresso:
altri de’ cari amici il fido stuolo,
ch’anzi il suo fin veder non gli è concesso;
altri, cui cura tal punto non preme,
piange sé solo e di sé solo teme.
51
Molti con menti poi devote e pure
giungon le palme e levan gli occhi al cielo:
ma lor l’han tolto, oimè! le nubi oscure
e ’l disteso d’intorno orrido velo;
sorgon talvolta in lor nove paure
e gli scorre per l’ossa un freddo gielo,
s’avien che quel si mostri in vista acceso,
quasi egli abbia i lor preghi a sdegno preso.
52
Rinaldo fatto avea nel palischermo
de’ marinari il più sagace intrare,
ch’in quel volea, come a l’estremo schermo,
col suo compagno andarsi a salvare,
perch’indi a l’elemento asciutto e fermo
si credea breve spazio esser di mare;
e s’era trasportato in quel primiero
la spada, il bel ritratto e ’l buon destriero.
53
Ma il marinar, che più che ’l paladino
e che ’l compagno assai se stesso amava,
temendo pur che di soverchio il pino
carco non fusse s’altri ancor v’entrava,
sì che cedesse a l’impeto marino,
tagliò la fune ond’egli avinto stava,
e col battel si fe’ tosto lontano,
pregar lasciando e minacciarsi invano.
54
La nave intanto il dritto lato e ’l manco
aperto mostra al gran colpir de l’onde:
entran quelle per l’uno e l’altro fianco,
ed a le prime sieguon le seconde.
Viene ogni marinar pallido e bianco:
pur, a ciò che ’l naviglio non s’affonde,
o tenta d’impedir la strada al mare,
o ’l legno vota pur de l’acque amare.
55
Ecco che d’Aquilon l’orribil fiato
fa che di timon privo il legno resta,
ed è dal mar rapito e fuor gettato
l’infelice nocchier percosso in testa.
Lasso! non gli giovò l’esser legato,
con tal forza lo trasse onda molesta;
seco lo trasse nel suo fondo, e ’nsieme
trasse nel fondo la comune speme.
56
Or che dee fare in mezzo l’onde insane,
privo del suo rettor, legno sdruscito?
Vani i rimedii e le speranze vane
forano omai che ’l caso è già seguito:
ciascun de’ naviganti allor rimane
oppresso da la tema ed invilito,
e par che fredda mano al cor gli stringa
ed aspro ghiaccio il corpo induri e cinga.
57
Tu solo, altera coppia, isgomentarti
vista non fusti ne l’estrema sorte,
ché tal ti piacque in volto allor mostrarti,
qual anco eri nel core, invitta e forte.
Ma già, spinto ad un scoglio e in mille parti
spezzato, il legno espon gli uomini a morte:
s’ode in quel punto in suon flebile e tristo
invocar Macon altri, ed altri Cristo.
58
Rari, e que’ rari in vari modi allora
veggonsi i notator per l’ampio mare:
quegli alza un braccio sol de l’onda fuora,
questi col sommo de la fronte appare;
altri mostra le gambe, e in breve ancora
scorgonsi quelle poi sott’acqua intrare;
s’afferra altri a lo scoglio, altri ad un legno,
altri fa del compagno a sé ritegno.
59
Ma de’ guerrier l’invitta coppia avea
tavola lunga e larga allor pigliato,
e con la destra a quella s’attenea,
con l’altra ributava il flutto irato,
ed a la forte man sempre aggiungea
sospinto a tempo fuor gagliardo fiato;
stender anco in quel punto in largo i piedi,
poi giunti in uno a sé raccor gli vedi.
60
Gran pezzo andaro i duo guerrieri uniti
rompendo a forza l’impeto marino;
da vasto monte d’acqua alfin colpiti
si separar Florindo e ’l paladino;
ma perde quegli il legno, ond’ambo arditi
erano in tal furor di reo destino,
né con mani e con piedi oprar può tanto
che di nuovo afferrar lo possa alquanto.
61
Da l’altra parte il buon figliuol d’Amone
per aitarlo e forza ed arte adopra,
e sovente se stesso in rischio pone;
ma riesce al desir contraria l’opra,
ché ’l mare al suo disegno ognor s’oppone,
e par che quello ormai nasconda e copra:
onde in Rinaldo il duol cotanto cresce
che quasi la sua vita omai gli incresce.
62
Quasi si diede in preda a l’acque salse,
l’ira e lo sdegno in se stesso rivolto;
ma l’amica ragione in lui prevalse,
e ’l sottrasse al desir crudele e stolto.
Come il consiglio oppresso in lui risalse,
tutto il suo gran vigor in un raccolto,
franse col forte petto i flutti insani,
oprò le gambe e ’l fiato, oprò le mani.
63
Già da lunge apparisce umil la terra
che par che sotto l’onde ascosa giaccia:
allora ad ogni dubbio il petto serra
e con più forza i piè move e le braccia.
Ecco ch’il molle ultimo lito afferra
e, chinati i ginocchi, alta la faccia
leva con guardo riverente al cielo,
e Dio ringrazia con devoto zelo.
64
Ma quando gli sovvien che restò morto
in mezzo l’onde il suo compagno caro,
e c’han voraci invidi flutti absorto
sì sovrana beltà, valor sì raro,
men de la vita sua prende conforto
che prenda duol de l’altrui fine amaro;
e partiria col morto i giorni suoi,
qual già fer, Leda, i duo gemelli tuoi.
65
Mentre tra sé si duol, vede un castello
ch’indi vicin la fronte a l’aria alzava;
glie ’l mostra il sol, che dal celeste ostello
serenando le nubi omai spuntava.
I passi il paladin drizza ver quello,
i cui piedi il Tireno irriga e lava,
e fuvi accolto dal signor cortese,
e d’esser giunto presso Roma intese.
66
Fu d’arme, di cavallo e di scudiero
non men provisto il buon figliuol d’Amone,
e tutto ciò ch’a lui facea mistiero
ebbe anco in dono dal gentil barone.
Tolto commiato poi, prese il sentiero
verso la Francia, ove d’andar dispone;
e trovò presso un fonte il terzo giorno
un cavalier di lucid’arme adorno.
67
Questi ad annoso pin tenea legato
per l’aurea briglia il suo destrier gagliardo,
e nel medesmo tronco era attaccato
vago ritratto ov’ei fissava il guardo.
Fu da l’invitto eroe rafigurato
tosto l’amata imago e ’l suo Baiardo;
poi, risguardando il cavalier, non manco
vide Fusberta a lui pender dal fianco.
68
Quel marinar che su ’l battel fuggito
de l’irato Nettuno avea lo sdegno,
abbandonando il paladin schernito
in periglio maggior nel maggior legno,
come salvo fu giunto al molle lito,
di vender il suo furto ei fe’ disegno;
e poi del prezzo con costui convenne,
col quale a caso a riscontrar si venne.
69
Rinaldo a lo straniero allor richiese
le cose sue con dolce modo umile.
Quelli, ch’era superbo e discortese,
disse: «Il far doni è fuor d’ogni mio stile;
s’elle son tue, con l’arme il fa palese,
ché l’adoprar parole è cosa vile».
L’altro, intendendo ciò, punto non bada,
ma scende a terra e pon mano a la spada.
70
Ciò fece il paladin, che non vorrebbe
avere in pugna alcuna alcun vantaggio,
sapendo che colui non mai potrebbe
spingere il suo Baiardo a fargli oltraggio.
Allor ne lo stranier lo sdegno crebbe,
e l’aversario suo stimò mal saggio,
poich’ardisce affrontarsi a paro a paro
con lui sì forte e sì ne l’arme chiaro.
71
Rinaldo prima ’l brando in opra mise,
ma schivò ’l colpo il cavaliero estrano,
poscia alzando la spada aspro sorrise,
e disse: «Or guarda chi ha più dotta mano».
La percossa crudel ruppe e divise
lo scudo, e mezzo ne mandò su ’l piano;
poi dichinando ne la manca coscia,
gli fe’ quivi sentir gravosa angoscia.
72
Non a tanta ira unqu’è Nettun commosso,
se lui Maestro od Aquilon percote,
in quanta salse il paladin percosso,
sì ch’accese di sdegno ambe le gote;
divien lo sguardo ardente e l’occhio rosso
ch’altrui sol di timore atterrar puote.
Or che farà quel formidabil brando
che con impeto tal vien giù calando?
73
A forza apre la strada al colpo orrendo
l’elmo, e ’n due pezzi o ’n tre riman partito;
si riversa l’estrano al pian cadendo,
piagato no, ma ben de’ sensi uscito.
Disse Rinaldo allor: «Chiaro comprendo
ch’abbiam questa battaglia ormai fornito».
Indi Fusberta e ’l bel ritratto prese,
e su ’l caro destrier d’un salto ascese.
74
Quelli lieto il riceve, e del su’ amore
mostra con l’annitrir segno evidente,
e con mille altri aperti indizii fuore
scopre il piacer che dentro ’l petto sente;
così fa can fidele al suo signore,
il qual di lusingarlo usi sovente,
che d’intorno gli salta, e con la bocca
e con la coda dolce il bacia e tocca.
75
Già si partia Rinaldo, allor che scorse
lo scudo suo per mezzo esser diviso,
onde il destrier di novo indietro torse,
là v’è giaceva il cavalier conquiso,
e fe’ che ’l suo scudier quello gli porse
del superbo baron, ché gli er’aviso
che fino fosse, e là temprato dove
Bronte sopra l’incude il braccio move.
76
Era quivi intagliata una donzella
da così dotta e maestrevol mano,
che giamai non fu vista opra sì bella:
divin pareva e non sembiante umano;
viva rassembra, e ’l moto e la favella
mancava solo a l’artificio strano;
ma se non parla ancor, se non s’è mossa,
par che non voglia, e non che far no ’l possa.
77
Sì vivo in quello il finto al ver somiglia,
benché di spirto sian le membra casse,
ch’altri mirando in lei si meraviglia
ch’ella non parli, più che se parlasse.
Allor il vago scudo il guerrier piglia,
e meglio era per lui che no ’l pigliasse,
ch’ove solo lo tolse a sua difesa,
gli fe’ poi, lasso! al cor mortal offesa.
78
Tolto lo scudo, il cavalier s’accinge
prontissimo di novo a la sua via;
e così caldo amor lo sferza e spinge
che non si ferma mai, né si disvia,
mentre ch’Apollo il mondo orna e dipinge,
o per tornare o per partir s’invia.
Sol quando è d’aurei fregi il ciel contesto
posa, né dorme ben né bene è desto.
79
In pochi giorni scorse il bel paese
che quinci il mare e quindi l’Alpe serra;
indi, varcando i monti, al pian discese,
e vide lieto la natia sua terra.
Poi, giunto omai presso Parigi, intese
ch’il magno re co’ suoi mastri di guerra,
e con le dame sue l’alta regina,
avean la stanza lor molto vicina:
80
da la città duo miglia o tre lontano,
luogo u’ la cacciagion sempre abbondava,
sovra un fiorito e dilettevol piano
cui lucido ruscel dolce irrigava;
e ch’ivi contra ogni guerriero estrano,
ch’o suo conseglio o sorte là guidava,
alcun franco baron veniva a giostra,
di sé facendo a dame altera mostra.
81
Come fu presso, il pian ripieno scerse
d’illustri cavalieri e di donzelle,
i quai d’oro, d’acciaro e di diverse
sete ornavan le membra altere e belle;
altre vermiglie, altre turchine o perse,
candide queste e verdeggianti quelle;
e ’l sol, che riflettendo indi splendea,
di nova iride vaga il ciel pingea.
82
Ma sendo visto il paladin Rinaldo
su’l gran Baiardo in sì feroce aspetto,
che ne venia sì ne la fronte baldo
che mostrava l’ardir chiuso nel petto,
e sì sovra ’l destrier fondato e saldo
che parea muro in terra soda eretto,
vario parlar tra quei di Carlo nacque,
e ciascuno il lodò, ch’a ciascun piacque.
83
Ma ’l superbo Grifon, che difendea
per amor di Clarice a tutti il varco,
sentendo ciò ch’altri in su’ onor dicea,
contra gli andò quanto trarrebbe un arco;
e perché nel pensier prefisso avea
di far tosto di lui Baiardo scarco,
gridò: «Giura, guerrier, ch’a la mia dama
cede in beltà qual ha più pregio e fama».
84
Grifon già per amor avea servito
gran tempo inanzi d’Olivier la suora,
ma ’l foco suo negletto ed ischernito
fu da l’altera giovinetta ognora;
onde per lunga prova alfin chiarito
ch’accor tentava in rete il vento e l’ora,
stolto! a servir Clarice egli avea preso,
né potea ciò Rinaldo avere inteso.
85
Onde rispose: «Vil timor non deve
giamai la lingua altrui torcer dal vero,
né periglio o fatica, ancor che greve,
si convien d’ischivare a cavaliero:
dico dunque ch’oltraggio il ver riceve
da te non poco, e ciò mostrarti spero;
bella è la dama tua, ma molto cede
a chi fe’ del mio cor soavi prede».
86
A l’arme, a i fatti orrendi alfin si venne
da le minaccie e da l’altere voci:
di qua, di là le due massiccie antenne
vengon portate da le man feroci;
par ch’abbiano i cavalli al fianco penne,
così a l’incontro van ratti e veloci;
l’aria si rompe, e trema ancor la terra
al primo cominciar de l’aspra guerra.
87
Pose il suo colpo a voto il maganzese
incauto troppo, e corse l’asta in fallo,
ma lui Rinaldo a mezzo scudo prese
e lo sospinse fuor del suo cavallo;
sendo percosso e ’l suol premendo, rese
alto rimbombo il lucido metallo,
come suol squilla che sonando invita
a l’orrenda battaglia ogn’alma ardita.
88
Rinaldo allor dal degno stuol è cinto
e supplicato a torsi via l’elmetto,
tal che da’ prieghi lor forzato e vinto
di compiacerli è mal suo grato astretto:
si scioglie alfin que’ lacci ond’era avinto
l’elmo, e scopre la chioma e ’l vago aspetto,
né men bello e leggiadro or si dimostra
ch’apparso sia possente e forte in giostra.
89
Tosto fu conosciuto il cavaliero
al discoprir del volto e del crin d’oro,
e chiare voci di letizia diero
con replicato suon l’amico coro,
ché già del suo valore il grido altero
era giunto a l’orecchie a tutti loro.
La gloria sovra lui si spazia intanto
battendo l’ali d’or con dolce canto.
90
Ad onorar Rinaldo ognun s’accinge,
e di farsegli grato ognun procaccia:
altri la man gli tocca, altri gli cinge
il collo e il petto con amiche braccia;
altri, cui caldo amor più innanzi spinge,
pien d’un dolce disio lo bacia in faccia;
ma il padre Amone al petto alquanto il tiene,
e sente alto diletto ir fra le vene.
91
Lasciato il padre, il cavalier invitto
de’ suoi regi a baciar se ’n va la mano;
quei, mostrando l’amor nel volto scritto,
l’accoglion lieti e con sembiante umano.
Fan le donne tra lor dolce conflitto
in onorare il vincitor soprano,
e in quanto è lor da l’onestà concesso,
gli mostra ognuna il suo voler espresso.

CANTO UNDICESIMO

1
Ma, trattasi in disparte, alto sospira
Clarice, e gelosia sol n’è cagione;
tra sé fremendo l’accoglienze mira
che fan quell’altre al gran figliol d’Amone,
e s’arma incontro a lui di sdegno e d’ira
per l’onta in suo disnor fatta a Grifone,
e per veder che ne lo scudo il volto
d’ignota dama porta impresso e scolto.
2
«Non ti basta, crudel», dice in se stessa,
«romper la fede e far torto al mi’ amore,
se non mi scopri la cagione espressa
del tuo grave fallir, del mio dolore?
Poiché viva non puoi, mi mostri impressa
la donna, oimè! che ti possiede il core;
ed onde io più mi doglia, ahi! perché questo?
a la mia gloria sei con l’arme infesto.
3
Lassa! qual sotto i fior l’angue è celato,
tal sotto cortesia, sotto bellezza,
s’asconde in te perfido cor spietato,
che l’altrui fede e ’l puro amor disprezza.
Fuggite, donne, oimè! fuggite il grato
sembiante e ’l guardo umil pien di dolcezza,
che promettendo vita altrui dan morte,
e son d’un fido cor mal fide scorte.
4
Ma, stolta! a che sospiro? a che mi doglio,
se ’l più dolermi e ’l sospirar non vale?
S’egli è perfido e lieve, io come soglio
ancor dunque serò fida e leale?
Ahi! non fia ver, ch’a lui scoprir mi voglio
ne la costanza e ne la fede eguale».
Così detto tra sé, prese consiglio
di mostrare a Rinaldo irato il ciglio.
5
O di tema e d’amor figlia crudele,
figlia che ’l genitore sovente uccidi,
a l’alte sue dolcezze amaro fele,
peste ch’infetti l’alme in cui t’annidi,
torna a l’inferno omai, tra le querele,
tra l’aspre pene e tra gli eterni stridi,
né più turbar sì puro e casto foco,
ch’ivi non merta aver tuo giaccio loco.
6
Il paladin che sempre gli occhi porse
sin da principio a la sua dolce amata,
sì come lampo in ciel turbato scorse
folgorar l’ira ne la faccia irata,
non già de la cagione allor s’accorse
che la rendesse incontro lui sdegnata.
Pur cheto disse: «Lasso! or chi m’oscura
il seren de l’angelica figura?
7
Dunque sarò per così lunga via
morte venuto a tor così noiosa?
ché mi dà morte l’inimica mia
quando m’appar superba e disdegnosa.
Qual fora, oimè! se fusse umile e pia,
s’è tal, sendo crudel ed orgogliosa?
Deh! come soffri, Amor, ch’ingiusto sdegno
turbi i begli occhi ov’è ’l tuo albergo e ’l regno?»
8
Fra tanto Carlo ver le regie mura
vol che la nobil schiera il camin prenda:
spogliar si vede allor la gran pianura
prima di quella e poi di questa tenda,
ed ogni cavalier, cui dolce cura
per dama de la corte il petto accenda,
pigliare il freno del destrier di quella,
ma con bel modo pria riporla in sella.
9
Si reca ancor Rinaldo infra le braccia
Clarice, e la ripon su ’l palafreno;
ma quella da’ bei lumi e da la faccia
piover rassembra allor sdegno e veleno;
e, benché con la lingua immobil taccia,
è ’l suo tacer d’aspre querele pieno;
e ciò ch’a lui non toglion le parole,
negar con gli atti e con gli sguardi vole.
10
Il cavalier, ch’audace in tali imprese
costume innato e cald’amor rendea,
mentre per gli occhi al cor fiammelle accese
dal caro amato oggetto egli traea,
qual uomo in amar cauto, il tempo prese
ch’ascosamente a lui già si togliea,
e mostrando di fuor gli interni affetti,
sciolse l’accorta lingua in questi detti:
11
«Ahi, quant’empio è colui ch’ad uom mendico
de le lunghe fatiche il frutto invola!
quanto crudele e di pietà nemico
chi ne gli affanni il miser non consola!
Quest’or, signora, a voi piangendo dico,
perché del mio penar la dolce e sola
mercè mi si contende, e mi si toglie
ogni conforto in sì gravose doglie.
12
L’affanno dunque in lungo error sofferto,
e quanto sol per voi ne l’arme oprai,
avrà per degno e per estremo merto
sdegno, ch’al cor mi mandi acerbi guai?
sdegno, ch’in questo amaro stato incerto
de’ bei vostri occhi oscuri i dolci rai,
da’ quai prende vigor l’anima stanca,
ed al duol si sottragge e si rinfranca?
13
Misero! e qual cagione?...» e quivi il corso
volea di sue parole oltre seguire,
ma gli pose a la lingua allora il morso
l’amata sua, così prendendo a dire:
«Diavi nel vostro mal, diavi soccorso
chi vi diè contra me forza ed ardire,
il cui volto non sol nel cor portate,
ma fuor ne l’arme impresso ancor mostrate».
14
Tu, fero Amor, tu che gli strai di queste
voci drizzasti al cor del giovinetto,
narra non men l’acerbe piaghe infeste
ch’impresser quelle a lui ne l’egro petto:
ché farle in qualche parte or manifeste
a la mia musa è disegual soggetto,
né potrebbe cantando alzarsi al vero
ov’alzar tu sol puoi l’altrui pensiero.
15
Nel fosco senso de le voci irate
ben tosto penetrò l’accorto amante,
benché fossero fuor quelle mandate
oscuramente e in suon basso e tremante;
ed a far conta a lei sua lealtate
già si moveva con umil sembiante,
ch’era verace testimon del core
e certo segno de l’incerto amore.
16
Ma Clarice, al suo dir la via troncando,
lo schernì, lasso! con astuzia ed arte,
ch’a sé chiamò cortesemente Orlando,
il qual da tutti gli altri iva in disparte,
ed a lui di parlar materia dando,
al figliolo d’Amon la tolse in parte;
dapoi, giunti a Parigi, ancor gli tolse
la dolce vista, ond’ei non men si dolse.
17
Misero cavaliero, ingiustamente
di fortuna e d’amor prova l’offese,
e per l’aura del duol nel petto sente
gir più crescendo ognor le fiamme accese;
e qual da poco umore acciar rovente
più fervido che pria talor si rese,
tale in lui da piacer fugace e breve,
l’ardore e ’l duol maggior forza riceve.
18
Quel sì breve piacer che talor prende
dal caro oggetto e da l’amata vista,
col suo dolce licor via più raccende
il foco e ’l rio dolor ne l’alma trista:
ché l’un contrario maggior l’altro rende,
e ’l mal dal ben vigore e forza acquista,
ch’ove lieve sarebbe essendo ignoto,
s’aggrava al paragon col farsi noto.
19
Sei volte il sol de la fosca ombra scosse
de la gran madre antiqua il duro volto,
ma da Rinaldo ancor già non rimosse
l’ombre del duolo ond’ei viveva involto;
pur ei con Clarice in tanto oprosse
ch’ella amante il tenea fervido molto,
se non leale, e nel suo casto petto
già rilassava l’ostinato affetto.
20
Non però di color conforme il molle
animo veste e ’l placido pensiero;
anzi lo sdegno che dal petto tolle
ripon ne gli occhi e nel bel viso altero,
onde ’l foco e ’l martir molto s’estolle
ne l’innocente afflitto cavaliero,
ch’oltra la scorza non penetra, dove
face in su’ aita Amor pietose prove.
21
Ma fra tanto pomposa e nobil festa
nel palagio di Carlo si prepara;
la gente tutta a tai diletti desta
la notte aspetta, e gli è la luce amara;
chiama quella Rinaldo atra e molesta,
chiama la sera poi lucida e cara.
Oh stolta de’ mortai fallace mente,
che cieca il suo peggior brama sovente!
22
Già la notte, stendendo umida l’ali,
gli almi ed eterni fochi in cielo accende,
là donde il bene e ’l mal tra noi mortali
con varia sorte ognor deriva e scende;
già soave armonia per le reali
stanze altamente risonar s’intende,
e concorde a’ soavi e dolci accenti
va misto al cielo il suon de gli istromenti.
23
D’alti guerrieri, di donne adorne e belle
il palagio real tosto è ripieno;
e come suol tra le men chiare stelle
splender Vener e Giove in ciel sereno,
così tra’ cavalier, tra le donzelle,
Clarice e ’l suo amator splende non meno;
e da’ bei lumi lor fiammelle aurate
escon, d’empia dolcezza avvelenate.
24
Non già Rinaldo ne l’amato viso
pietà vede però del suo martoro,
né ver lui lampeggiar quel dolce riso
che gli scopre d’Amor tutto ’l tesoro.
Alfin dispone (ahi, duro infausto aviso!)
ch’Alda componga le discordie loro:
Alda la bella invitar vole a danza,
poi c’ha locato in lei la sua speranza.
25
Egli costei con puro zelo amava
ed era amato con eguale affetto,
perch’altre volte, quando in corte stava,
con lei nudrito fu da fanciulletto;
sapeva poi ch’apriva ella e serrava
l’empio cuor di Clarice a suo diletto,
e con bei modi e con parlar soave
dolcemente di quel volgea la chiave.
26
Ver lei dunque si mosse e le richiese
di ballar seco, ed ella era a ciò presta;
ma fu dal forte Anselmo il maganzese
nel punto istesso a danza ancor richiesta.
Alda, che ’l doppio invito a un tempo intese,
chinò a terra lo sguardo e l’aurea testa,
né quel né questo col parlar ricusa,
ma tacendo si sta dubbia e confusa.
27
Il maganzese allor l’altera fronte
ed insieme il parlar ver l’altro torse:
«Cedi, garzon; se non, dai gridi a l’onte,
e da l’onte s’andrà più inanzi forse».
Non men altero quel di Chiaramonte
con fier sembiante a lui tai detti porse:
«Cedi pur tu; se non, verrassi tosto
più oltre ancor, ch’io già ne son disposto».
28
Anselmo, folgorando il torvo sguardo,
ad aspro riso allor la bocca mosse,
e disse: «Se tanto osa un vil bastardo,
che poi farebbe se mio pari ei fosse?».
Or ben tal detto fu pungente dardo
ch’al nobil giovanetto il cor percosse;
come leon ferito in ira salse,
e ’l suo sdegno frenar punto non valse.
29
Con la sinistra mano Anselmo stringe
ne la gola, il trar fiato a lui contende,
e con l’altra il pugnal di punta spinge
e, trapassando il petto, il cuor gli offende;
di rosseggiante smalto il suol dipinge
tiepido rio che da la piaga scende,
e co ’l sangue esce ancor lo spirto insieme,
sì che ’l corpo cadendo il terren preme.
30
Come sanguigno in giù cader tremando
il maganzese cavalier fu visto,
intorno per la sala ir risonando
strepito udissi di più voci misto,
qual fremer s’ode ancor negli alvei, quando
le pecchie infesta morbo orrido e tristo,
e qual ne’ boschi, allor ch’in lor serrati
spiran d’Austro o di Coro i primi fiati.
31
Si vider lampeggiar mille lucenti
ferri in quel punto ancor qual fuochi accesi,
e quinci correr, d’alta rabbia ardenti
contra Rinaldo, Gano e gli altri offesi;
e quindi poscia, al suo soccorso intenti,
i suoi fratelli opporsi a’ Maganzesi,
e co ’l fior de’ guerrier di Chiaramonte
l’invitto cavalier ch’uccise Almonte.
32
Le pavide donzelle i bei colori
smarriro, oppresse da la fredda tema,
come soglion talor vermigli fiori
s’avien che troppo giel gli asconda e prema:
pallide i volti e palpitanti i cori,
quelle, col piede che mal fermo trema,
si ristrinsero intorno a la regina,
quale in porto dal mar fragil carina.
33
Carlo, tutto di sdegno acceso in volto,
altri tiene e riprende, altri minaccia,
e di spegner in lor l’orgoglio stolto
con gli atti e col parlar tenta e procaccia;
ma Rinaldo, col manto al braccio avolto,
con tardi passi e con sicura faccia,
verso la porta il piè va ritirando,
e tiene nella destra ignudo il brando.
34
I Maganzesi, che sì audaci in prima
gli erano adosso corsi a fargli offesa,
come vider risorti oltre ogni stima
tanti feri campioni in sua diffesa,
l’ira frenaro e quella furia prima,
pentiti omai di sì dubbiosa impresa;
pur col mover de l’armi e con le voci
si mostravan da lunge assai feroci.
35
Così di can timido stuol sovente,
ch’incontra ’l toro arda di sdegno e d’ira,
corre per assalirlo e poi si pente,
e latrando lo sguarda e si ritira,
mentre in feroce aspetto alteramente
quel move i passi e gli occhi intorno gira;
e dov’ei volge il tardo e grave piede,
la vile schiera paventando cede.
36
Potè salvo ed illeso a la sua stanza
da i nemici ritrarsi il giovinetto,
ma ’l suo soverchio ardire e la baldanza
lascia di sdegno a Carlo acceso il petto:
troppo, troppo gli pare alta arroganza
ch’abbia tanto oltre usato al suo cospetto,
sì ch’a la fin, di Gano al rio consiglio,
da la Francia gli diè perpetuo essiglio.
37
Or che far deve l’infelice amante,
non al suo re, non a sua donna grato?
Partirà dunque, e ’l dolce almo sembiante,
ond’egli vive, a lui sarà celato?
Ahi fortuna crudel, per quante e quante
fatiche a sì rio fin l’hai tu guidato!
Quand’ei trovar credea breve conforto,
l’hai con un colpo sol trafitto e morto.
38
La carta ei prende, e ciò ch’Amor gli ditta
scrive a l’amata in umil note espresso;
poi che la lettra ebbe composta e scritta,
la manda a lei per un secreto messo;
ma colei l’un minaccia e l’altra gitta,
crudel forzando il suo volere istesso.
Gelosia n’è cagion, che ’l cor ripieno
un’altra volta l’ha del suo veleno.
39
L’aver dianzi veduto Alda la bella
dal cavaliero a se stessa preporre,
quando ei voleva in sua presenza quella
prima di tutte l’altre a danza torre,
e che per non lassar poi la donzella
volse più tosto Anselmo a morte porre,
l’era a l’acceso innamorato core,
lassa! nova cagion d’alto timore.
40
Tra sé dicea: «Deh, come ascondi il vero
con umil voce a dimandar mercede!
Ahi crudo, ahi disleale, ahi lusinghiero,
dunque ciò merta la mia pura fede?
dunque così s’inganna un cor sincero?
Ben stolta ed infelice è chi ti crede;
ma chi non crederebbe a que’ sospiri,
ed a quel volger gli occhi in dolci giri?
41
“Amo” tu dici a me con l’occhio “ed ardo”,
con l’occhio che è in amar mal fido duce.
Misera! io ’l credo, ma ’l soave sguardo
d’Alda la bella ad arder ti conduce.
Deh! benché spesso al discoprir sia tardo,
fuor l’affetto de l’alma alfin traluce;
e s’a’ guardi, al parlar non ben risponde,
più chiaro appar, quanto alfin più s’asconde».
42
Sospeso il paladin fra tanto attende
il messo ch’a Clarice avea mandato;
ma quel tornando a lui di nova offende
e profonda ferita il cor piagato.
Com’il meschin l’empia risposta intende
riman tra vivo e morto in dubbio stato:
non parla o piange e non sospira, e tolto
have ogni varco al duol ch’è dentro accolto.
43
Qual suole spesso chiuso umor fervente
in cavo rame a cui sott’arda il foco,
con rauco suon, con gorgogliar frequente
girsi sempre avanzando a poco a poco,
poi con impeto ratto e violente
versarsi, uscendo da l’angusto loco,
tal versossi in lamenti il rio dolore,
di cui non era più capace il core.
44
Accolto ne’ lamenti e ne’ sospiri
fuor esce il duolo e ’l cor si sfoga intanto;
ma quando sotto il fascio de’ martiri
potè alfin l’alma respirare alquanto,
facendo dura forza a i suoi desiri,
Rinaldo, ogni indugiar posto da canto,
solo ed armato su ’l cavallo ascese;
indi a ventura errando il camin prese.
45
Mentre d’ogni piacere ignudo e casso
camina il cavalier muto e pensoso,
giunge ove Sena il fondo ha via men basso,
e con piè corre al mar più furioso;
quivi ei raffrena il suo veloce passo
e ’l collo sgrava de lo scudo odioso;
dal collo il cavalier lo scudo tolse,
e ’n lui lo sguardo e le parole volse:
46
«O nemico crudel d’ogni mio bene,
o turbator del mio stato giocondo,
scudo infausto, infelice, ond’or mi viene
l’aspro martir ch’a nullo oggi è secondo;
tu, ch’al cor mi recasti acerbe pene,
tu quelle porta or teco insieme al fondo;
ma, lasso, tu n’andrai nel fiume or solo,
ché da me separar non puossi il duolo.
47
Vattene, e quivi omai t’ascondi altrui,
quivi ti copri, infame odiosa peste,
onde, com’io da te, crudel, già fui,
così altro amante offeso ancor non reste».
Qui tacendo diè fine a’ detti sui,
e quei seguir le man veloci e preste;
frangesi l’onda, e giù se ’n cala ratto
lo scudo al fondo dal suo peso tratto.
48
Quinci Rinaldo poi si parte e piglia
altro camin, né sa dov’ei si vada;
e mentre ch’otto volte in ciel vermiglia
l’aurora apparse, e perle di rugiada
versò da’ bei crin d’oro e da le ciglia,
errò per varia e per incerta strada.
Alfin vide il dì novo ombrosa valle
a cui guidava un piano e dritto calle.
49
Quivi era un uom d’assai strana figura
che sostegno del braccio al mento fea,
e con sembianza tenebrosa e scura
gli occhi pregni di pianto al ciel volgea:
in ogni atto di lui gravosa cura
e duol profondo impresso si vedea;
la bocca apriva, e queruli lamenti
quindi spargeva in dolorosi accenti.
50
Quanto a la valle ria più s’avvicina
il cavalier, più cresce in lui la pena,
tal ch’oppressa dal duol l’alma meschina
reggersi e respirar puote a gran pena;
ma pur senza arrestarsi egli camina
per l’ampia strada che là dritto il mena,
sin che giunto a quell’uomo, in lui mirando
sente il martir nel petto ir sormontando.
51
Giace la valle tra duo monti ascosa,
da’ quali orribil ombra in lei deriva;
l’aria ivi ’l giorno appar sì tenebrosa,
sì colma di squallor, di gaudio priva,
com’altrov’è quando alma e luminosa
fiamma i color non scopre e non ravviva;
la terra ancor di spoglie atre e funeste
la fronte e ’l tergo suo ricopre e veste.
52
Sorgon con fosche e velenose fronde
quivi piante d’ignota, orrida forma,
ed in quelle s’annida e si nasconde
di neri infausti augelli odiosa torma,
e l’un stridendo a l’altro ognor risponde
con suon ch’a luogo tal ben si conforma:
quel noioso a ferir va l’altrui core,
sì che ben par la valle del dolore.
53
Rinaldo, com’ivi entro ha posto il piede,
sente che quasi il cor per duol gli scoppia,
sì che discende dal cavallo e siede,
traendo fuor sospiri a coppia a coppia.
Dovunque volge i torbidi occhi, ei vede
cosa ch’il grav’affanno in lui raddoppia:
mai non può rimirar lunge o dappresso
ch’il duol non veggia in vera forma espresso.
54
«Lasso!» diceva «io luogo ho pur trovato
ove dorrommi ognor meco a bastanza;
ahi quanto, ahi quanto al mio penoso stato
conforme è quest’oscura orrida stanza!
Io qui vivrò, ché così vuole il fato,
lo spazio che di vita ancor m’avanza;
qui de’ corbi morrò preda infelice,
sol per amarti troppo, empia Clarice».
55
Tutto quel giorno e tutta notte ancora
spese il mesto guerriero in tai lamenti,
apparendogli innanzi ad ora ad ora
varie forme d’orrori e di spaventi;
ma quando a i rai de la vermiglia aurora
si dileguaro l’umid’ombre algenti,
un cavalier da presso armato scorse,
ch’a Baiardo la man nel freno porse,
56
dicendo: «Or meco vien, ch’è il tuo signore
pur troppo indegno di sì bon destriero,
poiché soggiace al senso ed al dolore
qual donna sì, non già qual cavaliero».
Così parlando, da la valle fuore
ratto il menò l’incognito straniero,
onde ver lui Rinaldo irato mosse,
bench’in grave dolor immerso fosse.
57
Non avrebbe però potuto mai
tenerli dietro per la valle oscura,
non potendo anco la sua vista omai
penetrar molto per quell’aria impura;
ma quel così fulgenti e chiari rai
spargea fuor de la lucid’armatura,
che n’eran l’ombre in parte scosse e rotte
ed illustrata la profonda notte.
58
Rinaldo per sentier ch’alluma e pinge
lo splendor che da l’armi ardendo uscia,
velocissimo il passo affretta e spinge,
non mai torcendo da la dritta via,
sì che dal luogo uscio ch’intorno cinge
e sovrammanta nube oscura e ria;
ed in questa sentì de l’aspra salma
discarca alquanto sollevarsi l’alma.
59
Fermossi allor quell’uom di luce adorno
che così presto a lui volgea le spalle,
e disse: «Il destrier togli, e più ritorno
non far ne la dogliosa infausta valle;
vanne a man destra, ch’a miglior soggiorno
tosto ti condurrà quest’erto calle».
Indi per quello stesso a gir si pose,
sì che ratto a sua vista ei si nascose.
60
Per lo sentier Rinaldo i passi move
ch’avea tenuto il cavalier estrano,
e ’l vede ognor più di bellezze nove
vago ed adorno, e più facile e piano;
speme ed ardir fra tanto infonde e piove
ne lo suo cor benigna ignota mano.
Giunse a la fine a piè d’un picciol colle,
ch’il verdeggiante capo all’aura estolle.
61
Da quel scendea con piè distorto e lento
lucido e cheto rio tra l’erbe e i fiori,
ed ogni occhio rendea lieto e contento
con le bellezze sue, co’ suoi tesori;
d’oro l’arene, i pesci avea d’argento,
le sponde adorne de’ più bei colori,
e col soave suon de’ suoi cristalli
parea ch’altri invitasse a dolci balli.
62
Rinaldo a l’alto, ov’il piacer l’alletta,
il passo indrizza, dal desir sospinto,
e vede il suol di viva e fresca erbetta
colmo e di fiori poi sparso e distinto;
oltra ciò da vaghissima selvetta
intorno intorno coronato e cinto.
Sì verde è l’erba e sì la selva è verde
ch’ogni color vi si smarisce e perde.
63
L’aria d’almo candor quivi si veste,
raccesa già da’ lieti rai novelli,
ed or su quelle frondi ed or su queste
forman dolce armonia dipinti augelli,
sì che rapito dal cantar celeste
oblia Rinaldo i pensieri egri e felli,
e la speme e l’ardire ognor ravviva
grazia che largamente in lui deriva.
64
Mentre di sì gioconda e sì gradita
vista cibava gli occhi il cavaliero,
e quindi egli porgeva a l’alma aita
e rischiarava il torbido pensiero,
donna vi scorse che se ’n gìa vestita
di verde, e sovra ’l colle aveva impero:
tien quella i lumi e ’l volto al ciel supino,
quasi attenda di là favor divino.
65
È serena, ridente e lieta in vista,
e nel tacere espresse ha le parole;
mostrano alta baldanza a speme mista
gli occhi ch’apron lucenti un novo sole;
ed indi fugge ogni cura egra e trista,
come da Febo ancor la nebbia suole.
Rinaldo, in lei mirando, al cor profondo
manda per larga via piacer giocondo.
66
Ei fa varii pensieri, e già gli sembra
d’aver Clarice in suo poter ridutto,
e già ne le leggiadre amate membra
raccor di sua fatica il caro frutto;
e se pur tra sé volge e si rimembra
il colei sdegno, a lui cagion di lutto,
contempra in parte la presente noia
con la futura imaginata gioia.
67
Poi ch’appagati ha gli occhi, egli non meno
la fame appaga, e ’l corpo ciba e pasce
di quel che dal fecondo almo terreno
sovra i vaghi arboscei produtto nasce;
e del dolce ruscel gustando a pieno
fa che l’arida sete in tutto il lasce.
L’orecchie a lui percosse intanto sono
da strepitoso d’arme orribil suono.
68
Affamato leon, che l’unghie e i denti
insanguinato già più dì non s’abbia,
s’ode il muggito de’ cornuti armenti,
desta nel fero cuor desire e rabbia;
fiamma riversa da’ torvi occhi ardenti,
fumo dal naso e spuma da le labbia,
batte la coda e ’l folto crin rabbuffa,
e lieto corre a sanguinosa zuffa;
69
così al fero rimbombo appar focoso
Rinaldo in volto, e ’l cor move e raccende,
ch’avido di pugnar, l’ozio e ’l riposo
già lungo troppo a noia e sdegno prende.
Senza punto tardar, su ’l poderoso
destrier saltando leggiermente ascende,
e là donde quel suon a lui ne viene,
volge il cavallo e dritto il corso tiene.
70
Vide, disceso al basso, ad aspra guerra
star un sol cavalier con molti armati,
ch’otto di lor n’avea già posti a terra,
altri del tutto morti, altri piagati.
Ahi, come destro ei si rinchiude e serra
sotto lo scudo a i color colpi irati!
come possente poi, come feroce
fulmina orribilmente il ferro atroce!
71
Or tutt’alzato sovra un gran fendente
disnoda il braccio con destrezza e possa;
di punta or vibra il brando suo tagliente,
e col corpo accompagna la percossa.
Rinaldo in lui stupisce, e l’alma sente
da novo amor verso ’l guerrier commossa,
ché la virtù non sol ne’ fidi amici,
ma s’ama ne gli ignoti e ne’ nemici.
72
Disponsi alfine e con gran cor s’accinge
a dare al franco cavalier soccorso;
co’ gli sproni Baiardo al fianco stringe,
ed a l’impeto suo rallenta il morso;
quel, come stral cui curvo acciar sospinge,
move il piè ratto a furioso corso,
e tra’ nemici va con quel furore
che tra’ minori augei rapace astore.
73
Rinaldo il ferro sin al mento pose
tra lo spazio che parte ambe le ciglia
al primo, ed al secondo il ferro ascose
nel ventre, là dov’il nutrir s’appiglia:
caggiono ambo color qual piante annose,
e fan la terra nel cader vermiglia.
Non qui Rinaldo la sua furia affrena,
ma passa inanzi e costor guarda a pena.
74
Era quivi fra gli altri un giovanetto
che di peli disgombra avea la guancia.
Questi, vedendo che dannoso effetto
fea ne’ compagni il cavalier di Francia,
di generoso sdegno armato il petto
sopra gli va con l’arrestata lancia,
e con immenso ardir lo preme e ’ncalza,
e ’l fiere a punto ov’il cimier s’inalza.
75
Rompe la lancia, e non trapassa il duro
ferro ch’asconde l’onorata testa;
pur sotto l’elmo il paladin securo
sente il furor de la percossa infesta,
onde con fero cor, con volto oscuro,
con mano a la vendetta ardita e presta,
spinge una punta, e poi segue la spada
col corpo, onde più forte a ferir vada.
76
Giunge a lo scudo e ’l rompe, e pur coperto
è sette volte da villoso tergo;
rompe non men, ben ch’egli sia conserto
di spesse ferree lame, il forte usbergo.
È dal ferro crudele il petto aperto,
e quel si mostra sanguinoso a tergo;
cade il garzon su la ferita, e afferra
co’ denti e morde l’inimica terra.
77
Forma fra tanto pur queste parole
confuse, in suon di rabbia e di dolore:
«Socorri, o padre, a l’unica tua prole,
ch’io moro, oimè! de gli anni miei nel fiore».
Così detto finì, qual lume suole
cui manchi in tutto il notritivo umore;
ma si rivolse al suon di quella voce
un cavaliero in vista aspro e feroce.
78
Questi, vedendo il figlio al pian sospinto
morir, rabbioso a vendicarlo mosse,
ch’ancor che gli anni abbian domato e vinto
sua robustezza e le corporee posse,
l’ardir però del cor feroce estinto
non era in lui, ch’altier più che mai fosse
adopra l’armi, e fera ardente voglia
di sanguinoso Marte ognor l’invoglia.
79
Ma qual gran foco e senza forze acceso
in secca paglia invan s’infuria al vento,
perché nel colmo al suo furor conteso
è ’l gir più inanzi, e manca il nutrimento,
tale ei s’infuria invan, di rabbia acceso,
non send’egual la forza a l’ardimento;
e nel collo aspramente alfin trafitto,
al termine giunse a lui dal ciel prescritto.
80
Il paladin fra gli altri il destrier caccia
e rota in giro il suo fulmineo brando:
a chi parte la spalla, a chi la faccia,
altri manda disteso a terra urtando;
man, teste, busti e sanguinose braccia
veggionsi andar per l’aria intorno errando;
né men si mostra il suo compagno forte,
ch’altrui piaga, stordisce e pone a morte.
81
Già l’inimico stuol tutto si dona
in preda, e n’ha cagione, al vil timore;
e con l’ardir la speme anco abbandona,
e cede a forza al fero ostil furore.
Ciascun di quei guerrier veloce sprona
con timorosa fuga il corridore;
ma i franchi vincitor, fermati insieme,
non degnan di seguir chi fugge e teme.
82
Allor nel paladin le luci intende
l’estran, colmo di nobil meraviglia,
e fissamente a ricercar lo prende
dal capo al piè con inarcate ciglia,
tal ch’alfine il conosce, e lieto stende
l’amiche braccia e lui nel collo piglia,
dicendo: «Or chi potea salvarmi in vita,
se non chi sempre il giusto e ’l dritto aita?
83
O fratello, o signore, o fido, o caro
amico, o prim’onor del secol nostro,
vedete qui chi di se stesso a paro
v’ama, vedete qui Florindo vostro;
or nulla più mi fia grave ed amaro,
poiché benigno cielo a me v’ha mostro,
ché per voi giusta cura, alto sospetto
continuamente mi premeva il petto».
84
Rimane a quel parlar l’altro guerriero
qual chi per tema e per stupor s’adombra,
né certo è ben se quel sia vivo e vero
corpo, o pur de le membra ignuda l’ombra;
ma pur a mille segni il van pensiero
e ’l folle dubbio alfin dal petto sgombra,
e ’n lui manca il sospetto e ’l gaudio poggia,
e cresce ognor qual rio per larga pioggia.
85
Rinaldo, con quel volto e con que’ detti
con cui s’accoglion le più care cose,
lieto l’accolse, e de’ suo’interni affetti
e nel volto e nel dir nulla gli ascose.
Poi che con mille esteriori effetti
ciascun di loro il suo piacere espose,
chiede a l’altro Rinaldo in qual maniera
dal tempestoso mar salvato s’era.
86
Cominciò quelli: «Io mi credei sovente
d’esser da l’onde rapide inghiottito,
poi ch’al furor del flutto violente
e dal legno e da voi fui dipartito;
pur, come volse il fato, ultimamente
a gran pena arrivai notando al lito,
ma tanto avea bevuto, e così lasso
mi ritrovai che non potei far passo.
87
Io giacea fuor de’ sensi, e la mia vita
già correva al suo fin senza ritegno,
s’in sorte così ria, benigna aita
porta non m’era dal celeste regno;
ma quel che mosso da pietà infinita
discese in terra a trionfar su ’l Legno,
fece ch’un cavaliere quindi passasse,
ch’a la morte vicina mi sottrasse.
88
Era costui del chiaro sangue altero
de gli antichi Corneli in Roma nato,
famoso in arme, errante cavaliero,
che Scipion l’ardito era nomato;
e di sette città libero impero
nel Lazio avea con titol di ducato.
Questi m’accolse e mi condusse via
in una sua città chiamata Ostia.
89
A medici d’illustre esperienza
de la salute mia diede il governo,
né lasciò offizio alcun di diligenza,
come il moveva ascoso affetto interno;
ma mentre me, che giaceva egro e senza
vigor, conforta con amor paterno,
da quella parte ov’ha ’l suo albergo il core,
mi vide un segno che rassembra un fiore.
90
Da la pelle il segnal rosso traspare,
come da vetro un fior d’orto vermiglio,
il che forse al signor fe’ rimembrare
d’un ch’avea già perduto unico figlio:
onde dal sommo a l’imo a riguardare
mi cominciò con fisso immobil ciglio,
pensando ch’esser forse io quel potea
cui già bambino egli perduto avea.
91
Ed era tal credenza in lui più forte
per quel che già gli disse un indovino,
che trovarebbe il figlio in dura sorte
ed a l’estremo d’ogni mal vicino,
e che tolto da lui fora a la morte
e sottratto al furor di reo destino.
Tra sé volgendo ciò, rivolte e fisse
in me le luci, alfin così mi disse:
92
“Signor, vorrei saper, se pur scortese
mia richiesta od ingrata a voi non fia,
il nome e ’l sangue vostro, e qual paese
è la vera di voi patria natia”.
Io tosto a quel parlar gli fei palese
che Numanzia tenea per patria mia,
e che, forse dal fior ch’avea nel petto,
venni nel mio natal Florindo detto.
93
Gli dissi ancor ch’a pien non era instrutto
qual genitor m’avesse al mondo dato;
e seguendo oltra poi, gli narrai tutto
ciò ch’a me l’idol prima avea narrato.
Allor quel non ritenne il volto asciutto,
né ritenne il color del volto usato,
e non frenò le voci; e con le braccia
mi cinse e strinse, e giunse faccia a faccia.
94
Mi disse poi com’era io suo figliolo,
ch’essendo già bambin gli fui rapito
da un grosso di corsari armato stuolo,
ch’a l’improviso dismontar su ’l lito:
onde mia madre se ’n morì di duolo,
ed egli ne rimase egro e smarrito;
nel tempo istesso ancora io seppi come
Florindo non, ma Lelio era ’l mio nome.
95
Io dal conforto allor paterno e saggio,
anzi pur dal voler di Dio sospinto,
ed illustrato dal divino raggio
ch’aprì le nubi ond’era involto e cinto,
disposi adorar lui, che chiaro saggio
del su’ amore dienne, onde Pluton fu vinto;
così asperso di sacra e lucid’onda
fui, che lava le membra e l’alma monda».
96
Qui si tacque il romano; indi seguio
ch’egli congiedo avea dal padre tolto,
spronato, lasso! dal crudel desio
di riveder il vago amato volto,
e per tentar se mai potesse il rio
sdegno ch’avea contr’esso Olinda accolto,
sgombrar dal duro ed agghiacciato core
con servitù, con fede e con amore.
97
Gli disse ancor ch’a l’apparir del giorno,
senza cagione, il che gli parve strano,
tutti gli fur que’ cavalieri intorno,
e l’assaltar con impeto villano
per farli a lor potere oltraggio e scorno;
onde Rinaldo, ad un che steso al piano
giacea, ne chiese la cagione, e poi
chi si fosse egli, chi quell’altri suoi.

CANTO DODICESIMO

1
Quegli, il parlar del paladino inteso,
non dimostrassi a l’ubbedir ritroso,
ma da terra levando il capo offeso,
ch’era di sangue caldo e rugiadoso,
su la destra appoggiò l’infermo peso,
e con l’altra il sanguigno e polveroso
volto fe’ mondo; indi la voce e ’l guardo
debil rivolse al cavalier gagliardo:
2
«Signor, convien che d’alto al mio sermone
principio dia per sodisfarvi in tutto.
Il gran Mambrin, ch’a l’Asia legge impone,
or sospinto d’amor s’è qui condutto,
e seco ha mille legni e di persone
stuol grosso e forte, ad ogni pugna instrutto,
per far poi di Clarice intero acquisto,
ch’acceso n’è, né ’l volto ancor n’ha visto.
3
Oltra di ciò, di vendicarsi brama
contra un guerriero, il qual Rinaldo è detto,
perché gli tolse in mare una sua dama,
lo stuol forzando a la sua guarda eletto;
e poi tre suoi fratei d’illustre fama
gli uccise ancor con inimico affetto.
Già son più dì che ’l re da’ legni scese
e ’l più vicino porto a forza prese.
4
E con molti de’ suoi scorse nascoso
sin a Parigi, e tal fu sua ventura
che Clarice trovò ch’in dilettoso
prato godeasi l’ombra e la verdura.
Quivi ardì di rapirla, a chi foss’oso
di contradir dando morte aspra e dura;
ed or al maggior passo egli camina,
ver l’armata ch’è quinci assai vicina.
5
Ma, passando di qua, questo guerriero
vide, che fea di sé superba mostra,
e impose a noi che tosto ei prigioniero
fosse condutto in fra la gente nostra;
ma troppo forte fu, troppo fu fiero,
e troppo a tempo l’alta aita vostra».
Così disse il ferito, e poi si tacque,
e qual prima disteso in terra giacque.
6
Si sente il petto a quel parlar trafitto
Rinaldo, e per dolor fremendo geme;
s’accoglie il sangue intorno il core afflitto,
e fredde lascia l’altre parti estreme:
par quasi omai ch’ei non si regga dritto,
e così avien ch’ogni suo membro treme,
come suol tremolar l’onda talora
cui lieve increspi molle e placid’ora.
7
Poi, rosso il volto e torbido il sembiante,
con fero, irato e minaccievol guardo,
e spesso nel girar sì fiammeggiante
che di Giove parea l’acceso dardo,
chiede aita a Florindo, e ne l’istante
medesmo verso ’l mar sprona Baiardo,
e l’indirizza al più vicino porto
per lo sentier ch’è più spedito e corto.
8
Non così in terra, in mar o ’n ciel giamai
cervo, delfino o partica saetta
corse, notò, volò ratto, ch’assai
non sia maggior de’ cavalier la fretta:
già per gran spazio è dilungata omai
dal luogo onde partì la coppia eletta,
ma pare al lor desir pur troppo lento
ogni destrier, benché rassembri un vento.
9
Tu sospesi per l’aria ir gli diresti
or chini e bassi, or alti e ’n su drizzati,
né dimora, né requie in lor vedresti,
né pur i calli da i lor piè segnati;
fuman le membra sotto i colpi infesti
che da gli sproni ognor son raddoppiati;
i petti di sudor, di spuma i freni,
d’arena i piedi son aspersi e pieni.
10
Non sasso o sterpo o discosceso dorso
d’orrido monte o larga e cupa fossa
trovan che porre a tanta furia il morso
ed arrestarli in lor viaggio possa;
lor tronca alfin l’impetuoso corso
un gran torrente, che con grave scossa
l’antico ponte avea pur dianzi rotto,
togliendo ogni sostegno a lui di sotto.
11
Non sa che farsi allor l’amante ardito,
ch’esporsi a rischio tal non fora ardire,
ma privo di ragion folle appetito
e di morte certissima desire;
pur quando alfin gli manchi ogni partito,
vol, che lasciar l’impresa, anzi morire;
tutto si scuote e gli occhi intorno volve,
né ben nel dubbio caso ei si risolve.
12
Venire in questa, onde deriva l’onda,
un guerrier vede sovr’un gran battello,
che sì veloce gìa per la seconda
acqua come per l’aria alato augello.
Rinaldo che ’l tragitti a l’altra sponda
con dolce modo umil supplica quello,
che ’l cavalier gli sembra a l’armatura
che già lo trasse da la valle oscura.
13
Colui non udir finge, e tuttavia
de l’ondoso sentier gran spazio avanza,
tal ch’al baron di quel che più desia
quasi manca del tutto ogni speranza;
pur i preghi rinforza or più che pria,
e cerca di piegarlo a sua possanza
con offerte e promesse, ond’in lui fisse
gli occhi alfin lo straniero, e così disse:
14
«Signor, se pur è ver che sì bramiate
solcar sovra ’l mio legno esto torrente,
convien ch’un dono or mi promettiate,
con fe’ di poi servarlo interamente».
«Ogni cosa farò se mi varcate
di là», rispose l’altro impaziente.
Quelli a la riva appressa allor la barca,
e di peso novel la rende carca.
15
Come furon di là, l’estran guerriero,
volto a Rinaldo, a lui così ragiona:
«Signor, con voi di venir cheggio al fiero
certame ov’ora il gran desio vi sprona;
e perché il dono io ne riporti intiero,
convien ch’altra armatura e via più buona,
ch’io vi serbo ha più dì su quell’abete,
vestiate, e questa qui lasciar potrete».
16
Stupito il paladin drizza la vista
u’ la verde armatura era sospesa,
e vede lei, con doppia aurata lista,
lucida lampeggiar qual fiamma accesa;
né men forte gli par che bella in vista,
e qual conviensi a così dubbia impresa;
onde lieto se n’arma e la dispende,
e grazie a lo straniero alte ne rende.
17
Quelli a Florindo un destrier dona intanto
c’ha vergate le gambe a carbon spento,
simil la coda e i crini estremi, e ’l manto
mischio con poco nero a molto argento;
che sbuffa, ed or a questo, ora a quel canto
si volge, e par ch’al corso inviti il vento.
Gli sprona il fianco allor, gli batte il dorso
il buon Florindo, e gli rallenta il morso.
18
L’istesso ancora i suoi compagni fero,
e così insieme al maggior corso andaro.
Poi che ’l mondo vestì l’orrido e nero
manto, e l’altro spogliò candido e chiaro,
posa a l’alma od al corpo essi non diero,
anzi il viaggio lor pur seguitaro
al raggio algente de la bianca luna,
ch’intorno si scotea la notte bruna.
19
A lo scoprir del sol scopriro anch’essi
l’avversa schiera a lor non molto lunge.
Rinaldo allor, con radoppiati e spessi
colpi, così ne’ fianchi il destrier punge
che passa gli altri, e pria ch’alcun s’appressi
ei tra’ nemici impetuoso giunge,
e scorge in mezzo a lor Clarice bella,
ch’egra e smarrita non si regge in sella.
20
Fu da pietate ed ira insieme ei vinto;
pur la pietate a l’ira allor diè loco,
onde, il sembiante di furor dipinto,
vibrò da gli occhi strai di tosco e foco,
e, tra’ nemici il corridor sospinto,
diè principio di Marte al crudo gioco.
Bene infelice è chi primier s’oppone
al gran furor del gran figliol d’Amone!
21
Musa, or narrami i duci onde Mambrino
cinto n’andava largamente intorno,
de’ quai fur molti allor dal paladino
mandati con Plutone a far soggiorno;
dimmi l’imprese ancor ch’al saracino
scielto drappel rendean l’abito adorno;
perché la lunga età n’involve e copre
non pur l’insegne omai, ma i nomi e l’opre.
22
In vermiglio color portava tinta
l’incantata armatura il re famoso,
e la superba testa intorno cinta
tenea di fregio imperial pomposo;
ne lo scudo l’impresa avea dipinta:
un gran leon ferito e sanguinoso
che la piaga mirava, e v’era scritto:
«Io non perdono, e so chi m’ha trafitto».
23
Qual sanguigna cometa a i crini ardenti,
o Sirio appar di sdegno acceso in vista,
che, con orrida luce e con nocenti
raggi nascendo, il mondo ange e contrista,
e sin dal ciel minaccia l’egre genti
morbi ed a grave ardor ria sete mista:
tal, d’aspri mali annunzio, egli risplende
con squalido splendor ne l’armi orrende.
24
Gli va da la man destra il destro Olante,
che di Francardo fu german secondo;
ed avea forma o forza di gigante,
ma vago aspetto e crin aurato e biondo;
colui che porse aita al magno Atlante
quando cangiò la spalla al grave pondo
e resse il ciel che lui regger dovea,
per impresa ne l’arme impresso avea.
25
Da l’altro lato va ’l superbo Alcastro,
nato ov’il Nilo impingua il verde Egitto,
nel cui natale in ciel regnava ogn’astro
che torce l’uom dal camin buono e dritto;
porta un villan che con la zappa e ’l rastro
frange le glebe e si procaccia il vitto.
L’impresa è poi del suo compagno Olpestro,
congiunto ad una nimfa un dio silvestro.
26
V’è il signor de gli Assiri, il cauto Altorre,
accerbo d’anni e di pensier maturo;
una destrutta e fulminata torre
ha ne lo scudo in campo verde oscuro.
Porta un fanciul, che fra le mani accorre
gli atomi tenta, il re de i Siri Arturo;
quel di Cilicia, da fier disco estinto
sovr’un letto di fiori il bel Giacinto.
27
Atteone il formoso, ond’un più bello
non forse allor la terra in sen nudria,
se non che ferro, di pietà rubello,
tagliolli un piè, del quale or zoppo ei gia;
pinto avea di Giunon l’adorno augello,
che nel guardarsi i piè mesto apparia;
e v’era un motto che ’l suo grave duolo
accennava, dicendo: «In questo solo».
28
Siegue il saggio Orimeno, a cui son noti
de la madre natura i gran secreti:
antivedea colui gli effetti e i moti
de le sfere celesti e de’ pianeti,
le pioggie, i tuoni e lo spirar de’ Noti,
e quando il mar si turbi o pur s’acqueti;
antivide sua morte, e de l’istessa
la vera forma avea ne l’arme impressa.
29
Va seco il re di Lidia, e porta un lauro
ch’al suol sparge di fronde un ricco nembo;
lo scudo orna al fratel la pioggia d’auro
ch’accolse Danae simplicetta in grembo.
Rosso ha lo scudo il fier gigante Oldauro
senza pittura, e sol d’argento ha il lembo;
e le tre dive ignude il forte Almeno,
che regge altier de’ Cappadoci il freno.
30
Se ’n va presso costor l’empio Odrimarte,
cui sol legge era il suo volere istesso,
che ’l vero e i falsi divi a parte a parte
in odio aveva ed in dispregio espresso;
porta egli sé dipinto, e ’l fiero Marte
incatenato e da’ suoi piedi oppresso.
L’accompagnan Corin, Pirro ed Aiace,
a i quali orna lo scudo un’aurea face.
31
Né tu da questi vai molto lontano,
o Floridor, cui la novella sposa
col pianto indarno e col pregare umano
tentò ritener seco in dolce posa:
ché lei lassata, ch’aspettando invano
mena fredda le notti e i dì pensosa,
armato spieghi in verde campo il fiore
che col pianto formò la dea d’amore.
32
Vengon teco anco Almeto ed Odrismonte,
che portan Cinzia ed Atteon scolpiti:
ambo germani, ambo di forze conte,
ambo d’aurato acciar cinti e guerniti.
Vi viene il re de’ Parti, il fier Corsonte,
e scopre tre spinosi arbor fioriti;
Eriman lo sdegnoso, Altin lo scempio,
mostran di Vesta impresso il sacro tempio.
33
Sovra un destrier via più che neve bianco
di candid’arme altier ne va Filarco:
non impugn’asta e non ha spada al fianco
questi, ma porta ben la mazza e l’arco;
è la su’ impresa un uom da gli anni stanco,
di crespe rughe il volto ingombro e carco.
Niso, Alcasto, Orion, Breusso e Taumante,
cinque germani, han per impresa Atlante.
34
Al gigante Lurcon lo scudo indora
in campo azuro uno stellato cielo;
al re di Caria, Arimadan, l’infiora
una rosa che s’apre in verde stelo;
ne lo scudo d’Aldriso appar l’Aurora
che sparge i fiori e ’n perle accolto il gielo;
di Damasco il signor mostra dipinto
il vago Adon da l’empia fera estinto.
35
Olindo e Floraman, nati ad un parto,
d’un valor, d’un parlar, d’un volto stesso,
hanno un prato di fior varii consparto
in cui giace dal vin Sileno oppresso.
Il signor d’Antiochia, il mesto Alarto,
porta tronco nel mezzo un gran cipresso,
cui con più nodi un motto tal s’attiene:
«Secco per mai non rinverdir mia spene».
36
Tra questi e tra molt’altri, onde corona
larga fatta era intorno al re gagliardo,
arrestando il troncon Rinaldo sprona
con furioso assalto il suo Baiardo.
Fuggi, Odrimarte, che ’l tuo giorno a nona
si chiuderà, sì nel fuggir sei tardo:
ecco che te, cui d’ogni dio più forte
credevi, ora un solo uom conduce a morte.
37
Sanguigna trae da la sanguigna fronte
il forte vincitor l’intera lancia,
e Lurcon percotendo, un largo fonte
uscir gli fa da la piagata guancia;
là dove corron Stige ed Acheronte
e ’l severo Minòs l’alme bilancia,
fuggì l’altero spirto, e fe’ fuggire
a molti allora il lor soverchio ardire.
38
Passa sdegnoso il cavaliero, e senza
vita abbandona questi e senza onore;
poi trova i duo fratei, ch’in apparenza
indifferenti (ahi, con che dolce errore!)
spesso i padri ingannar; ma differenza
dura troppo or vi fa l’ostil furore,
che scema Floridan d’ambe le braccia,
e per mezzo a Olindo apre la faccia.
39
Contra Rinaldo allor si move Aldriso,
non men ch’irato il cor, sdegnoso il ciglio;
morta la madre, uscìo dal ventre inciso
questi, e picciol schivar l’aspro periglio
poteo del ferro onde già grande ucciso
poi fu, né gli giovò forza o consiglio;
né tu men gli giovasti, o biondo Apollo,
cui da bambino il genitor sacrollo.
40
Rinaldo poi con cinque aspre ferite
que’ cinque frati un dopo l’altro uccise,
le cui speranze alfin lasciò schernite
Fortuna, che lor destra un tempo arrise;
l’alme, nel corpo già tra lor sì unite,
né disciolte da quel restar divise,
perché Pluton tutte albergolle insieme
nel cerchio ov’i superbi aggrava e preme.
41
Mentre, come villan che ’n verde prato
stenda l’adunca falce in largo giro,
ruota Rinaldo intorno il brando irato,
dando sempre a i pagani aspro martiro,
i due compagni suoi da l’altro lato
il nemico drappel feri assaliro,
come due tigri cui digiuno e rabbia
spingan fra’ tori a insanguinar le labbia.
42
E ben lo san color che d’aurea face
portano il campo de lo scudo adorno:
de’ quali un già vil busto in terra giace,
privo del lume del sereno giorno;
l’altro, trafitto il cor, si more e tace,
pensando al suo natio dolce soggiorno
ed a l’amata moglie, omai vicina
a le prime fatiche di Lucina.
43
Restava il terzo ancor, quand’il romano
eroe ne’ danni suoi la spada strinse.
Miser! la forza e lo schermirsi è vano
contra colui ch’in ogni impresa vinse.
Già la rapace Morte alza la mano,
e ’l manto squarcia onde natura il cinse;
l’alma, qual lieve fumo o poca polve,
nel puro aer si mischia e si dissolve.
44
Atteon, che quel colpo orribil scorse,
aggiacciò di stupor, d’ira s’accese,
e verso ’l buon Florindo il destrier torse
con fere voglie a darli morte intese;
ma pria parole a lui che colpi porse,
e ’n questa guisa ad oltraggiar lo prese:
«Credi forse irne impune? Ahi che s’aspetta
a te gran pena, al morto aspra vendetta!
45
Tu qui morrai su questi incolti piani,
né rendrai gli occhi anzi il morir contenti,
né chiuderanti con pietose mani
quei, già cassi di luce, i tuoi parenti;
ma preda rimarrai di lupi e cani,
esposto a l’onde, a le tempeste, a i venti».
Così detto, il destrier spronando punse,
e d’un gran colpo a mezzo scudo il giunse.
46
L’empio ferro crudel rompe il ferrigno
scudo e col duro usbergo il molle petto;
Lelio, che quindi uscir vede il sanguigno
umor, macchiando il ferro terso e netto,
d’ira infiammato e di furor maligno
percosse e franse l’inimico elmetto,
e ’n sino al naso penetrò la spada,
onde convien che quel morendo cada.
47
Il leggiadro garzone in terra langue,
pallido il volto e nubiloso il ciglio,
e da la fronte un ruscellin di sangue,
versa qual ostro lucido e vermiglio;
ma bench’egli sia già freddo ed esangue
e provi omai di morte il crudo artiglio,
è però tal che puote a un solo sguardo
ferire ogn’alma d’amoroso dardo.
48
Molti piagati e molti estinti avea
in questo mezzo il paladin feroce,
ed egli illeso ancor se ’n rimanea,
ch’a l’arme sue non taglio o punta noce,
ma pisto il corpo omai pur si dolea;
non perciò appar men destro e men feroce,
anzi gagliardo i suoi nemici offende,
e da lor si schermisce e si difende.
49
Mambrino allor, che quasi a sdegno avendo
di trar la spada per sì vil impresa,
l’empie brame di sangue entro premendo,
fermo stava a mirar l’aspra contesa,
si trasse avanti in fier sembiante orrendo
che minacciava altrui mortale offesa,
e ’l folgorante sguardo a i suoi rivolse.
Indi in grave parlar la lingua sciolse:
50
«Traggassi ognuno indietro, a me s’aspetta
l’impresa, a me voi vendicar conviene,
a me domar costui, ch’in sì gran fretta
ad incontrar la morte audace viene;
voi, gente infame, vil turba negletta,
la qual io… ma tempo è che l’ira affrene,
anzi pur che la volga e sfoghi altrove:
state in disparte a rimirar mie prove».
51
Al superbo parlar del fier Mambrino
alcun non è ch’ad ubbedir ritardi:
fassi gran piazza intorno, e ’l saracino
volge a Rinaldo i detti alteri e i guardi:
«Deh! perché teco non son or, meschino,
Carlo, e di Carlo i paladin gagliardi,
e quanta gente nutre Italia e Francia,
a provare il furor de la mia lancia?
52
I tuoi compagni almen de la tua sorte
fian testimonii, e non potranno aitarti;
tu giacendo vedrai vicino a morte
da la vittrice man l’arme spogliarti».
Rinaldo a quello: «Io qui morrò qual forte,
s’è fisso in ciel, né tu pria dei vantarti;
o pur, ucciso te, che Giove il voglia,
altier n’andrò de l’acquistata spoglia».
53
Mentre egli ancor così gli parla, arresta
il re superbo la massiccia antenna,
e, spronando il corsier, sovra la testa
di voler correr il paladino accenna;
ma si sottragge a la percossa infesta
Baiardo, lieve più ch’al vento penna.
Rinaldo, nel passar presso la mano,
tronca l’asta d’un colpo al fier pagano.
54
Indi, ogni suo vigore in un raccolto,
dechina il braccio e maggior colpo tira,
e lo percuote a punto a mezzo il volto
là ’ve per stretta via si vede e spira.
L’elmo, che dov’Encelado è sepolto
temprò Vulcan, resse del brando a l’ira;
ma china a forza il capo il re feroce,
per ira e duol stridendo in aspra voce.
55
Né sì di rabbia il tauro ardendo mugge,
né sì percosso il mar da’ venti geme,
né sì ferito a morte il leon rugge,
né sì sdegnato il ciel tonando freme.
A l’orribil gridar s’asconde e fugge
ogni animal, non pur ne dubbia e teme;
si rinselvan le fere a stuolo a stuolo,
e rivolgon gli augelli indietro il volo.
56
L’irato re, ch’a vendicarsi intende,
raggira il ferro in fiammeggiante ruota:
l’aria si rompe ed alto suon ne rende,
quasi di Giove il folgor la percuota;
quando dal braccio il colpo orribil scende,
par ch’intorno il terren tutto si scuota,
com’avien se i vapor secchi e rivolti
in venti, stanno a forza entro sepolti.
57
Ma ’l cauto paladin, che scorge aperto
lo sdegno ostile e ’l fier rabbioso affetto,
qual cavaliero in tai battaglie esperto,
indi per sé n’attende utile effetto;
e ne l’armi si tien chiuso e coperto,
ed in se stesso sta raccolto e stretto,
facendo or con lo scudo or con la spada,
che la percossa avversa indarno vada.
58
Talvolta ancor con lieve e destro salto
il veloce destrier tragge in disparte,
e così van l’impetuoso assalto
rende non men de l’inimico Marte:
poi, vibrando la spada or basso or alto,
sì lo schermirsi col ferir comparte
che n’è ’l gigante in molte parti offeso,
ed egli ancor sen va salvo ed illeso.
59
Chi visto ha mai ne l’africane arene,
quando il leon l’alto elefante assale,
com’egli destro ad affrontar lo viene,
come de l’arte e del saltar si vale,
ché mai fermo in un luogo il passo tiene,
ma gira sempre, e par ch’al fianco aggia ale,
Mambrino a questo, e ’l gran Rinaldo a quello
potria rassomigliar nel fier duello.
60
Tra mille colpi alfin colse il gigante
pur una volta il paladino in fronte,
mentre spingendo il corridore avante
quel ne venia per fargli oltraggio ed onte;
quasi allor giacque da l’acciar pesante
oppresso, qual Tifeo dal vasto monte;
e, com’il mondo oscura notte adombre,
a gli occhi gli apparir tenebre ed ombre.
61
Ma le membra il vigor, gli occhi la vista
racquistar tosto, e ’l cor l’usato ardire.
Di sì rio caso il cavalier s’attrista,
ed apre il petto a novi sdegni, ad ire,
e tanto più che n’ha Clarice vista
gli occhi oscurar, le guancie impallidire;
onde fiere il pagan con tanta possa
che se no ’l ferro, il duol ben giunge a l’ossa.
62
Temendo a sé rio scorno, a lui ria morte,
mira Clarice il suo gradito amore,
e come varia del pugnar la sorte,
varia ella il viso e varia stato al core:
or con le guancie appar pallide e smorte,
or di roseo le sparge e bel colore;
tal, quando il giel dà loco a primavera,
l’aria fassi nel marzo or chiara or nera.
63
Intanto di lor forze orrendo saggio
fanno i due cavalier ch’a fronte sono;
le spade nel girar sembrano un raggio
che scorra il ciel con strepitoso tuono.
Non è sempre l’istesso il lor viaggio,
né sempre fanno ancor l’istesso suono,
perché, sì come or punta or taglio n’esce,
diverso il suono e ’l lor camin riesce.
64
Caggion su l’ampie fronti e su le cave
tempie l’aspre percosse a mille a mille;
non quando l’aria più di pioggia è grave
versa Giunon sì spesse acquose stille.
L’armi, s’avien che lor gran colpo aggrave,
spargon di fuoco al ciel vive faville,
ed a’ brandi la via darebbon sempre,
s’elle non fosser d’incantate tempre.
65
Ecco il fiero Mambrin, che folgorando
tutto ne gli occhi di furore ardente,
alto si leva e in alto leva il brando,
ed in giù poi n’avalla un gran fendente;
ma non l’aspetta il paladin che, quando
calar lo scorge e sibilar lo sente,
tira tosto da canto il buon destriero,
e van rende del reo l’empio pensiero.
66
Il grave colpo, ch’è commesso al vento,
tira il guerrier col suo gran peso a basso;
sovra ’l ferrato arcion Mambrino il mento
batte, e la spada sovr’un duro sasso.
Non è Rinaldo ad oltraggiarlo lento,
ma con tal forza il fiede e tal fracasso,
e sì raddoppia ognor l’aspre percosse,
ch’alfin de’ sensi e di vigor lo scosse.
67
Rassembra il paladin che, preso il ferro
ad ambe man, raddoppia i colpi in fretta,
forte villan che ’l noderoso cerro
brami tagliar con la pesante accetta.
Pur tra sé disse alfin: «Vaneggio ed erro,
s’io credo penetrar la tempra eletta:
tronchinsi i lacci a l’elmo, il capo al busto,
mentre è stordito il saracin robusto».
68
E ben avrebbe, il suo desir a riva
guidando, il fier gigante a morte posto,
ma vide il grosso stuol che ne veniva
a vendicar il suo signor disposto;
onde l’ira temprò ch’in lui bolliva,
ed a miglior pensier s’appresse tosto;
ché ne l’immenso ardir che ’n lui regnava,
luogo ognor la prudenza ancor trovava.
69
Vanne a Clarice, che nel dolce guardo
gli dimostrava quel che ’l cor chiudea,
perch’a la voce ed al destrier gagliardo
già prima lui riconosciuto avea;
e la si reca in groppa al suo Baiardo,
dicendo: «Non vi spiaccia, alma mia dea,
accettar di colui la pronta aita,
ch’ama più il vostro onor che la sua vita».
70
Così disse ei, che fisso ha nel pensiero
di ritrarsi al sicur con la donzella;
ma ’l sovragiunse con assalto fiero,
come suol nave rapida procella,
l’aversa turba; allor l’estran guerriero
spargendo gio certo liquor tra quella,
e con sommesso mormorar fra’ denti,
formava intanto non intesi accenti.
71
Deggio ’l dire o tacer? Di quei che prima
moveano al paladin spietata guerra,
tenta or ciascun com’il compagno opprima,
e contra lui l’arme sdegnoso afferra;
così tra lor conversi oltr’ogni stima,
rendon del sangue lor rossa la terra.
Ne stupisce Rinaldo: a ciò che vede,
a gli occhi suoi medesmi a pien non crede.
72
E pensa ben tra sé che tale incanto
solo opra sia del mago a lui germano.
Fissamente colui rimira intanto,
né l’immaginar suo gli sembra vano;
pur non parla di ciò, ma ’l prega alquanto
che disfar voglia quell’incanto strano,
ché fora biasmo lor se sì vilmente
uccidesser sì forte e nobil gente.
73
«Il farò ben», rispose quelli allora,
e dal più oltre caminar si tolse.
Tre volte a i regni de la bianca Aurora,
tre volte gli occhi a l’occidente volse,
ed altretante in sacri detti ancora
la sacra lingua mormorando sciolse;
alcune erbe non men sparse tre volte,
che nel sen de la terra avea raccolte.
74
Lascia ogni saracin l’aspra battaglia
allor, ch’alfin l’avrebbe ucciso e morto,
e contra ’l paladin quindi si scaglia,
stupido tutto e del su’ errore accorto;
ma, strano a dir, la via gli vieta e taglia
fuoco d’incanto a l’improviso sorto,
simile a quel che già Scamandro scerse,
ch’in cener poi l’alto Ilion converse.
75
Né stella che risplenda a mezzogiorno,
o ch’aggia a notte i crin di sangue aspersi,
né ciel ch’appaia di tre soli adorno,
né ruggiada che rossa indi si versi,
né l’eclipsar di quel che suolsi intorno
scuoter l’ombre e mostrar color diversi,
recaro altrui giamai tal meraviglia
qual or ciascun del novo incanto piglia.
76
Di là stanno i pagani alto fremendo
e minacciando il nobil paladino,
ch’entrar a piè volea nel foco orrendo
per l’orgoglio domar del saracino.
Ma lo strano guerrier, la man tendendo,
il prese e ’l distornò da quel camino,
ché gli disse che ’l fuoco in un sol punto
lui con l’armi e le veste avria consunto.
77
E che ben tosto in sanguinoso Marte
potrebbe essercitar gli sdegni e l’ire,
quando non fia chi con astuzia ed arte
la battaglia tra lor cerchi impedire;
e ’l prega poi che seco in altra parte
con la sua compagnia degni venire
ad onorare il suo più caro albergo,
che d’un bel colle preme il verde tergo.
78
Rinaldo, ch’oltramodo a lui desia
di compiacere, a pien ciò gli concede.
Così partirsi; e l’altra compagnia
di ragionar modo a gli amanti diede:
ond’il barone a la sua donna gia
dimostrando il su’ amore e la sua fede,
e purgandosi in quel ch’era sospetto
con destro modo e con acceso affetto.
79
Il sentier, ch’è ben lungo e discosceso,
pian sembra e curto a i duo fidi amadori;
veggion splendere alfin, qual raggio acceso
che sorgendo dal Gange il mondo indori,
il bel palagio, e così bene inteso
ch’opra par di celesti architettori:
quadra la forma, e la materia è d’aspro
per molti intagli oriental diaspro.
80
Con benigne accoglienze e con reale
pompa accolti ambo fur nel tetto altero,
e subito curato, e del suo male
quasi guarito fu ’l roman guerriero.
Fu la cena abbondante, e forse quale
Cleopatra e Locullo un tempo fero;
e qui lor poi l’albergator cortese
fe’ d’esser Malagigi alfin palese.
81
Oh con che lieto affetto, oh con qual caro
modo Rinaldo il suo cugino abbraccia!
Quasi il dolce piacer in pianto amaro
accolto sparge su l’allegra faccia,
perciò che lor d’amor perfetto e raro
indissolubil nodo i cuori allaccia.
Fa quell’altro il medesmo, indi da canto
Clarice e ’l su’ amador ritira alquanto.
82
Quivi, poi che disgombro ebbe da quella,
con mille rai di ragion vive e vere,
del rio sospetto l’ombra iniqua e fella
che rendea le lor menti oscure e nere,
così aperse le labra a la favella,
principio ad ambeduo d’alto piacere:
«Dire a ragion colui si dee prudente
che scorge più di quel ch’egli ha presente.
83
Colui che col presente e col passato
così bene il futur misura e scorge,
che, se gli è da Fortuna appresentato,
al suo crine la man veloce porge,
né da nessun errore folle adombrato,
lassando il peggio, del miglior s’accorge.
Ciò vi dico io perché possiate voi
prudenti e saggi dimostrarvi poi.
84
Ed or che vi si porge e tempo e loco
commodo a terminar vostri martiri,
ché so ben ch’ambo in amoroso foco
per l’altro ardete e ’n casti e bei desiri,
a quel ch’avvenir può pensate un poco,
a i varii di fortuna instabil giri,
a le guerre, a gli incendi, onde la Francia
n’andrà più giorni in lacrimosa guancia.
85
Fia ben vittrice alfin, ma non d’amore
fiano i nostri pensier per molti mesi,
ma sol d’odio, di rabbia e di furore
e di desio d’aspre vendette accesi;
a sangue, a morti, a stragi a tutte l’ore
gli animi incrudeliti avremo intesi.
Dunque or che ’l tempo par ch’a ciò v’invite,
con laccio maritale in un v’unite.
86
Né rimagniate già perché lontani
ed ignari ne sian vostri parenti,
ché questi abusi sono, e folli e vani
respetti sol de le vulgari genti;
e quel sommo Signor, de le cui mani
opra son gli alti cieli e gli elementi,
n’impose sol che di concordi voglie
concorra col marito in un la moglie».
87
Spinti i fidi amador da questi detti,
e dal desir ch’in lor ne gìa di paro,
venner concordi a’ maritali effetti,
ch’in presenza d’ognun si celebraro.
Fur i lor cuor da gentil laccio stretti,
ch’Amore e Castità dolce annodaro;
sorrise Giove, e con secondo tuono
veder gran luce, udir fe’ lieto suono.
88
Già ne venia con chiari almi splendori
Cinzia versando in perle accolto il gielo,
e senza ombre noiose e senza orrori
candido distendea la notte il velo;
già spargeva Imeneo co i vaghi Amori
fiori e frondi nel suol, canti nel cielo,
quando di propria man Venere bella
congiunse in un Rinaldo e la donzella.
89
Or che sì destro il cielo a voi si gira,
godete, o coppia di felici amanti,
godete il ben che casto Amor v’inspira,
e l’oneste dolcezze, e i gaudi santi;
ecco che tace omai la roca lira
che cantò i vostri affanni e i vostri pianti,
e che voi insieme il desir vostro, ed io
ho qui condutto a fin il canto mio.
90
Così scherzando, io risonar già fea
di Rinaldo gli ardori e i dolci affanni,
allor ch’ad altri studi il dì togliea
nel quarto lustro ancor de’ miei verdi anni:
ad altri studi, onde poi speme avea
di ristorar d’avversa sorte i danni;
ingrati studi, dal cui pondo oppresso
giaccio ignoto ad altrui, grave a me stesso.
91
Ma se mai fia ch’a me lungo ozio un giorno
conceda ed a me stesso il ciel mi renda,
sì ch’a l’ombra cantando in bel soggiorno,
con Febo l’ore e i dì felici spenda,
portarò forse, o gran Luigi, intorno
i vostri onori ovunque il sol risplenda,
con quella grazia che m’avrete infusa,
destando a dir di voi più degna Musa.
92
Tu de l’ingegno mio, de le fatiche
parto primiero e caro frutto amato,
picciol volume, ne le piagge apriche
che Brenta inonda in sì brev’ozio nato,
così ti dian benigne stelle amiche
viver quando io sarò di vita orbato;
così t’accoglia chiara fama in seno
tra quei de le cui lodi il mondo è pieno.
93
Pria che di quel signor giunghi al cospetto,
c’ho nel core io, tu ne la fronte impresso,
al cui nome gentil vile e negletto
albergo sei, non qual conviensi ad esso,
vanne a colui che fu dal cielo eletto
a darmi vita col suo sangue istesso:
io per lui parlo e spiro e per lui sono,
e se nulla ho di bel, tutto è suo dono.
94
Ei con l’acuto sguardo, onde le cose
mirando oltra la scorza al centro giunge,
vedrà i difetti tuoi, ch’a me nascose
occhio mal san che scorge poco lunge;
e con la man, ch’ora veraci prose
a finte poesie di novo aggiunge,
ti purgarà quanto patir tu puoi,
aggiungendo vaghezza a i versi tuoi.
I L F I N E