CANTO SECONDO

1
Parte Rinaldo, e nel partir si sente
dal petto acceso ancor partirsi il core:
null’è ch’allegri la dogliosa mente,
nulla che l’alma oppressa alzi e ristore;
vorrebbe esser rimaso, e già si pente
d’aver lasciato il suo gradito amore,
la bella donna di cui fatto è servo,
di liber ch’era più ch’in selva cervo.
2
Sei volte e sette a dietro il corsier volve
e per tornar verso il suo ben s’invia;
poscia tutto al contrario si risolve
ed oltre segue la primiera via.
Instabil è vie più ch’al vento polve,
e ben par che d’amor seguace ei sia;
fa diversi pensier, e in un non ferma
pur breve spazio l’egra mente inferma.
3
Alfin con l’aspre cure e co’ sospiri
accompagna il parlar tremante e basso,
e dice: «Ove, o disio d’onor, mi tiri
per forza, ahi folle! a periglioso passo?
Come vuoi tu ch’ad alte imprese aspriri
s’io son privo del cor, s’adietro il lasso?
Più che la forza in guerra il cor bisogna:
senz’esso andrò dunque a mercar vergogna?
4
Deh, perché, lasso! a quel parlar cortese,
a quelle dolci ed amorose note
non rimas’io con lei, di cui s’accese
l’alma, e senza cui pace aver non puote?
Chi, se non tu, crudel, ciò mi contese?
Tu le preghiere sue festi gir vuote,
e me l’invito a ricusar sforzasti,
misero! e lunge dal mio ben tirasti».
5
Qui tace e china a terra i lumi e ’l volto;
poi così ancora il suo parlar ripiglia:
«Ahi! quanto è quel desir fallace e stolto
che tornar a Clarice or mi consiglia,
e ’n quanti errori il mio discorso involto,
lasso! poi ch’al suo peggio ognor s’appiglia!
Anzi donna sì chiara e sì gentile
apparir non deve uomo oscuro e vile.
6
Né fec’io già mai cosa onde sia degno
del suo cospetto, e ciò negar non vale;
e già n’ho visto più d’un chiaro segno
ch’ella prudente ancor mi stima tale,
ch’a le parole mie colma di sdegno
risposta diede al mio vil merto eguale;
e se poi m’invitò, ve la sospinse
sua cortesia, che la viltà mia vinse.
7
Né stato il mio restar le saria caro,
né bramar degg’io quel ch’a lei non piace;
quando sarò ne l’arme illustre e chiaro
non mi si disdirà l’essere audace;
e ’l volto, ove a sprezzar tutt’altro imparo,
che m’arde il cor d’inestinguibil face,
a ciò mi porgerà forza ed ardire,
e darà piume e vanni al mio desire.
8
E benché priv’or sia del core il petto,
l’alma imago in sua vece entro rinchiude,
che potrà più che ’l core in ogni effetto
rendermi ardito, e in me destar vertude».
Clarice intanto d’amoroso affetto
non meno aviene ancor ch’agghiacci e sude,
e non meno di lui si duole e lagna,
ma ’l bel viso di più piangendo bagna.
9
Bagna il viso di pianto, allarga il freno
a i sospiri, a i lamenti, e così dice:
«Qual or sì nuovo e sì mortal veleno
t’attosca il petto, o misera Clarice?
Qual dolce mal d’alta amarezza pieno,
dilettando, ti fa mesta e ’nfelice?
Donde ’l desire in te, donde l’ardore,
donde la speme ancor nasce e ’l dolore?
10
Già ben m’accorgo apertamente, ahi lassa!
or che l’accorger più nulla mi giova,
ch’Amor, che l’alme più superbe abbassa,
or in me fa così spietata prova,
e ch’egli è quel che sì feroce passa
dentro al mio cor come in sua stanza nuova,
e ch’egli è quel che in lui desire e speme
ed ardor ed affanno aviva insieme.
11
Ma s’egli è quel ch’in un lieta e dolente
mi fa, quando giamai meco contese?
Quando, meschina ancor, così repente
o per forza o per arte egli mi prese?
Come a schermirmi allor non fui possente
ed a fuggir l’ascoste insidie tese?
Come, nol sapendo, io vinta restai,
come a lui volontaria io mi donai?»
12
Siegue intanto Rinaldo il suo viaggio,
né pur l’alma o le membra alquanto posa,
e giunge u’ dal notturno umido raggio
face altrui schermo quercia alta e frondosa.
Ivi scorge nel suol, che ’l vago maggio
copria di veste allor verde ed erbosa,
assisi duo guerrier che ’l corpo stanco
rendean col cibo vigoroso e franco.
13
L’invitan questi con parlar cortese,
ed ei l’invito lor ricusa alquanto;
ma non giovando il ricusar, discese
alfin di sella, e lor si mise a canto.
Poi che ciascuno il nutrimento prese,
il ragionar ch’avean lasciato intanto
ripigliaro di nuovo, e quel tal era
qual conveniasi a sì onorata schiera.
14
A caso venne al bon Rinaldo detto
ch’a la ventura gia di quel destriero.
Uno di lor, che cavallier perfetto
tenuto ed appellato era Isoliero,
allor rispose con turbato aspetto:
«Deh! cangia omai baron, cangia pensiero,
ché tal ventura solo a me conviensi,
e folle sei se di tentarla pensi».
15
Rise Rinaldo, e disse: «A l’apparire
del sol serò con quel cavallo a fronte,
né lasciarlo altrui vo’, né di soffrire
uso son’io sì gravi ingiurie ed onte».
Isolier lo spagniuol non può sentire
ch’altri gli parli in sì orgogliosa fronte:
onde, tratta la spada: «O qui morrai»,
disse, «o l’impresa a me tu lascierai».
16
Il lor compagno era un gentil barone
de’ più pregiati ne l’inglese regno,
forte ed ardito ad ogni paragone,
e di molti famosi assai più degno.
Egli avea col destrier fatta tenzone
e van gli era tornato ogni disegno,
benché non gisse a la ventura ei solo,
ma di guerrier menasse ardito stuolo.
17
Questi, che del corsier la forza ha visto,
la forza c’ha ’l suo stuol morto e conquiso,
sì che soleva dir che fece acquisto
di vita allor non sendo anch’egli ucciso,
volto al pagan, che d’elmo è già provisto
e minaccia al garzon con fiero viso,
gli disse: «Alto guerrier, ascolta, aspetta,
non correre a ferir con tanta fretta.
18
Non ti sdegnar in così strana impresa
compagno aver, perché non poco fia
se tu con belva tal prendi contesa
avendo un sol guerriero in compagnia».
Il pagan, che di sdegno ha l’alma accesa,
e che finir tal lite omai disia,
qui gli tronca ’l parlar e ’l brando stringe,
e verso il fier garzon ratto si spinge.
19
Tutta la sua possanza in un raccoglie
e poi dechina giù l’orribil spada:
nel forte scudo l’aversario coglie
e gliel manda in duo parti in su la strada.
Passa oltre il colpo, ed a l’elmetto toglie
il bel cimiero, e fa ch’a terra cada;
non rompe quel, ma ne la spalla scende,
e l’acciar che la copre alquanto fende.
20
Posto per segno a’ campi ivi giaceva
sasso d’immenso pondo antiquo e grosso.
Con man robusta allor Rinaldo il leva,
là ’v’altri non l’avria di luoco mosso:
stretto l’afferra, e poi s’alza e solleva,
ed al nimico suo l’aventa adosso,
col corpo il braccio accompagnando, e insieme
qui congiungendo le sue forze estreme.
21
Non gian presso a Pozzuol con tal furore
gravi pietre per l’aere intorno errando,
pietre cui natural impeto fuore
da l’imo centro al ciel spingea tonando,
quando dentro ’l terren chiuso il calore
quel ruppe, strada d’essalar trovando,
con qual dal Paladin tirata è questa
che stridendo al pagan fiede la testa.
22
Stridendo il grave sasso al fier pagano
percote il capo e frange pria lo scudo,
ch’opposto avea perché del tutto invano
se ’n gisse il colpo o men gli fusse crudo.
Si riversa Isolier tremando al piano,
privo di senso e di vigore ignudo,
ed a lui gli occhi oscura notte involve,
ed ogni membro ancor se gli dissolve.
23
Non morì già, ma come morto in terra
un’ora giacque, e man non mosse o piede.
Rinaldo, che finita aver la guerra
con aspra morte del pagan si crede,
a lo sdegno, al furor il petto serra,
ed affetto gentil l’alma gli fiede,
sì ch’altamente ei se n’affligge e lagna,
ché pietade a valor sempre è compagna.
24
Rivenuto Isolier, benché assai grave
si senta, ché ’l fiero colpo ancor gli noce,
pur stringe in man la spada e nulla pave,
e ver Rinaldo il piè drizza veloce.
Ma il buono inglese con parlar soave
tempra lo sdegno che sì il cor gli coce,
e le non lievi differenze accorda;
ma pria l’alto periglio a lor ricorda.
25
E gli dice: «Signor, io vi consiglio
di non gire a provar questa ventura,
perciò che sotto ’l ciel maggior periglio
non è, né cosa ad asseguir più dura.
Non val contra ’l destrier forza o consiglio,
arma non è dal suo furor secura;
ma se pur fisse in ciò le voglie avete,
ambo uniti a l’impresa insieme andrete.
26
E colui col destrier venga a battaglia
verso ’l quale egli prima i passi muova;
l’altro stiasi a veder quanto che vaglia
il suo compagno in così orribil pruova.
Vi prego ben, signor, che non vi caglia,
se pur la morte de tentar vi giova,
d’usar con belva tal vani rispetti,
ma che pugniate insieme uniti e stretti».
27
Rimasero a que’ patti ambo contenti,
e più che ’l buon Rinaldo anco Isoliero.
Ma come il sol co’ suoi bei raggi ardenti
ruppe de l’atra notte il velo nero,
a levarse i guerrier pigri né lenti
non furo ed a montar sovra ’l destriero.
Il britanno guerrier ch’a loro è scorta
gli guida a l’antro per la via più corta,
28
a l’antro onde il corsier mai non solea
scostarsi, come ei lor narra per strada.
Questi, che senza scudo ir ne vedea
Rinaldo, e senza lancia e senza spada,
gli disse: «Credi tu la belva rea
domare inerme, o di morir t’aggrada?».
E quelli a lui: «Nel cor consiston l’armi,
onde il forte non è chi mai disarmi».
29
Al disiato luoco intanto giunge
la bella compagnia: quivi l’inglese
da lor toglie combiato e ’l destrier punge;
ma de gli altri ciascun su l’erba scese
e lascia il corridore indi non lunge,
ch’a piè vogliono far l’aspre contese
per ferir meglio e meglio ancor ritrarsi,
e più veloci intorno raggirarsi.
30
Ecco appare il cavallo, e calci tira,
e fa saltando in ciel ben mille ruote;
da le narici il fuoco accolto spira,
move l’orecchie e l’ampie membra scuote;
a sassi, a sterpi, a piante ei non rimira,
ma fracassando il tutto urta e percote;
col nitrito i nemici a fiera guerra
sfida, e co’ piè fa rimbombar la terra.
31
Baio e castagno (onde Baiardo è detto),
d’argentea stella in fronte ei va fregiato;
balzani ha i piè di dietro, e l’ampio petto
di grasse polpe largamente ornato;
ha picciol ventre, ha picciol capo e stretto,
si posa il folto crin su ’l destro lato;
sono le spalle in lui larghe e carnose,
dritte le gambe, asciutte e poderose.
32
Tal già Cillaro fu, pria che ’l domasse
con forza ed arte l’amicleo Polluce,
e tai, prima che lor Marte frenasse,
quei furo, ond’ei l’alto suo carro adduce.
Ma benché tal, benché al furor sembrasse
furia da l’imo centro uscita in luce,
raddoppia al paladin pur l’ardimento,
e desta in Isolier poco spavento.
33
Prima verso Isolier s’invia Baiardo,
e quei l’attende con la lancia in resta;
l’asta fracassa l’animal gagliardo,
e ’l corso suo però non punto aresta.
Non fu l’ibero a ritirarsi tardo
ed a dar luoco a così gran tempesta,
sì che quel non l’urtò, ma tornò ratto
contra di lui ch’avea già il brando tratto.
34
Tratta la spada avea, perché non era
per domar il cavallo ei qui venuto,
sendo da chi ne avea notizia intera
per impossibil questo allor tenuto,
ma per ferir la poderosa fera
e dargli morte ancor col ferro acuto.
Sol Rinaldo s’avea vario consiglio
preso da gli altri, e con maggior periglio.
35
Ratto contra l’ispan Baiardo torna,
feroce alzando or l’uno or l’altro piede;
dove la fronte è da la stella adorna
con la spada il baron veloce ’l fiede;
ma fiede indarno, ed ei di ciò si scorna,
ch’aver percosso debilmente crede,
né sa che del corsier la pelle è tale
che presso lei l’acciaro è molle e frale.
36
Sibilando in giù cala il suo tagliente
ferro di nuovo, e ’l fier con maggior possa,
sì che l’aspro corsier se ne risente
e china il capo sotto la percossa.
Ma poi di rabbia e di furore ardente
gli dà con l’urto così fiera scossa
che ’l pagan cadde, e seco cadde insieme
quella d’aver vittoria altera speme.
37
Rinaldo, che cader vede Isoliero
e che sua vita al fin n’andria ben tosto,
perché giacea disteso in sul sentiero
privo di forze, il primo ardir deposto,
ratto il passo drizzò verso il destriero,
e come giunto fu tanto d’accosto
che ’l potesse ferir, il pugno strinse,
indi la mano impetuosa spinse.
38
Con tal forza il campione il destrier tocca
che, quel che prima o poi mai non gli avvenne,
di vermiglio color tinse la bocca
il sangue ch’in gran copia a terra venne.
Fuor l’arco stral sì presto mai non scocca,
né sì presto falcon batte le penne
come presto il corsier ver lui si volse,
e co’ denti afferargli il braccio volse.
39
Si ritira il guerriero, e poi raddoppia
il pugno e lo colpisce in su la fronte.
Volto Baiardo i calci spinge a coppia,
ch’avrian gettato a terra ogn’alto monte.
Sta su l’aviso, e forze ed arte accoppia
insieme il cavalier di Chiaramonte:
dove volge il destrier la testa o ’l piede,
ei, ragirando il passo, il luoco cede.
40
Sempre al fianco gli sta, dove il cavallo
non lui con morsi o con gran calci offenda,
ché vuol che la destrezza, e no ’l metallo,
dal suo furor terribile il difenda;
pur, mettendo una volta il piede in fallo,
colpito fu d’aspra percossa orrenda:
un calcio recevè nel destro fianco,
e quasi sotto il colpo ei venne manco.
41
Non cadde già, ma si ritenne a pena,
e se ’l fier calcio era men scarso alquanto,
con tal furor fu tratto e con tal lena
che gli avria l’armi insieme e l’ossa infranto.
Non qui Baiardo l’aspra furia affrena,
ma ’l cavalier, riprese forze intanto,
la seconda schivò crudel percossa,
ch’avea ver lui già fulminando mossa.
42
Non perciò i piedi a ferir vanno invano,
ma grossa quercia, e tant’entro sotterra
ascosa quanto sorge alta dal piano,
è da lor colta, rotta e posta a terra.
Rinaldo quei con l’una e l’altra mano,
pria che gli tiri a sé, stringe e afferra;
cerca Baiardo uscir di questo impaccio,
ma troppo è forte del nemico il braccio.
43
Move indarno le gambe, indarno ancora
per morderlo ver lui la bocca volta,
si crolla indarno e s’alza e sbuffa, e fuora
sparge anitrendo l’ira dentro accolta.
Durò tal zuffa lungo spazio d’ora:
con gran vigore alfin, con forza molta,
ma con arte maggior, a terra il pone
l’alto figliuol del valoroso Amone.
44
Sì come il mar che dianzi alto fremendo
orribil si mostrava e minaccioso,
l’aspro sdegno e ’l furor poi deponendo,
or tranquillo ed umil giace in riposo,
così il destrier che prima era tremendo
ed in vista crudele e spaventoso,
tocco il suol poi, si sta placido e cheto;
ma serba de l’alter nel mansueto.
45
Gli palpa il collo e gli maneggia il petto
il cavaliero, e gli ordina le chiome;
nitrisce quegli, e mostra aver diletto
perché ’l lusinga il suo signore e come.
Rinaldo, che se ’l vede esser soggetto
e c’ha le furie sue già tutte dome,
la sella e ’l resto a l’altro corsier toglie,
e questo adorna de l’aurate spoglie.
46
Era l’ispan risorto allor che fea
col destrier pugna il giovinetto ardito,
e vedendo ch’omai domo l’avea,
stava per lo stupor cheto e smarrito,
ché ’n membra giovenili ei non credea
che fosse tal valore insieme unito.
Rinaldo lo saluta, e chiede poi
s’alcun rio male ancor forse l’annoi.
47
Ed inteso che non, prendono il calle
ove torse il destrier la lor ventura,
che fuor di quella selva in una valle
gli scorse alfine assai profonda e scura.
Scontrano ivi un guerrier, che verdi e gialle
le sopravesti avea su l’armatura,
e dimostra a l’aspetto alto e superbo
esser di gran vigore e di gran nerbo.
48
Dipinto questi porta in aureo scudo
con l’ali al fianco il faretrato arciero,
le belle membra pargolette ignudo,
bendato gli occhi e di sembiante altero,
sotto i cui piedi giace avinto il crudo
Marte. Rinaldo allor da lo scudiero
del suo compagno una gross’asta tolse,
e così ver colui la lingua sciolse:
49
«Molto a me più ch’a te conviensi questo
scudo, o barone, e se no ’l credi, io sono
accinto e pronto a fartel manifesto.
Vien dunque a giostra, o pur quel dammi in dono;
a me più si convien, che provo infesto
più ch’altro Amor, né spero indi perdono;
e più son ch’altri di sue fiamme caldo,
e più in seguirlo ancor costante e saldo».
50
«Ciò vedrassi a la pruova», allor l’estrano
rispose, «e se tu vinci, egli tuo fia;
ma spero tosto riversarti al piano,
s’ora minor non è la forza mia».
Detto così, tolse la lancia in mano
e prese al corso un gran spazio di via;
ed in quel tempo ancor volse Baiardo
l’altro baron, nulla di lui più tardo.
51
Fu dal guerriero estran nel petto colto
il buon Rinaldo, e quasi a terra spinto,
ch’era quel forte e valoroso molto,
e rade volte avezzo ad esser vinto.
Con la lancia egli a lui percosse il volto
con forza tal che ben l’avrebbe estinto,
se di tempra men fina era l’elmetto;
pur di sella lo trasse al suo dispetto.
52
Subito in piedi lo stranier risorse,
d’infinito stupor ingombro e pieno,
ché rade volte caso tal gli occorse,
e gli occorse or quando il credette meno;
e ’l forte scudo a l’aversario porse,
dicendo: «Or, cavalier, uscito a pieno
son da l’obligo mio; tu con la spada,
se pur la voi, guadagnar dei la strada».
53
Isolier, che mostrarsi al paragone
degno compagno di Rinaldo ha spene,
disse a lui volto: «A me questa tenzone
ed il francarvi il passo or s’appertiene:
in imprese maggior voi mio campione
sarete». E così detto, a terra viene:
e s’incomincia il periglioso assalto,
ed a girare il ferro or basso or alto.
54
Ambi sanno ferir, sanno pararsi,
ambo han possenti membra, ardito core,
ambo spingere inanzi, ambo ritrarsi
san quando è d’uopo e dar luogo al furore:
tal ch’or con pieni colpi, ora con scarsi,
senza vantaggio alcun pugnar due ore.
Qui si comincia a rivoltar la sorte,
ed appar Isolier più destro e forte.
55
L’audace ispan, ch’avere il meglio scorge
di questa pugna, l’animo rinfranca,
e tanto in lui la forza accresce e sorge
quanto dechina nel nemico e manca:
tal che sì gravi colpi a l’altro porge,
e sì lo preme, lo raggira e stanca,
ch’egli la strada loro a forza cesse,
come che regger più non si potesse.