CANTO SETTIMO

1
Partonsi i duo guerrier, poiché non hanno
dove impiegar più quivi il lor valore,
perciò che i Mori entro al castel si stanno
rinchiusi ed al pugnar non escon fuore.
Nuove venture a ritrovar se ’n vanno
spinti da cura e da desir d’onore,
ch’al petto è caldo stimolo pungente,
né che stian neghitosi unqua consente.
2
Veggono intanto da facelle accese
esser divisi largamente i campi,
e ch’a le cose lor sembianze han rese,
malgrado de la notte, amici lampi;
senton l’orecchie da un lamento offese,
qual d’uom che d’ira e di dolore avampi:
più sempre cresce il lamentevol suono,
e già vicini i lumi ardenti sono.
3
Scorgono allora un uom già carco d’anni
giunto ove cader suol l’umana vita,
involto in neri ed angosciosi panni,
con la faccia di duol colma e smarrita,
che in duro segno de gli interni affanni
e de la rabbia dentro il petto unita
geme, sospira ed altamente piange,
batte il sen, squarcia il crine e il volto frange.
4
Era costui del morto Ugone il padre,
che da paterno amor tratto, seguio
col figlio insieme le francesi squadre,
già vecchio ed al pugnar pigro e restio.
Ben ebbe in cielo stelle oscure ed adre,
poiché con gli occhi proprii il caso rio
venne a veder del misero figliuolo,
e, vedendol, maggior fece il suo duolo.
5
Come egli scorge il tronco corpo amato,
che par ch’in mezzo un rio di sangue giaccia,
cader tosto si lascia, e su ’l piagato
busto s’affige e ’l prende infra le braccia,
lo cinge e stringe, e nel suo manco lato,
ove è ferito più, posa la faccia;
e così stassi fuor de’ sensi uscito,
sovra ’l morto giacendo il tramortito.
6
Alfin tornò lo spirto al suo ricetto,
e seco il pianto ed i sospir tornaro;
spinse tai voci allor da l’egro petto
con suon conveniente al duol amaro:
«Amato figlio mio, figliuol diletto,
gradito figlio, figlio solo e caro,
oimè! tu morto giaci, e quel ch’è peggio,
per sì lieve cagion cotal ti veggio.
7
O voti a voto fatti, o pensier miei
fallaci, o preghi sparsi a’ sordi venti,
o decreti del cielo ingiusti e rei,
se ciò dir lece, o Dio, come ’l consenti?
Deh! ben felice per tua morte sei
tu, madre sua, ch’or nulla vedi e senti;
io d’altra parte, oimè! vinto ho ’l mio fato
per esser vivo a sì gran duol serbato.
8
Ma dove, lasso! or è, dove è, diviso
dal busto, il capo? Ahi, forse alcun l’ha tolto?
Ahi, dunque non vedrò l’amato viso?
Dunque non basciarò l’amato volto?»
Così dicendo mira intento e fiso,
e lo vede tra sangue e polve involto:
là corre impaziente, e fuori il cava
da l’elmo, il bascia e col suo pianto il lava.
9
Il nudo teschio dimostrava allora
un non so che del fiero e dell’orrendo:
tiene in lui fissi gli occhi il padre ognora,
e tra le man pietose il va volgendo;
se l’accosta a la bocca ad or ad ora,
nulla l’orror di quello a schivo avendo.
Quanto, quanto sei grande, amor paterno!
Sfoga intanto ei così l’affetto interno:
10
«Ove la luce de’ belli occhi è gita?
ove del vago aspetto il chiaro onore?
Come le guancie, oimè! come smarrita
le labbia han lor vaghezza e lor colore?
Questa squallida fronte e scolorita
è quella ond’io porgea tal gioia al core?
Deh! quanto ei n’ebbe già diletto e gioia,
tanto maggior or n’have affanno e noia.
11
Ecco, o figlio, ti fo gli estremi offici,
ch’a me dovei tu far più drittamente.
Ecco che gli occhi omai con l’infelici
man ti rinchiudo: or vale eternamente!
E se queste mie man non fiano ultrici
de la tua morte, il ciel non lo consente,
chè con lungo girar l’ha già private
del suo vigore e delle forze usate».
12
Apre a pietà Rinaldo il nobil petto
a quei lamenti, e raddolcir vorebbe
alquanto di colui l’amaro affetto,
perché de l’altrui mal sempre gli increbbe;
ma poi, pensando che contrario effetto
in quel meschino il suo parlar farebbe
se lui pur conoscesse, indi si toglie,
dolente anch’ei de l’altrui gravi doglie.
13
D’un tetto pastoral schermo la notte
fersi i guerrier contra l’algente luna;
allor poi che ne l’oscure grotte
da l’alba vinta ogn’ombra si raguna,
attraversando vie scoscese e rotte,
giunsero in selva solitaria e bruna,
che mai, facendo a se medesma oltraggio,
non riceve del sol l’amico raggio.
14
Per questa va con torto piede immondo
serpendo un rio che da’ vicin luoghi esce,
ch’a riguardanti cela invido il fondo,
né nutre in sen ninfa leggiadra o pesce.
Forma poscia di sé lago ritondo,
e tutte l’acque in un raccoglie e mesce;
di sterpi e pruni ha le sue rive ingombre,
e sol tassi e ginebri a lui fanno ombre.
15
Mirano i cavalier sospesi intorno,
né cosa lieta lor s’offre a la vista:
nulla di vago v’è, nulla d’adorno,
ogni parte per sé gli occhi contrista;
qui sempre è fosco e tenebroso il giorno,
sempre l’aria ad un modo oscura e trista,
sempre orride le piante e torbo il rivo,
sempre il terren di fiori e d’erbe privo.
16
Mentre pur se ’n vann’oltra, i giovinetti
veggion d’apresso un’alta sepoltura,
e star intorno a quella in un ristretti
molti guerrier con mesta faccia oscura,
che si squarciano i crin, battonsi i petti,
quasi grave gli ingombri acerba cura,
e far con novo ed angoscioso pianto
tutt’intorno sonar la selva intanto.
17
D’un così vivo sasso e trasparente
era il sepolcro, che scopriva altrui,
qual sottil vetro o rio puro e lucente,
ciò che avea dentro più riposto in lui,
sì che d’ambo i guerrieri le luci intente
penetrar tosto ne’ secreti sui,
e vi mirar (quasi incredibil cosa)
donna leggiadra in vista ed amorosa.
18
Ella era morta, e così morta ancora
arder parea d’amor la terra e ’l cielo,
e dal bel petto, per la spalla fuora,
gli uscia pungente e sanguinoso telo;
sembrava il volto suo neve, ch’allora
scuota Giunon da l’aghiacciato velo;
gli occhi avea chiusi, e benché chiusi, in loro
si scopriva d’Amor tutto il tesoro.
19
Mentre i guerrieri a rimirar si stanno
la bella donna che sepolta giace,
un di color che cerchio a l’arca fanno,
e più degli altri in pianto si disface,
nel cor rinchiuso il suo gravoso affanno,
che s’ange più quando la lingua tace,
s’armò la testa e in un cavallo ascese,
ed a lor in tal modo a dir ei prese:
20
«Signor, quest’acqua che qui presso stagna
gustar convienvi, ed ella ha tal valore
ch’a qualunque uom le labbra indi si bagna,
nuovo acerbo martir desta nel core,
onde convien ch’a pianger qui rimagna
questa estinta donzella a tutte l’ore.
Dunque senza tardar di lei bevete,
o morir di mia man pur v’eleggete».
21
Rise Rinaldo in modo altero, e disse:
«Orsù, vegniamo ormai, guerrier, a l’arme,
ché se tu brami inimicizie e risse,
ch’abbi trovato uomo a tua voglia parme;
e se per le tue mani a me prescrisse
il ciel la morte, or lei vien tosto a darme».
In questo dir voltaro ambo i destrieri,
e corsero a ferirsi audaci e fieri.
22
Segnano al petto l’un, l’altro a la testa
i colpi, ed ambo quei vanno ad effetto.
Cadde Rinaldo a la percossa infesta,
che lo venne a ferir sovra l’elmetto;
ma la lancia fatal, ch’ei poscia arresta,
a l’altro cavalier trafigge il petto,
e lo distende dal corsier lontano,
tutto tremante e sanguinoso al piano.
23
Rinaldo d’ira e di furore acceso
leggierissimo s’alza e si solleva,
né riposar mai vuol se chi l’ha offeso
prima di vita con sua man non leva;
ma come vide quel meschin disteso
che nel suo sangue involto al pian giaceva,
l’ira e ’l furor dal petto a lui fuggìo,
u’ pietade in sua vece a por si gio.
24
Sopra gli va, l’elmo gli cava e slaccia,
perché torni ne’ sensi ond’era uscito.
Come da l’aria gli è tocca la faccia,
aprendo gli occhi, il cavalier ferito
un profondo sospir dal petto caccia,
onde a Rinaldo è ’l cor più intenerito.
Gli chiede nondimen perché mantegna
quel rio costume e quella usanza indegna.
25
Ma quegli allor: «Perché servato or sia
questo costume a pien da me saprai,
se concesso da morte egli mi fia,
che mi sovrasta e mi rapisce omai;
e se pur ti parrà l’usanza ria,
il mio crudel destin n’incolperai,
che la prima cagion stata è del tutto
e m’ha fatto amator de l’altrui lutto.
26
Signor, ne’ miei primi anni ebbi la sorte
(ma per mio mal) sì destra a’ miei desiri,
che meritai di tuor per mia consorte
questa dama ch’estinta or qui rimiri.
Er’io per cavalier gagliardo e forte,
ella diva parea de’ sommi giri,
non donna umana, e col leggiadro viso
ogni selvaggio spirto avria conquiso.
27
Non era alcun che gli occhi in lei volgesse
senza infiamarsi d’amoroso ardore;
alcun non era ancor ch’a lei piacesse
fuor che sol’io, che fisso avea nel core.
Io d’altra parte, benché allor potesse
goder di mille donne il dolce amore,
lei solo amava, e in questo lieto stato
ne vissi un tempo, al mio parer, beato.
28
Ma venne, lasso! dal tartareo fondo
a turbar la mia pace e la mia gioia
quella peste crudel che suole al mondo
recar sovente incomparabil noia,
ché ’l sereno d’Amor stato giocondo
tutto col suo velen turba ed annoia:
gelosia venne, e in forme strane e false
di Clizia la mia moglie il petto assalse.
29
Per usanza avev’io di gir sovente
solo a cacciar per queste selve intorno;
ma quando il sol feria con più cocente
raggio, qui mi schermia dal caldo giorno.
Quest’era un bosco allor diversamente
d’alte vaghezze d’ogni parte adorno,
non già com’or, che solo a prima vista
con nuovo orror le menti altrui contrista.
30
Solea meco ritrarsi in così vago
bosco Ermilla, una ninfa, anco talora,
che non le tele, la conocchia e l’ago,
ma l’arco e i dardi audace adopra ognora;
e quanto il cor di seguir Cinzia ha vago,
tanto fugge la dea ch’Atene onora.
Ella è di belle membra e di bel viso:
viso crudel, sì sua beltà m’ha ucciso.
31
Ma come spesso avien che ’l falso uom crede,
e quel che crede osa affermar per vero,
è chi m’accusa di corrotta fede
a Clizia, e di cor perfido e leggiero,
dicendo ch’io le rendo aspra mercede
in cambio del suo amor puro e sincero,
perciò che Ermilla a i maggior caldi estivi
meco si gode ne i piacer lascivi.
32
Clizia brama veder di ciò l’effetto,
pria che meco ne muova altre parole;
e perché sa che sempre il mio ricetto
questo luogh’era al più cocente sole,
molto prima vi viene, e nel più stretto
bosco s’asconde, ov’aspettar mi vuole;
vi vengo io poscia, e già sudato e stanco
ne l’erboso terren distendo il fianco.
33
Quinci non molto poi moversi io sento
un non so che dove s’allaga l’onda:
allor, meschino! acuto dardo avento,
perché penso che fera ivi s’asconda;
il dardo se ’n va ratto e violento,
e tiene il suo camin tra fronda e fronda,
sì ch’a Clizia nel petto alfin si mise,
e lui piagando ogni mio bene uccise.
34
Cadde ella, ahi lassa! a la percossa atroce,
solo un languido “Oimè” mandando fuora;
mi penetra nel cor l’amata voce,
non già però ch’io la cognosca allora.
Là donde uscito è il suon corro veloce,
e veggio (ahi, vista amara a l’alma ancora!)
la bella donna mia che debil langue,
versando insieme con la vita il sangue.
35
Ratto m’inchino a lei, la prendo in seno,
e con le mie le care labra accosto;
cerco di porre al sangue uscente freno,
acciò ch’ella non mora almen sì tosto:
pria che l’alma gli venga in tutto meno
di voler favellarle io son disposto,
e fo sì ch’essa scopre i lumi alquanto,
ed ode il mio parlar, vede il mio pianto.
36
Vede il mio pianto, che con larga vena
più sempre par che ’l duol da gli occhi verse,
del qual non men ch’io m’aggia, ella ripiena
n’have la faccia e le palpebre asperse.
Ode questo parlar, al qual a pena
ne l’uscir fuori stretta via s’aperse:
“O cara, o dolce, o mia fedel compagna,
qual da te rio destino or mi scompagna?
37
Deh! vita mia, deh! non fuggire, aspetta,
ché teco correr voglio ogn’aspra sorte;
deh! non mi lasciar solo in sì gran fretta,
empio ed odioso a me per la tua morte.
Mirami almen, mira la tua vendetta
ch’io far voglio in me stesso e giusto e forte;
non mi negar il sol de gli occhi tuoi,
se punirmi così forse non vuoi”.
38
Ella, tenendo il guardo in me converso,
che passando per gli occhi al cor m’aggiunge,
dice: “Ben mio, poiché destin perverso
così rapidamente or ne disgiunge,
non esser, prego, a i miei desiri averso;
se pur di me qualche pietà ti punge,
se l’amor mio premio sì degno or merta,
fa che di questo almen ne vada certa.
39
Fa ch’a l’inferno almen vada sicura
che dopo ch’io sarò fredda e di ghiaccio,
Ermilla, empia cagion di mia sventura,
non fia teco congiunta al sacro laccio:
fallo, ti prego, o dolce unica cura
di questo core”. E qui, stendendo il braccio,
mi cinse il collo e chiuse i vaghi rai,
per non gli aprir dapoi, lasso! giamai.
40
Grido io misero allor: “Vana temenza
ti prese il core, o mia diletta moglie!
Deh! ch’un vano sospetto, un timor senza
dritta cagione alcuna or mi ti toglie;
deh! ch’una sol, falsissima credenza
or mi porge cagion d’eterne doglie.
Misera de’ mortai vita fallace,
s’ad ogni caso repentin soggiace!”.
41
Parve che l’aere fosco asserenasse
pel volto suo Clizia tai cose udendo,
e che gioia e letizia alta mostrasse
l’alma da la prigion terrestre uscendo,
quanto fallace error pria l’ingombrasse
nel mio vero parlar or cognoscendo;
ma de la morte sua tanto io mi dolsi
che quasi a me l’odiata vita io mi tolsi.
42
Pur, ripensando poi che troppo leve
fora pena cotale a tanto eccesso,
e n’andrebbe impunito il fallo greve
ch’uccidendo il mio ben avea commesso,
volsi che ’l duol ch’in vita si riceve
da chi vive inimico di se stesso
e la luce del sole aborre e sdegna,
fusse del mio fallir pena condegna.
43
E perché il mio dolor sempre crescesse
vedendo la cagion di lui presente,
oprai ch’un mago questa tomba fesse
di questo sasso vivo e trasparente,
e l’estinta donzella entro ponesse
così trafitta da lo stral pungente,
sì che mai per raggirar di cielo
si corrompesse in lei la carne o ’l pelo.
44
Ma parendomi poi luogo difforme
questo al mio duro stato ed angoscioso,
fei che quel mago lo rendeo conforme,
ed oscuro lo fece e tenebroso,
togliendo a lui ciò che potea distorme
pur breve spazio dal pensier noioso,
col gran poter ch’al suon de le parole
muove la terra e ’l corso arresta al sole.
45
Volsi poi, per aver ne l’aspra sorte
compagno alcuno e ne le acerbe pene,
e perché di costei la dura morte
pianta ancor fusse quanto a lei conviene,
ch’incantasse quest’acqua ei di tal sorte
ch’a qualunque uomo a gustar mai ne viene,
per la pietà di chi qui morta giace,
nel cor destasse duolo aspro e tenace;
46
onde, spinto da quel, fesse soggiorno,
meco piangendo la costei sventura,
come or gli vedi a questo sasso intorno
che miran sempre entro la sepoltura.
Io poi di stare ognor la notte e ’l giorno
disposi in tutto in questa valle oscura,
sforzando ogni guerrier che vi passasse
che mal suo grado il rio liquor gustasse.
47
Ma il nuovo incanto di quest’acqua insieme
col duro viver mio fia terminato,
ed ognun di costor che piagne e geme
ritornarà nel suo primiero stato».
Così diss’egli, e le parole estreme
non bene espresse col mancante fiato.
Non molto dopo spirò l’alma, e quella
s’alzò volando a la sua pari stella.
48
Morto ch’ei fu, color che in mesti accenti
disfogavano il duol chiuso nel petto
posero fine a i queruli lamenti,
liberi ancor dal grave interno affetto:
alcun di lor non è che si ramenti
a pien de la cagione ond’era astretto
a lamentarsi; e l’un l’altro rimira
dubio e sospeso, e ’l pensier volve e gira.
49
Rinaldo, ch’era assai doglioso e tristo
del caso occorso al miser cavaliero,
molto si rallegrò, com’ebbe visto
liberi questi da l’incanto fiero;
e del lor dubio e del sospetto avisto,
conto e chiaro lor fece il caso intiero.
Quei gli resero allor grazie infinite,
e per l’obligo lor gli offrir le vite.
50
Veggono (a dir mirabil cosa) intanto
levarsi un gran sepolcro alto dal piano,
e in un momento a quel primiero a canto
esser poi messo da invisibil mano.
Si maraviglia ognun del nuovo incanto,
e gli par caso inusitato e strano.
Lo stupor crebbe, ché da lor fu scorto
giacervi dentro il cavalier già morto.
51
Scorsero ancor del trasparente vaso
lettre intagliate in apparente parte,
onde era esposto l’infelice caso
de’ duo miseri amanti a parte a parte.
Ma già nessun nel bosco è più rimaso,
già l’un da l’altro si divide e parte,
fatte di qua, di là molte parole
di cortesia, come al partir si suole.
52
Col gran figlio d’Amon sol vi rimane
Florindo, a lui già d’amor sommo avinto;
e come cerca l’odorante cane
le fere ognor per naturale istinto
ne’ cespugli, ne’ vespri e ne le tane,
così da cura generosa spinto
cerca ognun di costor nova aventura
or per monte, or per bosco, or per pianura.
53
Il terzo giorno, allor ch’il sol lontano
da l’orto e da l’occaso è parimente,
videro il mar Tiren placido e piano
il bel lito ferir tacitamente,
e si trovaro in un fiorito piano
di tanti e più color vago e ridente
di quante grazie adorno è ’l caro viso
che m’have l’alma e ’l cor domo e conquiso.
54
Quivi si vede il bel garzon ch’estinse
spietato disco, onde tal forma prese,
e quel cui folle errore a morte spinse,
miser! che di se stesso invan s’accese,
e chi di dolce amor t’arse e t’avinse,
o bella diva, il cor molle e cortese,
per cui tu Marte e ’l tuo Vulcan lasciasti,
e con le selve il terzo ciel cangiasti.
55
Quivi il nardo, l’acanto, il giglio e ’l croco
veggonsi il vago crin lieti spiegare,
ed altri fior di cui null’altro luoco
volle giamai l’alma natura ornare,
tra’ quai con mormorar soave e roco
se ’n va limpido rio serpendo al mare,
pieno il bel corno di coralli e d’auro,
onde Teti non ha maggior tesauro.
56
Quivi non querci e pini, abeti o faggi,
ma lauri, mirti e vaghi altri arbuscelli
difendono il terren da’ caldi raggi
con gli odorati lor verdi capelli;
quivi ne i cor più duri e più selvaggi
destan dolce pensier vezzosi augelli,
ché, scherzando su’ rami e su le fronde,
soavemente a l’un l’altro risponde.
57
Mentre rimiran questi il luoco adorno,
pensando che tal forse esser doveva
il bel giardin dove già fer soggiorno
i gran nostri parenti Adamo ed Eva,
sentir poco lontan sonar un corno
che dolcemente l’aria percoteva,
e vider poi venir due damigelle
vaghe, leggiadre, a maraviglia belle.
58
Ha l’una i bei capelli al capo avolti,
partiti in treccie in maestrevol modi,
e poi gli tiene in sottil rete accolti
che di fin auro e perle ha sovra i nodi;
l’altra ad arte ir gli fa negletti e sciolti,
e quasi par ch’ivi se stessa anodi
l’aura, ch’or gli alza, or gli rincrespa e gira,
e sempre in lor più dolcemente spira.
59
Purpurea seta testa a gigli d’oro
le belle membra a quella asconde e cela;
gonna, ch’è del color del sacro alloro
sparsa di gemme, a questa il corpo vela;
ambo candidi sono i destrier loro,
adorni sin a i piè d’argentea tela;
tutti i loro scudieri a la divisa
con vesti vanno d’un’istessa guisa.
60
Giunte queste a i guerrieri, ad ambo pria
fanno inchin riverente e grazioso,
poi richieggiono un dono, il qual non fia
ad alcun di lor duo grave o noioso.
Rinaldo allor: «Chi dono a voi potria
negar, e sia quant’esser può dannoso?
Vostro è, signore, il comandarne, e poi
deggiam quel ch’imponete esseguir noi».
61
Ed elle a loro: «Il don che noi chiediamo,
e che voi di concederne affermate,
è che un nostro palagio ove alberghiamo
de la vostra presenzia oggi degniate;
indi, signor, non molto lungi siamo,
ch’è quel che dirimpetto or rimirate
là su la cima del piacevol colle
che, vagheggiando intorno, alto s’estolle».
62
Così dicendo, ancor si fero scorta
de’ cavalier ch’a lor se ’n vanno a paro,
i quai però quanto il dover comporta
di tanta cortesia le ringraziaro.
Prendon la strada ch’è più vaga e corta
sin che al colle vicin tosto arivaro,
al bel colle dipinto il tergo e ’l seno,
cui lava i vaghi piedi il mar Tireno.
63
Pausillipo quest’è, dove s’avanza
natura ed ha de l’opre sue stupore,
ove è di Clori la perpetua stanza,
ov’ha Pomona il suo tesor maggiore,
ove menan la Grazie eterna danza
in compagnia di Venere e d’Amore,
c’hanno l’antiquo Cipro in lui cangiato
come in più degno albergo e più pregiato.
64
Come a la cima fur del vago monte,
dolce sonar di nuovo un corno udiro;
indi calossi del palagio il ponte,
onde molte donzelle insieme usciro.
Han tutte vaghe membra, amabil fronte,
abito eletto e d’artificio miro;
cortesi in vista son, ma nel bel volto
han virginal decoro insieme scolto.
65
Una di loro, a cui la schiera bella
tutta portar parea maggior rispetto,
raccolse con benigna umil favella
i cavalier e con cortese aspetto;
e l’un con questa man, l’altro con quella
preso, gli addusse entro il real tetto,
ricco e superbo per materia ed arte
in ogni sua men degna e nobil parte.
66
Giunsero, ascesa pria la regia scala
ch’era di pietra alabastrina e viva,
in spaziosa e ben formata sala,
che scopre il piano e la tirena riva;
quivi da più fenestre il fiato esala
verso là dove il dì more o s’avviva,
verso settentrione e verso dove
da la zona cocente Austro si move.
67
S’alza a punto nel mezzo ornato altare,
ricco d’oro e di gemme a maraviglia,
ove di donna un bel ritratto appare
che sol se stessa e null’altra simiglia:
veggonsi in lei grazie divine e rare,
sguard’uman, chiara fronte, allegre ciglia,
aria gentil, benigno onesto riso,
e par ch’accoglia ognun con grato viso.
68
Tiene aperte le mani in modo tale
che si mostra al donar pronta ed usata;
l’attraversa per mezzo un motto, il quale
ha tal sentenza in lettre d’or segnata:
«Tra le figlie di Dio nata immortale
son io, non men d’ogni vertù pregiata,
né senza aver di me ripieno il core
ascender può mai l’uomo a vero onore».
69
Pendon dopoi da le parti più belle
molte imagin ritratte in tutti i lati.
Di sesso e volto son diverse quelle
e gli abiti tra loro han variati;
né so se tai le avria già fatte Apelle
o se tai le fesse oggi il Salviati,
che coi colori e col penello audace
scorno a natura, invidia a gli altri face.
70
Come nel bel de le dipinte carte
la vista i cavalieri hanno appagata,
e de la regia sala a parte a parte
la mirabil ricchezza ancor mirata,
chiedono a lei, che gli divide e parte,
sendo tra l’uno e l’altro in mezzo intrata,
di chi l’imagin sia che rende adorno
l’altare, e di chi l’altre appese intorno.
71
L’esser suo chiedonle anco e di coloro
che fan seco dimora in compagnia,
e come il feminil leggiadro coro
così da cavalier sevro si stia.
Ella a que’ detti, rispondendo loro,
disse: «Il saprete allor che tempo ei fia».
Poscia in stanza men grande indi gli mena,
ove apparata è la superba cena.
72
Gareggia insieme il nobil drapelletto
in far allor servigio a’ duo baroni:
chi scarca lor de la corazza il petto,
chi di spada e pugnale ambi i galloni;
altra l’elmo e lo scudo e ’l braccialetto,
altra il resto lor trae fino a gli sproni;
altri le mani lor da vasi aurati
sparge di liquor varii ed odorati.
73
Vinti donzelle ne la mensa a canto
s’assidono a i guerrier, vint’altre han cura
di farla ricca e lieta a pien di quanto
produce grato al gusto uman natura;
lo spumante liquor di Bacco intanto
meschian vint’altre ancor con l’acqua pura,
ed altre tante ai lor vocali accenti
rendon concordi i musici stromenti.
74
Come coi cibi fu, come coi vini
doma la sete e l’importuna fame,
e si scoprir, levati i bianchi lini,
i bei tapeti adorni d’aureo stame,
disse, ver lor rivolta, a i pellegrini
baron colei che fra quelle altre dame
maggior sembrava: «Ora, signor, saprete
quel che poco anci a me voi chiesto avete.
75
Di Napoli, città che ’n riva al mare
siede quindi vicin, già resse il freno
donna che fu de le più degne e rare
virtuti adorna e copiosa a pieno,
che sopra tutto non trovò mai pare
in cortesia, sì n’ebbe il cor ripieno,
ed in ciò vinse i più lodati essempi
che giamai furo ne gli antiqui tempi.
76
Costei, vaga d’oprar cosa ch’ognora
la memoria di lei viva serbasse,
tal che sì come in vita, in morte ancora
l’alta sua cortesia si celebrasse,
fece con l’arte maga, ond’essa allora
a pena ritrovò chi l’aguagliasse,
questo palagio in cima a questo colle,
ed a la Cortesia sacrare il volle.
77
Sendo a la Cortesia poscia sacrato,
chiamollo albergo de la Cortesia,
e l’imagin di lei sovra l’ornato
altar drizzò dove ad ogni or si stia;
ritrasse poi ciascun che mai sia stato
raro tra i più cortesi, o che pur fia,
ed i ritratti loro intorno appese,
sì che il muro più vago indi si rese.
78
Lascia da poi che in cortesia si spenda
in questo albergo tanto argento ed oro
che ve ’n fia sempre, benchè il sol risplenda
mille volte or nel Cancro ed or nel Toro;
né crederò ch’a cotal pregio ascenda
altro cui re possegga ampio tesoro;
e vuol che le ricchezze e ’l luoco istesso
sia governato ognor dal nostro sesso.
79
Da donzelle però d’alti parenti
ne l’Italia felice al mondo nate,
le quali a note ed ad ignote genti
non sol ricetto dar siano obligate,
ma cercar anco co’ pensieri intenti
deggian ch’ad albergar sempre menate
sian qui donne e donzelle e cavallieri,
del paese così come stranieri.
80
Vuol anco ch’ognor vada a questo effetto
una copia di lor là presso il lito,
la qual tenti condurre al suo ricetto
ognun che passa con cortese invito;
e perché non le punga al cor sospetto
de l’onor suo, che non le sia rapito,
incantò il monte, e intorno ancor sei miglia,
con nuova ed incredibil meraviglia.
81
Che s’alcun donna ingiurioso offende
ne l’aver, ne la vita o ne l’onore,
d’invisibile ardor tutto s’accende,
sì che miseramente alfin ne more.
Ma sì come l’incanto ognor difende
chi serva intatto il virginal suo fiore,
così qual donna il macchia e ’l tiene a vile
quinci discaccia con perpetuo stile.
82
Come il mar scaccia d’uom le membra estinte,
come scaccia pastor le infette agnelle,
così con forza non veduta spinte
da questo spazio son le damigelle
che, da l’amore o dal gran premio vinte,
misere, furo al proprio onor rubelle.
E quinci avien che i padri nostri poi
non han, mentre stiam qui, cura di noi.
83
Fe’ da poi la regina, Alba nomata,
per mostrarsi cortese in ogni cosa,
e per farsi a coloro amica e grata
che van cercando ogni ventura ascosa,
una barca mirabile incantata
ch’ella chiamò la barca aventurosa,
perciò ch’ognun che in lei di gir si fida
sempre a qualche aventura in breve guida.
84
Senza nocchier, sol da l’incanto scorta,
se ’n va la barca per l’ondoso mare,
e gli erranti guerrier securi porta
là dove il lor ardir possin mostrare,
come (se ’l vostro core a ciò v’essorta),
voi potrete, signori, anco provare,
ché la barca tegniam quinci vicina
dove col nostro lito il mar confina.
85
Or l’ordin che tra noi serbar sogliamo
riman che sol vi dica, ed egli è questo:
ch’ogn’anno tra noi tutte una eleggiamo
ch’abbia a reger poi l’altre il pensier desto.
A quant’ella n’impon tutte obidiamo,
pur che comandi il licito e l’onesto.
Io, che per nome Euridice son detta,
al degno grado fui poco anzi eletta.
86
Fu Guilante il leggiadro il padre mio,
e in Capua dominò mentre che visse».
Qui tacque alquanto, indi il parlar seguio,
e de l’altre la stirpe e ’l nome disse.
Ma perché tinta già d’oscuro oblio
sorgea la notte, fe’ ch’ognun si gisse
a riposar su l’addagiate piume,
sin ch’in ciel si mostrasse il nuovo lume.