CANTO PRIMO

1
Canto i felici affanni e i primi ardori
che giovanetto ancor soffrì Rinaldo,
e come ’l trasse in perigliosi errori
desir di gloria ed amoroso caldo,
allor che, vinti dal gran Carlo, i Mori
mostraro il cor più che le forze saldo,
e Troiano, Agolante e’l fiero Almonte
restar pugnando uccisi in Aspramonte.
2
Musa, che ’n rozzo stil meco sovente
umil cantasti le mie fiamme accese,
sì che stando le selve al suono intente,
Eco a ridir l’amato nome apprese:
or ch’ad opra maggior movo la mente,
ed audace m’accingo ad alte imprese,
ver me cotanto il tuo favor s’accresca
ch’al raddoppiato peso egual riesca.
3
Forse un giorno ardirai de’ chiari fregi
del gran Luigi Estense ornar mie carte,
onde, mercè del suo valor, si pregi
e viva il nostro nome in ogni parte;
non perch’io stimi ch’a’ suoi fatti egregi
possa dar luce umano ingegno od arte,
ch’egli è tal ch’altrui dona e gloria e vita,
e vola al ciel senza terrena aita.
4
E voi sacro signor, ch’adorno avete
d’ostro la chioma e di virtude il core,
e sì lucidi raggi omai spargete
che se n’oscura ogni più chiaro onore,
quando a i gravi pensier la via chiudete,
prestate al mio cantar grato favore,
ch’ivi vedrete almen, se non espresso,
adombrato in altrui forse voi stesso.
5
Ma quando, il crin di tre corone cinto,
v’avrem l’empia eresia domar già visto,
e spinger pria, da santo amor sospinto,
contra l’Egitto i principi di Cristo,
onde il fiero ottomano, oppresso e vinto,
vi ceda a forza il suo mal fatto acquisto,
cangiar la lira in tromba e ’n maggior carme
dir tentarò le vostre imprese e l’arme.
6
Già Carlo Magno in più battaglie avea
domo e represso l’impeto affricano,
e per opra d’Orlando omai giacea
estinto Almonte e ’l suo fratel Troiano;
pur in sì rio destin si difendea
ne’ forti luoghi ancor lo stuol pagano,
ché molti in riva al mar, molti fra terra
pria n’occupò nel cominciar la guerra.
7
Ma Carlo, il pian ridotto in suo potere
e l’uno e l’altro mar a quel vicino,
stringea più sempre con l’armate schiere
da varie parti il campo saracino,
ch’avendo gran cagion del suo temere
paventava il furor d’empio destino;
pur, con audace e generoso core,
era a’ nemici suoi d’alto terrore.
8
E ciascun giorno sempre alcun di loro
fuor da le mura e da’ ripari usciva,
per provar s’al francese il valor moro
pari al men ne’ düelli riusciva;
ma quando il sol celava i bei crin d’oro,
e sotto l’ali il ciel notte copriva,
tutti assaliano insieme il nostro campo,
per tentar con lor gloria alcuno scampo.
9
Ma sempre il primo onore, il primo vanto,
in generale e in singolar battaglia,
rapporta Orlando il giovenetto, e in tanto
gli antichi eroi d’alte prodezze aguaglia:
guerriero alcun non è feroce tanto,
né piastra fatta per incanto o maglia
ch’al suo valor resista; e Marte istesso
avria forse la palma a lui concesso.
10
Oh quante volte e quante ei fece solo
a mille cavalier volger le piante,
e quante ancor rendette il terren suolo
del mauro sangue caldo e rosseggiante;
quante volte colmò d’estremo duolo
gli smariti seguaci d’Agolante,
ch’alzar gli vider sanguinosi monti
de’ duci lor più gloriosi e conti!
11
Tosto la vaga Fama il suo valore
e l’opre sue va divolgando intorno:
picciola è prima, e poi divien maggiore,
ch’acquista forze ognor di giorno in giorno.
Ovunque arriva sparge alto romore,
e finge quel d’ogni virtute adorno;
col vero il falso meschia, e in varie forme
si mostra altrui, né mai riposa o dorme.
12
Fra gli altri molti, del figliuol d’Amone
ella giunge a l’orecchie, e i fatti egregi
del valoroso suo cugin gli espone
a parte a parte, e gli acquistati fregi.
Subito a quell’illustre alto garzone,
c’ha ne la gloria posto i sommi pregi,
invidia accende generosa il petto,
che ne gli altieri spirti ha sol ricetto.
13
E tal invidia ha in lui maggior potere
perché gli par che ’l fior de’ suoi verdi anni,
quando l’uom deve tra l’armate schiere
soffrir di Marte i gloriosi affanni,
ei consumi in fugace e van piacere,
involto in molli e delicati panni,
quasi vil donna che ’l cor d’ozio ha vago,
e sol adopri la conocchia e l’ago.
14
Da queste cure combattuto geme,
e sospir tragge dal profondo core;
d’esser guardato vergognoso teme,
ch’induce l’altrui vista in lui rossore;
crede ch’ognun l’additi, e scioglia insieme
in tai voci la lingua a suo disnore:
«Come de’ suoi maggior le lucid’opre
con le tenebre sue questi ricopre!».
15
Tra sé tai cose rivolgeva ancora
quando il tetto real lasciossi a tergo,
e da Parigi uscio, ché quivi allora
insieme con la madre avea l’albergo;
e caminando, in breve spazio d’ora
giunse d’un prato in sul fiorito tergo,
che si giacea tra molte piante ascoso
ond’era poi formato un bosco ombroso.
16
Quivi, perché gli pare acconcio il luoco
a lamentarsi, e non teme esser visto,
si ferma e siede, e ’n suon languido e fioco
così comincia a dir, doglioso e tristo:
«Deh! perché, lasso! un vivo ardente foco
di dolor, di vergogna e d’ira misto
non m’arde e volge in polve, onde novella
di me mai più non s’oda o buona o fella?
17
Poi ch’oprar non poss’io che di me s’oda
con mia gloria ed onor novella alcuna,
o cosa ond’io pregio n’acquisti e loda,
e mia fama rischiari oscura e bruna;
poscia che non son tal che lieto goda
di mia virtute o pur di mia fortuna,
ma il più vil cavaliero, al ciel più in ira,
che veggia il sol tra quanto scalda e gira;
18
deh! perché almeno oscura stirpe umile
a me non diede o padre ignoto il Fato,
o femina non son tenera e vile,
ché non andrei d’infamia tal macchiato?
Perciò ch’in sangue illustre e signorile,
in uom d’alti parenti al mondo nato,
la viltà si raddoppia, e più si scorge
che in coloro il cui grado alto non sorge.
19
Ah! quanto a me de’ miei maggior gradito
poco è il valor e la virtù suprema;
quanto d’Orlando a me di sangue unito
l’ardir mi noce e la possanza estrema!
Egli or, di fino acciar cinto e vestito,
l’alte inimiche forze abbatte e scema,
e con l’invitta sua fulminea spada
fa ch’Africa superba umil se ’n vada.
20
Io quasi a l’ozio, a la lascivia, a gli agi
nato, in vani soggiorni il tempo spendo,
e ne le molli piume e ne’ palagi
sicuri tutto intero il sonno prendo;
e per soffrire i marzial disagi
tempo miglior, età più ferma attendo
a i materni conforti ed a que’ preghi
cui viril petto indegno è che si pieghi».
21
Mentre così si lagna, ode un feroce
innito di cavallo al cielo alzarsi.
Chiuse le labbra allor, frenò la voce
Rinaldo, e non fu tardo a rivoltarsi;
e vide al tronco d’una antica noce
per la briglia un destrier legato starsi,
superbo in vista, che mordendo il freno
s’aggira, scuote il crin, pesta il terreno.
22
Nel medesmo troncone un’armatura
vide di gemme e d’or chiara e lucente,
che par di tempra adamantina e dura,
ed opra di man dotta e diligente.
Cervo che fonte di dolc’acqua e pura
trovi allor ch’è di maggior sete ardente,
od uomo che rimiri a l’improviso
il caro volto che gli ha il cor conquiso,
23
non si rallegra come il cavaliero,
che così larga strada aprir vedea
per mandar ad effetto il suo pensiero,
che tutto intento ad oprar l’arme avea.
Corre dove sbuffando il bel destriero
con la bocca spumosa il fren mordea,
e lo discioglie e per la briglia il prende,
e ne l’arcion, senz’oprar staffa, ascende.
24
Ma l’arme che facean, quasi trofeo
sacro al gran Marte, l’alboro pomposo,
distaccò prima e adorno se ’n rendeo,
di tal ventura stupido e gioioso;
conosce ben che chi quelle arme feo
fu di servirlo sol vago e bramoso,
ch’erano ai i membri suoi commode ed atte,
qual se per lui Vulcan l’avesse fatte.
25
Oltra che de lo scudo il campo aurato
da sbarrata pantera adorno scorge,
che con guardo crudel, con rabbuffato
pelo, terror a i rimiranti porge:
ha la bocca e l’unghion tinto e macchiato
di sangue, e su duo piedi in aria sorge.
Già tal insegna acquistò l’avo, e poi
la portar molti de’ nepoti suoi.
26
Poi che saltando su ’l destriero ascese,
e tutto fu di lucide arme adorno,
l’usbergo, l’aureo scudo e l’altro arnese
si vagheggiava con lieto occhio intorno;
indi con ratta man la lancia prese,
la lancia ond’ebber molti oltraggio e scorno;
ma la spada lasciò, ché gli sovvenne
d’un giuramento ch’ei già fe’ solenne.
27
Avea di Carlo al signoril cospetto,
vantando, fatto un giuramento altero,
quando da lui coi frati insieme eletto
al degno grado fu di cavaliero,
di spada non oprar, quantunque astretto
ne fosse da periglio orrendo e fiero,
s’in guerra pria non la toglieva a forza
a guerrier di gran fama e di gran forza.
28
Ed or, come colui ch’audace aspira
a degne imprese, ad opre altere e nove,
ciò por vuole ad effetto, e ’l destrier gira,
e ’l batte e sprona ed a gran passi il muove;
e così il generoso sdegno e l’ira
e ’l desio di trovar venture dove
possa la lancia oprar lo spinge e affretta,
ch’in breve tempo uscì de la selvetta.
29
Come al marzo errar suol giumenta mossa
da gli amorosi stimoli ferventi,
onde non è che ritenerla possa
fren, rupi, scogli o rapidi torrenti,
così il garzon cui l’alma ognor percossa
è da sproni d’onor caldi e pungenti,
erra di qua, di là, raddoppia i passi
per fiumi, boschi e per alpestri sassi.
30
Tal ch’allor che ’l villan, disciolti i buoi
dal giogo, a riposar lieto s’accinge,
e ritogliendo il sol la luce a noi
via più rimoto ciel colora e pinge,
giunge in Ardenna, ove de’ fati suoi
l’immutabil voler l’indrizza e spinge;
quivi nuovo desir l’alma gli accense,
che quel primier in lui però non spense.
31
Errò tutta la notte intera; e quando
ne riportò l’Aurora il giorno in seno,
uom riscontrò d’aspetto venerando,
di crespe rughe il volto ingombro e pieno,
che sovra un bastoncel giva appoggiando
le membra, che parean venir già meno,
e a questi segni ed al crin raro e bianco
mostrava esser da gli anni oppresso e stanco.
32
Questi, verso Rinaldo alzando ’l viso,
così gli disse in parlar grave e scorto:
«Dove vai, cavalier, ch’egli m’è aviso
vederti tutto omai lacero e morto?
Ché già più d’un guerriero è stato ucciso
ch’errando per lo bosco iva a diporto,
e troppo altero del suo gran valore,
ha voluto provar tanto furore.
33
Sappi che novamente in questa selva
è comparso un cavallo aspro e feroce,
di cui non è la più gagliarda belva
o dove aghiaccia o dove il sol più cuoce.
Da lui qual lepre fugge e si rinselva
il leone, il cinghial e l’orso atroce;
dovunque passa l’alte piante atterra,
e intorno tremar fa l’aria e la terra.
34
Dunque fuggi, meschino, o in cavo e fosco
luoco t’ascondi, ché d’udir già parmi
rimbombar al suo corso intorno il bosco,
né contra a lui varran tue forze ed armi;
ch’io quanto a me, s’a segni il ver conosco,
cagion non ho di quinci allontanarmi
per servar questa spoglia inferma e vecchia,
cui natura disfar già s’apparecchia».
35
Al parlar di quel vecchio il buon Rinaldo
non si smarrì, né di timor diè segno,
ma d’ardente desir divenne caldo
di farsi qui d’eterna fama degno;
e con parlar rispose audace e saldo,
acceso dentro d’onorato sdegno
che co’ detti a vil fuga altri l’esorte,
quasi ei paventi una famosa morte.
36
«Fugga chi fuggir vuol, ché cavaliero
non dee più che la lancia oprar lo sprone,
e quanto è più il periglio orrendo e fiero,
più francamente il forte a lui s’oppone;
ed io già fermo fo stabil pensiero
di far del mio valor qui paragone;
e se ben fussi ov’è più ardente il polo,
qui ratto ne verrei per questo solo».
37
Allor l’antico vecchio a lui rivolto,
in voci tai l’accorta lingua sciolse:
«Con gran diletto, o cavaliero, ascolto
il grande ardir ch’in te natura accolse;
né vidi uom mai più dal timor disciolto,
da poi che ’l mio parlar non ti distolse
da l’alta impresa, né tue brame estinse,
ma loro infiammò più, te più sospinse.
38
E credo che conforme abbia a l’ardire
infuso in te ’l valor l’alma natura,
e che per le tue man deggia finire
tosto sì perigliosa alta ventura:
segui pur dunque il tuo gentil desire,
e di gloria e d’onor l’accesa cura,
ch’a degne imprese il tuo destin ti chiama,
e vivrai dopo morte ancor per fama.
39
E perché possi, quando a cruda guerra
ti troverai con quel destrier possente,
la furia sua, che l’altrui forze atterra,
vincere e superar più facilmente,
vedi di trarlo mal suo grado in terra,
ché mansueto ei diverrà repente,
ed a te sì fedel che non fu tanto
fedel al magno Ettorre il fiero Xanto.
40
Di lui quel ti dirò ch’a molti è ignoto,
che ti parrà quasi impossibil cosa.
Amadigi di Francia, a tutti noto,
che la bella Oriana ebbe in sua sposa,
solcando il mar, fu dal piovoso Noto
spinto a l’isola detta or Perigliosa,
ch’allor con nome tal non fu chiamata,
ma tra l’altre perdute annoverata.
41
Quivi il destrier vins’ei già carco d’anni,
ed in Francia suo regno il menò seco;
ma poi ch’a volo glorioso i vanni,
di sé lasciando il mondo orbato e cieco,
mosse felice inver gli empirei scanni,
incantato il destrier entro uno speco
fu qui vicin dal saggio Alchifo il mago,
di far qualch’opra memorabil vago.
42
Sotto tai leggi allor quel buon destriero
fu dal mago gentil quivi incantato,
che non potesse mai da cavaliero
per ingegno o per forza esser domato,
se dal sangue colui reale altero
d’Amadigi non fusse al mondo nato,
e s’in valor ancor no ’l superasse,
o pari almeno in arme a lui n’andasse.
43
Dopo che ’l mago la bell’opra fece,
non s’è ’l cavallo se non or veduto,
ma da ch’apparve, diece volte e diece
ha ’l suo torto camin Cinzia compiuto:
onde da segno tal comprender lece
che ’l termine prefisso è già venuto
ch’esser disfatto dee lo strano incanto
e domato il destrier feroce tanto.
44
Né ti maravigliar se ’l destrier vive
dopo sì lungo girar d’anni ancora,
ch’ il fil troncar d’alcun le Parche dive
non ponno, s’incantato egli dimora;
né fra l’imposte al viver suo gli ascrive
il fato di quel tempo una sol’ora.
Grande il poter de’ maghi oltra misura
e quasi equale a quello è di Natura.
45
Nel fin di questa selva un antro giace:
indi il cavallo mai non si discosta,
ma misero colui che troppo audace
a quella parte ov’egli sta s’accosta.
Tu, perché partir vuo’, rimanti in pace;
e s’a l’impresa ancor l’alma hai disposta,
in oblio non porrai che, s’ei la terra
col fianco premerà, vinta hai la guerra».
46
Non avea detto ancor queste parole
che ne la selva si cacciò più folta,
veloce sì che più veloce il Sole,
dechinando il suo carro, al mar non volta.
Restò Rinaldo allor sì come suole
debile infermo rimaner talvolta,
cui ne’ sonni interrotti appaion cose
impossibili, strane e mostruose.
47
Questi, ch’era apparito al giovinetto
in forma d’uom ch’a vecchia etate è giunto,
era il buon Malagigi, a lui di stretto
nodo di sangue e d’alto amor congiunto,
mago de la sua etade il più perfetto,
che ’l buon voler mai dal saper disgiunto
non ebbe, anzi ad ognor suoi giorni spese
altrui giovando in onorate imprese.
48
Egli avea ritenuto il suo germano
Rinaldo alquanto in Francia e quasi a forza,
sin ch’un influsso rio gisse lontano
e cresciesse con gli anni in lui la forza;
or, passato il furor troppo inumano
del ciel, cui spesso uom saggio e piega e sforza,
gli permise il partirsi, e fegli appesi
trovar al tronco i necessari arnesi.
49
Rinaldo intanto per la selva caccia
il suo destrier per vie longhe e distorte,
e de l’altro corsier segue la traccia,
senza saper qual strada a quello il porte;
e per ogni romor che l’aura faccia
per che rallegri l’animo e conforte,
credendo allor trovarlo; e così invano
errò sinché ’l sol gio ne l’oceano.
50
Allor su l’erba a piè d’un fonte scese,
ch’era de’ quattro l’un che fe’ Merlino,
e con frutti selvaggi ed acqua prese
ristor de la fatica e del camino.
Ma quando Febo in oriente accese
di nuovo il vago raggio matutino,
ritorno fece a la primiera inchiesta,
e ’l viaggio seguì per la foresta.
51
Per quella andò gran spazio avendo intenti
gli occhi e ’l pensiero a l’alta impresa solo;
ed ecco, allor che co’ suoi raggi ardenti
insino a l’imo fende Appollo il suolo,
strepito pargli d’animai correnti
sentir nel bosco, onde ne corre a volo
là onde il suono a le sue orrecchie viene,
e raddoppia nel cor desire e spene.
52
Ed in questa apparir da lungi vede
leggiadra cerva e più che latte bianca,
che ratta move a tutto corso il piede
ed anelando vien sudata e stanca;
e sì il timor il cor le punge e fiede,
e la lena e ’l vigor in lei rinfranca,
ch’ov’è ’l garzone arriva e inanzi passa,
e gran parte del bosco a tergo lassa.
53
Vien dietro a lei sovra un cavallo assisa,
che veloce se ’n va come saetta,
di nuovo abito adorna in strana guisa
una disposta e vaga giovinetta,
dal cui dardo ferita e poscia uccisa
fu la fugace e timida cervetta,
dal dardo ch’ella, di lanciar maestra,
tutto le fisse entro la spalla destra.
54
Mira il leggiadro altero portamento
Rinaldo, e ’nsieme il vago abito eletto:
e vede il crin parte ondeggiar al vento,
parte in belli aurei nodi avolto e stretto,
e la vesta cui fregia oro ed argento,
sotto la qual traspar l’eburneo petto,
alzata alquanto, discoprir a l’occhio
la gamba e ’l piede fin presso al ginocchio:
55
la gamba e ’l piede, il cui candor contende
purpura in fior contesta a l’altrui vista;
il dolce lume poi che gli occhi accende,
e la guancia di gigli e rose mista,
e la fronte d’avorio onde discende
grazia che può far lieta ogn’alma trista,
e le perle e i rubin, fiamme d’Amore,
rimira ingombro ancor d’alto stupore.
56
Non quando vista ne le gelid’acque
da l’incauto Atteon fusti, Diana,
tant’egli ne stupì, né tanto piacque
a lui la tua beltà rara e soprana,
quant’or nel petto al buon Rinaldo nacque
fiamma amorosa e maraviglia strana,
vedendo in selva solitaria ed adra
sì vago aspetto e forma sì leggiadra.
57
La vaga e cara imago, in cui risplende
de la beltà del ciel raggio amoroso,
dolcemente per gli occhi al cor gli scende
con grata forza ed impeto nascoso:
quivi il suo albergo lusingando prende;
alfin con modo altero, imperioso,
rapisce a forza il fren del core e ’l regge,
ad ogn’altro pensier ponendo legge.
58
Ma come quel che pronto era ed audace
e Fortuna nel crin prender sapea,
e tanto più quant’era più vivace
quel dolce ardor che l’alma gli accendea,
disse: «V’apporti il ciel salute e pace
sempre, qual che vi siate, o donna o dea;
e come vi fe’ già leggiadra e bella,
così beata or voi faccia ogni stella.
59
E s’a la grazia, a la beltà del viso
pari felicità dal ciel v’è data,
ardisco dir che non è in paradiso
alma di voi più lieta e più beata:
ché tai son quelle in voi, ch’egli m’è aviso
ch’angiola siate di là su mandata:
onde per me felice io mi terrei
di spender, voi servendo, i giorni miei.
60
Ma dapoi che mostrarvi il ciel cortese
ha per sì raro dono a me voluto,
facciamisi or per voi chiaro e palese
quel che sin qui nascosto ei m’ha tenuto:
ch’avendo l’altre qualitati intese,
come quelle apparenti ho già veduto,
rimarrà sol che con onor divini
voi mia dea riverisca, a voi m’inchini».
61
Al parlar di Rinaldo la donzella
d’un onesto rossor le guancie sparse,
e qual veggiam del Sol l’alma sorella,
quando vento minaccia, in volto apparse:
il che più la rendette adorna e bella,
e di fiamma più calda il giovin arse;
indi mosse ver lui parole tali
che tutte al cor gli fur fiammelle e strali:
62
«Non son qual mi formate, o cavaliero,
né va ’l mio merto al parlar vostro eguale;
ma di Carlo soggiaccio al magno impero,
come ancor voi da Dio fatta mortale;
ben è ’l fratello mio prode guerriero,
e di sangue chiarissimo e reale:
ei che Guascogna, ond’è signor, governa,
or segue Carlo a fiera guerra esterna.
63
Ed io, ch’al giogo maritale unita
non sono e seguir Cinzia ancor mi lice,
in un castel vicin tranquilla vita
ne meno, e meco sta mia genitrice
e compagnia, qual bramar so, gradita;
resta or che ’l nome dica: egli è Clarice.
Ma chi sete guerriero, e di qual merto,
voi che ’l vostro servir m’avete offerto?»
64
Allor Rinaldo a lei così rispose:
«Traggo l’origin io da Costantino,
che l’imperial sede in Grecia pose,
lasciando altrui d’Italia il bel domino;
Amone è ’l padre mio, le cui famose
opre al grado l’alzar di paladino;
Chiaramonte il cognome, io son Rinaldo,
solo di servir voi bramoso e caldo».
65
«Chi de’ vostri avi invitti e del gran padre
non ha sentito l’onorato grido,
s’è testimon de l’opre lor leggiadre
ogni remota piaggia ed ogni lido?
E chi d’Orlando, a le cristiane squadre
prima difesa contra il Mauro infido?
Ma di voi null’ancor la fama aporta».
Così a lui disse la donzella accorta.
66
E con que’ detti gli traffisse il core,
e ’l colmò di dolore e di vergogna,
onde in se stesso d’ira e di furore
acceso, morte e più null’altro agogna.
Tratte dal petto alfin tai voci fuore,
rispose a quella tacita rampogna:
«Affermo anch’io che molto Orlando vaglia,
e che raro è colui che se gli aguaglia:
67
ma ’l suo valor però non tanto parmi
ch’io col vostro favor punto temessi
seco venir al paragon de l’armi,
senza che biasmo a riportar n’avessi;
e s’occasion tal vorrà mai darmi
il ciel, voi ne vedrete i segni espressi».
Fra tanto ei scorse e la donzella altera
di donne e di guerrier leggiadra schiera.
68
Eran costor la nobil compagnia
di Clarice, che lei givan cercando,
di strano intoppo e di fortuna ria
tutti dubbiosi e mesti paventando:
ché lasciati gli avea ella tra via,
dietro la cerva il suo destrier spronando,
sì che vedendola ora a l’improviso
segni mostrar d’alta letizia al viso.
69
Ella, veduto i suoi, tosto rivolse
sorridendo a Rinaldo il vago aspetto,
e gli disse: «Baron, s’il ciel raccolse
tanto ardir e valor nel vostro petto
ch’ad Orlando, in cui porre il tutto volse
che se ricchiede a cavalier perfetto,
ne gite par nel gran mistier di Marte,
mostrate qui vostra possanza in parte.
70
Ché se d’Orlando voi non men valete,
questo de’ miei guerrier ardito stuolo
giostrando superar ancor potrete,
benché contra lor tutti andiate or solo.
Io dirò poi che tal ne l’arme sete
che mostrate d’Amon esser figliuolo,
e che voi con la spada e con la lancia
alzate al par di lui l’onor di Francia».
71
A sì grate parole ingombra l’alma
alta dolcezza al buon figliuol d’Amone,
che spera aver di quei guerrier la palma
e far del suo valor qui paragone.
Pur a lei disse: «Assai difficil salma
quella è che ’l parlar vostro ora m’impone,
ma quest’alma beltà tai forze aviva
in me che spero addur l’impresa a riva».
72
Così detto, il destrier veloce gira,
e tosto gionto a quei guerrieri a fronte
pria le fattezze altere intento mira,
poi così parla con audace fronte:
«Valorosi signor, non sdegno od ira,
non da voi ricevute ingiurie ed onte,
ma più bella cagion ora mi sforza
a provar quanto saglia in voi la forza.
73
Accingetevi dunque a la battaglia,
che si vedrà chi di servir più degno
sia l’alta dama, e più ne l’armi vaglia,
tosto con chiaro ed apparente segno».
Il forte Alcasto allor, cui di Tessaglia,
morto ’l padre, obedir doveva il regno,
qual uom d’amore acceso e qual superbo,
così rispose con parlare acerbo:
74
«Ben come hai detto, folle, or or vedrai
quanto sia questa lancia e soda e dura,
e qual errore commette ancor saprai
quel che le forze sue non ben misura».
Avea di Grezia in Francia a trager guai
costui condutto l’aspra sua ventura,
ch’in Clarice non pria fermò lo sguardo
ch’al cor sentio d’amor l’acuto dardo.
75
E sendo tra il re Carlo e ’l genitore
molti anni pria grave odio e sdegno nato,
non si volse scoprir, ch’ebbe timore
di non essere offeso ed oltraggiato.
Ma spinto, lasso! dal tiranno Amore,
esser fingendo di più basso stato,
s’era a’ servigii posto ei di Clarice,
ch’in ciò la sorte alquanto ebbe auditrice.
76
E perché Amor da gelosia diviso
rado o non mai del tutto esser si vede,
con fiera voce e con turbato viso
la superba risposta allor ei diede.
Ma Rinaldo, che sente a l’improviso
che con detti orgogliosi altri lo fiede,
volge ’l cavallo e pon la lancia in resta;
né men tardo di lui quegli l’arresta.
77
L’uno e l’altro la lancia a un tempo impugna,
e l’un si move e l’altro anco in un punto;
ma l’un mira che ’l colpo a l’elmo giugna
là dove è con la fronte il crin congiunto,
l’altro, che via men dotto è di tal pugna,
cerca che ’l petto sia dal ferro punto;
nessun l’asta nerbosa indarno corse,
ma con quella al nemico affanno porse.
78
A mezzo ’l petto il fier garzon fu colto
dal forte Alcasto col nodoso legno,
ch’ogn’uom più saldo avria sozzopra volto,
ed ei non fece di cader pur segno.
Fu ’l nemico da lui più offeso molto,
che la terra calcò senza ritegno,
ferito in testa d’aspra e mortal piaga
sì che ’l terren di sangue intorno allaga.
79
Rinaldo in sella si rassetta, e poscia
verso gli altri guerrier ratto si scaglia.
Un ferisce nel capo, un ne la coscia,
e pon fin con duo colpi a la battaglia;
indi a gli altri col tronco estrema angoscia
porge, e con l’urto quelli apre e sbaraglia;
ma in pochi colpi rotto in su la strada
convien ch’in mille pezzi il tronco vada.
80
Nel cader del troncon speme e baldanza
ne gli aversarii suoi poggiando sorse;
non già l’ardir si rompe o la speranza
nel fier garzon, che rotto esser lo scorse,
ché questa e quello in lui tanto s’avanza
quanto ’l suo stato più si trova in forse.
Così ben spesso core invitto e forte
prende vigor da la contraria sorte.
81
Clarice in questa con immote ciglia
mira ’l valor del nobil giovinetto:
dal valor nasce in lei la maraviglia,
e da la maraviglia indi il diletto;
poscia il diletto che in mirarlo piglia,
le accende il cor di dolce ardente affetto;
e mentre ammira e loda ’l cavaliero,
pian piano a nuovo amore apre ’l sentiero.
82
Erano corsi più feroci adosso
al gran guerriero i suoi nemici intanto,
ed altri l’elmo del cimier gli ha scosso,
altri lo scudo in varie parti infranto,
altri ’l viso, altri ’l braccio, altri percosso
gli have l’armato corpo in ogni canto.
Rinaldo or spinge inanzi, or si ritira,
e coraggioso a la vittoria aspira.
83
E ’l cavallo volgendo a la man dritta,
il più feroce a mezzo ’l collo afferra,
e scrollandolo poi ben lungi il gitta
da sé, disteso e tramortito in terra.
Un, che la lancia a lui ne l’elmo ha fitta
e crede omai finita aver la guerra,
con l’urto del corsier manda sozzopra,
poi con un altro il grave pugno adopra.
84
Di sì terribil pugno un ne percosse
che, rotto l’elmo, gli stordì la testa,
e d’ogni senso e di vigor lo scosse.
Né per questo il furor de gli altri arresta,
ché Linco, un di color, ver lui si mosse
ratto sì che la fiamma è via men presta,
e venne seco a perigliosa lotta,
credendo aver la man più forte e dotta.
85
Ma da l’arcion Rinaldo il leva a forza,
e rotandol per l’aria entorno il gira;
indi con strano modo e molta forza
tra l’inimici suoi scagliando il tira,
onde a ritrarsi alfin gli induce e sforza
ed a schivare il suo disdegno e l’ira.
Clarice allor, d’alto stupor ripiena,
n’andò con fronte a lui lieta e serena.
86
E disse: «Alto guerriero, a pruova aperta
già tutte vista abbiam la virtù vostra,
e qui nulla è di noi che non sia certa
ch’oggi vinta riman la gente nostra,
e che la palma sol da voi si merta.
Cessi omai dunque sì terribil giostra:
e poiché cessa la cagione, insieme
cessi il furor, ch’ogn’uom vi cede e teme».
87
Come allor che ’l Tiren torbo e sonante
leva al ciel l’onde e i legni al fondo caccia,
se Nettuno in su ’l carro trionfante
scorge ir con lieta e venerabil faccia,
la furia affrena, e ’n placido sembiante
par che senz’onda nel suo letto giaccia,
così al caro apparir, a l’amorose
note, ogni sdegno il cavalier depose.
88
Ma perché Appollo inver gli esperii liti
già dechinava l’auree rote ardenti,
sopra più bare por fatto i feriti
ed inanti portar quei da serventi,
donne e guerrieri in vaga schiera uniti
partir di là con passi tardi e lenti;
e con la sua bellissima Clarice
gia ragionando il cavalier felice,
89
che tra via pur talvolta a lei movea
d’amor parole e tacite preghiere;
ma sempre o non intenderle fingea,
o gli dav’ella aspre risposte altere
con le quai l’alma al giovin trafiggea,
e sciemava in gran parte il suo piacere;
ché, benché eguale ardore al cor sentisse,
non volea ch’in lei quello altri scoprisse.
90
Lassa! non sa che l’amorosa face,
se vien celata, più ferve e s’avanza,
sì come fuoco suol chiuso in fornace,
ch’arde più molto ed ha maggior possanza.
Pur il guerrier, che ciò ch’ascoso giace
sotto sdegnosa e rigida sembianza
scorger non puote, e crede al finto volto,
si trova in mille acerbe pene involto.
91
Deh! quante donne son ch’aspro rigore
mostran nel volto ed indurato sdegno,
c’hanno poi molle e delicato il core,
de gli strali d’amor continuo segno;
incauto è quel che ciò ch’appar di fuore
tien del chiuso voler per certo pegno,
ch’un’arte è questa per far scempi e prede
d’uom che drieto a chi fugga affretti il piede.
92
Quel che più rende il cavalier doglioso
é perché non gli sembra essere amato
per lo suo poco merto, a lei d’ascoso
fuoco il cor non vedendo arso e infiamato;
ma speme ha pur di farsi ancor famoso,
sì che da lei ne deggia esser pregiato.
Così ad un nobil core amor sovente
è qual lo sprone ad un destrier corrente.
93
Giunto intanto al castel, congiedo prese
l’acceso cavalier da la donzella,
ch’a restar seco l’invitò cortese,
raddolcendo lo sguardo e la favella.
Ei, che prima ha disposto illustri imprese
condur al fin per farsi grato a quella,
a i dolci umani inviti il cor non piega,
e ciò che brama a se medesmo niega.