CANTO UNDICESIMO

1
Ma, trattasi in disparte, alto sospira
Clarice, e gelosia sol n’è cagione;
tra sé fremendo l’accoglienze mira
che fan quell’altre al gran figliol d’Amone,
e s’arma incontro a lui di sdegno e d’ira
per l’onta in suo disnor fatta a Grifone,
e per veder che ne lo scudo il volto
d’ignota dama porta impresso e scolto.
2
«Non ti basta, crudel», dice in se stessa,
«romper la fede e far torto al mi’ amore,
se non mi scopri la cagione espressa
del tuo grave fallir, del mio dolore?
Poiché viva non puoi, mi mostri impressa
la donna, oimè! che ti possiede il core;
ed onde io più mi doglia, ahi! perché questo?
a la mia gloria sei con l’arme infesto.
3
Lassa! qual sotto i fior l’angue è celato,
tal sotto cortesia, sotto bellezza,
s’asconde in te perfido cor spietato,
che l’altrui fede e ’l puro amor disprezza.
Fuggite, donne, oimè! fuggite il grato
sembiante e ’l guardo umil pien di dolcezza,
che promettendo vita altrui dan morte,
e son d’un fido cor mal fide scorte.
4
Ma, stolta! a che sospiro? a che mi doglio,
se ’l più dolermi e ’l sospirar non vale?
S’egli è perfido e lieve, io come soglio
ancor dunque serò fida e leale?
Ahi! non fia ver, ch’a lui scoprir mi voglio
ne la costanza e ne la fede eguale».
Così detto tra sé, prese consiglio
di mostrare a Rinaldo irato il ciglio.
5
O di tema e d’amor figlia crudele,
figlia che ’l genitore sovente uccidi,
a l’alte sue dolcezze amaro fele,
peste ch’infetti l’alme in cui t’annidi,
torna a l’inferno omai, tra le querele,
tra l’aspre pene e tra gli eterni stridi,
né più turbar sì puro e casto foco,
ch’ivi non merta aver tuo giaccio loco.
6
Il paladin che sempre gli occhi porse
sin da principio a la sua dolce amata,
sì come lampo in ciel turbato scorse
folgorar l’ira ne la faccia irata,
non già de la cagione allor s’accorse
che la rendesse incontro lui sdegnata.
Pur cheto disse: «Lasso! or chi m’oscura
il seren de l’angelica figura?
7
Dunque sarò per così lunga via
morte venuto a tor così noiosa?
ché mi dà morte l’inimica mia
quando m’appar superba e disdegnosa.
Qual fora, oimè! se fusse umile e pia,
s’è tal, sendo crudel ed orgogliosa?
Deh! come soffri, Amor, ch’ingiusto sdegno
turbi i begli occhi ov’è ’l tuo albergo e ’l regno?»
8
Fra tanto Carlo ver le regie mura
vol che la nobil schiera il camin prenda:
spogliar si vede allor la gran pianura
prima di quella e poi di questa tenda,
ed ogni cavalier, cui dolce cura
per dama de la corte il petto accenda,
pigliare il freno del destrier di quella,
ma con bel modo pria riporla in sella.
9
Si reca ancor Rinaldo infra le braccia
Clarice, e la ripon su ’l palafreno;
ma quella da’ bei lumi e da la faccia
piover rassembra allor sdegno e veleno;
e, benché con la lingua immobil taccia,
è ’l suo tacer d’aspre querele pieno;
e ciò ch’a lui non toglion le parole,
negar con gli atti e con gli sguardi vole.
10
Il cavalier, ch’audace in tali imprese
costume innato e cald’amor rendea,
mentre per gli occhi al cor fiammelle accese
dal caro amato oggetto egli traea,
qual uomo in amar cauto, il tempo prese
ch’ascosamente a lui già si togliea,
e mostrando di fuor gli interni affetti,
sciolse l’accorta lingua in questi detti:
11
«Ahi, quant’empio è colui ch’ad uom mendico
de le lunghe fatiche il frutto invola!
quanto crudele e di pietà nemico
chi ne gli affanni il miser non consola!
Quest’or, signora, a voi piangendo dico,
perché del mio penar la dolce e sola
mercè mi si contende, e mi si toglie
ogni conforto in sì gravose doglie.
12
L’affanno dunque in lungo error sofferto,
e quanto sol per voi ne l’arme oprai,
avrà per degno e per estremo merto
sdegno, ch’al cor mi mandi acerbi guai?
sdegno, ch’in questo amaro stato incerto
de’ bei vostri occhi oscuri i dolci rai,
da’ quai prende vigor l’anima stanca,
ed al duol si sottragge e si rinfranca?
13
Misero! e qual cagione?...» e quivi il corso
volea di sue parole oltre seguire,
ma gli pose a la lingua allora il morso
l’amata sua, così prendendo a dire:
«Diavi nel vostro mal, diavi soccorso
chi vi diè contra me forza ed ardire,
il cui volto non sol nel cor portate,
ma fuor ne l’arme impresso ancor mostrate».
14
Tu, fero Amor, tu che gli strai di queste
voci drizzasti al cor del giovinetto,
narra non men l’acerbe piaghe infeste
ch’impresser quelle a lui ne l’egro petto:
ché farle in qualche parte or manifeste
a la mia musa è disegual soggetto,
né potrebbe cantando alzarsi al vero
ov’alzar tu sol puoi l’altrui pensiero.
15
Nel fosco senso de le voci irate
ben tosto penetrò l’accorto amante,
benché fossero fuor quelle mandate
oscuramente e in suon basso e tremante;
ed a far conta a lei sua lealtate
già si moveva con umil sembiante,
ch’era verace testimon del core
e certo segno de l’incerto amore.
16
Ma Clarice, al suo dir la via troncando,
lo schernì, lasso! con astuzia ed arte,
ch’a sé chiamò cortesemente Orlando,
il qual da tutti gli altri iva in disparte,
ed a lui di parlar materia dando,
al figliolo d’Amon la tolse in parte;
dapoi, giunti a Parigi, ancor gli tolse
la dolce vista, ond’ei non men si dolse.
17
Misero cavaliero, ingiustamente
di fortuna e d’amor prova l’offese,
e per l’aura del duol nel petto sente
gir più crescendo ognor le fiamme accese;
e qual da poco umore acciar rovente
più fervido che pria talor si rese,
tale in lui da piacer fugace e breve,
l’ardore e ’l duol maggior forza riceve.
18
Quel sì breve piacer che talor prende
dal caro oggetto e da l’amata vista,
col suo dolce licor via più raccende
il foco e ’l rio dolor ne l’alma trista:
ché l’un contrario maggior l’altro rende,
e ’l mal dal ben vigore e forza acquista,
ch’ove lieve sarebbe essendo ignoto,
s’aggrava al paragon col farsi noto.
19
Sei volte il sol de la fosca ombra scosse
de la gran madre antiqua il duro volto,
ma da Rinaldo ancor già non rimosse
l’ombre del duolo ond’ei viveva involto;
pur ei con Clarice in tanto oprosse
ch’ella amante il tenea fervido molto,
se non leale, e nel suo casto petto
già rilassava l’ostinato affetto.
20
Non però di color conforme il molle
animo veste e ’l placido pensiero;
anzi lo sdegno che dal petto tolle
ripon ne gli occhi e nel bel viso altero,
onde ’l foco e ’l martir molto s’estolle
ne l’innocente afflitto cavaliero,
ch’oltra la scorza non penetra, dove
face in su’ aita Amor pietose prove.
21
Ma fra tanto pomposa e nobil festa
nel palagio di Carlo si prepara;
la gente tutta a tai diletti desta
la notte aspetta, e gli è la luce amara;
chiama quella Rinaldo atra e molesta,
chiama la sera poi lucida e cara.
Oh stolta de’ mortai fallace mente,
che cieca il suo peggior brama sovente!
22
Già la notte, stendendo umida l’ali,
gli almi ed eterni fochi in cielo accende,
là donde il bene e ’l mal tra noi mortali
con varia sorte ognor deriva e scende;
già soave armonia per le reali
stanze altamente risonar s’intende,
e concorde a’ soavi e dolci accenti
va misto al cielo il suon de gli istromenti.
23
D’alti guerrieri, di donne adorne e belle
il palagio real tosto è ripieno;
e come suol tra le men chiare stelle
splender Vener e Giove in ciel sereno,
così tra’ cavalier, tra le donzelle,
Clarice e ’l suo amator splende non meno;
e da’ bei lumi lor fiammelle aurate
escon, d’empia dolcezza avvelenate.
24
Non già Rinaldo ne l’amato viso
pietà vede però del suo martoro,
né ver lui lampeggiar quel dolce riso
che gli scopre d’Amor tutto ’l tesoro.
Alfin dispone (ahi, duro infausto aviso!)
ch’Alda componga le discordie loro:
Alda la bella invitar vole a danza,
poi c’ha locato in lei la sua speranza.
25
Egli costei con puro zelo amava
ed era amato con eguale affetto,
perch’altre volte, quando in corte stava,
con lei nudrito fu da fanciulletto;
sapeva poi ch’apriva ella e serrava
l’empio cuor di Clarice a suo diletto,
e con bei modi e con parlar soave
dolcemente di quel volgea la chiave.
26
Ver lei dunque si mosse e le richiese
di ballar seco, ed ella era a ciò presta;
ma fu dal forte Anselmo il maganzese
nel punto istesso a danza ancor richiesta.
Alda, che ’l doppio invito a un tempo intese,
chinò a terra lo sguardo e l’aurea testa,
né quel né questo col parlar ricusa,
ma tacendo si sta dubbia e confusa.
27
Il maganzese allor l’altera fronte
ed insieme il parlar ver l’altro torse:
«Cedi, garzon; se non, dai gridi a l’onte,
e da l’onte s’andrà più inanzi forse».
Non men altero quel di Chiaramonte
con fier sembiante a lui tai detti porse:
«Cedi pur tu; se non, verrassi tosto
più oltre ancor, ch’io già ne son disposto».
28
Anselmo, folgorando il torvo sguardo,
ad aspro riso allor la bocca mosse,
e disse: «Se tanto osa un vil bastardo,
che poi farebbe se mio pari ei fosse?».
Or ben tal detto fu pungente dardo
ch’al nobil giovanetto il cor percosse;
come leon ferito in ira salse,
e ’l suo sdegno frenar punto non valse.
29
Con la sinistra mano Anselmo stringe
ne la gola, il trar fiato a lui contende,
e con l’altra il pugnal di punta spinge
e, trapassando il petto, il cuor gli offende;
di rosseggiante smalto il suol dipinge
tiepido rio che da la piaga scende,
e co ’l sangue esce ancor lo spirto insieme,
sì che ’l corpo cadendo il terren preme.
30
Come sanguigno in giù cader tremando
il maganzese cavalier fu visto,
intorno per la sala ir risonando
strepito udissi di più voci misto,
qual fremer s’ode ancor negli alvei, quando
le pecchie infesta morbo orrido e tristo,
e qual ne’ boschi, allor ch’in lor serrati
spiran d’Austro o di Coro i primi fiati.
31
Si vider lampeggiar mille lucenti
ferri in quel punto ancor qual fuochi accesi,
e quinci correr, d’alta rabbia ardenti
contra Rinaldo, Gano e gli altri offesi;
e quindi poscia, al suo soccorso intenti,
i suoi fratelli opporsi a’ Maganzesi,
e co ’l fior de’ guerrier di Chiaramonte
l’invitto cavalier ch’uccise Almonte.
32
Le pavide donzelle i bei colori
smarriro, oppresse da la fredda tema,
come soglion talor vermigli fiori
s’avien che troppo giel gli asconda e prema:
pallide i volti e palpitanti i cori,
quelle, col piede che mal fermo trema,
si ristrinsero intorno a la regina,
quale in porto dal mar fragil carina.
33
Carlo, tutto di sdegno acceso in volto,
altri tiene e riprende, altri minaccia,
e di spegner in lor l’orgoglio stolto
con gli atti e col parlar tenta e procaccia;
ma Rinaldo, col manto al braccio avolto,
con tardi passi e con sicura faccia,
verso la porta il piè va ritirando,
e tiene nella destra ignudo il brando.
34
I Maganzesi, che sì audaci in prima
gli erano adosso corsi a fargli offesa,
come vider risorti oltre ogni stima
tanti feri campioni in sua diffesa,
l’ira frenaro e quella furia prima,
pentiti omai di sì dubbiosa impresa;
pur col mover de l’armi e con le voci
si mostravan da lunge assai feroci.
35
Così di can timido stuol sovente,
ch’incontra ’l toro arda di sdegno e d’ira,
corre per assalirlo e poi si pente,
e latrando lo sguarda e si ritira,
mentre in feroce aspetto alteramente
quel move i passi e gli occhi intorno gira;
e dov’ei volge il tardo e grave piede,
la vile schiera paventando cede.
36
Potè salvo ed illeso a la sua stanza
da i nemici ritrarsi il giovinetto,
ma ’l suo soverchio ardire e la baldanza
lascia di sdegno a Carlo acceso il petto:
troppo, troppo gli pare alta arroganza
ch’abbia tanto oltre usato al suo cospetto,
sì ch’a la fin, di Gano al rio consiglio,
da la Francia gli diè perpetuo essiglio.
37
Or che far deve l’infelice amante,
non al suo re, non a sua donna grato?
Partirà dunque, e ’l dolce almo sembiante,
ond’egli vive, a lui sarà celato?
Ahi fortuna crudel, per quante e quante
fatiche a sì rio fin l’hai tu guidato!
Quand’ei trovar credea breve conforto,
l’hai con un colpo sol trafitto e morto.
38
La carta ei prende, e ciò ch’Amor gli ditta
scrive a l’amata in umil note espresso;
poi che la lettra ebbe composta e scritta,
la manda a lei per un secreto messo;
ma colei l’un minaccia e l’altra gitta,
crudel forzando il suo volere istesso.
Gelosia n’è cagion, che ’l cor ripieno
un’altra volta l’ha del suo veleno.
39
L’aver dianzi veduto Alda la bella
dal cavaliero a se stessa preporre,
quando ei voleva in sua presenza quella
prima di tutte l’altre a danza torre,
e che per non lassar poi la donzella
volse più tosto Anselmo a morte porre,
l’era a l’acceso innamorato core,
lassa! nova cagion d’alto timore.
40
Tra sé dicea: «Deh, come ascondi il vero
con umil voce a dimandar mercede!
Ahi crudo, ahi disleale, ahi lusinghiero,
dunque ciò merta la mia pura fede?
dunque così s’inganna un cor sincero?
Ben stolta ed infelice è chi ti crede;
ma chi non crederebbe a que’ sospiri,
ed a quel volger gli occhi in dolci giri?
41
“Amo” tu dici a me con l’occhio “ed ardo”,
con l’occhio che è in amar mal fido duce.
Misera! io ’l credo, ma ’l soave sguardo
d’Alda la bella ad arder ti conduce.
Deh! benché spesso al discoprir sia tardo,
fuor l’affetto de l’alma alfin traluce;
e s’a’ guardi, al parlar non ben risponde,
più chiaro appar, quanto alfin più s’asconde».
42
Sospeso il paladin fra tanto attende
il messo ch’a Clarice avea mandato;
ma quel tornando a lui di nova offende
e profonda ferita il cor piagato.
Com’il meschin l’empia risposta intende
riman tra vivo e morto in dubbio stato:
non parla o piange e non sospira, e tolto
have ogni varco al duol ch’è dentro accolto.
43
Qual suole spesso chiuso umor fervente
in cavo rame a cui sott’arda il foco,
con rauco suon, con gorgogliar frequente
girsi sempre avanzando a poco a poco,
poi con impeto ratto e violente
versarsi, uscendo da l’angusto loco,
tal versossi in lamenti il rio dolore,
di cui non era più capace il core.
44
Accolto ne’ lamenti e ne’ sospiri
fuor esce il duolo e ’l cor si sfoga intanto;
ma quando sotto il fascio de’ martiri
potè alfin l’alma respirare alquanto,
facendo dura forza a i suoi desiri,
Rinaldo, ogni indugiar posto da canto,
solo ed armato su ’l cavallo ascese;
indi a ventura errando il camin prese.
45
Mentre d’ogni piacere ignudo e casso
camina il cavalier muto e pensoso,
giunge ove Sena il fondo ha via men basso,
e con piè corre al mar più furioso;
quivi ei raffrena il suo veloce passo
e ’l collo sgrava de lo scudo odioso;
dal collo il cavalier lo scudo tolse,
e ’n lui lo sguardo e le parole volse:
46
«O nemico crudel d’ogni mio bene,
o turbator del mio stato giocondo,
scudo infausto, infelice, ond’or mi viene
l’aspro martir ch’a nullo oggi è secondo;
tu, ch’al cor mi recasti acerbe pene,
tu quelle porta or teco insieme al fondo;
ma, lasso, tu n’andrai nel fiume or solo,
ché da me separar non puossi il duolo.
47
Vattene, e quivi omai t’ascondi altrui,
quivi ti copri, infame odiosa peste,
onde, com’io da te, crudel, già fui,
così altro amante offeso ancor non reste».
Qui tacendo diè fine a’ detti sui,
e quei seguir le man veloci e preste;
frangesi l’onda, e giù se ’n cala ratto
lo scudo al fondo dal suo peso tratto.
48
Quinci Rinaldo poi si parte e piglia
altro camin, né sa dov’ei si vada;
e mentre ch’otto volte in ciel vermiglia
l’aurora apparse, e perle di rugiada
versò da’ bei crin d’oro e da le ciglia,
errò per varia e per incerta strada.
Alfin vide il dì novo ombrosa valle
a cui guidava un piano e dritto calle.
49
Quivi era un uom d’assai strana figura
che sostegno del braccio al mento fea,
e con sembianza tenebrosa e scura
gli occhi pregni di pianto al ciel volgea:
in ogni atto di lui gravosa cura
e duol profondo impresso si vedea;
la bocca apriva, e queruli lamenti
quindi spargeva in dolorosi accenti.
50
Quanto a la valle ria più s’avvicina
il cavalier, più cresce in lui la pena,
tal ch’oppressa dal duol l’alma meschina
reggersi e respirar puote a gran pena;
ma pur senza arrestarsi egli camina
per l’ampia strada che là dritto il mena,
sin che giunto a quell’uomo, in lui mirando
sente il martir nel petto ir sormontando.
51
Giace la valle tra duo monti ascosa,
da’ quali orribil ombra in lei deriva;
l’aria ivi ’l giorno appar sì tenebrosa,
sì colma di squallor, di gaudio priva,
com’altrov’è quando alma e luminosa
fiamma i color non scopre e non ravviva;
la terra ancor di spoglie atre e funeste
la fronte e ’l tergo suo ricopre e veste.
52
Sorgon con fosche e velenose fronde
quivi piante d’ignota, orrida forma,
ed in quelle s’annida e si nasconde
di neri infausti augelli odiosa torma,
e l’un stridendo a l’altro ognor risponde
con suon ch’a luogo tal ben si conforma:
quel noioso a ferir va l’altrui core,
sì che ben par la valle del dolore.
53
Rinaldo, com’ivi entro ha posto il piede,
sente che quasi il cor per duol gli scoppia,
sì che discende dal cavallo e siede,
traendo fuor sospiri a coppia a coppia.
Dovunque volge i torbidi occhi, ei vede
cosa ch’il grav’affanno in lui raddoppia:
mai non può rimirar lunge o dappresso
ch’il duol non veggia in vera forma espresso.
54
«Lasso!» diceva «io luogo ho pur trovato
ove dorrommi ognor meco a bastanza;
ahi quanto, ahi quanto al mio penoso stato
conforme è quest’oscura orrida stanza!
Io qui vivrò, ché così vuole il fato,
lo spazio che di vita ancor m’avanza;
qui de’ corbi morrò preda infelice,
sol per amarti troppo, empia Clarice».
55
Tutto quel giorno e tutta notte ancora
spese il mesto guerriero in tai lamenti,
apparendogli innanzi ad ora ad ora
varie forme d’orrori e di spaventi;
ma quando a i rai de la vermiglia aurora
si dileguaro l’umid’ombre algenti,
un cavalier da presso armato scorse,
ch’a Baiardo la man nel freno porse,
56
dicendo: «Or meco vien, ch’è il tuo signore
pur troppo indegno di sì bon destriero,
poiché soggiace al senso ed al dolore
qual donna sì, non già qual cavaliero».
Così parlando, da la valle fuore
ratto il menò l’incognito straniero,
onde ver lui Rinaldo irato mosse,
bench’in grave dolor immerso fosse.
57
Non avrebbe però potuto mai
tenerli dietro per la valle oscura,
non potendo anco la sua vista omai
penetrar molto per quell’aria impura;
ma quel così fulgenti e chiari rai
spargea fuor de la lucid’armatura,
che n’eran l’ombre in parte scosse e rotte
ed illustrata la profonda notte.
58
Rinaldo per sentier ch’alluma e pinge
lo splendor che da l’armi ardendo uscia,
velocissimo il passo affretta e spinge,
non mai torcendo da la dritta via,
sì che dal luogo uscio ch’intorno cinge
e sovrammanta nube oscura e ria;
ed in questa sentì de l’aspra salma
discarca alquanto sollevarsi l’alma.
59
Fermossi allor quell’uom di luce adorno
che così presto a lui volgea le spalle,
e disse: «Il destrier togli, e più ritorno
non far ne la dogliosa infausta valle;
vanne a man destra, ch’a miglior soggiorno
tosto ti condurrà quest’erto calle».
Indi per quello stesso a gir si pose,
sì che ratto a sua vista ei si nascose.
60
Per lo sentier Rinaldo i passi move
ch’avea tenuto il cavalier estrano,
e ’l vede ognor più di bellezze nove
vago ed adorno, e più facile e piano;
speme ed ardir fra tanto infonde e piove
ne lo suo cor benigna ignota mano.
Giunse a la fine a piè d’un picciol colle,
ch’il verdeggiante capo all’aura estolle.
61
Da quel scendea con piè distorto e lento
lucido e cheto rio tra l’erbe e i fiori,
ed ogni occhio rendea lieto e contento
con le bellezze sue, co’ suoi tesori;
d’oro l’arene, i pesci avea d’argento,
le sponde adorne de’ più bei colori,
e col soave suon de’ suoi cristalli
parea ch’altri invitasse a dolci balli.
62
Rinaldo a l’alto, ov’il piacer l’alletta,
il passo indrizza, dal desir sospinto,
e vede il suol di viva e fresca erbetta
colmo e di fiori poi sparso e distinto;
oltra ciò da vaghissima selvetta
intorno intorno coronato e cinto.
Sì verde è l’erba e sì la selva è verde
ch’ogni color vi si smarisce e perde.
63
L’aria d’almo candor quivi si veste,
raccesa già da’ lieti rai novelli,
ed or su quelle frondi ed or su queste
forman dolce armonia dipinti augelli,
sì che rapito dal cantar celeste
oblia Rinaldo i pensieri egri e felli,
e la speme e l’ardire ognor ravviva
grazia che largamente in lui deriva.
64
Mentre di sì gioconda e sì gradita
vista cibava gli occhi il cavaliero,
e quindi egli porgeva a l’alma aita
e rischiarava il torbido pensiero,
donna vi scorse che se ’n gìa vestita
di verde, e sovra ’l colle aveva impero:
tien quella i lumi e ’l volto al ciel supino,
quasi attenda di là favor divino.
65
È serena, ridente e lieta in vista,
e nel tacere espresse ha le parole;
mostrano alta baldanza a speme mista
gli occhi ch’apron lucenti un novo sole;
ed indi fugge ogni cura egra e trista,
come da Febo ancor la nebbia suole.
Rinaldo, in lei mirando, al cor profondo
manda per larga via piacer giocondo.
66
Ei fa varii pensieri, e già gli sembra
d’aver Clarice in suo poter ridutto,
e già ne le leggiadre amate membra
raccor di sua fatica il caro frutto;
e se pur tra sé volge e si rimembra
il colei sdegno, a lui cagion di lutto,
contempra in parte la presente noia
con la futura imaginata gioia.
67
Poi ch’appagati ha gli occhi, egli non meno
la fame appaga, e ’l corpo ciba e pasce
di quel che dal fecondo almo terreno
sovra i vaghi arboscei produtto nasce;
e del dolce ruscel gustando a pieno
fa che l’arida sete in tutto il lasce.
L’orecchie a lui percosse intanto sono
da strepitoso d’arme orribil suono.
68
Affamato leon, che l’unghie e i denti
insanguinato già più dì non s’abbia,
s’ode il muggito de’ cornuti armenti,
desta nel fero cuor desire e rabbia;
fiamma riversa da’ torvi occhi ardenti,
fumo dal naso e spuma da le labbia,
batte la coda e ’l folto crin rabbuffa,
e lieto corre a sanguinosa zuffa;
69
così al fero rimbombo appar focoso
Rinaldo in volto, e ’l cor move e raccende,
ch’avido di pugnar, l’ozio e ’l riposo
già lungo troppo a noia e sdegno prende.
Senza punto tardar, su ’l poderoso
destrier saltando leggiermente ascende,
e là donde quel suon a lui ne viene,
volge il cavallo e dritto il corso tiene.
70
Vide, disceso al basso, ad aspra guerra
star un sol cavalier con molti armati,
ch’otto di lor n’avea già posti a terra,
altri del tutto morti, altri piagati.
Ahi, come destro ei si rinchiude e serra
sotto lo scudo a i color colpi irati!
come possente poi, come feroce
fulmina orribilmente il ferro atroce!
71
Or tutt’alzato sovra un gran fendente
disnoda il braccio con destrezza e possa;
di punta or vibra il brando suo tagliente,
e col corpo accompagna la percossa.
Rinaldo in lui stupisce, e l’alma sente
da novo amor verso ’l guerrier commossa,
ché la virtù non sol ne’ fidi amici,
ma s’ama ne gli ignoti e ne’ nemici.
72
Disponsi alfine e con gran cor s’accinge
a dare al franco cavalier soccorso;
co’ gli sproni Baiardo al fianco stringe,
ed a l’impeto suo rallenta il morso;
quel, come stral cui curvo acciar sospinge,
move il piè ratto a furioso corso,
e tra’ nemici va con quel furore
che tra’ minori augei rapace astore.
73
Rinaldo il ferro sin al mento pose
tra lo spazio che parte ambe le ciglia
al primo, ed al secondo il ferro ascose
nel ventre, là dov’il nutrir s’appiglia:
caggiono ambo color qual piante annose,
e fan la terra nel cader vermiglia.
Non qui Rinaldo la sua furia affrena,
ma passa inanzi e costor guarda a pena.
74
Era quivi fra gli altri un giovanetto
che di peli disgombra avea la guancia.
Questi, vedendo che dannoso effetto
fea ne’ compagni il cavalier di Francia,
di generoso sdegno armato il petto
sopra gli va con l’arrestata lancia,
e con immenso ardir lo preme e ’ncalza,
e ’l fiere a punto ov’il cimier s’inalza.
75
Rompe la lancia, e non trapassa il duro
ferro ch’asconde l’onorata testa;
pur sotto l’elmo il paladin securo
sente il furor de la percossa infesta,
onde con fero cor, con volto oscuro,
con mano a la vendetta ardita e presta,
spinge una punta, e poi segue la spada
col corpo, onde più forte a ferir vada.
76
Giunge a lo scudo e ’l rompe, e pur coperto
è sette volte da villoso tergo;
rompe non men, ben ch’egli sia conserto
di spesse ferree lame, il forte usbergo.
È dal ferro crudele il petto aperto,
e quel si mostra sanguinoso a tergo;
cade il garzon su la ferita, e afferra
co’ denti e morde l’inimica terra.
77
Forma fra tanto pur queste parole
confuse, in suon di rabbia e di dolore:
«Socorri, o padre, a l’unica tua prole,
ch’io moro, oimè! de gli anni miei nel fiore».
Così detto finì, qual lume suole
cui manchi in tutto il notritivo umore;
ma si rivolse al suon di quella voce
un cavaliero in vista aspro e feroce.
78
Questi, vedendo il figlio al pian sospinto
morir, rabbioso a vendicarlo mosse,
ch’ancor che gli anni abbian domato e vinto
sua robustezza e le corporee posse,
l’ardir però del cor feroce estinto
non era in lui, ch’altier più che mai fosse
adopra l’armi, e fera ardente voglia
di sanguinoso Marte ognor l’invoglia.
79
Ma qual gran foco e senza forze acceso
in secca paglia invan s’infuria al vento,
perché nel colmo al suo furor conteso
è ’l gir più inanzi, e manca il nutrimento,
tale ei s’infuria invan, di rabbia acceso,
non send’egual la forza a l’ardimento;
e nel collo aspramente alfin trafitto,
al termine giunse a lui dal ciel prescritto.
80
Il paladin fra gli altri il destrier caccia
e rota in giro il suo fulmineo brando:
a chi parte la spalla, a chi la faccia,
altri manda disteso a terra urtando;
man, teste, busti e sanguinose braccia
veggionsi andar per l’aria intorno errando;
né men si mostra il suo compagno forte,
ch’altrui piaga, stordisce e pone a morte.
81
Già l’inimico stuol tutto si dona
in preda, e n’ha cagione, al vil timore;
e con l’ardir la speme anco abbandona,
e cede a forza al fero ostil furore.
Ciascun di quei guerrier veloce sprona
con timorosa fuga il corridore;
ma i franchi vincitor, fermati insieme,
non degnan di seguir chi fugge e teme.
82
Allor nel paladin le luci intende
l’estran, colmo di nobil meraviglia,
e fissamente a ricercar lo prende
dal capo al piè con inarcate ciglia,
tal ch’alfine il conosce, e lieto stende
l’amiche braccia e lui nel collo piglia,
dicendo: «Or chi potea salvarmi in vita,
se non chi sempre il giusto e ’l dritto aita?
83
O fratello, o signore, o fido, o caro
amico, o prim’onor del secol nostro,
vedete qui chi di se stesso a paro
v’ama, vedete qui Florindo vostro;
or nulla più mi fia grave ed amaro,
poiché benigno cielo a me v’ha mostro,
ché per voi giusta cura, alto sospetto
continuamente mi premeva il petto».
84
Rimane a quel parlar l’altro guerriero
qual chi per tema e per stupor s’adombra,
né certo è ben se quel sia vivo e vero
corpo, o pur de le membra ignuda l’ombra;
ma pur a mille segni il van pensiero
e ’l folle dubbio alfin dal petto sgombra,
e ’n lui manca il sospetto e ’l gaudio poggia,
e cresce ognor qual rio per larga pioggia.
85
Rinaldo, con quel volto e con que’ detti
con cui s’accoglion le più care cose,
lieto l’accolse, e de’ suo’interni affetti
e nel volto e nel dir nulla gli ascose.
Poi che con mille esteriori effetti
ciascun di loro il suo piacere espose,
chiede a l’altro Rinaldo in qual maniera
dal tempestoso mar salvato s’era.
86
Cominciò quelli: «Io mi credei sovente
d’esser da l’onde rapide inghiottito,
poi ch’al furor del flutto violente
e dal legno e da voi fui dipartito;
pur, come volse il fato, ultimamente
a gran pena arrivai notando al lito,
ma tanto avea bevuto, e così lasso
mi ritrovai che non potei far passo.
87
Io giacea fuor de’ sensi, e la mia vita
già correva al suo fin senza ritegno,
s’in sorte così ria, benigna aita
porta non m’era dal celeste regno;
ma quel che mosso da pietà infinita
discese in terra a trionfar su ’l Legno,
fece ch’un cavaliere quindi passasse,
ch’a la morte vicina mi sottrasse.
88
Era costui del chiaro sangue altero
de gli antichi Corneli in Roma nato,
famoso in arme, errante cavaliero,
che Scipion l’ardito era nomato;
e di sette città libero impero
nel Lazio avea con titol di ducato.
Questi m’accolse e mi condusse via
in una sua città chiamata Ostia.
89
A medici d’illustre esperienza
de la salute mia diede il governo,
né lasciò offizio alcun di diligenza,
come il moveva ascoso affetto interno;
ma mentre me, che giaceva egro e senza
vigor, conforta con amor paterno,
da quella parte ov’ha ’l suo albergo il core,
mi vide un segno che rassembra un fiore.
90
Da la pelle il segnal rosso traspare,
come da vetro un fior d’orto vermiglio,
il che forse al signor fe’ rimembrare
d’un ch’avea già perduto unico figlio:
onde dal sommo a l’imo a riguardare
mi cominciò con fisso immobil ciglio,
pensando ch’esser forse io quel potea
cui già bambino egli perduto avea.
91
Ed era tal credenza in lui più forte
per quel che già gli disse un indovino,
che trovarebbe il figlio in dura sorte
ed a l’estremo d’ogni mal vicino,
e che tolto da lui fora a la morte
e sottratto al furor di reo destino.
Tra sé volgendo ciò, rivolte e fisse
in me le luci, alfin così mi disse:
92
“Signor, vorrei saper, se pur scortese
mia richiesta od ingrata a voi non fia,
il nome e ’l sangue vostro, e qual paese
è la vera di voi patria natia”.
Io tosto a quel parlar gli fei palese
che Numanzia tenea per patria mia,
e che, forse dal fior ch’avea nel petto,
venni nel mio natal Florindo detto.
93
Gli dissi ancor ch’a pien non era instrutto
qual genitor m’avesse al mondo dato;
e seguendo oltra poi, gli narrai tutto
ciò ch’a me l’idol prima avea narrato.
Allor quel non ritenne il volto asciutto,
né ritenne il color del volto usato,
e non frenò le voci; e con le braccia
mi cinse e strinse, e giunse faccia a faccia.
94
Mi disse poi com’era io suo figliolo,
ch’essendo già bambin gli fui rapito
da un grosso di corsari armato stuolo,
ch’a l’improviso dismontar su ’l lito:
onde mia madre se ’n morì di duolo,
ed egli ne rimase egro e smarrito;
nel tempo istesso ancora io seppi come
Florindo non, ma Lelio era ’l mio nome.
95
Io dal conforto allor paterno e saggio,
anzi pur dal voler di Dio sospinto,
ed illustrato dal divino raggio
ch’aprì le nubi ond’era involto e cinto,
disposi adorar lui, che chiaro saggio
del su’ amore dienne, onde Pluton fu vinto;
così asperso di sacra e lucid’onda
fui, che lava le membra e l’alma monda».
96
Qui si tacque il romano; indi seguio
ch’egli congiedo avea dal padre tolto,
spronato, lasso! dal crudel desio
di riveder il vago amato volto,
e per tentar se mai potesse il rio
sdegno ch’avea contr’esso Olinda accolto,
sgombrar dal duro ed agghiacciato core
con servitù, con fede e con amore.
97
Gli disse ancor ch’a l’apparir del giorno,
senza cagione, il che gli parve strano,
tutti gli fur que’ cavalieri intorno,
e l’assaltar con impeto villano
per farli a lor potere oltraggio e scorno;
onde Rinaldo, ad un che steso al piano
giacea, ne chiese la cagione, e poi
chi si fosse egli, chi quell’altri suoi.