CANTO SESTO
1
Parton da l’antro i duo garzoni insieme
e prendon verso Italia il lor cammino,
là v’è, già presso a le ruine estreme
da Carlo astretto, il campo saracino,
ch’ivi di fare eccelse imprese han speme
dinanzi al gran figliuol del buon Pipino;
e vuol Florindo da la regia mano
tor di cavaleria l’ordin sovrano.
2
Attraversando van tutto ’l paese
che Giulio ornò di molti fregi pria,
e superano ancor l’Alpi scoscese,
per cui s’aprì la malagevol via
con novo modo il gran cartaginese,
Roma, portando a te guerr’aspra e ria;
vider d’Italia poi l’almo terreno,
ancor di riverenza e d’onor pieno.
3
«Salve, d’illustri palme e di trofei
provincia adorna e d’opre alte e leggiadre,
salve, d’invitti eroi, di semidei,
d’arme e d’ingegni ancor feconda madre,
che estendesti a gli Esperii, a i Nabatei
l’altere insegne e le vittrici squadre,
e d’ogni forza ostil sprezzando il pondo,
e giusta e forte desti legge al mondo».
4
Così Rinaldo va parlando, e ’ntorno
intanto gira il guardo desioso,
ed ogni or più vede il paese adorno
di ricche ville, e vago e dilettoso,
ma non trova ventura in quel contorno,
ov’ei col fatigar prenda riposo,
ed ove mostrar possa il suo valore
e la virtù del generoso core.
5
Gran parte trapassar d’Italia, e mai
non potero incontrar ventura alcuna,
benchè del lor camin fessero assai
al freddo lume de l’argentea luna;
giunsero alfin co’ matutini rai
là dove il Franco e ’l Saracino s’aduna,
e vider tremolar l’insegne altere
al vento e fiammeggiar l’armate schiere.
6
S’alzava il sol dal mar con l’ore a paro,
né di nubi copria le gote ardenti,
e ferendo per dritto il vario acciaro,
mille formava in ciel lampi lucenti,
e con un corruscar tremulo e chiaro
fea non ingrata offesa a gli occhi intenti,
tal ch’il campo sembrava Etna, qualora
l’aer con spessi fuochi orna e colora.
7
Carlo in tre parti il campo avea diviso,
ed ei tenea con una un picciol monte;
Namo s’era con l’altra al piano assiso,
gli stava con la terza Amone a fronte.
L’essercito infidel, domo e conquiso,
è cinto intorno e chiuso in Aspramonte;
ben molti ancor vi son de’ Saracini,
che stan ne’ forti luoghi ivi vicini.
8
Poi che ’l campo da lunge ebber mirato
e sodisfatto al lor desir in parte,
Florindo, bene instrutto ed informato
di quel che deggia far, da l’altro parte,
e diritto se ’n va dove attendato
s’era il gran Carlo in elevata parte;
ma Rinaldo, che gir seco non volle,
si fermò giù nel piano a piè del colle.
9
Passa Florindo tra l’altere squadre,
adorne di valor, di ferro cinte,
ed a varie fatiche, opre leggiadre,
tutte le vede in util modo accinte.
Quinci l’anime vili, oscure ed adre,
cui l’ozio piace, son scacciate e spinte;
quivi Vener non ha, né Bacco loco,
né dado infame od altro inutil gioco.
10
Quivi si vede sol chi dal forte arco
aventi strai con certa aspra percossa,
chi di scudo coperto e d’arme carco
poggi in loco erto con destrezza e possa,
chi porti il destro suo terreno incarco
con lieve salto oltra ben larga fossa,
chi mova a marzial feroce assalto
gli aspri piombati cesti or basso or alto;
11
chi con robusta man la spada giri
in fiammeggianti rote o l’asta vibri,
e chi lottando a la vittoria aspiri,
e diverse armi paragoni e libri;
chi con gran forza il pal di ferro tiri,
chi d’arte militar rivolga i libri,
chi muova tutto armato il piede al corso,
chi volga o lente ad un corsiero il morso.
12
Deh! come in tutto or è l’antica norma
e quel buon uso e quei bei modi spenti!
Com’or nel guerreggiar diversa forma
si serba, oimè, tra le cristiane genti!
Or chi celebri Bacco, o inutil dorma,
chi tutti aggia i pensieri al gioco intenti,
chi ne’ piacer venerei impieghi e spenda
le forze è sol de’ campi in ogni tenda.
13
Che meraviglia è poi se ’l rio serpente,
sotto cui Grezia omai languendo more,
orgoglioso minaccia a l’Occidente
e par che ’l prema già, che già il divore?
Ma dove or fuor di strada inutilmente
mi torcon giusto sdegno, aspro dolore?
Dove, amor e pietà, mi trasportate?
Deh! torniamo a calcar le vie lasciate.
14
Florindo, uno scudier tolto in sua scorta,
si fa condurre al padiglion di Carlo;
giunto a le guardie de la regia porta,
prega ch’entro al signor voglian menarlo.
Come il re vide, con maniera accorta,
chini i ginocchi al suol, prese a mirarlo;
indi, fatte le guancie alquanto rosse,
riverente ed umil tai voci mosse:
15
«Sir, qui vengh’io da la tua fama tratto,
che quasi un novo sol risplende e vaga,
per esser di tua man cavalier fatto:
benigno adunque il mio desire appaga».
Carlo, del suo parlar ben sodisfatto
e de la nobil sua sembianza vaga,
cavalier fello, ancorché non sapesse
dirgli a pieno onde origine ei traesse.
16
Prega Florindo che la man d’Orlando,
l’invitta man, di Dio ministra in terra,
sia quella che gli cinga al fianco il brando,
lieto e felice augurio in ogni guerra.
Il paladin di ciò gli è grato, usando
detti cortesi, ond’egli umil s’atterra,
ed al gran Carlo ed a lui grazie rende.
Indi di nuovo il dir così riprende:
17
«Un cavalier che qui vicin m’aspetta,
ed io, ch’ambi d’Amor seguaci siamo,
per la sua face e per la sua saetta
d’esser campioni suoi giurato abbiamo,
onde or, de l’armi dando altrui l’eletta,
al tuo cospetto mantener vogliamo
ch’ascender non può l’uomo a vero onore
se non gli è duce e non gli è scorta Amore.
18
Dunque s’alcun de’ tuoi guerrier si truova
che nemico d’Amor si mostri e sia,
e ciò voglia negar, venga a la pruova,
ch’a lui con l’arme in man risposto sia».
Parve proposta tal leggiadra e nuova,
e v’è chi contradirvi omai disia.
Carlo vuol poi che sia l’alta proposta
per un suo messo a’ Saracini esposta.
19
Tosto di ciò si sparse fama, e molti,
che ne’ lacci d’Amor non furon mai,
o che se ’n quelli pur vissero involti,
ed aspri e duri gli provaro assai,
ed essendone già liberi e sciolti,
fissi in mente tenean gli antiqui guai,
disposer d’adoprar l’asta e la spada
perché d’Amor la gloria a terra cada.
20
Carlo già presso al piano era disceso
intorno cinto da’ suoi duci alteri,
per risguardar come l’incarco preso
mantenerian gli incogniti guerrieri;
Rinaldo, a cui toccava il primo peso,
attendeva a la giostra i cavalieri.
Primo è a venir Gualtier da Monlione,
e primo anco a lasciar scarco l’arcione.
21
Sorse vario parlar fra i circostanti
vedendo il fiero colpo inaspettato,
ma cessò tosto, perché fessi avanti
Angiolin ch’era a vincer spesso usato.
Segnano i colpi a l’elmo ambo i giostranti:
ecco si danno, ecco cader su ’l prato
l’aventurier ch’a quel colpir non resse,
e co ’l tergo e co ’l capo il suolo impresse.
22
Berlingier, ch’Angiolino a terra ir vede,
e ne vuol fare a suo potere vendetta,
la lancia arresta e ’l destrier punge e fiede,
e veloce ne va come saetta:
dal fren la mano e da la staffa il piede
gli leva il colpo averso; ei pur s’assetta
e ferma in sella, e torna a giostra nuova;
ma lunge dal cavallo al pian si trova.
23
Molti ch’eran d’Amor fidi e devoti,
spinti da invidia e da pensier superbo,
vennero a giostra allor, ma lasciar voti
i cavalli al colpir grave ed acerbo:
tu primiero col tergo il suol percuoti,
benché sii di gran forza e di gran nerbo,
o fier Riccardo, e poi seguonti appresso
Druso, Alcasto, Orion, Pulione e Bresso.
24
Tosto dopo costor giostra Gismondo,
tosto è dopo costor sospinto a terra;
cadde ancor seco Orin, che furibondo,
per voler troppo, il colpo falla ed erra;
Arban, suo maggior frate, ora è secondo,
ch’Orin prima e poi lui Rinaldo atterra;
bene Aldrimante, il terzo lor germano,
venne terzo a cader disteso al piano.
25
Mentre Rinaldo fa sì facilmente
verso il cielo a costor volger le piante,
ecco a pugna venir chiaro e lucente
di forte acciaro il saracino Atlante:
sembra egli a l’apparir torre eminente,
sembra il destrier c’ha sotto alto elefante;
tutto di marzial sdegno s’accende
il guerrier, come in lui le luci intende.
26
Senza parlar, senza pur dirgli: «Guarda!»
ratto muove a l’incontro il fier pagano,
né men ratto di lui l’altro ritarda,
ma l’asta indrizza non mai corsa invano.
De’ circostanti ognun sospeso guarda
qual de’ duo deggia roversarsi al piano;
batte a quelli per dubio e per sospetto,
per ira e brama a questi il cor nel petto.
27
Con quel vigor, con quelle voglie pronte
con cui colpirsi Achille e ’l forte Ettorre,
là ’ve asconde tra nubi il sacro monte
Ideo l’aerea testa e ’l Xanto scorre,
con quelle o con maggior ne l’ampia fronte
vengonsi questi al primo scontro a corre;
e fu ’l colpo crudel di tanta forza
che gir tre volte o quattro a poggia ed orza.
28
Si scontrano i cavalli, e ’l fier Baiardo,
quanto minor, cotanto ancor più forte,
l’altro distende con urtar gagliardo,
e dallo in preda a la gelata morte.
Il pagan si drizzò, ma lento e tardo,
ché gli presse il destrier le gambe a sorte;
intanto il cavalier lui non offende,
ma con l’integra lancia al pian discende.
29
Ride il superbo Atlante e lui minaccia,
come da sella al pian disceso il vede,
e dal fodro Fusberta altero caccia,
Fusberta, il brando ch’ogni prezzo eccede;
Rinaldo, verso quel volta la faccia,
e inanzi il dritto e dietro il manco piede
ben fermo in terra, e l’asta a mezzo presa,
coraggioso si move a la contesa.
30
Tutto feroce l’African si lancia
ed a trovar il va con un mandritto,
ma in mezzo il corso da l’aversa lancia
gli è tronco il calle e l’omero trafitto.
S’allegra tutto allor lo stuol di Francia,
ma si conturba il saracino afflitto;
freme il gigante, e di rabbiosa fiamma
le guancie e gli occhi orribilmente infiamma.
31
E da la destra uscir si lascia il brando
ch’a catena di ferro avinto pende,
sì ch’afferar può l’asta; e, lei tirando,
quasi per terra il cavalier distende,
e di man gliela cava; indi, gettando
quella lontan, Fusberta altier riprende.
Rinaldo, or che farai? Chi ti soccorre?
Come potraiti, inerme, a morte torre?
32
Perde ei la lancia, ben non perde il core
però, ma più che mai ratto e veloce,
si sottragge saltando al gran furore
con cui giù dechinava il ferro atroce;
scende il ferro con impeto e romore,
pur al terren più ch’al nemico or noce,
né sì presto il pagan l’alza che, mentre
ciò fa, Rinaldo sotto lui non entre.
33
Entra Rinaldo, e col pugnal percuote
la mano ostil tra’ nervi acerbamente,
poi gli elsi afferra de la spada e scuote
di lei la destra allor poco possente.
Il fier gigante contrastar no ’l puote
e la sua morte omai vede presente:
vede meschin ne la sua spada istessa
l’acerba morte sua viva ed espressa.
34
Quei ch’audace stimar via più che saggio
il cavaliero a lor ancor novello,
perché ’l vedeano andar con disvantaggio,
senz’aver spada, a l’orrido duello,
ora il senno stimar par al coraggio,
tal destrezza e valor vedendo in quello;
che sia Rinaldo alcun di lor non crede,
benchè sappiano il vanto il qual si diede.
35
Alza il guerriero intanto il suo robusto
braccio per estirpar germe sì rio,
e dove il capo termina col busto
il gran corpo divise e dipartio.
Da le gelate membra, inutil fusto,
l’alma vermiglia involta in sangue uscio,
e stridendo n’andò nel cieco Averno,
là ’v’è ’l duolo, l’orrore e ’l pianto eterno.
36
L’asta raccolta, ascese in su ’l destriero
Rinaldo, ma Fusberta, il brando eletto,
si cinse prima, poiché ’l voto altero
che già fece egli, or ha sortito effetto,
avendo tolto a forza ad uom sì fiero,
da cui stat’era a dubii passi astretto,
la ben guernita e ben temprata spada,
di cui non è chi meglio punga o rada.
37
Otton, che si dolea che ’l pagan tronco
il suo desio gli avesse e ’l luoco tolto,
vedendol senza nome ignobil tronco,
nel propio sangue orribilmente involto,
sprona il destrier, arresta il grosso tronco;
ma cadde da Rinaldo in fronte colto.
Quinci poi fu da l’empio ferro estinto
il buon Ugon, non che da sella spinto.
38
Questi il nimico in petto avea colpito
e quasi tratto al pian dal suo cavallo;
da l’altra parte il paladin, ferito
sol l’aere e ’l vento, l’asta corse in fallo,
onde da l’ira e dal furor rapito
poi l’uccise in brevissimo intervallo,
e quasi in un istante a lui recise
il capo, e ’l brando sino al cor gli mise.
39
Quel ferro ch’ad Ugon il cor traffisse,
il cor traffisse insieme al magno Carlo,
perciò che lui, mentre in sua corte visse,
cotanto amò che non potea più amarlo.
Or non vorria che invendicato gisse,
e dentro è roso da mordace tarlo:
da desir di vendetta ei dentro è roso,
né puote il suo pensier tenere ascoso.
40
Ma rivolto ad Orlando, il qual dal lato
manco gli stava, a lui così ragiona:
«O da me qual figliuol nipote amato,
o sostegno maggior di mia corona,
vedi ben tu com’empia man privato
d’Ugone or n’have, e com’ei n’abandona
quand’era la sua età nel più bel fiore,
e in colmo i suoi servigi e ’l nostro amore.
41
Ahi quanto ardito fu, quanto fu forte,
ahi quanto buono, ahi quanto a noi fidele!
Ed è ben dritto, oimè! ch’a la sua morte
tutta Francia si lagne e si querele.
Ma chi per l’aspra sua spietata sorte
sparger pianti e sospir, sparger querele
de’ più d’ambo duo noi, s’ambo duo noi
deggiam più ch’altri a i gran servigii suoi?
42
Dunque un sì meritevol cavaliero
morirà invendicato,e tu ’l vedrai?
Tu, che ’l forte Troiano, Almonte il fiero
vincesti, or di costui temenza avrai?
Deh! rompi omai l’orgoglio a questo altero,
deh! fa del nostro Ugon vendetta omai,
e solleva qual pria l’onor di Francia,
ch’abbattuto or si sta da l’altrui lancia».
43
Con questi detti e con molti altri spinse
il forte Orlando contra ’l forte estrano,
ché quegli prima a giostra non s’accinse,
non essendo al pugnar facile e vano,
né fello or volontier, né farlo ei finse,
anzi il suo pensier disse aperto e piano;
ma Carlo il prega, e contradir non giova,
onde convien ch’al suo voler si muova.
44
Egli era armato, e sol l’ardita fronte
non ricopria con l’onorato incarco,
ma fattosi recar l’elmo d’Almonte,
tosto di quel si rese adorno e carco.
Rinaldo, ch’al quartier cognobbe il conte
ch’a scontrarlo venia, non fu già parco
in allentar la briglia, oprar lo sprone,
lieto di sì bramata occasione.
45
Muse, or per voi s’apra Elicona, e ’l santo
vostro favor più largo a me si presti,
onde con nuovo stil m’inalzi tanto
ch’al gran soggetto inferior non resti;
e tu, Minerva, ancor reggi il mio canto
come la man de’ duo campion reggesti,
ché non men puoi ne l’una e l’altra parte
dar forza altrui, ch’Apollo insieme e Marte.
46
Non giamai ne gli ondosi umidi regni
s’investon con furor sì violento
duo veloci nemici armati legni,
spinti o da remi o da secondo vento,
che l’un ne l’altro imprime aperti segni,
e ne rimbomba il liquido elemento,
come costor ch’a colpi orrendi e crudi
con spaventevol suon fendon gli scudi.
47
Fendersi i ferrei scudi, e cadde a terra
Brigliador prima, e poscia ancor Baiardo.
Tosto drizzarsi i duo folgor di guerra,
né punto l’un fu più de l’altro tardo.
Ognun ne l’armi si raccoglie e serra,
adopra ogn’arte ed usa ogni risguardo,
a ripararsi ed a ferir provisto,
ché ’l valor già de l’inimico ha visto.
48
Si copre il petto con lo scudo Orlando,
porge inanzi col ferro il braccio destro.
Rinaldo intorno a lui si va girando
tutto veloce, tutto lieve e destro,
di farlo discoprir sempre tentando;
ma sempre truova quel cauto e maestro,
né per finte o per cenni unqua si muove,
né cangia il passo o drizza il ferro altrove.
49
Ecco, mentre Rinaldo aggira e tenta
di poterlo ferir, ma sempre invano,
scoperto alquanto il petto a lui presenta;
ratto egli spinge allor l’armata mano:
al capo accenna, e mostra cura intenta
di colpir quella parte al suo germano;
poi, declinando il ferro, al petto giunge,
trapassa ogni arma e lievemente il punge.
50
Quel più che sangue allor dal petto sparse
ira da gli occhi, orribile in sembianza:
non più schermir, non più con arte aitarse,
ma ben vuol tutta oprar la sua possanza.
Dove da l’elmo il cimier suole alzarse,
fiede con forza ch’ogni forza avanza;
Orlando al colpo orrendo il capo inchina,
co’ piè traballa e quasi al pian ruina.
51
Pur si riave, e poggia in tal furore
che in sé non cape omai, né truova loco;
gli occhi accesi travolge, e manda fuore
da la visiera un sfavillante foco,
fa co’ denti fremendo alto romore.
Che tanto dirò mai che non sia poco?
Tal forse è Giove allor che ’l ciel disserra
e ’l folgor minacciando irato afferra.
52
Rinaldo, che venirsi adosso mira
il fero conte in sì terribil faccia,
ne lo scudo si chiude e si ritira
dal colpo, ove opra Orlando ambe le braccia;
così s’umido vento irato spira
ed inimica pioggia al suol minaccia,
il peregrin, che vede il nembo oscuro,
ver quel schermo si fa di tetto o muro.
53
Ma per la troppo furia in man si volse
al forte Orlando la tagliente spada:
pur di piatto lo scudo opposto colse,
onde convien che rotto in pezzi cada;
poi scese a l’elmo e ’l bel cimier gli tolse;
chiuse ben l’elmo al suo furor la strada;
Rinaldo sostenersi allor non puote,
ma con ambo i ginocchi il suol percuote.
54
Pur tosto si drizzò più che mai fosse
fiero e rabbioso il gran figliuol d’Amone,
e ne la spalla il suo cugin percosse,
sì ch’indi il disarmò fin al galone;
e gli avria l’arme del suo sangue rosse
fatte, ma gliel vietò la fatagione,
ch’Orlando, quale Achille o Cigno, dura
la pelle contra ’l ferro ebbe sicura.
55
Or chi narrar potrebbe a parte a parte
le lor percosse orribili e diverse,
onde di rotte piastre e maglie sparte
tutto intorno il terren si ricoperse?
Chi pur ombrar l’alta possanza e l’arte,
a cui simile il ciel giamai non scerse?
il ciel che de’ mortali i fatti e l’opre
or con mille occhi or con un sol discopre.
56
L’essercito cristian e ’l saracino
tutto stupisce a quel pugnar sì fiero;
tra sé rivolge il figlio di Pipino
chi sia quel forte incognito guerriero:
or Francardo l’estima ed or Mambrino,
ora sovra Chiarello ei fa pensiero,
de’ quai l’alto valor con chiara tromba
oltra l’Eufrate ed oltra il Nil rimbomba.
57
Rinaldo in questa, ch’a se stesso vede
ferito alquanto il destro fianco e ’l petto,
e conosce ch’Orlando indarno fiede,
ché non ne siegue alcun bramato effetto,
tenta novo partito; e certo crede,
s’egli vien seco a guerreggiar più stretto,
di superarlo al gioco de la lotta,
tanto ha la mano essercitata e dotta.
58
Quegli ciò scorge e non si schiva punto,
anzi mostra ch’a lui non manco piaccia:
ecco che l’uno a l’altro è già congiunto
con le man, con le gambe e con la faccia.
L’afferra Orlando a mezzo il collo a punto,
Rinaldo lui con ambedue le braccia
sotto de’ fianchi attraversando cinge,
lo scuote e gira, lo solleva e spinge.
59
Ed or col destro piè gli avince il manco,
ed or col mento l’omero gli preme;
or, perché ’l fiato pur gli venga manco,
lo stringe a’ fianchi con le forze estreme.
Orlando a lui, col core ardito e franco
l’arte accoppiando e la gran possa insieme,
il collo calca sì pesante e greve
che ’l tuo pondo, o Tifeo, forse è più lieve.
60
Non puote l’un l’altro gittar per terra,
e quanto il vigor manca, il furor cresce.
Pur anelanti l’ostinata guerra
seguon, né lor disegno alcun riesce;
e già lo spirto lor si chiude e serra,
già per tutto il sudor si spande ed esce.
Alfin tornan di nuovo al primo assalto,
ed a girare il ferro or basso or alto.
61
Tornano al primo assalto, e ’l piano ancora
torna a tremar con spaventevol suono;
manda l’aria percossa ad ora ad ora,
qual da le rotte nubi orribil tuono.
Non più soffrir puote ’l gran Carlo allora
ch’i duo guerrier che ’nsieme a fronte sono,
menino a certo fin la pugna incerta,
poi c’hanno a pien la lor possanza esperta.
62
Egli deposto avea l’odio e ’l rancore
che dianzi avea contra ’l guerrier strano,
sol per cagion de l’alto suo valore
ch’or ha veduto via più chiaro e piano;
ché se ’l frenare i sùbiti del core
e primi moti non è in nostra mano,
può bene il saggio con miglior discorso
porre a gli affetti rei poi duro morso.
63
E sempre avien che così alberghi e regne
l’amor de la virtude in nobil petto,
ch’a poco a poco alfin consuma e spegne
d’ira e di sdegno ogni rabbioso affetto:
perché avinte fra lor son l’alme degne
d’un legame d’amor sì forte e stretto,
che se ’l caso talor pur le disgiunge,
tosto quel le ristringe e ricongiunge.
64
Il saggio re, c’ha l’ira in amor volta,
sospinge il corridor tra i duo guerrieri:
grossa sbarra partir così talvolta
suol duo d’ira infiammati aspri destrieri.
Frena egli con l’aspetto, ove è raccolta
divina maestà, gli animi alteri;
indi con modi accorti a parlar mosse,
e lor d’ogni rio sdegno ambiduo scosse:
65
«Di sì lieve cagion nato, omai cessi
lo sdegno, ed oltre più non vi trasporte,
e poiché mostro avete a segni espressi
quant’ognun di voi sia pugnace e forte,
mostrate or di saper ancor voi stessi
vincer, s’avien che la ragione il porte;
e sendo chiara ormai la virtù vostra,
date, vi prego, luogo a nuova giostra.
66
Abbracciatevi insieme, e così spero
che tra voi le discordie or fian compite;
ciò concedete a me, ch’in don ve ’l chero,
vago di veder pace ov’era lite;
e tu dimmi anco, degno estran guerriero,
c’hai le man forti quai le brame ardite,
tuo nome e sangue, ond’io conosca aperto
cavalier di tal pregio e di tal merto».
67
Rinaldo allor: «Non già sostiene, o sire,
tanto conoscitor mio basso stato,
né senz’altro rossor ti potrei dire
mio nome, tra guerrier null’or pregiato.
Nel resto poi son pronto ad esseguire
quanto vedrò ch’a te fia caro e grato,
e cedo volontier la palma e ’l pregio
a questo invitto cavaliero egregio».
68
Così dicendo, umile e riverente
va per baciare al suo cugin la mano,
ma quegli la ritira e no ’l consente,
anzi il raccoglie in cortese atto umano;
e di quella battaglia il fa vincente,
e lieva al cielo il suo valor sovrano;
ché, poiché in arme non può superarlo,
almeno in cortesia tenta avanzarlo.
69
E sendogli recata un’armatura
onde avea già spogliato un duce moro,
ch’era di tempra adamantina e dura
a scaglie fatta con sottil lavoro,
e sopravesta avea di seta azura
rigida ed aspra per argento ed oro,
al cavaliere estrano in don la diede,
poi ch’indosso la sua rotta gli vede.
70
Ma né cortese in ciò punto mostrarsi
di lui vol meno il gran figliuol d’Amone,
anzi dal suo scudiero una fe’ darsi
leggiadra spoglia d’african leone,
che bianchi peli avea tra fulvi sparsi
e già fu dono d’un gentil barone:
per le grosse unghie d’or, per l’aurea testa
e per li folti velli è grave questa.
71
Con tal dono ad Orlando il cambio rende
de l’alta cortesia che gli ha dimostra.
Grifone intanto, il maganzese, attende
impaziente i cavalieri a giostra,
e sovra un gran cavallo intento rende
ogn’occhio a sé con vaga, altera mostra.
Questi arrogava al suo valor cotanto,
che si credea d’aver ne l’arme il vanto.
72
Già ver costui Rinaldo si movea,
ma Florindo il garzon vi s’interpose,
dicendogli ch’in arme ei fatto avea
opre che sempre fian meravigliose,
e ch’ora il loco a lui ceder dovea
e curarsi le piaghe sanguinose,
a lui che sin allor riguardatore
stato era sol de l’alto suo valore.
73
Ecco, o Grifone, chi ti toglie omai
di quel tant’orgoglioso tuo pensiero.
Misero! tu cadendo a terra vai
al primo colpo d’un novel guerriero,
tu che d’Orlando più ti pregi assai,
per mano d’un fanciul premi il sentiero.
Florindo abbatte poscia anco Ansuigi,
Avino, Avorio, Anselmo e Dionigi.
74
Solmon di Scozia, Alberto d’Inghilterra
cadono ancora, e ’l parigin Vistagno,
ed altri molti dopo questi atterra
Florindo, e fa di gloria alto guadagno;
Rinaldo a l’allegrezza il cor disserra,
tai cose far vedendo al suo compagno.
Intanto ha fine con la giostra il giorno,
e Carlo al campo fa co’ suoi ritorno.
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Ma prima ei tenta ben di ritenere
i due guerrier per breve spazio almeno,
e di Rinaldo ancor tenta sapere
la patria, il nome e ’l rimanente a pieno;
ma non puote di ciò nulla ottenere,
onde al desir ed al pregar pon freno,
e d’ambo i cavalier le scuse accetta;
e color quinci poi se ’n vanno in fretta.