CANTO QUINTO
1
Già sparito era ’l carro, e nube densa
sparso per l’aria avea d’oscura polve
che più sempre s’ingrossa e si condensa,
sì ch’il puro seren del cielo involve,
quando, alzato il corsier, con furia immensa
calci accoppiando in giro si rivolve,
ed è presto a lo spron, presto a la mano,
ché non gli noce più l’incanto strano.
2
Rinaldo alquanto il cor dal duolo oppresso
solleva, poi che ’n piè risorto il vede,
e per lo segno c’han le rote impresso
altamente nel suol, lo sprona e ’l fiede;
quel cangia i passi sì veloce e spesso
che non serba il terreno orma del piede,
e ne l’aria sospeso augel rassembra
che con l’ali sostenga alto le membra.
3
Ma fermezza maggior la nube prende
a poco a poco e maggior spazio abbraccia,
tal che vista mortal più non s’estende,
benchè di lince fosse, oltra duo braccia.
Intanto pioggia ruinosa scende,
e si turba del ciel la vaga faccia;
il paladin non sa dove si vada,
né però punto neghittoso bada.
4
Ma con giudizio di Baiardo il corso
regge ed indrizza, e sempre inanzi passa,
lo sprone oprando e rallentando il morso,
sì che ’l cavallo respirar non lassa.
Alfine, allor che a’ suoi corsieri il dorso
Febo disgrava e sotto il mar s’abbassa,
s’aprì la nube e ’n aria si disperse,
ed ei né ’l carro né l’ispano scerse.
5
Nulla egli vide se non piante ed ombre,
e la Senna ch’altera il suol diparte.
Or chi fia mai che con la penna adombre
e co l’inchiostro pur dissegni in parte
qual varia passion l’animo ingombre
al cavaliero in sì remota parte?
Ciò ben eccede ogni poter mortale:
tu sol sei, Febo, al gran soggetto eguale.
6
Fu per uscir di sé, fu per passarsi
col proprio ferro il tormentato core,
fu per morir di duol, fu per gittarsi,
sì che s’immerga, nel profondo umore;
sospiri accesi a stuol per l’aria sparsi,
gemiti tratti dal più interno fuore,
stridi e querele in lamentevol suono,
di quel ch’ei sente i minor segni or sono.
7
Ma la speranza, che non prima manca
in tutto altrui che manchi ancor la vita,
benchè debole fia, benchè sia stanca
e quasi oppressa omai, nonché smarrita,
pur quanto può s’inalza e si rinfranca,
e gli è contro al dolor schermo ed aita;
e tai cose nel core a lui ragiona,
ch’a fatto in preda al duol non s’abandona.
8
Ma determina infin di gir cercando
Clarice bella ovunque Apollo illustri,
e quando il verno imbianca i campi e quando
Flora gli orna di rose e di ligustri,
né perché a lui più volte il sol girando
rapporti in sen gli anni fugaci e i lustri,
lasciar l’impresa, se non trova prima
lei, che de’ suoi pensier si siede in cima.
9
Ché poi non teme, se trovar la puote,
di non la riaver malgrado altrui,
benché quanti guerrier son tra Boote
ed Austro fusser giunti a i danni sui,
ché già gli son l’alte sue forze note,
e da l’amor l’ardir s’avanza in lui.
Con tal pensier la via prende a traverso,
ne le amorose sue cure sommerso.
10
Così ne va ne’ suoi pensieri involto,
e se tallor riscontra alcun per via,
no ’l mira e non gli parla, e quasi tolto
la favella e ’l veder par che gli sia;
ma fisso e intento ne l’amato volto,
tutt’altro e insieme se medesmo oblia;
e se pur scorge alcun, a lui novella
richiede sol de la sua donna bella.
11
Mentre de le sue cure accompagnato
camina pur, venir d’appresso sente
voce che sembra d’uom mesto e turbato,
che gli fiede l’orrecchie in suon dolente.
L’animoso guerrier verso quel lato
sprona l’agil cavallo immantinente,
forse anco scorto da speranza vana
che da gli amanti mai non s’allontana;
12
ed un vago e bellissimo garzone
vide che sotto un pin steso giacea,
ed era di sua età nella stagione
sacra e dicata alla ciprigna dea,
quando a sua voglia Amor di noi dispone;
né del fiorir del pelo in lui parea
pur segno alcun, ma netto e bianco il mento
avea qual terso avorio o puro argento.
13
Involto in pastoral candida pelle,
sparsa di nere macchie, egli si stava,
e le chiome qual or lucide e belle
mirto ed alloro in un gli circondava;
i ben formati piè, le gambe snelle
sino al ginocchio ricoprendo ornava
di cuoio azuro, e quel con aurei nodi
era da poi legato in mille modi.
14
Tal forse Endimione a Cinzia parve
qualor dal primo giro ella discese,
di sogni cinta e di notturne larve,
e seco l’ore dolcemente spese;
tal fuor de l’ocean sovente apparve,
d’un candido splendor le gote accese,
la stella cara a l’amorosa diva,
che ’l giorno estinto inanzi tempo aviva.
15
In così dolci modi e sì pietosi
si lamentava il pastorello adorno,
ch’avria commossi ancor gli orsi rabbiosi,
ove affetto gentil non fa soggiorno.
Avea le guancie e gli occhi rugiadosi,
gli occhi ch’apriano quasi un nuovo giorno,
e co’ caldi sospir l’aria accendea,
che dal profondo del suo cor traea.
16
«Lasso!», dicea, «perché venisti, Amore,
Amor d’ogni mio bene invidioso,
con le tue fiamme a penetrarmi il core,
a turbar la mia pace e ’l mio riposo?
Deh! qual vanto, qual gloria e quale onore
n’aspetti, o qual trionfo alto e pomposo,
d’aver un pastorel preso ed avinto,
ch’a l’incontro primier si diè per vinto?
17
Io non credea che gli tuo’ strali infesti
fussero a pastoral rustico petto,
non sendo quei di Giove anco molesti
a l’ignobil capanna, al basso tetto.
Ma poi che fare, oimè, tu pur volesti
così vil pruova in così vil soggetto!
Non dovevi il mio core il luoco porre
u’ senza speme ognor se stesso aborre.
18
Tu, perfido signor, tu disleale,
che sotto ombra di ben copri il mal vero,
oggetto desti impari e diseguale,
onde a pieno m’affligga, al mio pensiero.
Deh! mie stelle crudeli, or quando tale
scempio fu visto e così strano e fero?
Ché dove in altri amor da speme nasce,
dal non sperar in me s’aviva e pasce.
19
Segue il rozzo monton la pecorella,
scorto da speme per gli erbosi campi;
segue il colombo a la diurna stella
la cara amica ed a i notturni lampi;
combatte il toro a la stagion novella
da speme tratto, e par che d’ira avampi;
sempr’è speranza, ov’è d’Amor il foco:
quella in me no, ma sì ben questo ha loco».
20
Mentre in soavi note ei si dolea,
stava Rinaldo a le querele intento,
e la pietà che del fanciullo avea
maggior in lui rendeva il suo tormento,
ch’a pensar a i suoi casi il conducea,
al suo perduto bene, al gaudio spento.
Poi che si tacque, a lui cortese disse,
le luci avendo nel bel volto fisse:
21
«Vago garzon, che ’n sì bel modo fuora
mostri l’alto dolor che in te s’asconde,
e ti lagni d’Amor, ti lagni ancora
de l’empie stelle a te poco seconde,
e nel tuo lamentar parte tallora
tocchi de le mie piaghe alte e profonde,
deh! se il ciel ed Amor ti sia cortese,
la cagion del tuo duol fammi palese.
22
Io sono un cavalier cui similmente
è il destino ed Amor crudo e spietato,
ché vivo ognora in mezzo ’l fuoco ardente,
poco a me stesso e meno ad altri grato:
narra dunque il tuo duol securamente
ad uom che da egual pena è tormentato,
perchè recar ciascun dessi a guadagno
ne le sventure sue trovar compagno».
23
A quei detti cortesi il giovinetto,
verso Rinaldo alzando il viso bello,
per cui rigando il puro avorio schietto
scendea nel grembo un tepido ruscello,
gli disse: «Cavalier, s’hai pur diletto
d’udir quanto Amor siami iniquo e fello,
e quanto la Fortuna empia ed acerba,
dal corsier scendi e posati in su l’erba:
24
ch’io te ’l dirò, poiché, qual dici, sei
servo d’Amore, ed ei di te fa scempio.
Ma vedrai bene alfin che i casi miei
son senza paragone e senza essempio,
e che quel duolo onde gir carco dei
è null’a par del mio gravoso ed empio.
Ben caro avrò che tu mi narri poscia
qual passion t’affligga e quale angoscia.
25
Là dove già l’alta Numanzia sorse,
ch’osò ben spesso al gran popol romano
co l’intrepido ferro audace opporse,
e fe’ del latin sangue umido ’l piano,
dove or per abitar usan raccorse
solo i pastor del territoro ispano,
nacqui io, ma sotto stella iniqua e ria,
del più ricco uom ch’in quelle parti sia.
26
Siede ivi un tempio a maraviglia adorno,
ch’a Venere sacrar nostri maggiori,
dove sempre di maggio il primo giorno
vengono cavalier, vengon pastori,
donne e donzelle del vicin contorno
a porgere a la dea solenni onori;
né questo antiquo stil punto è dismesso
perch’or s’adori il gran Macone in esso.
27
Anzi premii son posti a qual più dotta
gagliarda mano il pal di ferro tira,
a chi il nemico al gioco de la lotta
con maggior forza ed arte alza e raggira,
a chi con l’arco di più certa botta
ferisce il segno ov’altri indarno mira,
a chi con ratto piè gli altri precorre,
a chi la lancia più leggiadro corre.
28
Le donne poi che son di basso stato,
menano insieme vaghe danze a gara;
l’altre ch’in maggior grado ha ’l ciel locato
e che di stirpe son nobile e chiara,
si baciano a vicenda, e chi più grato
il bascio porge, in ciò più dolce e cara,
a giudizio commun, rapporta il pregio
ch’orna la sua beltà di novo fregio.
29
Soleano già, quando concesso ei n’era
da’ secoli miglior libertate,
i giovanetti ch’a la primavera
erano giunti di lor verde etate,
anch’essi intrar confusamente in schiera
con le vaghe donzelle inamorate,
e insieme gareggiar nel dolce gioco:
ma ciò l’uso corresse a poco a poco.
30
Avenne, ed or passato è il secondo anno,
ché i dì non sol, ma l’ore in mente anch’aggio,
ch’al tempio venne per mio eterno danno
la vaga Olinda il dì primo di maggio:
la vaga Olinda, mio gravoso affanno,
c’ha bellissimo il volto, il cor selvaggio;
Olinda ch’è del nostro re figliuola,
di cui chiaro romor per tutto vola.
31
Lasso! non prima in lei gli occhi affisai
che per l’ossa un tremor freddo mi scorse:
pallido ed aghiacciato io diventai
allora, e fui de la mia vita in forse;
quasi in un tratto ancor poi m’infiamai,
e contra il giel l’ardore il cor soccorse,
spargendo il volto d’un color di fuoco,
né dentro o fuor potea trovar mai luoco.
32
Non conobbi io l’infirmità mortale
a’ segni, oimè! ma nel bel volto intento,
misero! dava a l’amoroso male
esca soave e dolce nutrimento.
Ben me n’avidi alfin, ma che mi vale,
s’ogni rimedio era già tardo e lento,
ed ogni sforzo van, ché ’l crudo Amore
s’era in tutto di me fatto signore?
33
Conosceva il mio error, vedeva aperto
quanto a lo stato mio si sconvenisse
in donna di tal sangue e di tal merto
l’insane voglie aver locate e fisse,
volea per calle faticoso ed erto
fuggir pria ch’altro mal di ciò seguisse;
ma mi sforzava il micidial tiranno
gir volontario a procacciarmi danno.
34
Non così fonte di chiar’acqua pura
a stanco cervo ed assetato aggrada,
né tanto al gregge il prato e la pastura
piace, ch’è sparsa ancor da la rugiada,
né tanto il rezo e la fresca ombra oscura
a pellegrin ch’errando il luglio vada,
quanto sua dolce vista a me piacea,
ben ch’ella fosse di mia morte rea.
35
L’ora de’ giuochi era venuta intanto,
ed al palo tirar si cominciava,
e già fra gli altri omai la palma e ’l vanto
un gagliardo pastor ne riportava.
Siegue la lotta; io che mostrarmi alquanto
al mio gradito amor pur desiava,
corro al certame, e tal fu la mia sorte
che giudicato fui d’ognun più forte.
36
Si giostrò poscia, e i giochi anco si fero
de le donzelle; ed io che vidi allora
molte che baci a la mia donna diero
e che gli ricever più cari ancora,
arsi di dolce invidia, e col pensiero
mi formai grate frodi ad ora ad ora,
perché mi parve (inganno avventuroso)
d’esser fra loro al bel gioco amoroso.
37
Ultimamente al corso poi si venne,
di cui teneva Olinda il pregio in mano;
io m’accinsi al certame, e non ritenne
il corpo stanco l’appetito insano.
M’aggiunse ai piedi Amor veloci penne
e mi rendè l’andar facile e piano,
tal che gli altri precorsi, e giunsi dove
sedean l’alte bellezze altere e nove.
38
Come fui sì vicino al mio bel sole,
un gelato tremor tosto m’assalse,
tal ch’io mi dibattea, sì come suole
tenero giunco in riva a l’acque salse:
quasi lasciò le membra vuote e sole
l’alma che gli occhi bei soffrir non valse.
Alfin mi porse Amor cotanto ardire
che ’n parte sodisfeci al mio desire.
39
E con subita astuzia, di cadere
fingendo, nel suo sen quasi mi stesi.
Or chi potria mai dir quanto piacere
e qual dolcezza in quell’istante io presi?
Ma non deggio di ciò punto godere,
da poi che fu cagion che più m’accesi:
ché se caldo era pria, non fu in me dramma,
da indi in qua, se non di fuoco e fiamma.
40
Poi tolsi il pregio, e lieve in torlo strinsi
la man che quel tenea bianca e gentile,
e in questa di rossor le guancie tinsi
ed a terra chinai lo sguardo umile.
Or veder poi quant’oltre io mi sospinsi,
io di nissun valore uom basso e vile,
verso dama sì degna e sì sovrana,
e s’Amor mi rendea la mente insana.
41
Ma già dal ciel Apollo era sparito,
onde ancor seco il mio bel sol spario,
ed io restai di tenebre vestito,
preda del duol che soffro ognor più rio.
Oh pur, oimè! da queste membra uscito
se ’n fusse allor l’infermo spirto mio,
ch’io non sarei con sì gravosi danni
poscia rimaso a via maggiori affanni.
42
Quella inquieta notte in quanti e quanti
angosciosi martir, lasso! passai,
quanti trassi da gli occhi amari pianti,
quanti dal petto arsi sospir mandai,
non credendo i celesti almi sembianti
e gli occhi belli riveder più mai.
Ma vietò questo per maggior mio male
l’atrocissimo mio destin fatale.
43
Perciò ch’Olinda, a chi il paese piacque,
per lo ciel che temprato era e sereno,
per l’amene selvette e limpid’acque
e’ bei colli che ’l fan vago ed ameno,
perché di caccie (a cui da ch’ella nacque
ebbe il cor volto) è copioso e pieno,
in un castel che signoreggia intorno
tutto il paese, elesse far soggiorno.
44
E quinci ella uscia poi sovente fuori
coi primi rai, con l’aura matutina,
allor che le verdi erbe e i vaghi fiori
sparsi ed umidi son d’argentea brina,
cinta da cavalier, da cacciatori,
e da schiera di dame pellegrina;
ed or seguiva i lepri e i cervi snelli,
or tendea reti a i semplicetti augelli.
45
Io c’ho tutti i miei dì cacciando spesi
con quei che son in ciò dotti e maestri,
e ch’era annoverato in quei paesi
tra i più veloci e tra i più cauti e destri,
oltre che sapea i luochi ove son presi
più facilmente gli animai silvestri,
ne la sua compagnia tosto raccolto
fui con grate parole e lieto volto.
46
Sempre era seco e gli pendea dal lato,
e per felice allor mi riputava
ch’avea il suo cane a lassa, o l’arco aurato
o la carca faretra io le portava;
felicissimo poi se m’era dato
toccar la veste ond’ella cinta andava.
Così ne vissi insin ch’il solar raggio
portò di nuovo il dì primo di maggio.
47
Ma ’l crudo Amor, ch’altrui piacer perfetto
non fa sentire insin ch’al fin s’arriva,
e traendo di questo in quel diletto
l’uom, sempre in lui più il desiderio avviva,
mi sospinse a mortale infausto effetto,
onde ogni mio tormento in me deriva,
e ’l lume di ragion sì mi coperse
ch’egli dal bene il mal punto non scerse.
48
Deliberai, feminil vesta presa,
tra le donzelle anch’io meschiarmi quando
vengono insieme a placida contesa,
l’una soavi baci a l’altra dando,
per poter poscia (oh temeraria impresa,
cagion ch’or sia d’ogni mio bene in bando!)
congiunger con la mia la rosea bocca
onde Amor mille strali aventa e scocca.
49
E mi pensava ben poter ciò fare
sicuramente, perché ’l pelo ancora,
che suol più ferma età anco apportare,
non mi spuntava da le guancie fuora.
Vesti trovai d’oro fregiate e care
e molti altri ornamenti in poco d’ora,
e solo il tutto ad un compagno dissi
con cui d’estremo amor congionto vissi.
50
Così al tempio ne venni ove si fea
l’amoroso duello, e già col volto
in un candido vel (quanto potea
senza sospetto dar) chiuso ed involto.
De le donne lo stuol che concorrea
insieme al dolce gioco era sì folto
che non fu chi ’l mio nome a me chiedesse
o in conoscermi pur cura prendesse.
51
Onde tra lor sicuro io mi meschiai,
donna creduto da le donne anch’io;
molte abbracciai di lor, molte basciai
con poca gioia e con minor disio,
sin ch’ad Olinda alfin pur arrivai,
stabile oggetto d’ogni pensier mio,
cui com’edera tronco il collo cinsi:
indi le labbra disiose spinsi.
52
Con voglia così ingorda, affettuosa,
con sì fervidi baci e con sì spessi,
spinto da forza interna ed amorosa,
ne le sue labra le mie labra impressi,
ch’allor quasi stupita e sospettosa
ella fissò ne’ miei gli occhi suoi stessi:
onde io cangiai pur nel medesimo istante
in color mille il timido sembiante.
53
Il che forse il sospetto a doppio rese
maggiore in lei di quel che prima egli era,
tal che più fiso a rimirarmi prese,
ed alfin mi conobbe (ahi sorte fera!),
onde, le luci di furore accese,
disse, con voce in un bassa ed altera:
“Come a tal tradimento unqua pensasti,
come, falso villan, tant’oltra osasti?
54
Sgombra orsù via di qua, togliti ratto
dal nostro regno, e più non t’accostarli!
E s’a l’audace e scelerato fatto
quelle pene non do che dovrei darli,
e così leggiermente ora ti tratto,
fo per non dar materia onde altri parli:
ben la tua morte a me saria gradita
non meno, anzi via più de la mia vita”.
55
Ma perché, lasso! ti racconto a pieno
quel che duro già fu tanto a patire,
e ch’or è duro a ricordar non meno,
sì che ’l cor sento in mille parti aprire?
Uccider mi vols’io, ma pose freno
a la man disperata ed al desire,
dopo molta fatica e mille preghi,
quel mio compagno a cui null’è ch’io neghi.
56
Ed a venir in Francia ei mi dispose,
ov’è (se pur il ver la fama dice)
un antro, a cui fra l’opre alte e famose
null’altro al mondo oggi aguagliarsi lice:
ch’ivi a’ suoi servi le future cose
da un aureo simulacro Amor predice,
e con certe risposte, util consigli
dà ne l’aversitati e ne’ perigli.
57
Ed oggi a punto, allor che s’apre il giorno,
tra via mi disse uom vecchio e peregrino
che quinci presso, sotto un colle adorno,
giacea lo speco, e m’insegnò il camino.
Or dimmi tu, guerrier, qual danno o scorno
ti faccia Amore o ’l tuo crudel destino,
ch’ambo dapoi n’andremo al loco sacro
per richieder consiglio al simulacro».
58
Rinaldo i casi suoi più brevemente
narrogli, e ’nsieme poi la via pigliaro,
né molto gir, ch’altero ed eminente
il colle e poi lo speco ancor miraro.
Occupava l’entrata un foco ardente:
alta colonna di forbito acciaro
gli stava dirimpeto in terra fitta,
e n’era tal sentenza in carmi scritta:
59
«A’ leali d’Amor concesso è ’l passo,
a gli altri no, per mezzo il vivo foco».
Era ’l colle d’un netto e vivo sasso,
vago e lucente, del color di croco,
opra d’incanto; e dimostrava al basso,
tutte scolpite in apparente loco,
le vittorie d’Amor, gli alti trofei
ch’egli acquistò contra’ celesti dei.
60
Florindo (ch’il pastor tal nome avea),
ch’era ne l’amor suo fido e leale,
subito entrò dove più il foco ardea
con grande ardire a la gran fede eguale;
ed andar per un aere a lui parea
sottilissimo e puro, e forse quale
è l’elemento men condenso e greve,
ch’a gli altri sorvolò spedito e lieve.
61
Rinaldo allor, che rimirava intento
de’ favolosi dei gli antichi amori,
entrar vedendo senza alcun spavento
Florindo tra le fiamme e tra gli ardori,
a seguirlo non fu pigro né lento,
ma ’l feroce destrier lasciando fuori,
a Vulcan si credette; indi per quello
entrò sicuro nel sacrato ostello.
62
Da tre leggiadri e vaghi sacerdoti,
ch’a la cura del loco erano eletti,
del faretrato arcier fidi e devoti,
ambi furo raccolti i giovinetti,
ed a l’altar menati, u’ preghi e voti
dovean porgere al dio con puri affetti,
come da quei ch’ivi gli avean condutti
erano a pieno ammaestrati e instrutti.
63
Ma il paladino, in cui verace fede
per rara grazia ognor cresce ed abonda,
ciò si sdegna di far, perché non crede
che divin nume in sé quell’or nasconda,
ma spirto aereo e de l’inferna sede,
che narrando il futuro altrui risponda;
onde in disparte alquanto ei si ritira,
e ’l vaneggiar di quei tacendo mira.
64
E ben avria l’idol, sdegnato alquanto,
ogni risposta al cavalier negato,
ma da Merlino, allor che fe’ l’incanto,
a risponder mai sempre ei fu sforzato,
e per simil cagion, tanto né quanto
del ver tacer altrui gli era vietato:
ché ’l saggio mago il tutto già previsto
e similmente al tutto avea provisto.
65
Un candido torel, che sotto ’l peso
del grave aratro non gemeva ancora,
ed avea nuovamente il petto acceso
di quel soave ardor che n’inamora,
sendo a giacer sovra l’altar disteso,
sacrificaro al dio ch’ivi s’adora;
ed a te poscia, o sua vezzosa madre,
due colombe bianchissime e leggiadre.
66
Finito il sacrifizio, ecco si scuote
lo speco, e par che ’l suol dal fondo treme,
e con strano romor di voci ignote
tutto d’intorno omai rimbomba e geme:
così, s’Austro lo fiede e lo percuote,
il mare irato orribilmente freme.
Crolla la statua il capo e batte l’ali,
sonagli a tergo l’arco e gli aurei strali.
67
Quinci il dio così poi la lingua scioglie:
«Segui, Rinaldo, il tuo desir primiero
di venir chiaro in arme, e fia tua moglie
Clarice allora, e pago il tuo pensiero;
fu Malagigi, a ciò che più t’invoglie
a l’onorato marzial mestiero,
quel che su ’l carro te la tolse, e poi
salva ed illesa l’ha renduta a i suoi.
68
E tu, Florindo, segui l’arme ancora,
ché esse ti condurranno al fin bramato,
perché (se ben no ’l sai, né ’l conosci ora)
sei di sangue reale al mondo nato».
Ad oracol tal rimase allora
dubioso ognun di lor, ma consolato;
e scacciò de’ martir la schiera folta
che intorn’ intorno al cor se gli era accolta.