CANTO DECIMO
1
Ma ’l fero Amor, ch’alfin discopre e vede
gli occulti fatti, ancor che d’occhi privo,
a la regina chiari indizii diede
del partir de l’amante fuggitivo,
lasciando lei d’acerbi affanni erede,
e fuor per gli occhi in lagrimoso rivo
ogni gioia scacciando, ond’egro il core
rimase in preda al sùbito dolore.
2
Da sì grave nimico afflitto geme
il cor, già presso a l’ultima sua sorte;
ma tosto in suo favor s’arma la speme,
e schermo gli è da la vicina morte;
raduna il duolo a l’altrui danno insieme
lo stuol de’ sensi impetuoso e forte,
e la speranza in quell’assalto crudo
la ragion chiama, e di lei fassi scudo.
3
Mentre or la speme il duol preme ed atterra,
or quasi vinta fugge e si ritira,
Amor risguarda la dubbiosa guerra,
né qua né là col suo favore aspira.
Ma Floriana intanto apre e disserra
a’ lamenti la via, piange e sospira:
talor sì ne’ pensier giace sepolta
che non vede, non parla e non ascolta.
4
E se non ch’anco di vergogna il freno,
benché sia rotto, non è rotto in tutto,
né quell’animo altier venuto è meno
che la puote distor da simil lutto,
onta farebbe al vago crine e al seno,
né lasciaria di sangue il volto asciutto.
Pur mentre splende in ciel raggio di giorno,
per la real città s’aggira intorno.
5
S’aggira intorno, e non con grave passo,
qual si conviene a donna ed a regina,
ch’a ciò punto non guarda, e ’l corpo lasso
dal furor trasportato oltre camina:
onde non manco egli di lena è casso
che sia di gioia l’anima meschina;
e non trovando questa o tregua o pace,
né quello anco in riposo unqua si giace.
6
Così a punto suol far chi alberga e serra
in sé rio spirto ad infestarlo intento,
dal qual soffre continua interna guerra,
sì che non ha di posa un sol momento;
e, mentre scorre furioso ed erra,
porta seco ad ognora il suo tormento.
O possanza d’Amor, come ne sforzi,
come in noi del giudizio il lume ammorzi!
7
Pur si risveglia, ed eseguisce intanto
ciò ch’a la vita sua giovevol sia,
ché per mare e per terra in ogni canto
molti guerrier dietro l’amante invia,
i quai per ricondurlo oprin poi quanto
d’eloquenza e di forza in lor più fia;
e quel che non potran co’ detti umani,
facciano almeno con l’armate mani.
8
Con dubbia mente e con tremante petto
de’ suoi guerrier aspetta ella il ritorno,
qual prigioniero in cieca fossa astretto
a la sentenza il destinato giorno;
e ben si legge nel pensoso aspetto
quai cure entro nel cor faccian soggiorno;
gli atti dolenti e ’l parlar rotto danno
segno non men del grave, interno affanno.
9
In questa di fortuna atra procella,
cui tempesta maggior seguì dapoi,
trasse più giorni la real donzella,
aspettando qualcun de’ guerrier suoi.
Ahi! che ’l lungo aspettar fora per ella
il meglio assai, ben ch’or così l’annoi.
Vivi, vivi meschina in questo stato,
e ti sia l’aspettar soave e grato.
10
Ecco che ’l terzo dì sei di coloro
che dietro ’l paladin furon mandati,
ritorno fer, poi che la speme loro
in tutto alfin gli avea abbandonati:
chè da Rinaldo al primo assalto foro
vinti ed in molte parti ancor piagati,
con lor volendo, mal suo grado, trarlo,
perch’egli in cortesia negava farlo.
11
Giunti a l’alta donzella i sei baroni,
sciolse un d’essi la lingua in queste voci:
«Regina, noi trovammo i due campioni
che giano al lor camin pronti e veloci,
e prima con benigni umil sermoni,
e dopoi con parole aspre e feroci,
ultimamente con l’armata mano,
tentamo ricondurli, e sempre invano.
12
Al cortese parlar cortesemente
il figliolo d’Amon diede risposta,
e con modo efficace ed eloquente
purgò l’error de la partita ascosta;
soggiunse ch’a lasciarvi era dolente,
e ch’al ritorno avea l’alma disposta,
ma che’l forzava un caso repentino
gir prima in Francia al figlio di Pipino.
13
Né meno ancor si dimostrò cortese
al nostro minacciare il cavaliero,
perché placidi detti egli ne rese
in cambio del parlar acro e severo;
ma ben di sdegno e di furor s’accese
e conoscer si fè tremendo e fiero
quando assalito fu, tal ch’indi in breve
parve ogni nostro sforzo al sol di neve.
14
Ne disse, poi che in suo poter ridutti
n’ebbe e tolto il fuggire e ’l far difesa,
ch’egli certo n’avria morti e distrutti
in pena sol di sì arrogante impresa;
ma perché troppo avea di servir tutti
i servi vostri la sua mente accesa,
volea, dando perdono al nostro ardire,
far pago in qualche parte il suo desire».
15
Per l’orecchie que’ detti a la donzella
girno il core a ferir nel petto allora,
qual da giust’arco spinte le quadrella
nel segno il punto a colpir van talora.
Slargati i lacci suoi l’anima bella
in quel tempo volò dal corpo fuora;
pur, dopo lungo error, con tarde penne
ne la vaga prigion mesta rivenne.
16
Allor la dama aprì le luci, e ’ntorno
quelle con guardo languido converse,
e ch’al secreto suo caro soggiorno
l’avean portata sovra ’l letto scerse;
e le sue damigelle a sé d’intorno
vide non men di caldo pianto asperse,
onde, quasi posar dormendo voglia,
fa ch’ognuna di lor quinci si toglia.
17
Come sola rimase, e ’l seno e ’l volto
scorse d’amare stille aver rigato,
l’infermo spirto in un sospiro accolto
spinse da l’imo del suo cor turbato;
congiunto palma a palma indi, e rivolto
in se medesma il fosco sguardo irato,
disse: «Ahi, che fo? chi questo pianto elice?
deh! ch’a regina il lagrimar disdice.
18
Lascia a l’ignobil alme, a i bassi petti,
Floriana, sfogar piangendo i guai;
tu mostra con alteri e degni effetti
il regal sangue onde l’origin trai.
Mentre arrise fortuna a i tuoi diletti,
né provasti inimico il ciel giamai,
mentre ti fu la castità gradita,
già vivesti onorata e lieta vita.
19
Or ch’è morto l’onore onde vivevi,
e t’è contrario il cielo e la fortuna,
mori, mori infelice, e non t’aggrevi
uscir di vita dolorosa e bruna:
ché quanto averla pria cara dovevi,
quand’era senza nota e macchia alcuna,
tanto ora esser ti dee noiosa e schiva,
de’ suoi primi ornamenti orbata e priva.
20
Tu, sommo Dio, ch’ascolti i miei lamenti
e sin dal cielo il mio dolor rimiri,
s’a le tu’ orecchie onesti preghi ardenti
penetrar mai sovra i superni giri,
se ti mosser giamai devote menti
a dar effetto a i lor giusti desiri,
fa’ che ’l crudel, cagion de la mia morte,
pena condegna in premio ne riporte.
21
Fa’, giusto Re, ch’a fera donna il core
doni, che prenda i suoi lamenti a gioco,
e si veggia preposto altro amadore
men degno e ch’arda in men vivace foco.
Questo picciol conforto al gran dolore
chieggio, Padre pietoso; ahi! chieggio poco:
altra pena, altro scempio, altra vendetta
al suo peccare, al mio morir s’aspetta.
22
Tu che ben sai, Signor, quanto far dei,
punisci lui secondo il suo fallire,
perch’unqua imaginarmi io non saprei
strazio eguale al suo merto, al mio desire.
Ma perché meno in lungo i detti miei?
Di parlar no, ben tempo è di morire!
Pongasi al dire, al far togliasi il morso,
tronchisi omai de la mia vita il corso».
23
Così detto un pugnale in furia prende
ch’al gran figlio d’Amon già tolto avea,
e ’n lui lo sguardo fissamente intende,
in lui che nudo ne la man tenea.
In questa di rossor le gote accende,
ch’intrepido furor quivi spargea,
e con fermezza non più vista altrove
di novo ancor queste parole move:
24
«O di crudo signor ferro pietoso,
il mal ch’ei femmi a te sanar conviene;
ei mi trafisse col partir ascoso
il cor, ch’aspro martir per ciò sostiene,
tu con aperta forza il doloroso
uccidi, com’uccisa è già sua spene:
ché quanto il primo colpo a lui fu grave,
tanto il secondo, e più, gli fia soave.
25
Quegli già lo privò d’ogni dolzore
ch’il ciel con larga man versava in lui,
ma questi gli torrà tutto il dolore
che lo fanno invidiar le pene altrui;
tu, caro letto, che d’un dolce amore
testimon fusti mentre lieta io fui,
or ch’è cangiata in ria la destra sorte,
testimonio ancor sii de la mia morte.
26
E come nel tuo sen prima accogliesti
le mie gioie, i diletti e i gaudii tutti,
ed or non meno accolti insieme hai questi
sospir dolenti e questi estremi lutti,
così accogli il mio sangue, e in te ne resti
eterno segno». E qui con gl’occhi asciutti,
alzò la man per far l’indegno effetto
e trapassarsi, oimè! l’audace petto.
27
Ma’l ferro, più di lei benigno e pio,
lasciò di sé la man cadendo vota;
il balcon in quel punto ancor s’aprio,
quasi repente gran furor lo scuota:
sovra un gran carro allor tosto appario,
tratto da quattro augei di forma ignota,
un’antiqua matrona all’improviso,
venerabile gli occhi e grave il viso.
28
Era costei Medea l’incantatrice,
sorella al genitor de la regina,
che per darle venia, fida auditrice,
in tanto mal, remedio e medicina;
ché già del caso occorso all’infelice
e dell’empia sua voglia era indovina,
e per giunger a tempo in suo soccorso
avea su questo carro il ciel trascorso.
29
Come entra e vede la real nipote
che di nuovo il pugnal volea ritorre,
adosso le si stringe, onde non puote
al suo crudel disegno effetto porre;
le spruzza alquanto poi gl’occhi e le gote
con un liquor ch’al suo martir soccorre,
e mentre a lei di sonno i lumi aggrava,
d’ogni soverchio affanno il cor le sgrava.
30
La maga, che sapea le più secrete
cose, né l’era alcun sentier conteso,
l’incantato liquor dal fiume Lete
a questo effetto prima avea già preso,
il qual potea con dolce alma quiete
le membra ristorar e ’l cor offeso.
Ma la regina sopra ’l carro pose,
come, dormendo, i rai de gl’occhi ascose.
31
La pon sul carro, ed ella ancor v’ascende,
e di sua propria man regge la briglia.
Quel ratto vola, e l’aria seca e fende,
e dov’ella l’indirizza il camin piglia;
né sì veloce in giù si cala e scende
l’augel che tien nel sol fisse le ciglia,
né sì veloce al ciel sospinto sale
razo dal fuoco o pur da l’arco strale.
32
Giace un’isola in mar, oltra quei segni
che per fin pose a’ naviganti Alcide,
ove a gli audaci ed arrischiati legni
Calpe in due parti l’ocean divide,
in cui par che la gioia e ’l gaudio regni,
così d’ogni vaghezza adorna ride;
in cui, scherzando co’ fratelli, il Gioco
rende più bello e dilettoso il loco.
33
Quivi alcun narra che de’ chiari eroi
le stanze sian, da Giove a lor concesse,
poscia che l’alme degli incarchi suoi
sgravate sono, ond’eran dianzi oppresse:
quivi null’è che l’uom mai punto annoi,
lieto divien ciascun che vi s’appresse;
e perché il luogo fa sì strano effetto,
l’isola del Piacer egli vien detto.
34
La maga a questa parte il carro inchina,
e come giunta v’è, tosto l’arresta,
e posa sovra l’erbe la regina,
che dal salubre sonno era ormai desta:
non più la punge l’amorosa spina,
non più ’l perduto ben or la molesta,
ben fisso in mente tien l’aùto danno,
ma non però ne può sentir affanno.
35
In questo luoco, a cui benigno il cielo
con man più larga le sue grazie infonde,
a cui d’intorno il gran signor di Delo
rai più temprati e bei sparge e diffonde,
ove fioriscon gemme in aureo stelo,
d’argento i pesci e di cristal son l’onde,
Medea ritenne la nipote amata
seco, ch’ivi era d’albergar usata.
36
Intanto al suo cammin pronto e veloce
va con Florindo il gran figliuol d’Amone,
avendo vinto già lo stuol feroce
ch’osò di venir seco al parangone;
e perché ’l vecchio amor lo scalda e coce,
di tornar in Europa ei si dispone,
lasciando Media e le contrade a tergo
ove genti infideli han loro albergo.
37
Verso Armenia costor prendon la via,
poi c’han tutta la Media atraversata:
verso Armenia maggior, che ’n cruda e ria
pugna avean dianzi del suo rege orbata.
Passan quella ed Assiria, ed in Soria
giungon, che Siria fu già pria nomata:
quivi a Baruti in nave alfin intraro,
essendo il mare e ’l ciel tranquillo e chiaro.
38
Scorsero, poi che si fidaro a l’acque
e le spiegate vele ai venti apriro,
l’isola vaga che già tanto piacque
a l’alma dea che regge il terzo giro,
e quella ov’il gran Giove in culla giacque,
e la Morea non lunge indi scopriro,
con la Sicilia, ove l’aeree fronti
stendon su l’onde i tre famosi monti.
39
Mentre ne vanno al bel camin contenti
i cavalier, gli occhi girando intorno,
tien l’accorto nocchiero i lumi intenti
nel cheto ciel di mille fregi adorno:
mira egli i duo Trioni, astri lucenti,
ed Orione armato a l’altrui scorno,
e con l’Iadi pioggiose il pigro Arturo,
sovente a’ naviganti infesto e duro.
40
Contempla il volto de la luna ancora,
e rosso il vede e tutto acceso in vista:
tal parve forse per vergogna allora
ch’ignuda fu ne le fresch’onde vista;
onde il nocchier si turba e si scolora,
e ne rende la mente afflitta e trista;
d’oscura nube intanto ella si vela,
e le bellezze sue nasconde e cela.
41
Ecco precipitose ir giù cadendo
più stelle, e ’l lor camin lasciar segnato,
come razzi talor ch’al ciel salendo
caggion dapoi che l’impeto è mancato.
Allor grida il nocchier: «Lasso, comprendo
che ne sfida a battaglia Eolo turbato!»
In questa per l’ondoso umido mare
guizzante schiera di delfini appare.
42
Egli l’orrecchie ad ogni suono intente
porge, e raccolto in sé sospira e tace,
e fremer l’onda dal più basso sente
sì come fiamma suol chiusa in fornace,
che, mentre esalar cerca e violente
scorre, il luogo di lei non è capace:
strider strepito egual s’ode non meno
di Giunon per l’oscur aereo seno.
43
Ma già l’atra spelonca Eolo disserra,
scioglie i venti, gli instiga e fuor gli caccia:
vago ognun di costor d’orribil guerra,
primo essere a l’uscir ratto procaccia;
trema al furor tremendo, e par la terra
che d’immobile omai mobil si faccia;
e, qual tra gli elementi or nasca Amore,
il tutto involve un tenebroso orrore.
44
Sin dal suo fondo il mar sossopra è mosso
e vien spumoso, torbido e sonante;
l’aer da varie parti allor percosso
si veste un novo orribile sembiante;
il nocchier, che venir si vede addosso
tanti fieri nemici in un istante,
s’arma e s’accinge a la dubbiosa impresa,
ed invita i compagni a far diffesa.
45
Tosto l’ignavo stuol, ch’a nulla è buono
e i marinar col suo timor offende,
ove non veda il mar, non n’oda il suono,
poi che gli è commandato, al basso scende.
Questi i lini maggior, che sciolti sono,
cala, e solo il trinchetto il vento prende;
quegli col fischio altrui comanda e legge
gli impon, sì ch’a sua voglia ognun si regge.
46
Ma che più giova omai l’industria e l’arte?
sì sempre cresce il verno impetuoso,
e l’onda il pin da l’una a l’altra parte
scorre, qual capitan vittorioso,
e fuor seco trarrebbe a parte a parte
gli uomini tutti nel suo fondo algoso,
se per non esser preda a l’acque sorde
non s’afferrasser quelli a legni, a corde.
47
Il tempestoso mar sovente in alto
cotanto spinge i flutti suoi voraci,
che par ch’al re del ciel movano assalto
Nettun superbo e gli altri dei seguaci.
La barca allor con periglioso salto
portata è in su presso l’eteree faci;
scorge, da l’onde poi spinta al profondo,
tra duo gran monti d’acqua il terren fondo.
48
Né men de’ venti è formidabil l’ira,
né men l’afflitta nave urta e conquassa,
la qual di qua, di là sovente gira,
come sovente ancor s’alza ed abbassa.
Borrea a la fin con tal fierezza spira
che l’albore maggior rompe e fracassa,
e qual gelido egli è, tal manda al core
de’ naviganti un gelido timore.
49
Ahi! chi narrar potrebbe i varii effetti
che fanno i venti e fan l’onde sonanti?
Deh! chi mai dir potria gli interni affetti
de’ mesti e sbigotiti naviganti?
Tutti rivolgon ne i dubbiosi petti
quella morte crudel c’hanno davanti,
e veggon lei ch’in spaventosa faccia
orribil gli sovrasta e gli minaccia.
50
Sospira altri la moglie, altri il figliuolo,
in cui solea già vagheggiar se stesso;
altri il suo genitor, che vecchio e solo
lasciò, né men da povertade oppresso:
altri de’ cari amici il fido stuolo,
ch’anzi il suo fin veder non gli è concesso;
altri, cui cura tal punto non preme,
piange sé solo e di sé solo teme.
51
Molti con menti poi devote e pure
giungon le palme e levan gli occhi al cielo:
ma lor l’han tolto, oimè! le nubi oscure
e ’l disteso d’intorno orrido velo;
sorgon talvolta in lor nove paure
e gli scorre per l’ossa un freddo gielo,
s’avien che quel si mostri in vista acceso,
quasi egli abbia i lor preghi a sdegno preso.
52
Rinaldo fatto avea nel palischermo
de’ marinari il più sagace intrare,
ch’in quel volea, come a l’estremo schermo,
col suo compagno andarsi a salvare,
perch’indi a l’elemento asciutto e fermo
si credea breve spazio esser di mare;
e s’era trasportato in quel primiero
la spada, il bel ritratto e ’l buon destriero.
53
Ma il marinar, che più che ’l paladino
e che ’l compagno assai se stesso amava,
temendo pur che di soverchio il pino
carco non fusse s’altri ancor v’entrava,
sì che cedesse a l’impeto marino,
tagliò la fune ond’egli avinto stava,
e col battel si fe’ tosto lontano,
pregar lasciando e minacciarsi invano.
54
La nave intanto il dritto lato e ’l manco
aperto mostra al gran colpir de l’onde:
entran quelle per l’uno e l’altro fianco,
ed a le prime sieguon le seconde.
Viene ogni marinar pallido e bianco:
pur, a ciò che ’l naviglio non s’affonde,
o tenta d’impedir la strada al mare,
o ’l legno vota pur de l’acque amare.
55
Ecco che d’Aquilon l’orribil fiato
fa che di timon privo il legno resta,
ed è dal mar rapito e fuor gettato
l’infelice nocchier percosso in testa.
Lasso! non gli giovò l’esser legato,
con tal forza lo trasse onda molesta;
seco lo trasse nel suo fondo, e ’nsieme
trasse nel fondo la comune speme.
56
Or che dee fare in mezzo l’onde insane,
privo del suo rettor, legno sdruscito?
Vani i rimedii e le speranze vane
forano omai che ’l caso è già seguito:
ciascun de’ naviganti allor rimane
oppresso da la tema ed invilito,
e par che fredda mano al cor gli stringa
ed aspro ghiaccio il corpo induri e cinga.
57
Tu solo, altera coppia, isgomentarti
vista non fusti ne l’estrema sorte,
ché tal ti piacque in volto allor mostrarti,
qual anco eri nel core, invitta e forte.
Ma già, spinto ad un scoglio e in mille parti
spezzato, il legno espon gli uomini a morte:
s’ode in quel punto in suon flebile e tristo
invocar Macon altri, ed altri Cristo.
58
Rari, e que’ rari in vari modi allora
veggonsi i notator per l’ampio mare:
quegli alza un braccio sol de l’onda fuora,
questi col sommo de la fronte appare;
altri mostra le gambe, e in breve ancora
scorgonsi quelle poi sott’acqua intrare;
s’afferra altri a lo scoglio, altri ad un legno,
altri fa del compagno a sé ritegno.
59
Ma de’ guerrier l’invitta coppia avea
tavola lunga e larga allor pigliato,
e con la destra a quella s’attenea,
con l’altra ributava il flutto irato,
ed a la forte man sempre aggiungea
sospinto a tempo fuor gagliardo fiato;
stender anco in quel punto in largo i piedi,
poi giunti in uno a sé raccor gli vedi.
60
Gran pezzo andaro i duo guerrieri uniti
rompendo a forza l’impeto marino;
da vasto monte d’acqua alfin colpiti
si separar Florindo e ’l paladino;
ma perde quegli il legno, ond’ambo arditi
erano in tal furor di reo destino,
né con mani e con piedi oprar può tanto
che di nuovo afferrar lo possa alquanto.
61
Da l’altra parte il buon figliuol d’Amone
per aitarlo e forza ed arte adopra,
e sovente se stesso in rischio pone;
ma riesce al desir contraria l’opra,
ché ’l mare al suo disegno ognor s’oppone,
e par che quello ormai nasconda e copra:
onde in Rinaldo il duol cotanto cresce
che quasi la sua vita omai gli incresce.
62
Quasi si diede in preda a l’acque salse,
l’ira e lo sdegno in se stesso rivolto;
ma l’amica ragione in lui prevalse,
e ’l sottrasse al desir crudele e stolto.
Come il consiglio oppresso in lui risalse,
tutto il suo gran vigor in un raccolto,
franse col forte petto i flutti insani,
oprò le gambe e ’l fiato, oprò le mani.
63
Già da lunge apparisce umil la terra
che par che sotto l’onde ascosa giaccia:
allora ad ogni dubbio il petto serra
e con più forza i piè move e le braccia.
Ecco ch’il molle ultimo lito afferra
e, chinati i ginocchi, alta la faccia
leva con guardo riverente al cielo,
e Dio ringrazia con devoto zelo.
64
Ma quando gli sovvien che restò morto
in mezzo l’onde il suo compagno caro,
e c’han voraci invidi flutti absorto
sì sovrana beltà, valor sì raro,
men de la vita sua prende conforto
che prenda duol de l’altrui fine amaro;
e partiria col morto i giorni suoi,
qual già fer, Leda, i duo gemelli tuoi.
65
Mentre tra sé si duol, vede un castello
ch’indi vicin la fronte a l’aria alzava;
glie ’l mostra il sol, che dal celeste ostello
serenando le nubi omai spuntava.
I passi il paladin drizza ver quello,
i cui piedi il Tireno irriga e lava,
e fuvi accolto dal signor cortese,
e d’esser giunto presso Roma intese.
66
Fu d’arme, di cavallo e di scudiero
non men provisto il buon figliuol d’Amone,
e tutto ciò ch’a lui facea mistiero
ebbe anco in dono dal gentil barone.
Tolto commiato poi, prese il sentiero
verso la Francia, ove d’andar dispone;
e trovò presso un fonte il terzo giorno
un cavalier di lucid’arme adorno.
67
Questi ad annoso pin tenea legato
per l’aurea briglia il suo destrier gagliardo,
e nel medesmo tronco era attaccato
vago ritratto ov’ei fissava il guardo.
Fu da l’invitto eroe rafigurato
tosto l’amata imago e ’l suo Baiardo;
poi, risguardando il cavalier, non manco
vide Fusberta a lui pender dal fianco.
68
Quel marinar che su ’l battel fuggito
de l’irato Nettuno avea lo sdegno,
abbandonando il paladin schernito
in periglio maggior nel maggior legno,
come salvo fu giunto al molle lito,
di vender il suo furto ei fe’ disegno;
e poi del prezzo con costui convenne,
col quale a caso a riscontrar si venne.
69
Rinaldo a lo straniero allor richiese
le cose sue con dolce modo umile.
Quelli, ch’era superbo e discortese,
disse: «Il far doni è fuor d’ogni mio stile;
s’elle son tue, con l’arme il fa palese,
ché l’adoprar parole è cosa vile».
L’altro, intendendo ciò, punto non bada,
ma scende a terra e pon mano a la spada.
70
Ciò fece il paladin, che non vorrebbe
avere in pugna alcuna alcun vantaggio,
sapendo che colui non mai potrebbe
spingere il suo Baiardo a fargli oltraggio.
Allor ne lo stranier lo sdegno crebbe,
e l’aversario suo stimò mal saggio,
poich’ardisce affrontarsi a paro a paro
con lui sì forte e sì ne l’arme chiaro.
71
Rinaldo prima ’l brando in opra mise,
ma schivò ’l colpo il cavaliero estrano,
poscia alzando la spada aspro sorrise,
e disse: «Or guarda chi ha più dotta mano».
La percossa crudel ruppe e divise
lo scudo, e mezzo ne mandò su ’l piano;
poi dichinando ne la manca coscia,
gli fe’ quivi sentir gravosa angoscia.
72
Non a tanta ira unqu’è Nettun commosso,
se lui Maestro od Aquilon percote,
in quanta salse il paladin percosso,
sì ch’accese di sdegno ambe le gote;
divien lo sguardo ardente e l’occhio rosso
ch’altrui sol di timore atterrar puote.
Or che farà quel formidabil brando
che con impeto tal vien giù calando?
73
A forza apre la strada al colpo orrendo
l’elmo, e ’n due pezzi o ’n tre riman partito;
si riversa l’estrano al pian cadendo,
piagato no, ma ben de’ sensi uscito.
Disse Rinaldo allor: «Chiaro comprendo
ch’abbiam questa battaglia ormai fornito».
Indi Fusberta e ’l bel ritratto prese,
e su ’l caro destrier d’un salto ascese.
74
Quelli lieto il riceve, e del su’ amore
mostra con l’annitrir segno evidente,
e con mille altri aperti indizii fuore
scopre il piacer che dentro ’l petto sente;
così fa can fidele al suo signore,
il qual di lusingarlo usi sovente,
che d’intorno gli salta, e con la bocca
e con la coda dolce il bacia e tocca.
75
Già si partia Rinaldo, allor che scorse
lo scudo suo per mezzo esser diviso,
onde il destrier di novo indietro torse,
là v’è giaceva il cavalier conquiso,
e fe’ che ’l suo scudier quello gli porse
del superbo baron, ché gli er’aviso
che fino fosse, e là temprato dove
Bronte sopra l’incude il braccio move.
76
Era quivi intagliata una donzella
da così dotta e maestrevol mano,
che giamai non fu vista opra sì bella:
divin pareva e non sembiante umano;
viva rassembra, e ’l moto e la favella
mancava solo a l’artificio strano;
ma se non parla ancor, se non s’è mossa,
par che non voglia, e non che far no ’l possa.
77
Sì vivo in quello il finto al ver somiglia,
benché di spirto sian le membra casse,
ch’altri mirando in lei si meraviglia
ch’ella non parli, più che se parlasse.
Allor il vago scudo il guerrier piglia,
e meglio era per lui che no ’l pigliasse,
ch’ove solo lo tolse a sua difesa,
gli fe’ poi, lasso! al cor mortal offesa.
78
Tolto lo scudo, il cavalier s’accinge
prontissimo di novo a la sua via;
e così caldo amor lo sferza e spinge
che non si ferma mai, né si disvia,
mentre ch’Apollo il mondo orna e dipinge,
o per tornare o per partir s’invia.
Sol quando è d’aurei fregi il ciel contesto
posa, né dorme ben né bene è desto.
79
In pochi giorni scorse il bel paese
che quinci il mare e quindi l’Alpe serra;
indi, varcando i monti, al pian discese,
e vide lieto la natia sua terra.
Poi, giunto omai presso Parigi, intese
ch’il magno re co’ suoi mastri di guerra,
e con le dame sue l’alta regina,
avean la stanza lor molto vicina:
80
da la città duo miglia o tre lontano,
luogo u’ la cacciagion sempre abbondava,
sovra un fiorito e dilettevol piano
cui lucido ruscel dolce irrigava;
e ch’ivi contra ogni guerriero estrano,
ch’o suo conseglio o sorte là guidava,
alcun franco baron veniva a giostra,
di sé facendo a dame altera mostra.
81
Come fu presso, il pian ripieno scerse
d’illustri cavalieri e di donzelle,
i quai d’oro, d’acciaro e di diverse
sete ornavan le membra altere e belle;
altre vermiglie, altre turchine o perse,
candide queste e verdeggianti quelle;
e ’l sol, che riflettendo indi splendea,
di nova iride vaga il ciel pingea.
82
Ma sendo visto il paladin Rinaldo
su’l gran Baiardo in sì feroce aspetto,
che ne venia sì ne la fronte baldo
che mostrava l’ardir chiuso nel petto,
e sì sovra ’l destrier fondato e saldo
che parea muro in terra soda eretto,
vario parlar tra quei di Carlo nacque,
e ciascuno il lodò, ch’a ciascun piacque.
83
Ma ’l superbo Grifon, che difendea
per amor di Clarice a tutti il varco,
sentendo ciò ch’altri in su’ onor dicea,
contra gli andò quanto trarrebbe un arco;
e perché nel pensier prefisso avea
di far tosto di lui Baiardo scarco,
gridò: «Giura, guerrier, ch’a la mia dama
cede in beltà qual ha più pregio e fama».
84
Grifon già per amor avea servito
gran tempo inanzi d’Olivier la suora,
ma ’l foco suo negletto ed ischernito
fu da l’altera giovinetta ognora;
onde per lunga prova alfin chiarito
ch’accor tentava in rete il vento e l’ora,
stolto! a servir Clarice egli avea preso,
né potea ciò Rinaldo avere inteso.
85
Onde rispose: «Vil timor non deve
giamai la lingua altrui torcer dal vero,
né periglio o fatica, ancor che greve,
si convien d’ischivare a cavaliero:
dico dunque ch’oltraggio il ver riceve
da te non poco, e ciò mostrarti spero;
bella è la dama tua, ma molto cede
a chi fe’ del mio cor soavi prede».
86
A l’arme, a i fatti orrendi alfin si venne
da le minaccie e da l’altere voci:
di qua, di là le due massiccie antenne
vengon portate da le man feroci;
par ch’abbiano i cavalli al fianco penne,
così a l’incontro van ratti e veloci;
l’aria si rompe, e trema ancor la terra
al primo cominciar de l’aspra guerra.
87
Pose il suo colpo a voto il maganzese
incauto troppo, e corse l’asta in fallo,
ma lui Rinaldo a mezzo scudo prese
e lo sospinse fuor del suo cavallo;
sendo percosso e ’l suol premendo, rese
alto rimbombo il lucido metallo,
come suol squilla che sonando invita
a l’orrenda battaglia ogn’alma ardita.
88
Rinaldo allor dal degno stuol è cinto
e supplicato a torsi via l’elmetto,
tal che da’ prieghi lor forzato e vinto
di compiacerli è mal suo grato astretto:
si scioglie alfin que’ lacci ond’era avinto
l’elmo, e scopre la chioma e ’l vago aspetto,
né men bello e leggiadro or si dimostra
ch’apparso sia possente e forte in giostra.
89
Tosto fu conosciuto il cavaliero
al discoprir del volto e del crin d’oro,
e chiare voci di letizia diero
con replicato suon l’amico coro,
ché già del suo valore il grido altero
era giunto a l’orecchie a tutti loro.
La gloria sovra lui si spazia intanto
battendo l’ali d’or con dolce canto.
90
Ad onorar Rinaldo ognun s’accinge,
e di farsegli grato ognun procaccia:
altri la man gli tocca, altri gli cinge
il collo e il petto con amiche braccia;
altri, cui caldo amor più innanzi spinge,
pien d’un dolce disio lo bacia in faccia;
ma il padre Amone al petto alquanto il tiene,
e sente alto diletto ir fra le vene.
91
Lasciato il padre, il cavalier invitto
de’ suoi regi a baciar se ’n va la mano;
quei, mostrando l’amor nel volto scritto,
l’accoglion lieti e con sembiante umano.
Fan le donne tra lor dolce conflitto
in onorare il vincitor soprano,
e in quanto è lor da l’onestà concesso,
gli mostra ognuna il suo voler espresso.