CANTO OTTAVO
1
Già svegliata l’Aurora al dolce canto
de’ lascivetti augei vaga sorgea,
e con le rosee mani il fosco manto
de la notte squarciava e dissolvea;
i suoi tesori vagheggiando intanto,
l’aria, l’acqua, il terren lieto ridea,
e giù versava dal bel volto il cielo
formato in perle il matutino gielo;
2
quando i guerrier, lasciato il pigro letto,
vestir le membra di lucente acciaro,
e ’n compagnia del nobil drappelletto
a rimirar quei bei ritratti andaro,
ché brama ognun di lor che gli sia detto
di quelli eroi futuri il nome chiaro,
de’ quai ciò ch’ebbe Alba di dire in uso,
di bocca in bocca poi s’era diffuso.
3
Così di bocca in bocca era discesa
di quei cortesi eroi l’istoria vera,
ch’Euridice l’aveva anch’ella intesa,
e render ne sapea notizia intera;
onde, per appagar la brama accesa,
che di par giva in quella coppia altera,
or ne’ ritratti, or ne’ suoi volti fisse
le luci avendo, alfin così le disse:
4
«De i duo che là su stanno, a cui lucente
porpora sacra il sacro capo adorna,
questi Ippolito fia, da l’occidente
noto sin dove il sol nasce ed aggiorna;
Ercol Gonzaga quel, ch’unitamente
potranno a l’eresia fiaccar le corna,
ed atti ad alte imprese, a grave pondo,
regger insieme con la Chiesa il mondo.
5
Mirate quel che da le più vicine
parti presso l’altar sacrato pende,
a cui non men di lucido ostro il crine
e di regal onor la faccia splende:
adorneran costui virtù divine
e quel che più simile a Dio l’uom rende;
del sangue estense fia, Luigi detto,
giovene ancora a sommi gradi eletto.
6
Ma fra tutti gli alteri e degni pregi,
che sempre luceran qual fiamme accese,
nullo serà che più l’illustri e fregi
de l’alta cortesia, ch’ognor palese
farà con mille e mille fatti egregi,
in mille occasioni, in mille imprese:
onde darà soggetto a bronzi, a marmi,
a dotte prose ed a vivaci carmi.
7
Volgete gli occhi a quel che in vista pare
figliol di Marte, anzi pur Marte istesso:
or chi potrà costui tanto lodare
ch’a i suoi merti divin giunga mai presso?
Per questo il Po n’andrà più lieto, e ’l mare,
non solo i fiumi, inchinaransi ad esso:
sarà il secondo Alfonso, e ’l ricco freno
di Ferrara terrà felice a pieno.
8
L’altro, severo il volto e grave il ciglio,
e adorno sì di maestà regale,
del gran Maria Francesco serà figlio,
maggior del padre in pace, in guerra eguale,
sotto ’l cui saggio impero unqua in periglio
Urbin non fia d’alcun dannoso male,
ma fiorirà per l’alme sue contrade
una lieta, felice ed aurea etade.
9
Da tanto genitor prodotto al mondo
fia quel garzon ch’in volto è così fiero,
che sosterrà di mille guerre il pondo
e d’eserciti mille avrà l’impero:
folgor de l’armi, a null’altro secondo
prudente duce, audace cavaliero;
né mai morrà, se mai non muor colui
che ne’ cuor vive e ne le bocch’altrui.
10
De’ duo quindi lontan, giovani in vista,
la sacra mitra ha l’un, l’altro ha la spada:
un, Annibal di Capua, onde di trista
convien che lieta Roma un tempo vada;
l’altro, che la fortezza al senno mista
avendo al ciel si farà larga strada,
è Stanislavo, di Tarnovio conte,
che star potrà co’ più famosi a fronte.
11
Fia quel, nel cui benigno e vago aspetto
splende di cortesia sì chiaro lume,
Scipion da Gazuol, fido ricetto
d’ogni virtù, d’ogni gentil costume,
che sevro dal vulgar stuolo negletto
al ciel s’inalzerà con salde piume;
a Minerva, a le Muse, a Febo amico,
de’ buon sostegno, a’ vizii aspro nemico.
12
Quel che mostra desio di gloria aperto
nel volto, e aperta ha l’una e l’altra mano,
serà Fulvio Rangone, il cui gran merto
lo farà noto al prossimo e al lontano;
l’altro ch’al vero onor per camin certo
n’andrà, raro scrittore e capitano,
Ercol Fregoso al mondo noto; e quello
che par sì uman fia Sforza Santinello.
13
Or rimirate da quell’altro canto,
ov’il bello del ciel tutt’è raccolto,
sì ch’il sol non ne vide unqua altretanto,
il sol cui nulla di mirare è tolto.
Colei c’ha ducal cerchio e ducal manto,
ma reali maniere e real volto,
Vittoria fia del gran sangue Farnese,
magnanima, gentil, saggia e cortese.
14
Lucrezia Estense è l’altra, i cui crin d’oro
lacci e reti saran del casto Amore,
ne le cui chiare luci ogni tesoro
del cielo riporrà l’alto Fattore,
per cui Minerva e di Parnaso il coro
non so se loda o biasmo avran maggiore:
loda, perché da lei siano imitate,
biasmo, sendo poi vinte e superate.
15
Le due fian sue germane e belle e sagge
e d’ogni raro ben ricche ed altere,
per queste de’ mortai fallaci piagge
scorte di gire a Dio fidate e vere;
l’altra, che par che l’aria intorno irragge,
ond’Amor se medesmo accende e fere,
Claudia Rangona fia, che non gli altrui,
ma faran chiara i proprii scritti sui».
16
Qui fu da lei fine al suo dire imposto,
che destò ne i guerrier diletto eguale.
Quelli, che già tra lor avean disposto
di solcar lo spumante ondoso sale,
chieggiono umili al vago stuol che tosto
lor si conceda in grazia il pin fatale;
né ciò fu sol da quelle a lor concesso,
ma cari doni ancor largiti appresso.
17
Ebbe Rinaldo, onde se ’n vada ornato
il suo Baiardo, sella e fornimento
di spesse gemme sparso e tempestato,
sì ch’ogn’occhio rendea pago e contento:
il morso a la gemina è lavorato,
le staffe ancora, e son di puro argento;
de l’istesso metallo è ’l grosso arcione,
vago d’intagli ad ogni paragone.
18
Diero a Florindo ancor, perché gli copra
l’arme, vaga e mirabil sopravesta,
ch’a i più ricchi lavor se ’n gìa di sopra,
di vario stame in varii modi testa;
né forse Irene bella unqua fece opra,
non ch’Aragne o Minerva, equale a questa.
Ivi pinto con l’ago han mani industri
de la suora del sol l’imprese illustri.
19
Quel che con maggiore arte e maggior cura
quivi il saggio maestro intesto avea,
era di Niobe la crudel sventura,
tal ch’opra naturale altrui parea:
piangeva i figli, nel cui volto oscura
morte viva ed espressa si vedea,
le man stringendo, e con doglioso affetto
al ciel volgendo il minacciante aspetto.
20
Scorgesi altrove in abito succinto,
con faretra pendente al manco lato,
con crine sciolto e parte in nodi avinto,
tender l’arco la dea curvo e piegato:
par ch’ondeggi il capel da l’aura spinto,
ch’ella piova furor dal volto irato,
ch’orribilmente fischi e ch’ali metta
mentre fendendo il ciel va la saetta.
21
Stan le figlie di Niobe in viso smorte
davanti a lei, sovra i fraterni petti,
qual di duol, qual di tema e qual di morte
scolti avendo ne gli atti i vari effetti.
Una ch’apre le labbia onde conforte
la madre forse con pietosi detti,
riceve in questa il dardo in bocca, e pare
fermarsi a mezzo tronco il suo parlare.
22
Ad un’altra che stende il braccio dritto,
quasi dar voglia a la sorella aita,
si vede quello e ’l petto ancor trafitto
d’un dardo sol con doppia aspra ferita.
Col ferro entro in un fianco ascoso e fitto
giace la terza languida e smarrita,
cui da strale è confissa una in quel modo
che legno a legno suol da saldo chiodo.
23
Mostra la quinta aver timore immenso,
la man tendendo in mesto atto e dimesso;
co ’l piede alzato e ’l corpo in aria estenso
l’altra sorella il suo fuggire espresso.
Si scorge in Niobe duol grave ed intenso,
mentre nasconde co ’l suo corpo stesso
l’ultima figlia, che tremante sembra
coprir le sue con le materne membra.
24
Se ’n vanno al lido i due guerrieri insieme
e rendon quivi il fatal legno carco.
Quel, come sente il pondo il qual lo preme,
si move quasi stral ch’esca da l’arco:
frangesi l’onda e mormorando freme
tutta spumante sotto ’l curvo incarco;
intanto fugge e si dilegua il lito,
sì che da gli occhi omai tutt’è sparito.
25
Già tutto mare e cielo è d’ogni canto,
ché quanto cala il suol, tanto il mar poggia.
Tien dritto il suo camin la barca intanto,
senza alternar la vela ad orza o poggia;
se ’n va per l’alto mar mossa da incanto
con ratto corso e non usata foggia,
passando d’uno in altro equoreo seno,
tal ch’uscita ella è già dal mar Tireno.
26
Volgeasi omai di mille fregi adorno
tacito e muto il cielo, e tolto il sole,
co ’l torci il volto suo, n’aveva il giorno,
quando sentiro un suon qual di parole,
qual d’uomo a cui vien fatto oltraggio e scorno,
che di ciò con le strida alto si duole.
La barca verso ’l suon ratta si drizza
sì che più ratto mai delfin non guizza.
27
Vider, come fur presso i due guerrieri,
due legni in un congiunti ed abbordati,
e d’uno in altro poi da masnadieri
varii arnesi esser messi e trasportati,
e insieme ancora donne e cavalieri:
ma sciolte quelle van, questi legati;
i vincitori lor sembianza accusa
per corsari e per gente al mal sempre usa.
28
Tra lor si scaglia dal garzon seguito
Rinaldo, e sgrida e gli minaccia forte.
Un che più sembra di lor tutti ardito
e duce de la barbara coorte,
disse: «Avete mai più, compagni, udito
ch’uom vada a ricercar la propria morte?
Or vedetelo in questi, i quai non sanno
com’altramente procacciarsi il danno».
29
Indi volto a Rinaldo: «Orsù, meschino,
tratti quest’arme e datti a me prigione:
così fuggirai forse il tuo destino,
ch’è il mio volere, e fia ch’io ti perdone».
Per parole, parole al saracino
già non rendette il gran figliol d’Amone,
ma nel petto, dov’ha l’anima albergo,
cacciogli il ferro e fello uscir da tergo.
30
Come s’aventan, susurrando, al viso
l’irate pecchie insieme unitamente
al villanel ch’aggia il re loro ucciso,
per vendicarlo di morir contente,
così contra Rinaldo a l’improviso
muove gridando la villana gente;
e se fu tarda a la colui difesa,
tarda non è per far a questo offesa.
31
Miseri, dove gite? a tor la pena,
forse, che merta il vostro oprar sì torto?
Quest’impeto a morir tutti vi mena,
e non a vendicare il duce morto.
Rinaldo quanta ha forza e quanta ha lena,
quanto ha valore qui dimostra scorto,
e fa l’istesso il suo Florindo ancora,
vago ei non men che sì ria gente mora.
32
Man, gambe, busti e sanguinose teste
già si veggion per l’aria andar balzando;
s’addoppian sempre le percosse infeste,
lampeggia e tuona l’uno e l’altro brando;
elmo o scudo non è che quelli arreste,
qual volta ratti in giù vengon calando;
né solo arma non è ch’a lor resista,
ma non gli può soffrire ancor la vista.
33
Il gran figlio d’Amone otto n’occise
con l’otto prime orribili percosse,
poi con la nona ad un l’elmo divise
e le chiome gli fe’ sanguigne e rosse.
Quel, ritirato, al crin la man si mise
per veder s’ampia la ferita fosse;
ma mentre ei tocca la primiera piaga
novo colpo maggior la man gli impiaga.
34
Florindo il sovragiunge, e d’un riverso
l’alzata mano a lui troncando taglia;
quel furioso e ne la rabbia immerso
allor contra ’l baron ratto si scaglia:
tira gran colpi a dritto ed a traverso
e tutto si discopre e si sbaraglia;
cauto il guerrier di punta il ferro vibra,
gli aggiunge al cor, né lascia sangue in fibra.
35
Uccise poi Lico, Euribante e Orgolto:
divise il primo da la spalla al fianco,
al secondo partì per mezzo ’l volto,
recise al terzo il dritto braccio e ’l manco.
Avrebbe Alferno ancor di vita tolto,
ma glie ’l vietar Folerico e Lanfranco,
che dar volendo al lor compagno aita
con la morte comun gli porser vita.
36
Sembrano i due campion strali ch’al basso
irato aventi fulminando Giove:
a quell’alto furore, a quel fracasso,
a quelle rare e non più viste prove,
già quasi ogni pagan di vita è casso,
né più l’armi dannose indarno move;
e chi fruisce ancor l’aura vitale
si crede al mar, com’a men grave male.
37
Già di tutto il villan barbaro stuolo
solo un vivo ne’ legni era rimaso,
e verso lui se ’n gìa Rinaldo a volo
per mandar la sua vita anco a l’occaso;
ma lo sottrasse a quell’estremo duolo
improviso consiglio, anzi pur caso,
ch’impetrò breve spazio a la sua morte
con atti umili e con parole accorte.
38
Dopoi dice: «Signor, vostro destino
col morir nostro quel di voi procura,
e v’induce a far onta al gran Mambrino,
al più fort’uom che fesse mai natura,
al maggior re del popol saracino,
c’ha di noi, qual di servi, amica cura,
e vorrà farne in tutto aspra vendetta,
qual a l’offesa, al suo valor s’aspetta.
39
Noi, suoi ministri, aveamo a forza prese,
per condurle a lui poi, queste donzelle,
ch’ei manda a corseggiare ogni paese
sol per averne di leggiadre e belle;
or come avrà de le mortali offese,
che tutti estinti c’han, vere novelle,
non vedrà suo desir contento e sazio
sin che di voi non aggia fatto strazio.
40
Ei ben saprà la nostra avversa sorte,
bench’uccida or qui me la vostra mano;
saprà non men chi n’abbia posto a morte,
sia di Cristo seguace o sia pagano,
perch’un gran mago che gli alberga in corte
il tutto gli farà palese e piano;
ma se da voi lasciato in vita io sono,
spero impetrarvi a tanto error perdono».
41
Qui gli tronca Rinaldo il suo parlare,
e gli dice: «La vita or ti dono io,
perché tu possa al tuo signor narrare
de gli altri suoi ministri il caso rio;
e s’ei di lor vorrà vendetta fare
e di combatter nosco avrà desio,
digli che siam guerrier del magno Carlo,
ch’in ciò pronti saremo ad appagarlo.
42
Questi Florindo, io son Rinaldo detto
di Chiaramonte, e son figliol d’Amone,
che lui non temo, e ne vedrà l’effetto
quando venirà meco al paragone.
E chi temer deve uom da cui negletto
sia, qual lui, l’onesto e la ragione?
Orsù prendi il tuo legno e quinci parti,
poi c’ha voluto a morte il ciel sottrarti».
43
Si volge poi con più serena faccia
dove le dame e i cavalier si stanno,
e dal lor petto ancor dubbioso scaccia
con cortesi parole il grave affanno.
Indi le man con le sue man dislaccia
a coloro ch’a tergo avinte l’hanno;
e fa l’istesso il buon Florindo ancora,
sì ch’ogni nodo è sciolto in poco d’ora.
44
Intesero ambo poi come si chiame
di quelli ogni guerriero, ogni donzella,
e che colei che fra tutt’altre dame
riportava la palma in esser bella,
possedeva d’Arabia il gran reame,
figlia di Pandion, detta Auristella;
e ciascun d’essi a la comun preghiera
diede non men di sé notizia intiera.
45
Dopo lungo parlar i due baroni
tornar di nuovo a l’incantata barca,
e ricusar de la regina i doni
ch’ella dar lor volea con man non parca.
Il legno, com’al fianco aggia gli sproni,
ratto si move e ’l mar solcando varca,
e fatto gran camin volge a la terra
il corso, e con la proda il lito afferra.
46
Come cadente peso al centro giunto
tosto si ferma ed ivi il moto affrena,
così più non si mosse il legno punto
subito ch’ebbe tocco il lito a pena.
Smontano i cavalier dov’è congiunto
l’estremo mare con la molle arena,
e cavar fanno ancor da gli scudieri
fuor di barca insellati i lor destrieri.
47
Non pria dal legno ognun fu dismontato
che quel ratto lasciò la terra a tergo,
e da l’incanto per lo mar guidato
tornò veloce ne l’antiquo albergo.
Veggiono intanto i cavalieri alzato
d’un vago piano in su ’l fiorito tergo
un padiglion, che qual palagio grande
superbo intorno si dilata e spande.
48
Verso l’altera e ricca tenda i passi
la bella coppia immantinente torse;
giunto u’ per larga porta entro in lei vassi,
gli occhi per tutto raggirando porse,
e di lucenti alabastrini sassi
un gran pilastro in mezzo alzato scorse,
sovra del qual, scolpita in treccia e ’n gonna,
si vedea vaga e giovinetta donna.
49
Quivi gran sacrifizio allor si fea,
com’era stil del popolo asiano,
che sovente onorar, stolto! solea
con vani sacrifici un idol vano.
Tra le velate corna il bue cadea,
ferito, e fean di sangue umido ’l piano
le simplici agne e l’umil pecorelle,
trafitte ne la gola e queste e quelle.
50
Da viva fiamma uscian chiari splendori
ond’era adorno e risplendente il loco;
né men ch’accesi raggi, arabi odori
spirava in fumo accolti il sacro foco;
salendo il fumo al ciel, con varii errori
si meschiava ne l’aria a poco a poco.
Ne l’imagin Rinaldo i lumi gira,
e la conosce tosto e ne sospira.
51
Conosce gli occhi onde aventogli Amore
il primo stral ch’ancor gli punge il petto,
ed onde mosse insieme il dolce ardore
ch’ognor l’infiamma d’amoroso affetto;
conosce i crin co’ quai gli avinse il core
sì ch’anco egli è tra sì bei nodi stretto,
la chiara fronte e l’aria del bel viso,
la bocca e ’l dolce lampeggiar del riso.
52
Mentre fiso contempla il gran campione
l’amato oggetto d’ogni suo pensiero,
un cavalier di quei del padiglione,
c’ha grandissimo corpo, aspetto altero,
atti superbi e sguardo di lione,
ed inquieto sembra, audace e fiero,
volta a Rinaldo l’orgogliosa faccia,
con tai detti lo sgrida e lo minaccia:
53
«Villan guerrier, perché d’arcion non scendi
e non adori la divina imago?
Come a la mia presenza audacia prendi
di rimirar così l’aspetto vago?
Orsù, poiché ’l tu’ error chiaro comprendi,
se pur non sei de la tua morte vago,
scendi, e scenda anco il tuo compagno teco,
e fate sacrificio insieme or meco.
54
Vo’ che confessi ancor che tra’ mortali
d’amar cosa sì degna io sol merto,
e ch’alcun altro per bellezze tali
degno non è d’aver pene sofferto».
«Chi sei tu», disse allor Rinaldo, «e quali
sono i tuoi merti? Or di ciò fammi certo,
ch’in quanto al primo, teco io già m’accordo,
ma nel secondo sin ad or discordo».
55
«Se nol sai son Francardo, e son signore
d’Armenia, e basti ciò», colui riprese.
Al gran figlio d’Amone intorno ’l core
fervendo il sangue allor tosto s’accese;
indi al volto poi corse, e d’un colore
di viva fiamma rosseggiante il rese,
sì che fe’ del pagano a la preposta
altera e convenevole risposta.
56
«Io dirò ben che sei più d’altro indegno
di locar in tal luoco i pensier tuoi,
e tel dimostrarà con chiaro segno
questa mia spada or or, s’or or tu vuoi».
Non così rode tarlo arido legno
come quel rose l’ira a’ detti suoi,
onde imbracciato il manto in lui si scaglia,
e sol co ’l brando corre a la battaglia.
57
Ride Rinaldo pien di sdegno, e dice:
«Va, t’arma pur, né ti pigliar tal fretta».
E quelli a lui: «Questa mia spada ultrice
basterà sola a far la mia vendetta».
«Ahi!», risponde Rinaldo, «ei si disdice
così pugnar ad uom ch’onor n’aspetta».
L’altro più non attende e ’l ferro tira,
ma Baiardo da parte ei ratto gira.
58
Indi dice: «Guerrier, teco giamai
non pugnarò, se tu primier non t’armi:
cavaliero sono io, né tu potrai
con la tua villania villano farmi».
Il saracino a lui: «Tu falli assai,
se tu credi in tal modo unqua placarmi».
E ’n questo tanto colpi orrendi mena,
sì che Rinaldo se ’n difende a pena.
59
Non può Florindo allor ciò più soffrire,
ma di giusto disdegno arma il coraggio,
e gli dice: «Pagan privo d’ardire,
che vantaggio cerchi or nel disvantaggio?
Volgi, volgiti a me, s’hai pur desire
di dar del tuo valor sì chiaro saggio:
ché tu non merti ch’il tuo corpo cada
per la costui sì degna invitta spada».
60
Qual orso che colui che l’ha percosso
di sbranar con gli unghion rabbioso tenta,
s’altri in questa lo fiede, ei tosto addosso,
il primiero lasciando, a lui s’aventa,
tale il pagan verso Florindo mosso,
la destra ch’era a l’altrui danno intenta,
contra lui drizza e ’l crudo ferro inchina,
che con novo furor in giù ruina.
61
Florindo al brando ostil lo scudo oppone,
e quel ne taglia poi quanto ne prende,
giunge al braccio e l’impiaga, ed a l’arcione
quinci ogni arme rompendo orribil scende.
A quel colpir sì grave il fier barone
d’ira il cor, di rossore il volto accende;
su le staffe s’inalza e ’l ferro stringe,
e con un gran fendente il cala e spinge.
62
Parte del colpo su la spada tolse
il re pagan: non però vano il rese,
ché quel per dritto a meza tempia il colse,
e di piaga mortal quivi l’offese.
Gocciando il sangue in rosso smalto volse
il verde, ed ei tremando al pian si stese,
con quel romor che suol ben grave sasso
che d’un monte si spicchi e caggia al basso.
63
Color che da la tenda erano intenti
a rimirar la perigliosa guerra,
ad armarsi non fur pigri né lenti,
giacer vedendo esangue il re per terra;
altri lancie, altri spade, altri pungenti
spiedi con ratta man subito afferra,
altri l’arme si veste a sua difesa
per far sicuro a l’inimico offesa.
64
Tutti precorre il forte re Chiarello,
ch’era con gli altri allor nel padiglione.
Fu cugin di Francardo, e fu fratello
del superbo Mambrin questo campione;
conducea seco a par, d’irsuto vello
coperto e fiero in vista un gran leone,
sanguigno i denti e i crudi unghion rapaci,
cui lucon gli occhi com’ardenti faci.
65
Egli avea già la generosa fera
vinta con l’arme a dubbia pugna atroce,
e con lusinghe la natura altera
poi di lei doma e l’animo feroce;
ond’ella sempre fida al fianco gli era,
e l’obbediva a’ cenni ed a la voce.
Perciò da gli stranier, perciò da’ suoi
il guerrier dal leon fu detto poi.
66
Rinaldo ver costui sprona Baiardo,
pria ch’ei con gli altri il buon Florindo assaglia:
da l’altra parte il saracin gagliardo
con un ferreo baston viene a battaglia;
non è ’l leon ad aiutarlo tardo,
ma sovra il paladin ratto si scaglia,
e muove contra lui l’acute branche;
poi co’ denti il destrier prende ne l’anche.
67
D’un riverso Rinaldo al leon tira
e ’n cima de la fronte il fiere e punge,
poi contra il fier Chiarello il brando gira,
e d’un fendente sovra l’elmo il giunge;
raddoppia il colpo con più sdegno ed ira
e lo scudo per mezzo apre e disgiunge;
passa oltra il ferro e ’l braccio ancor colpisce,
e se ben non l’impiaga ei lo stordisce.
68
Si rinfranca Chiarello, e poscia offende
con due percosse al paladin la faccia,
e le branche il leon di novo stende
e di piagarlo con l’unghion procaccia.
Rinaldo a costor noce e sé difende,
e quando fiere l’un, l’altro minaccia:
presto ha l’occhio e la man, presto il destriero,
securissimo il cor, saldo il pensiero.
69
Sempre che cala il colpo il fier pagano,
egli a schivarlo è già parato e ’ntento;
Baiardo quel leon si tien lontano
con calcitrar continuo e violento,
e pronto a lo speron, pronto a la mano,
salta di qua, di là, qual fiamma o vento,
tal che de’ colpi suoi la maggior parte
commette a l’aura il saracino Marte.
70
Ma s’avien mai che l’inimico coglia,
spezza ogni acciar, la carne e l’ossa pesta.
Rinaldo lui ferir puote a sua voglia,
e l’have già piagato in petto e ’n testa;
tuttavia d’arme e di vigor lo spoglia,
e con nove percosse ognor l’infesta,
onde quel morto alfin cadde per terra
qual torre cui di Giove il telo atterra.
71
Il fier leon, che del suo sangue tinto
giacer nel piano e morto esser lo scorse,
da grand’amor, da gran furor sospinto
per vendicarlo immantinente corse,
ma tosto fu con due stoccate estinto.
Ei morendo il terren rabbioso morse,
e fe’ con alto, orribile muggito
risonar l’onde e l’arenoso lito.
72
Da indi in qua fu del barone impresa
sempre un fulvo leon d’orrendo aspetto;
la pantera lasciò ch’avea già presa
a portar ne lo scudo e su l’elmetto.
Florindo intanto fa crudel contesa,
da molti cavalier cinto ed astretto;
e folgorando intorno il ferro gira,
e coraggioso a la vittoria aspira.
73
Il drappello per mezzo era omai scemo
quando tra loro il paladin si mise,
e con possanza e con furore estremo
quattro capi partì, cinque recise.
Son dal valor di questi eroi supremo
tosto le genti saracine uccise,
e s’alcun vivo pur rimane, al piede
la sua salute e la sua vita crede.
74
Come Rinaldo voto il campo scorge,
dal pilastro la statua svelle e piglia,
ed a lei mille baci ardenti porge,
spinto dal vano error che lo consiglia.
Del dilettoso inganno ei non s’accorge,
perché la miri con immote ciglia,
ché vivo crede e vero il falso e l’ombra.
Oh dolce froda che gli amanti ingombra!
75
Se n’avede alfin poi, né già gli è grato
di conoscer il vero, anzi se ’n duole.
Ma spenti nel profondo umor salato
sendo i vapori onde si forma il sole,
del ritratto un destrier prima aggravato,
segue il compagno che partir si vole
a ricercar albergo, ov’ogni piaga
la medica gli curi o l’arte maga.
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Poi che Florindo fu del tutto sano,
per molte parti gir de l’Asia errando,
opprimendo il malvagio ed il villano,
ed il cortese e ’l buono sempre esaltando,
con la lingua a gli afflitti, e con la mano
ora consiglio ed or aita dando,
tal che lor nome a l’uno e a l’altro polo
se ’n gì su l’ali de la Fama a volo.
77
Brunamonte il superbo e Costantino
il falso allor Rinaldo a morte pose,
di Chiarello germani e di Mambrino,
a gli uomini ed a Dio genti odiose.
Tendea questi al mal cauto pellegrino
sotto grate accoglienze insidie ascose;
quegli con forza aperta altrui la vita
toglieva o pur la libertà gradita.