CANTO QUARTO
1
Mentre di Senna la superba sponda
premendo van Rinaldo ed Isoliero,
veggion là donde al mar la rapida onda
porta dal natio fonte il fiume altero,
barca venir con lieta aura seconda
solcando il molle e liquido sentiero,
di fiori e frondi e d’aurei panni ornata,
e la vela d’argento al ciel spiegata.
2
Quivi vaghe donzelle a i dolci accenti
con mastra e dotta man rendon concorde
il chiaro suon de’ musici stromenti,
toccando a tempo le sonore corde.
Molce l’alta armonia gli irati venti,
e ’l lor corso raffrena a l’acque sorde,
e tragge fuor da le stagnanti limfe
guizzanti pesci e lascivette nimfe.
3
Vien dirimpetto al bel legno reale,
per l’onde no, ma per l’erbose rive,
con strana pompa un carro triomfale,
portando un coro di terrestri dive.
Ha l’asse aurato, e varia orientale
gemma indi sparge fiamme ardenti e vive;
ha le rote anco aurate, e ’n varii modi
distinte poi d’argentee lame e chiodi.
4
La somma parte del bel carro intorno
purpura copre a vaghi fior contesta,
cui fregia e parte un bel ricamo adorno
di perle sparse a guisa di tempesta.
Bianco elefante, che farebbe scorno
de l’Appennino a la nevosa testa,
de’ seggi è la materia, e poi va l’opra
a l’eletta materia assai di sopra.
5
Diece gran cervi c’han candido il netto
pelo e dipinte le ramose corna,
cui ’l collo cerchio d’or lucido e schietto
e freno d’auro ancor la bocca adorna,
scorti da donne avezze al degno effetto,
tirano il carro dov’Amor soggiorna;
e vanno intorno a quel cento guerrieri
d’alti cavalli e di ricche arme alteri.
6
Sorge in mezzo del carro un’alta sede
fra molte altre più basse e meno ornate:
ivi dama real posar si vede
piena di riverenza e maestade,
che nel pensoso e grave aspetto eccede
le più vezzose in grazia ed in beltade;
le fan poscia sedendo un cerchio altero
donzelle vaghe oltre ogni uman pensiero.
7
Tal nel seren d’estiva notte suole,
per le strade del cielo aperte e belle,
su ’l carro gir la suora alma del Sole,
intorno cinta di lucenti stelle;
tal Tetide menar dolci carole
con le sue nimfe leggiadrette e snelle,
tirata da’ delfin per l’ampio mare
quando son l’onde più tranquille e chiare.
8
L’alta beltà che ne’ leggiadri aspetti
tra lor diversi era con grazia unita,
piagato avria quai son più duri petti
di soave d’amore aspra ferita,
e mosso a dolci ed amorosi affetti
gli orridi monti del gelato Scita:
che meraviglia è poi s’ad or ad ora
ogni spirto gentil se n’innamora?
9
Tu, del vicino fiume umido dio,
sentisti ancora l’amoroso foco
che da gli occhi lucenti ardendo uscio,
e ’l tuo freddo liquore a quel fu poco,
ché l’alto ardor sotto l’ondoso rio
s’andò sempre avanzando a poco a poco,
come infocato acciar che più s’accende
se l’acqua a stille in lui gocciando scende.
10
Ma del fervente ed amoroso caldo
provò la forza e ’l sùbito furore
via più che ciascun altro il buon Rinaldo,
già prima servo del tiranno Amore.
Sta tutto immoto, e sol non puogli saldo
restar nel petto il palpitante core,
ché de la donna sua volar nel seno
vorrebbe o pur nel volto almo e sereno.
11
Sedeva con l’illustre alta mogliera
del re de’ Franchi, Galerana detta,
in quella degna ed onorata schiera
la donzella da lui tanto diletta,
ch’a diporto se ’n gìa per la riviera,
ch’i risguardanti a sé leggiadra alletta;
ond’egli, quella a l’improviso scorta,
nova fiamma sentio ne l’alma sorta.
12
E mentre il caro e fiammeggiante viso
di dolce ardor ch’al ciel gli animi tira,
con le ciglia e con gli occhi immoto e fiso
e co’ pronti desir guardando ammira,
e da diversi affetti entro conquiso,
or quinci or quindi il pensier vago gira,
quel gli sovvien che di Clarice udito
pur dianzi avea dal cavalier ferito.
13
Qui si ferma egli, e ’l non leggier sospetto
da l’amata beltate in lui s’avanza,
e ricercando in ogni parte il petto
quasi tutto se ’l fa sua preda e stanza;
né men dal duolo è oppresso ogni diletto
in lui che dal timor sia la speranza;
e come dentro si conturba, fuora
sospira, duolsi e si lamenta ancora,
14
e dice: «Lasso! dunque altrui pur fia
questa bellezza in cui mio cuore alberga?
Rimarrà senza lei la vita mia
qual privata di fronde arida verga?
Ahi crude stelle, ahi sorte iniqua e ria,
quando serà che fuor del duolo emerga,
s’altri d’ogni mio ben, d’ogni mia gioia
godrassi, oh quando almen serà ch’io moia?
15
Morir conviemmi, ché la morte è vita
a chi vivendo muor ne gli aspri affanni,
e se la doglia in ciò non dammi aita,
la doglia nata da gravosi danni,
quello farà questa mia mano ardita
ch’avrian girando ancor poi fatto gli anni.
Morir conviemmi, e con la vita insieme
troncar di miei martiri il fertil seme».
16
Poi si ripente e dice: «Io dunque deggio
morir, s’altro rimedio ha ’l mio tormento?
Come, come meschino erro e vaneggio,
come ho de la ragione il lume spento?
Che mi può de la morte avenir peggio,
s’ella non sol non mi farà contento,
ma tutta mi torrà quella speranza
che di fruire il mio bel sol m’avanza?
17
Se non m’ha la Fortuna imperio o regno
o gemme ed or con larga man donato,
onde ad alcun parrò di quella indegno,
sendo sì diseguale il nostro stato,
tosto non m’ha che con valor e ingegno
venir non possa al fin tanto bramato:
dunque colui ch’è del mio mal radice
mora, ma pria divenga mia Clarice.
18
Come, ucciso il pagan, presa costei
avrò, chi serà mai che mi divieti
che seco i santi e liciti imenei
non celebri co’ modi or consueti,
e nel suo casto seno i desir miei
felice non appaghi e non acqueti?»
Tal pensier fatto, ad Isolier l’accenna,
ed indi arresta l’acquistata antenna.
19
Giunto ove i cavalier fanno corona
al ricco carro in bella schiera uniti,
con altero sembiante a lor ragiona
e gli disfida a giostra in detti arditi.
Il maganzese Oren, nato in Baiona,
allor sentendo i perigliosi inviti,
ad Alda dice, ond’ha piagato il petto:
«Di darvi costui preso or vi prometto».
20
Già movono a gran corso ambo il cavallo,
da questa l’un, l’altro da quella parte;
nissun pose di lor la lancia in fallo,
ma differenti fur di forza e d’arte,
ché la lancia d’Oren per lo metallo
sfuggendo, punto non l’afferra o parte,
e lasciandolo intier, di novo ancora
intera torna a ferir l’aria e l’ora.
21
Ma quella poi che ’l giovinetto impugna,
lo scudo apre per mezzo al maganzese,
lo scudo che già prima in ogni pugna
da ciascun colpo ostil colui difese;
né men la tien ch’al vivo ella non giugna
il ben temprato adamantino arnese,
onde con nova e via più cruda piaga
de la prima amorosa il cor gli impiaga.
22
Destò l’atroce colpo alto spavento
in tutti, e ’n te furor, rabbia e disdegno,
o superbo Aridan, vedendo spento
il tuo figliolo, il tuo più caro pegno:
onde a chi ferì lui, ratto qual vento
corresti incontro col ferrato legno,
ma stordito e tremante al pian cadesti,
e danno a danno, ad onta onta aggiungesti.
23
Rinaldo l’asta ancor salda ed intera
di novo arresta e ne l’arcion si stringe,
ma verso lui da la contraria schiera
l’orgoglioso Galven presto si spinge,
il qual così gli parla in voce altera,
mentre vittoria invan s’auguria e finge:
«Al primo colpo avrà di questa giostra
or certo fine la battaglia nostra».
24
Così quel disse, e poi seguì l’effetto,
quanto conforme al dir, tanto al pensiero
contrario: ché, percosso in mezzo ’l petto,
perdè la guerra al colpeggiar primiero.
Allor Rinaldo, in sé raccolto e stretto,
spinse contra de gli altri il suo destriero,
e ne la torma si cacciò più folta,
l’aspro tronco fatal girando in volta.
25
Nel furor primo tre n’abbatte e sei
n’impiaga, e quattro d’ogni senso priva.
Misero chi veloce i colpi rei,
lor sottraggendo il corpo, non ischiva,
ché mai non fece il vostro fabro, o dei,
per la gente troiana o per l’argiva,
scudo sì forte, elmo sì fin, che saldo
stesse al lungo colpir del gran Rinaldo.
26
Isolier, che la pugna accesa scorge,
e Marte errar con faccia orrida e mesta,
ne l’usato ardir suo tosto risorge,
e i bellici furor nel petto desta;
indi la mano a un grosso cerro porge,
e con sommo vigor lo pone in resta;
s’adatta in sella e ’l corridore sprona,
e le redine al collo gli abbandona.
27
Fra gli altri adocchia il vercellese Arnanco,
ch’allor di due gran colpi avea percossa
a Rinaldo la fronte e ’l braccio manco,
e ’l fiede tuttavia con maggior possa.
Avea questi il vestir candido e bianco,
ma v’aggiunse Isolier la sbarra rossa,
ché ’l sangue uscendo con purpurea riga
dal petto fuor le lucide arme irriga.
28
Quinci oltra passa, e mentre il fero Ernando
inalza il braccio contra ’l novo Marte,
gli ficca nell’ascella il crudo brando,
e tra’ nerbi la via dritta si parte;
quel col braccio sospeso in aria stando,
né lo movendo a questa o a quella parte,
ché da la spada ciò gli era conteso,
voto sembrava in sacro tempio appeso.
29
Benché i duo valorosi alti compagni
faccian queste e molte altre eccelse prove,
tal che già ’l sangue in tiepidi rigagni
da’ corpi ostili al suol discende e piove,
pur spesso avvien ch’ognun di lor si lagni
sotto la spada che ’l nemico move;
e se la carne ben non han piagata,
han piste l’ossa, e quella nera e ’nfiata.
30
Come allor che ne l’arsa ed arenosa
Libia stuol di pastori e di molossi
viene a battaglia orrenda e sanguinosa
con due leon da fame a predar mossi,
si duol la greggia timida e dubbiosa
tra pastoral ripari e brevi fossi,
né sa fuggir né star, ché la paura
di fuggir o di star non l’assicura;
31
così dipinte di color di morte,
tristi, sospese e sbigotite stanno
le belle donne, e ne le faccie smorte
gli interni affetti loro espressi elle hanno;
e come varia del pugnar la sorte,
varia la tema in lor, varia l’affanno,
e come varia il duol, varia il timore,
dipinge il volto ancor vario colore.
32
Mentre dura la pugna in tale stato,
né a questi più ch’a quei fortuna arride,
un cavalier là sotto l’Orsa nato,
dove i nevosi campi il Ren divide,
una asta afferra, e di gittar su ’l prato
con quella il paladin par che si fide;
né tal pensiero ascoso ancor gli tiene,
ma con tai detti ad incontrar lo viene:
33
«Or qui vedrai di tue vittorie il fine
e di tua vita insieme, ora, infelice,
ti sovrastan l’estreme aspre ruine,
a cui sottrarti omai più non ti lice».
Mentre, ignaro di ciò che ’l ciel destine,
così diceva ancor, la lancia ultrice
Rinaldo per la bocca entro gli mise,
e la lingua e ’l parlar per mezzo incise.
34
Quegli al grave colpir sovra ’l sentiero
accennò di cadere, e lo facea,
se no ’l ritenea Fausto in sul destriero,
ch’infausta pugna con l’ispano avea;
ma questi ebbe al ben far merito fiero,
perché ’l pietoso braccio, onde reggea
l’amico suo, gli fu d’un colpo tronco,
ed ei ne visse poi stroppiato e monco.
35
Non perciò impune il cavaliero ispano
se ’n gio d’avergli tronco il braccio manco,
ché quel, come uom che di valor sovrano
era e di cor più sempre ardito e franco,
feroce gli piagò la destra mano,
ed ancor poi, ma leggiermente, il fianco;
indi a Rinaldo fe’ non lievi offese,
ché su la sella del corsier lo stese.
36
Ma mentre il gran figliol del chiaro Amone
per la percossa ria disteso giace
mezzo stordito su ’l ferrato arcione,
e tutta addosso gli è la turba audace,
alzando il ferro un cavalier guascone
cerca ferirlo, e ’l suo fratel Corace
per istrana sciagura in cambio coglie,
ministro, lasso! de le proprie doglie.
37
Ché quel meschino a la percossa atroce,
ch’a chi drizzata fu non fu molesta,
cadde languendo con tremante voce,
insanguinato il crin, rotto la testa.
Rinaldo intanto, più che mai feroce,
su risalito fulmina e tempesta:
ben tu, Fernando, il sai, ma più tu, Niso,
l’un ferito aspramente, e l’altro ucciso.
38
Come rapido suol pieno torrente,
che ruinoso da l’Apennin cada,
tanto più gonfio girne e violente
quanto impedita più gli vien la strada,
così questi più fero e più possente
tra gli inimici suoi par che se ’n vada
quanto ei contrasti in lor trova più fermi
ed intoppi maggior, maggiori schermi.
39
Ma già del suo colpir grave ed orrendo
è l’avverso drappello esterrefatto,
e, con la speme di vittoria avendo
perduto il cor, fugge veloce e ratto;
ed a Rinaldo il gran furor tremendo
fugge da l’alma in un medesmo tratto,
c’ha ’l furor dal pugnar sol nutrimento
in nobile alma, e, quel finito, è spento.
40
Egli, che già costoro a tutto corso
sparsi vede fuggir per la campagna,
così la tema ond’hanno il petto morso
gli sollicita sempre e gli accompagna,
del veloce destrier ritiene il morso,
ed u’ la schiera feminil si lagna,
palida i volti, i cuor mesta e tremante,
si volse in lieto e placido sembiante.
41
Giunto a la bella e nobil compagnia,
le fa cortese e riverente inchino,
né men che prima forte apparso ei sia,
cortese or si dimostra il paladino:
perch’adorna il valor la cortesia
qual ricco fregio d’or perla o rubino.
A Galerana poi fisso converse
le luci, a voci tai la bocca aperse:
42
«Alta reina, a lo cui scettro altero
lieto soggiace il gallo almo paese,
quanto mi duol che, dov’è ’l mio pensiero
e le mie voglie ad onorarti intese,
ora mi sforzi Amor con duro impero
ch’io villan mi ti mostri e discortese,
de l’alte dame ch’or se ’n vanno teco
una menando in altra parte meco.
43
Ma quel che sottosopra ha spesso volto
l’alme più saggie e le più ferme menti,
il mio voler e disvoler m’ha tolto,
né convien già ch’a lui d’oppormi tenti:
questo iscusi appo te l’error mio stolto,
ch’è lieve error tra l’amorose genti,
ch’io poscia ognor per discolparmi in parte
serò pronto a servirti in ogni parte».
44
Così disse egli, e poi dal carro tolse
Clarice che, sorgiunta a l’improviso,
restò stupida e immota, e le s’accolse
il sangue al cor, lasciando smorto il viso.
Ben la reina a questo oppor si volse,
ma vano alfin riuscille ogni su’ aviso,
ch’a lasciar la donzella ei non piegosse,
benchè pregato e minacciato fosse.
45
Anzi sovra un destrier tosto la pose
ch’avea l’andare accomodato e piano,
e di quinci partir poi si dispose
e girne in luogo incognito e lontano.
Umida i gigli e le vermiglie rose
del volto, e gli occhi bei conversa al piano,
gli occhi onde in perle accolto il pianto uscia,
la giovinetta il cavalier seguia.
46
Il guerrier, che nel viso aperti segni
scorge del duol ch’entro la dama accora,
e che di lei paventa i feri sdegni,
tra sé si duole e si lamenta ancora;
e perché di venir seco non sdegni,
e sgombri quel martir dal petto fuora,
con dolci modi a lei cortese parla,
e sol con umiltà tenta placarla.
47
E gli dice: «Signora, onde vi viene
sì spietato martir, sì grave affanno?
Perché le luci angeliche e serene
ricopre de la doglia oscuro panno?
Forse fia l’util vostro e ’l vostro bene
quel ch’or vi sembra insoportabil danno.
Deh! per Dio, rasciugate il caldo pianto
e l’atroce dolor temprate alquanto.
48
Ché già non vi meno io per oltraggiarvi
(ahi! più tosto il terren s’apra e m’ingoi
che picciola cagion deggia mai darvi
ch’i begli occhi vi turbi e ’l cor v’annoi):
anzi potete ben sicura starvi
che ’l mio voler dependerà da voi;
e che cosa io giamai voler potrei
che non piacesse al sol de gli occhi miei?»
49
Indi soggiunse ch’egli lei rapito
non avea già qual folle e qual leggiero,
né guidato da van cieco appetito,
ma da prudenza e da giudizio intero.
E quanto avea da quel pagano udito
conto le fe’, molto accrescendo il vero;
ultimamente poi le disse il nome,
e scoperse il bel volto e l’auree chiome.
50
Come allor che tra nubi i rai lucenti
mostran di Leda i figli, amiche stelle,
si quetan l’onde irate e violenti
e le dianzi crucciose atre procelle,
così al vago apparir de gli occhi ardenti,
ond’usciro d’Amor vive facelle,
il mar del duolo e i venti del timore
si tranquillar nel tempestoso core.
51
La giovinetta il su’ amador rimira
soavemente e con pudico affetto,
ed egli in lei gli occhi bramosi gira
or nel bel volto, or ne l’eburneo petto,
e fatto audace e baldanzoso, aspira
di pervenire a l’ultimo diletto;
né meraviglia è s’ei, per gli anni caldo,
nel suo casto pensier non riman saldo.
52
Me mentre ei pensa come dare e dove
fine al desio che tanto ha già sofferto,
tutto che ’l calle per ciò far si trove
da lei preciso e d intricato ed erto,
veggono un che ver loro i passi move,
egli insieme e ’l cavallo a brun coperto,
di vista orrenda, ch’un macchiato drago
tien ne lo scudo entro un sanguigno lago.
53
Costui da lunge alteramente il volto
verso Rinaldo alzando, alto favella:
«Dove ne vai? dove ne porti, o stolto,
sì nobil preda, sì bramata e bella?
Deh! rendi tosto a me, rendi il maltolto,
e lascia in mio poter la damigella;
lasciala, dico, omai, se non t’aggrada
provar quanto il mio brando e punga e rada».
54
Isolier, che venia dopo l’amante
buon spazio adietro, a quel parlar superbo
pose la lancia in resta e fessi avante,
ma cadde a terra al primo incontro acerbo.
Allor lo strano in via più fier sembiante
disse al figliol d’Amon: «Per te riserbo
altro colpo maggior, s’oltra ne vieni
e d’affrontarti meco audacia tieni».
55
A tai parole il paladin, destando
alto sdegno nel cor, Baiardo mosse;
ma quel, nel mezzo il correre inciampando,
cadde nel piano e tardi indi rizzosse.
Ciò non temeva il giovinetto, e quando
cadde il cavallo sotto lui trovosse;
e benchè metta e forza ed arte in opra,
non può levarlo o torselo di sopra.
56
Co gli spron tenta e con la briglia invano
perché ’n piedi si drizzi il suo Baiardo,
né l’alza o move a questa o a quella mano
con ogni sforzo il paladin gagliardo:
di ch’egli, fatto per la rabbia insano,
omai lo batte senz’alcun risguardo;
ma quelli, quasi grave inutil peso,
se ’n giace, oltre il suo stil, per terra steso.
57
Mentre Rinaldo ancor vaneggia ed erra,
lo stranier con la lancia il terren fiede,
ed ecco che quel s’apre e si disserra,
sì che fino al suo fondo in giù si vede.
Con spaventoso suon s’apre la terra,
ch’al forte incanto la natura cede,
e fuor (novo miracolo tremendo)
n’esce tosto, sbalzando, un carro orrendo.
58
Tirano il carro quattro alti destrieri,
tinti la bocca di sanguigna spuma,
più de la notte istessa oscuri e neri,
cui da le nari il foco accolto fuma,
cui similmente i torvi occhi severi
di furor fiamma orribilmente alluma,
che col rauco annitrir, col fero suono
de’ piedi, imitan la saetta e ’l tuono.
59
Pose su questa orribile quadriga
l’incognito guerrier la donzelletta
pallida e tramortita,e poscia auriga
egli medesmo fu de la carretta.
Isolier, vago ancor di nova briga,
rimonta in sella e gli va dietro in fretta,
ma sì veloci van l’accese rote
che con gli occhi seguirlo a pena il puote.
60
Rinaldo s’ange e di furor s’infiamma,
dar non potendo a la sua donna aita,
che se ne va qual timidetta damma
ch’aggia il lupo crudel pur mo’ rapita.
Misero! in lui non è rimasa dramma
de la gioia ch’avea somma infinita,
ma fatto omai tutto dolore e rabbia,
freme co’ denti e morde ambo le labbia.