CANTO DODICESIMO

1
Quegli, il parlar del paladino inteso,
non dimostrassi a l’ubbedir ritroso,
ma da terra levando il capo offeso,
ch’era di sangue caldo e rugiadoso,
su la destra appoggiò l’infermo peso,
e con l’altra il sanguigno e polveroso
volto fe’ mondo; indi la voce e ’l guardo
debil rivolse al cavalier gagliardo:
2
«Signor, convien che d’alto al mio sermone
principio dia per sodisfarvi in tutto.
Il gran Mambrin, ch’a l’Asia legge impone,
or sospinto d’amor s’è qui condutto,
e seco ha mille legni e di persone
stuol grosso e forte, ad ogni pugna instrutto,
per far poi di Clarice intero acquisto,
ch’acceso n’è, né ’l volto ancor n’ha visto.
3
Oltra di ciò, di vendicarsi brama
contra un guerriero, il qual Rinaldo è detto,
perché gli tolse in mare una sua dama,
lo stuol forzando a la sua guarda eletto;
e poi tre suoi fratei d’illustre fama
gli uccise ancor con inimico affetto.
Già son più dì che ’l re da’ legni scese
e ’l più vicino porto a forza prese.
4
E con molti de’ suoi scorse nascoso
sin a Parigi, e tal fu sua ventura
che Clarice trovò ch’in dilettoso
prato godeasi l’ombra e la verdura.
Quivi ardì di rapirla, a chi foss’oso
di contradir dando morte aspra e dura;
ed or al maggior passo egli camina,
ver l’armata ch’è quinci assai vicina.
5
Ma, passando di qua, questo guerriero
vide, che fea di sé superba mostra,
e impose a noi che tosto ei prigioniero
fosse condutto in fra la gente nostra;
ma troppo forte fu, troppo fu fiero,
e troppo a tempo l’alta aita vostra».
Così disse il ferito, e poi si tacque,
e qual prima disteso in terra giacque.
6
Si sente il petto a quel parlar trafitto
Rinaldo, e per dolor fremendo geme;
s’accoglie il sangue intorno il core afflitto,
e fredde lascia l’altre parti estreme:
par quasi omai ch’ei non si regga dritto,
e così avien ch’ogni suo membro treme,
come suol tremolar l’onda talora
cui lieve increspi molle e placid’ora.
7
Poi, rosso il volto e torbido il sembiante,
con fero, irato e minaccievol guardo,
e spesso nel girar sì fiammeggiante
che di Giove parea l’acceso dardo,
chiede aita a Florindo, e ne l’istante
medesmo verso ’l mar sprona Baiardo,
e l’indirizza al più vicino porto
per lo sentier ch’è più spedito e corto.
8
Non così in terra, in mar o ’n ciel giamai
cervo, delfino o partica saetta
corse, notò, volò ratto, ch’assai
non sia maggior de’ cavalier la fretta:
già per gran spazio è dilungata omai
dal luogo onde partì la coppia eletta,
ma pare al lor desir pur troppo lento
ogni destrier, benché rassembri un vento.
9
Tu sospesi per l’aria ir gli diresti
or chini e bassi, or alti e ’n su drizzati,
né dimora, né requie in lor vedresti,
né pur i calli da i lor piè segnati;
fuman le membra sotto i colpi infesti
che da gli sproni ognor son raddoppiati;
i petti di sudor, di spuma i freni,
d’arena i piedi son aspersi e pieni.
10
Non sasso o sterpo o discosceso dorso
d’orrido monte o larga e cupa fossa
trovan che porre a tanta furia il morso
ed arrestarli in lor viaggio possa;
lor tronca alfin l’impetuoso corso
un gran torrente, che con grave scossa
l’antico ponte avea pur dianzi rotto,
togliendo ogni sostegno a lui di sotto.
11
Non sa che farsi allor l’amante ardito,
ch’esporsi a rischio tal non fora ardire,
ma privo di ragion folle appetito
e di morte certissima desire;
pur quando alfin gli manchi ogni partito,
vol, che lasciar l’impresa, anzi morire;
tutto si scuote e gli occhi intorno volve,
né ben nel dubbio caso ei si risolve.
12
Venire in questa, onde deriva l’onda,
un guerrier vede sovr’un gran battello,
che sì veloce gìa per la seconda
acqua come per l’aria alato augello.
Rinaldo che ’l tragitti a l’altra sponda
con dolce modo umil supplica quello,
che ’l cavalier gli sembra a l’armatura
che già lo trasse da la valle oscura.
13
Colui non udir finge, e tuttavia
de l’ondoso sentier gran spazio avanza,
tal ch’al baron di quel che più desia
quasi manca del tutto ogni speranza;
pur i preghi rinforza or più che pria,
e cerca di piegarlo a sua possanza
con offerte e promesse, ond’in lui fisse
gli occhi alfin lo straniero, e così disse:
14
«Signor, se pur è ver che sì bramiate
solcar sovra ’l mio legno esto torrente,
convien ch’un dono or mi promettiate,
con fe’ di poi servarlo interamente».
«Ogni cosa farò se mi varcate
di là», rispose l’altro impaziente.
Quelli a la riva appressa allor la barca,
e di peso novel la rende carca.
15
Come furon di là, l’estran guerriero,
volto a Rinaldo, a lui così ragiona:
«Signor, con voi di venir cheggio al fiero
certame ov’ora il gran desio vi sprona;
e perché il dono io ne riporti intiero,
convien ch’altra armatura e via più buona,
ch’io vi serbo ha più dì su quell’abete,
vestiate, e questa qui lasciar potrete».
16
Stupito il paladin drizza la vista
u’ la verde armatura era sospesa,
e vede lei, con doppia aurata lista,
lucida lampeggiar qual fiamma accesa;
né men forte gli par che bella in vista,
e qual conviensi a così dubbia impresa;
onde lieto se n’arma e la dispende,
e grazie a lo straniero alte ne rende.
17
Quelli a Florindo un destrier dona intanto
c’ha vergate le gambe a carbon spento,
simil la coda e i crini estremi, e ’l manto
mischio con poco nero a molto argento;
che sbuffa, ed or a questo, ora a quel canto
si volge, e par ch’al corso inviti il vento.
Gli sprona il fianco allor, gli batte il dorso
il buon Florindo, e gli rallenta il morso.
18
L’istesso ancora i suoi compagni fero,
e così insieme al maggior corso andaro.
Poi che ’l mondo vestì l’orrido e nero
manto, e l’altro spogliò candido e chiaro,
posa a l’alma od al corpo essi non diero,
anzi il viaggio lor pur seguitaro
al raggio algente de la bianca luna,
ch’intorno si scotea la notte bruna.
19
A lo scoprir del sol scopriro anch’essi
l’avversa schiera a lor non molto lunge.
Rinaldo allor, con radoppiati e spessi
colpi, così ne’ fianchi il destrier punge
che passa gli altri, e pria ch’alcun s’appressi
ei tra’ nemici impetuoso giunge,
e scorge in mezzo a lor Clarice bella,
ch’egra e smarrita non si regge in sella.
20
Fu da pietate ed ira insieme ei vinto;
pur la pietate a l’ira allor diè loco,
onde, il sembiante di furor dipinto,
vibrò da gli occhi strai di tosco e foco,
e, tra’ nemici il corridor sospinto,
diè principio di Marte al crudo gioco.
Bene infelice è chi primier s’oppone
al gran furor del gran figliol d’Amone!
21
Musa, or narrami i duci onde Mambrino
cinto n’andava largamente intorno,
de’ quai fur molti allor dal paladino
mandati con Plutone a far soggiorno;
dimmi l’imprese ancor ch’al saracino
scielto drappel rendean l’abito adorno;
perché la lunga età n’involve e copre
non pur l’insegne omai, ma i nomi e l’opre.
22
In vermiglio color portava tinta
l’incantata armatura il re famoso,
e la superba testa intorno cinta
tenea di fregio imperial pomposo;
ne lo scudo l’impresa avea dipinta:
un gran leon ferito e sanguinoso
che la piaga mirava, e v’era scritto:
«Io non perdono, e so chi m’ha trafitto».
23
Qual sanguigna cometa a i crini ardenti,
o Sirio appar di sdegno acceso in vista,
che, con orrida luce e con nocenti
raggi nascendo, il mondo ange e contrista,
e sin dal ciel minaccia l’egre genti
morbi ed a grave ardor ria sete mista:
tal, d’aspri mali annunzio, egli risplende
con squalido splendor ne l’armi orrende.
24
Gli va da la man destra il destro Olante,
che di Francardo fu german secondo;
ed avea forma o forza di gigante,
ma vago aspetto e crin aurato e biondo;
colui che porse aita al magno Atlante
quando cangiò la spalla al grave pondo
e resse il ciel che lui regger dovea,
per impresa ne l’arme impresso avea.
25
Da l’altro lato va ’l superbo Alcastro,
nato ov’il Nilo impingua il verde Egitto,
nel cui natale in ciel regnava ogn’astro
che torce l’uom dal camin buono e dritto;
porta un villan che con la zappa e ’l rastro
frange le glebe e si procaccia il vitto.
L’impresa è poi del suo compagno Olpestro,
congiunto ad una nimfa un dio silvestro.
26
V’è il signor de gli Assiri, il cauto Altorre,
accerbo d’anni e di pensier maturo;
una destrutta e fulminata torre
ha ne lo scudo in campo verde oscuro.
Porta un fanciul, che fra le mani accorre
gli atomi tenta, il re de i Siri Arturo;
quel di Cilicia, da fier disco estinto
sovr’un letto di fiori il bel Giacinto.
27
Atteone il formoso, ond’un più bello
non forse allor la terra in sen nudria,
se non che ferro, di pietà rubello,
tagliolli un piè, del quale or zoppo ei gia;
pinto avea di Giunon l’adorno augello,
che nel guardarsi i piè mesto apparia;
e v’era un motto che ’l suo grave duolo
accennava, dicendo: «In questo solo».
28
Siegue il saggio Orimeno, a cui son noti
de la madre natura i gran secreti:
antivedea colui gli effetti e i moti
de le sfere celesti e de’ pianeti,
le pioggie, i tuoni e lo spirar de’ Noti,
e quando il mar si turbi o pur s’acqueti;
antivide sua morte, e de l’istessa
la vera forma avea ne l’arme impressa.
29
Va seco il re di Lidia, e porta un lauro
ch’al suol sparge di fronde un ricco nembo;
lo scudo orna al fratel la pioggia d’auro
ch’accolse Danae simplicetta in grembo.
Rosso ha lo scudo il fier gigante Oldauro
senza pittura, e sol d’argento ha il lembo;
e le tre dive ignude il forte Almeno,
che regge altier de’ Cappadoci il freno.
30
Se ’n va presso costor l’empio Odrimarte,
cui sol legge era il suo volere istesso,
che ’l vero e i falsi divi a parte a parte
in odio aveva ed in dispregio espresso;
porta egli sé dipinto, e ’l fiero Marte
incatenato e da’ suoi piedi oppresso.
L’accompagnan Corin, Pirro ed Aiace,
a i quali orna lo scudo un’aurea face.
31
Né tu da questi vai molto lontano,
o Floridor, cui la novella sposa
col pianto indarno e col pregare umano
tentò ritener seco in dolce posa:
ché lei lassata, ch’aspettando invano
mena fredda le notti e i dì pensosa,
armato spieghi in verde campo il fiore
che col pianto formò la dea d’amore.
32
Vengon teco anco Almeto ed Odrismonte,
che portan Cinzia ed Atteon scolpiti:
ambo germani, ambo di forze conte,
ambo d’aurato acciar cinti e guerniti.
Vi viene il re de’ Parti, il fier Corsonte,
e scopre tre spinosi arbor fioriti;
Eriman lo sdegnoso, Altin lo scempio,
mostran di Vesta impresso il sacro tempio.
33
Sovra un destrier via più che neve bianco
di candid’arme altier ne va Filarco:
non impugn’asta e non ha spada al fianco
questi, ma porta ben la mazza e l’arco;
è la su’ impresa un uom da gli anni stanco,
di crespe rughe il volto ingombro e carco.
Niso, Alcasto, Orion, Breusso e Taumante,
cinque germani, han per impresa Atlante.
34
Al gigante Lurcon lo scudo indora
in campo azuro uno stellato cielo;
al re di Caria, Arimadan, l’infiora
una rosa che s’apre in verde stelo;
ne lo scudo d’Aldriso appar l’Aurora
che sparge i fiori e ’n perle accolto il gielo;
di Damasco il signor mostra dipinto
il vago Adon da l’empia fera estinto.
35
Olindo e Floraman, nati ad un parto,
d’un valor, d’un parlar, d’un volto stesso,
hanno un prato di fior varii consparto
in cui giace dal vin Sileno oppresso.
Il signor d’Antiochia, il mesto Alarto,
porta tronco nel mezzo un gran cipresso,
cui con più nodi un motto tal s’attiene:
«Secco per mai non rinverdir mia spene».
36
Tra questi e tra molt’altri, onde corona
larga fatta era intorno al re gagliardo,
arrestando il troncon Rinaldo sprona
con furioso assalto il suo Baiardo.
Fuggi, Odrimarte, che ’l tuo giorno a nona
si chiuderà, sì nel fuggir sei tardo:
ecco che te, cui d’ogni dio più forte
credevi, ora un solo uom conduce a morte.
37
Sanguigna trae da la sanguigna fronte
il forte vincitor l’intera lancia,
e Lurcon percotendo, un largo fonte
uscir gli fa da la piagata guancia;
là dove corron Stige ed Acheronte
e ’l severo Minòs l’alme bilancia,
fuggì l’altero spirto, e fe’ fuggire
a molti allora il lor soverchio ardire.
38
Passa sdegnoso il cavaliero, e senza
vita abbandona questi e senza onore;
poi trova i duo fratei, ch’in apparenza
indifferenti (ahi, con che dolce errore!)
spesso i padri ingannar; ma differenza
dura troppo or vi fa l’ostil furore,
che scema Floridan d’ambe le braccia,
e per mezzo a Olindo apre la faccia.
39
Contra Rinaldo allor si move Aldriso,
non men ch’irato il cor, sdegnoso il ciglio;
morta la madre, uscìo dal ventre inciso
questi, e picciol schivar l’aspro periglio
poteo del ferro onde già grande ucciso
poi fu, né gli giovò forza o consiglio;
né tu men gli giovasti, o biondo Apollo,
cui da bambino il genitor sacrollo.
40
Rinaldo poi con cinque aspre ferite
que’ cinque frati un dopo l’altro uccise,
le cui speranze alfin lasciò schernite
Fortuna, che lor destra un tempo arrise;
l’alme, nel corpo già tra lor sì unite,
né disciolte da quel restar divise,
perché Pluton tutte albergolle insieme
nel cerchio ov’i superbi aggrava e preme.
41
Mentre, come villan che ’n verde prato
stenda l’adunca falce in largo giro,
ruota Rinaldo intorno il brando irato,
dando sempre a i pagani aspro martiro,
i due compagni suoi da l’altro lato
il nemico drappel feri assaliro,
come due tigri cui digiuno e rabbia
spingan fra’ tori a insanguinar le labbia.
42
E ben lo san color che d’aurea face
portano il campo de lo scudo adorno:
de’ quali un già vil busto in terra giace,
privo del lume del sereno giorno;
l’altro, trafitto il cor, si more e tace,
pensando al suo natio dolce soggiorno
ed a l’amata moglie, omai vicina
a le prime fatiche di Lucina.
43
Restava il terzo ancor, quand’il romano
eroe ne’ danni suoi la spada strinse.
Miser! la forza e lo schermirsi è vano
contra colui ch’in ogni impresa vinse.
Già la rapace Morte alza la mano,
e ’l manto squarcia onde natura il cinse;
l’alma, qual lieve fumo o poca polve,
nel puro aer si mischia e si dissolve.
44
Atteon, che quel colpo orribil scorse,
aggiacciò di stupor, d’ira s’accese,
e verso ’l buon Florindo il destrier torse
con fere voglie a darli morte intese;
ma pria parole a lui che colpi porse,
e ’n questa guisa ad oltraggiar lo prese:
«Credi forse irne impune? Ahi che s’aspetta
a te gran pena, al morto aspra vendetta!
45
Tu qui morrai su questi incolti piani,
né rendrai gli occhi anzi il morir contenti,
né chiuderanti con pietose mani
quei, già cassi di luce, i tuoi parenti;
ma preda rimarrai di lupi e cani,
esposto a l’onde, a le tempeste, a i venti».
Così detto, il destrier spronando punse,
e d’un gran colpo a mezzo scudo il giunse.
46
L’empio ferro crudel rompe il ferrigno
scudo e col duro usbergo il molle petto;
Lelio, che quindi uscir vede il sanguigno
umor, macchiando il ferro terso e netto,
d’ira infiammato e di furor maligno
percosse e franse l’inimico elmetto,
e ’n sino al naso penetrò la spada,
onde convien che quel morendo cada.
47
Il leggiadro garzone in terra langue,
pallido il volto e nubiloso il ciglio,
e da la fronte un ruscellin di sangue,
versa qual ostro lucido e vermiglio;
ma bench’egli sia già freddo ed esangue
e provi omai di morte il crudo artiglio,
è però tal che puote a un solo sguardo
ferire ogn’alma d’amoroso dardo.
48
Molti piagati e molti estinti avea
in questo mezzo il paladin feroce,
ed egli illeso ancor se ’n rimanea,
ch’a l’arme sue non taglio o punta noce,
ma pisto il corpo omai pur si dolea;
non perciò appar men destro e men feroce,
anzi gagliardo i suoi nemici offende,
e da lor si schermisce e si difende.
49
Mambrino allor, che quasi a sdegno avendo
di trar la spada per sì vil impresa,
l’empie brame di sangue entro premendo,
fermo stava a mirar l’aspra contesa,
si trasse avanti in fier sembiante orrendo
che minacciava altrui mortale offesa,
e ’l folgorante sguardo a i suoi rivolse.
Indi in grave parlar la lingua sciolse:
50
«Traggassi ognuno indietro, a me s’aspetta
l’impresa, a me voi vendicar conviene,
a me domar costui, ch’in sì gran fretta
ad incontrar la morte audace viene;
voi, gente infame, vil turba negletta,
la qual io… ma tempo è che l’ira affrene,
anzi pur che la volga e sfoghi altrove:
state in disparte a rimirar mie prove».
51
Al superbo parlar del fier Mambrino
alcun non è ch’ad ubbedir ritardi:
fassi gran piazza intorno, e ’l saracino
volge a Rinaldo i detti alteri e i guardi:
«Deh! perché teco non son or, meschino,
Carlo, e di Carlo i paladin gagliardi,
e quanta gente nutre Italia e Francia,
a provare il furor de la mia lancia?
52
I tuoi compagni almen de la tua sorte
fian testimonii, e non potranno aitarti;
tu giacendo vedrai vicino a morte
da la vittrice man l’arme spogliarti».
Rinaldo a quello: «Io qui morrò qual forte,
s’è fisso in ciel, né tu pria dei vantarti;
o pur, ucciso te, che Giove il voglia,
altier n’andrò de l’acquistata spoglia».
53
Mentre egli ancor così gli parla, arresta
il re superbo la massiccia antenna,
e, spronando il corsier, sovra la testa
di voler correr il paladino accenna;
ma si sottragge a la percossa infesta
Baiardo, lieve più ch’al vento penna.
Rinaldo, nel passar presso la mano,
tronca l’asta d’un colpo al fier pagano.
54
Indi, ogni suo vigore in un raccolto,
dechina il braccio e maggior colpo tira,
e lo percuote a punto a mezzo il volto
là ’ve per stretta via si vede e spira.
L’elmo, che dov’Encelado è sepolto
temprò Vulcan, resse del brando a l’ira;
ma china a forza il capo il re feroce,
per ira e duol stridendo in aspra voce.
55
Né sì di rabbia il tauro ardendo mugge,
né sì percosso il mar da’ venti geme,
né sì ferito a morte il leon rugge,
né sì sdegnato il ciel tonando freme.
A l’orribil gridar s’asconde e fugge
ogni animal, non pur ne dubbia e teme;
si rinselvan le fere a stuolo a stuolo,
e rivolgon gli augelli indietro il volo.
56
L’irato re, ch’a vendicarsi intende,
raggira il ferro in fiammeggiante ruota:
l’aria si rompe ed alto suon ne rende,
quasi di Giove il folgor la percuota;
quando dal braccio il colpo orribil scende,
par ch’intorno il terren tutto si scuota,
com’avien se i vapor secchi e rivolti
in venti, stanno a forza entro sepolti.
57
Ma ’l cauto paladin, che scorge aperto
lo sdegno ostile e ’l fier rabbioso affetto,
qual cavaliero in tai battaglie esperto,
indi per sé n’attende utile effetto;
e ne l’armi si tien chiuso e coperto,
ed in se stesso sta raccolto e stretto,
facendo or con lo scudo or con la spada,
che la percossa avversa indarno vada.
58
Talvolta ancor con lieve e destro salto
il veloce destrier tragge in disparte,
e così van l’impetuoso assalto
rende non men de l’inimico Marte:
poi, vibrando la spada or basso or alto,
sì lo schermirsi col ferir comparte
che n’è ’l gigante in molte parti offeso,
ed egli ancor sen va salvo ed illeso.
59
Chi visto ha mai ne l’africane arene,
quando il leon l’alto elefante assale,
com’egli destro ad affrontar lo viene,
come de l’arte e del saltar si vale,
ché mai fermo in un luogo il passo tiene,
ma gira sempre, e par ch’al fianco aggia ale,
Mambrino a questo, e ’l gran Rinaldo a quello
potria rassomigliar nel fier duello.
60
Tra mille colpi alfin colse il gigante
pur una volta il paladino in fronte,
mentre spingendo il corridore avante
quel ne venia per fargli oltraggio ed onte;
quasi allor giacque da l’acciar pesante
oppresso, qual Tifeo dal vasto monte;
e, com’il mondo oscura notte adombre,
a gli occhi gli apparir tenebre ed ombre.
61
Ma le membra il vigor, gli occhi la vista
racquistar tosto, e ’l cor l’usato ardire.
Di sì rio caso il cavalier s’attrista,
ed apre il petto a novi sdegni, ad ire,
e tanto più che n’ha Clarice vista
gli occhi oscurar, le guancie impallidire;
onde fiere il pagan con tanta possa
che se no ’l ferro, il duol ben giunge a l’ossa.
62
Temendo a sé rio scorno, a lui ria morte,
mira Clarice il suo gradito amore,
e come varia del pugnar la sorte,
varia ella il viso e varia stato al core:
or con le guancie appar pallide e smorte,
or di roseo le sparge e bel colore;
tal, quando il giel dà loco a primavera,
l’aria fassi nel marzo or chiara or nera.
63
Intanto di lor forze orrendo saggio
fanno i due cavalier ch’a fronte sono;
le spade nel girar sembrano un raggio
che scorra il ciel con strepitoso tuono.
Non è sempre l’istesso il lor viaggio,
né sempre fanno ancor l’istesso suono,
perché, sì come or punta or taglio n’esce,
diverso il suono e ’l lor camin riesce.
64
Caggion su l’ampie fronti e su le cave
tempie l’aspre percosse a mille a mille;
non quando l’aria più di pioggia è grave
versa Giunon sì spesse acquose stille.
L’armi, s’avien che lor gran colpo aggrave,
spargon di fuoco al ciel vive faville,
ed a’ brandi la via darebbon sempre,
s’elle non fosser d’incantate tempre.
65
Ecco il fiero Mambrin, che folgorando
tutto ne gli occhi di furore ardente,
alto si leva e in alto leva il brando,
ed in giù poi n’avalla un gran fendente;
ma non l’aspetta il paladin che, quando
calar lo scorge e sibilar lo sente,
tira tosto da canto il buon destriero,
e van rende del reo l’empio pensiero.
66
Il grave colpo, ch’è commesso al vento,
tira il guerrier col suo gran peso a basso;
sovra ’l ferrato arcion Mambrino il mento
batte, e la spada sovr’un duro sasso.
Non è Rinaldo ad oltraggiarlo lento,
ma con tal forza il fiede e tal fracasso,
e sì raddoppia ognor l’aspre percosse,
ch’alfin de’ sensi e di vigor lo scosse.
67
Rassembra il paladin che, preso il ferro
ad ambe man, raddoppia i colpi in fretta,
forte villan che ’l noderoso cerro
brami tagliar con la pesante accetta.
Pur tra sé disse alfin: «Vaneggio ed erro,
s’io credo penetrar la tempra eletta:
tronchinsi i lacci a l’elmo, il capo al busto,
mentre è stordito il saracin robusto».
68
E ben avrebbe, il suo desir a riva
guidando, il fier gigante a morte posto,
ma vide il grosso stuol che ne veniva
a vendicar il suo signor disposto;
onde l’ira temprò ch’in lui bolliva,
ed a miglior pensier s’appresse tosto;
ché ne l’immenso ardir che ’n lui regnava,
luogo ognor la prudenza ancor trovava.
69
Vanne a Clarice, che nel dolce guardo
gli dimostrava quel che ’l cor chiudea,
perch’a la voce ed al destrier gagliardo
già prima lui riconosciuto avea;
e la si reca in groppa al suo Baiardo,
dicendo: «Non vi spiaccia, alma mia dea,
accettar di colui la pronta aita,
ch’ama più il vostro onor che la sua vita».
70
Così disse ei, che fisso ha nel pensiero
di ritrarsi al sicur con la donzella;
ma ’l sovragiunse con assalto fiero,
come suol nave rapida procella,
l’aversa turba; allor l’estran guerriero
spargendo gio certo liquor tra quella,
e con sommesso mormorar fra’ denti,
formava intanto non intesi accenti.
71
Deggio ’l dire o tacer? Di quei che prima
moveano al paladin spietata guerra,
tenta or ciascun com’il compagno opprima,
e contra lui l’arme sdegnoso afferra;
così tra lor conversi oltr’ogni stima,
rendon del sangue lor rossa la terra.
Ne stupisce Rinaldo: a ciò che vede,
a gli occhi suoi medesmi a pien non crede.
72
E pensa ben tra sé che tale incanto
solo opra sia del mago a lui germano.
Fissamente colui rimira intanto,
né l’immaginar suo gli sembra vano;
pur non parla di ciò, ma ’l prega alquanto
che disfar voglia quell’incanto strano,
ché fora biasmo lor se sì vilmente
uccidesser sì forte e nobil gente.
73
«Il farò ben», rispose quelli allora,
e dal più oltre caminar si tolse.
Tre volte a i regni de la bianca Aurora,
tre volte gli occhi a l’occidente volse,
ed altretante in sacri detti ancora
la sacra lingua mormorando sciolse;
alcune erbe non men sparse tre volte,
che nel sen de la terra avea raccolte.
74
Lascia ogni saracin l’aspra battaglia
allor, ch’alfin l’avrebbe ucciso e morto,
e contra ’l paladin quindi si scaglia,
stupido tutto e del su’ errore accorto;
ma, strano a dir, la via gli vieta e taglia
fuoco d’incanto a l’improviso sorto,
simile a quel che già Scamandro scerse,
ch’in cener poi l’alto Ilion converse.
75
Né stella che risplenda a mezzogiorno,
o ch’aggia a notte i crin di sangue aspersi,
né ciel ch’appaia di tre soli adorno,
né ruggiada che rossa indi si versi,
né l’eclipsar di quel che suolsi intorno
scuoter l’ombre e mostrar color diversi,
recaro altrui giamai tal meraviglia
qual or ciascun del novo incanto piglia.
76
Di là stanno i pagani alto fremendo
e minacciando il nobil paladino,
ch’entrar a piè volea nel foco orrendo
per l’orgoglio domar del saracino.
Ma lo strano guerrier, la man tendendo,
il prese e ’l distornò da quel camino,
ché gli disse che ’l fuoco in un sol punto
lui con l’armi e le veste avria consunto.
77
E che ben tosto in sanguinoso Marte
potrebbe essercitar gli sdegni e l’ire,
quando non fia chi con astuzia ed arte
la battaglia tra lor cerchi impedire;
e ’l prega poi che seco in altra parte
con la sua compagnia degni venire
ad onorare il suo più caro albergo,
che d’un bel colle preme il verde tergo.
78
Rinaldo, ch’oltramodo a lui desia
di compiacere, a pien ciò gli concede.
Così partirsi; e l’altra compagnia
di ragionar modo a gli amanti diede:
ond’il barone a la sua donna gia
dimostrando il su’ amore e la sua fede,
e purgandosi in quel ch’era sospetto
con destro modo e con acceso affetto.
79
Il sentier, ch’è ben lungo e discosceso,
pian sembra e curto a i duo fidi amadori;
veggion splendere alfin, qual raggio acceso
che sorgendo dal Gange il mondo indori,
il bel palagio, e così bene inteso
ch’opra par di celesti architettori:
quadra la forma, e la materia è d’aspro
per molti intagli oriental diaspro.
80
Con benigne accoglienze e con reale
pompa accolti ambo fur nel tetto altero,
e subito curato, e del suo male
quasi guarito fu ’l roman guerriero.
Fu la cena abbondante, e forse quale
Cleopatra e Locullo un tempo fero;
e qui lor poi l’albergator cortese
fe’ d’esser Malagigi alfin palese.
81
Oh con che lieto affetto, oh con qual caro
modo Rinaldo il suo cugino abbraccia!
Quasi il dolce piacer in pianto amaro
accolto sparge su l’allegra faccia,
perciò che lor d’amor perfetto e raro
indissolubil nodo i cuori allaccia.
Fa quell’altro il medesmo, indi da canto
Clarice e ’l su’ amador ritira alquanto.
82
Quivi, poi che disgombro ebbe da quella,
con mille rai di ragion vive e vere,
del rio sospetto l’ombra iniqua e fella
che rendea le lor menti oscure e nere,
così aperse le labra a la favella,
principio ad ambeduo d’alto piacere:
«Dire a ragion colui si dee prudente
che scorge più di quel ch’egli ha presente.
83
Colui che col presente e col passato
così bene il futur misura e scorge,
che, se gli è da Fortuna appresentato,
al suo crine la man veloce porge,
né da nessun errore folle adombrato,
lassando il peggio, del miglior s’accorge.
Ciò vi dico io perché possiate voi
prudenti e saggi dimostrarvi poi.
84
Ed or che vi si porge e tempo e loco
commodo a terminar vostri martiri,
ché so ben ch’ambo in amoroso foco
per l’altro ardete e ’n casti e bei desiri,
a quel ch’avvenir può pensate un poco,
a i varii di fortuna instabil giri,
a le guerre, a gli incendi, onde la Francia
n’andrà più giorni in lacrimosa guancia.
85
Fia ben vittrice alfin, ma non d’amore
fiano i nostri pensier per molti mesi,
ma sol d’odio, di rabbia e di furore
e di desio d’aspre vendette accesi;
a sangue, a morti, a stragi a tutte l’ore
gli animi incrudeliti avremo intesi.
Dunque or che ’l tempo par ch’a ciò v’invite,
con laccio maritale in un v’unite.
86
Né rimagniate già perché lontani
ed ignari ne sian vostri parenti,
ché questi abusi sono, e folli e vani
respetti sol de le vulgari genti;
e quel sommo Signor, de le cui mani
opra son gli alti cieli e gli elementi,
n’impose sol che di concordi voglie
concorra col marito in un la moglie».
87
Spinti i fidi amador da questi detti,
e dal desir ch’in lor ne gìa di paro,
venner concordi a’ maritali effetti,
ch’in presenza d’ognun si celebraro.
Fur i lor cuor da gentil laccio stretti,
ch’Amore e Castità dolce annodaro;
sorrise Giove, e con secondo tuono
veder gran luce, udir fe’ lieto suono.
88
Già ne venia con chiari almi splendori
Cinzia versando in perle accolto il gielo,
e senza ombre noiose e senza orrori
candido distendea la notte il velo;
già spargeva Imeneo co i vaghi Amori
fiori e frondi nel suol, canti nel cielo,
quando di propria man Venere bella
congiunse in un Rinaldo e la donzella.
89
Or che sì destro il cielo a voi si gira,
godete, o coppia di felici amanti,
godete il ben che casto Amor v’inspira,
e l’oneste dolcezze, e i gaudi santi;
ecco che tace omai la roca lira
che cantò i vostri affanni e i vostri pianti,
e che voi insieme il desir vostro, ed io
ho qui condutto a fin il canto mio.
90
Così scherzando, io risonar già fea
di Rinaldo gli ardori e i dolci affanni,
allor ch’ad altri studi il dì togliea
nel quarto lustro ancor de’ miei verdi anni:
ad altri studi, onde poi speme avea
di ristorar d’avversa sorte i danni;
ingrati studi, dal cui pondo oppresso
giaccio ignoto ad altrui, grave a me stesso.
91
Ma se mai fia ch’a me lungo ozio un giorno
conceda ed a me stesso il ciel mi renda,
sì ch’a l’ombra cantando in bel soggiorno,
con Febo l’ore e i dì felici spenda,
portarò forse, o gran Luigi, intorno
i vostri onori ovunque il sol risplenda,
con quella grazia che m’avrete infusa,
destando a dir di voi più degna Musa.
92
Tu de l’ingegno mio, de le fatiche
parto primiero e caro frutto amato,
picciol volume, ne le piagge apriche
che Brenta inonda in sì brev’ozio nato,
così ti dian benigne stelle amiche
viver quando io sarò di vita orbato;
così t’accoglia chiara fama in seno
tra quei de le cui lodi il mondo è pieno.
93
Pria che di quel signor giunghi al cospetto,
c’ho nel core io, tu ne la fronte impresso,
al cui nome gentil vile e negletto
albergo sei, non qual conviensi ad esso,
vanne a colui che fu dal cielo eletto
a darmi vita col suo sangue istesso:
io per lui parlo e spiro e per lui sono,
e se nulla ho di bel, tutto è suo dono.
94
Ei con l’acuto sguardo, onde le cose
mirando oltra la scorza al centro giunge,
vedrà i difetti tuoi, ch’a me nascose
occhio mal san che scorge poco lunge;
e con la man, ch’ora veraci prose
a finte poesie di novo aggiunge,
ti purgarà quanto patir tu puoi,
aggiungendo vaghezza a i versi tuoi.
I L F I N E