CANTO NONO

1
Tonda due volte avea la faccia adorna
mostrata a noi la dea che nacque in Delo,
ed altretante con l’argentee corna
era apparita men lucente in cielo;
duo segni scorsi avea colui ch’aggiorna
il mondo indi sgombrando il fosco velo,
da che Florindo e ’l gran figliuol d’Amone
uccisero i guerrier del padiglione;
2
quando in un vago piano, ove da colte
piante scendea l’ombra soave e grata,
ritrovar vaghe dame in schiera accolte
che tenean di guerrier scorta onorata.
Molte eran le donzelle, e poi di molte
rare eccellenze era ciascuna ornata;
e de gli abiti l’arte e la ricchezza
congiunta aveano a la natia bellezza.
3
Una però così tra tutte loro
come Diana in fra le Ninfe splende,
qual volta in care danze il vago coro
guida e per Cinto il passo altera stende,
che spiega a l’aure liete i bei crin d’oro,
e la faretra a gli omeri sospende;
Latona intanto un tacito dolzore
correr si sente per le vene al core.
4
Come da lunge in sì superbo aspetto
apparir costei vide i duo baroni,
che ben ciascun d’esser guerrier perfetto
sembra e che raro a lui si paragoni,
mandagli ambo a pregar per un valletto
che si voglian provar co’ suoi campioni,
perch’ella veder brama a chiara giostra
s’è ’l lor valor qual la sembianza mostra.
5
Vanne il valletto u’ la donzella il manda
e l’imbasciata a i duo guerrieri espone;
gli dà grata risposta e gli dimanda
chi sia la dama il buon figliuol d’Amone.
E quegli allora: «A noi costei commanda
ed a la Media freno e leggi impone:
Floriana si noma, e sin ad ora
marital nodo non la stringe ancora».
6
Ciò detto, a la regina egli rapporta
ch’e’ duo baron son di giostrar contenti.
La dama allora i suoi guerrieri esorta
e desta in lor brame d’onore ardenti
con dolci detti e con maniera accorta,
ch’al cor son caldi stimoli pungenti:
tal ch’a gara gentile ognun di questi
primo esser tenta che la lancia arresti.
7
Galasso il poderoso e ’l destro Irnante
si mosser prima al fin di questa parte,
ma tosto rivoltaro al ciel le piante
per man de’ duo stranier più cari a Marte.
Dopo costoro Albernio ed Odrimante,
venuti onde le piagge il Tigre parte,
stampar la terra con le spalle, e colto
fu sotto ’l petto quel, questi nel volto.
8
Eran quivi fra gli altri Argo ed Androglio,
compagni in guerreggiar d’alta possanza,
ma d’altezza tal, di tanto orgoglio
ch’assai cedea la forza a l’arroganza.
Questi avean ne lo scudo orrido scoglio
che frange l’onde e sovra ’l mare avanza,
intorno a cui scritto era in auree note
un cotal motto: «Rompe chi il percote»;
9
volendo indi inferir che ’l lor valore
ad ogni incontro fier saldo restava,
e che più ch’al ferito al feritore
de la percossa danno e mal tornava.
Ahi qual superbo, ahi qual fallace errore
il lume di ragion loro adombrava!
ché vinti or da Florindo e da Rinaldo
debil pianta sembrar, non scoglio saldo.
10
Lucindo e Floridan, duo cavalieri
per giovenil bellezza a dame grati,
insieme furon poi da gli stranieri
lunge da lor cavalli al pian gettati;
e lor fer compagnia molti guerrieri
de la corte i più degni e più pregiati,
onde sol de gli estrani ogni donzella
con meraviglia e con onor favella.
11
Ma sovra tutti la gentil regina
è d’ammirarli e d’onorarli vaga:
ogni cosa ch’è in lor le par divina,
e ’n tutto pienamente ella s’appaga;
pur a Rinaldo più l’affetto inchina,
di quel ch’avenir dee quasi presaga,
e più le sembra del compagno destro,
più forte ed in ferir miglior maestro.
12
Come uom cui già novella febre algente
deggia assalir tra breve spazio d’ora,
un lieve freddo non continuo sente
scorrersi per le membra ad ora ad ora,
così costei ne l’alma e ne la mente
prova de l’amor nuovo ignoto ancora
i leggieri principii e i primi affetti,
ch’oprano a volta in lei diversi effetti.
13
Ella (e non bene la cagion n’intende)
d’ogni bel colpo suo lieta diviene,
e se talvolta alcun lui punto offende,
il sangue se l’aggiaccia entro le vene;
sempre nove bellezze in lui comprende,
sempre più fisso in lui lo sguardo tiene,
e sol brama veder se corrisponde
a quel ch’appar quel che l’elmetto asconde.
14
Ma diè fortuna al suo desire effetto,
ché l’ultimo guerrier che al pian conquiso
cadde, a Rinaldo fe’ sbalzar l’elmetto,
rompendo i ferrei lacci a l’improviso.
Al sùbito apparir del vago aspetto
parve che se l’aprisse il paradiso,
e vide entro lo spazio d’un sol volto
quanto in mill’altri è di beltà raccolto.
15
Sembrava a lei ch’Amor quivi locato
tutte le sue vittrici insegne avesse,
e quale in carro suol di palme ornato
trionfator alter lieto sedesse;
pareale ancor che nel suo manco lato
tutte l’auree quadrella indi spendesse,
e l’annodasse al collo un forte laccio,
grave, insolito sì, ma caro impaccio.
16
Bionda chioma, neri occhi e nere ciglia,
lucidi e vivi quelli e queste arcate,
fronte ben larga, adorna a meraviglia
d’alterezza viril, di maiestate,
guancia leggiadra, in un bianca e vermiglia,
piume nascenti allor, crespi ed aurate,
naso aquilin, de’ regi segno altero,
traggon tutti in stupor del cavaliero.
17
Oltre ciò, larghe spalle ed ampio petto,
braccia lunghe, snodate e muscolose,
ventre piano, traverso, a i fianchi stretto,
gambe diritte ed agili e nerbose,
mobil vivacità, ch’in giovinetto
grazia aggiunge e decoro a l’altre cose,
grata fierezza, altero portamento,
unite con mirabil tempramento.
18
Qual meraviglia è poi se la regina,
in cui brame gentil sol trovan loco,
già fatta omai d’Amor preda e rapina,
esca diviene di sì nobil foco?
Sent’ella farsi il cor nuova fucina,
e crescervi la fiamma a poco a poco;
pur, come sia del suo mal propio vaga,
d’arder più sempre e di languir s’appaga.
19
Non può soffrir la giovinetta amante
ch’indi il suo caro ben faccia partita,
ma con benigno e placido sembiante
a seco rimaner ambi gli invita:
preghiere aggiunse poi sì calde e tante
ch’ella, da loro alfin pur obbedita,
s’invia ver la cittate, e per lo freno
gli conduce Rinaldo il palafreno.
20
Il palagio real fra tanto adorno
con magnifica pompa a pien si rende:
chi razzi aurati per le mura intorno
a l’eburnee cornici alto sospende,
chi bei tapeti, che potriano scorno
far a tutt’altri, per le soglie stende,
chi loca al lume suo dipinti quadri,
vivi ritratti de gli estinti padri.
21
Le mense altri apparecchia, e i bianchi lini
stesi per lungo poi vi mette sopra;
vi mette vasi preciosi e fini,
ma varii di materia e varii d’opra,
ove dei re di Media i pellegrini
fatti, perché atro oblio lor non ricopra,
veggonsi impressi in puro argento ed oro
con ordin lungo e con sottil lavoro.
22
Giunta al tetto real, di sella tolta
fu la regina dal figliuol d’Amone,
e fu per troppa gioia al core avolta,
sorgiunta ancor da nova passione:
quasi allor se n’uscio l’alma disciolta
da la terrestre sua bella prigione;
ma qual più dolce e più soave morte
le potea dar benigno cielo in sorte?
23
Floriana ad ognor cortese stile
usava di serbar con gli stranieri,
ma più che mai cortese e più gentile
or si dimostra ad ambo i cavalieri.
Amor il fa che, s’è ’l cor basso e vile,
desta in lui nobil brame, alti pensieri,
ma s’è regio e sovran, via più l’accende
a virtù vera, e più pregiato il rende.
24
L’istesso fanno i suoi baroni ancora,
né sembra d’onorargli alcun restio,
perciò che il lor voler dipende ognora
da quel di lei come da fonte rio.
Ma venut’era omai la solita ora
che ne conduce natural desio
a ristorar con cibi il corpo stanco,
perché al lungo digiun non vegna manco.
25
S’assidono a le mense, e Floriana
ponsi a l’incontro il suo gradito amante;
e come suol nocchier la tramontana,
mira i begli occhi e ’l dolce almo sembiante,
e d’un esca d’amor fallace e vana
pasce la mente afflitta e l’alma errante;
il corpo no, ch’ov’è un maggior desire,
l’altro minor non fassi allor sentire.
26
Museo fra tanto al suon de l’aurea cetra
scioglie la dotta lingua in dolci accenti,
e col favor ch’egli da Febo impetra
dona principio a i musici concenti,
soave sì ch’un cor d’orsa e di pietra
avria commosso, e raffrenato i venti,
allor che ’l sasso cavo Eolo disserra,
e desta l’ira in lor, gli accende a guerra.
27
Canta egli come da la massa informe
trasse natura il seme de le cose,
e come in vaghe e ben composte forme
il mondo qual veggiam tutto dispose,
dando perpetue leggi e certe norme
a fuoco, ad aria, a terra, ad acque ondose,
in un giungendo con discorde pace
quanto appar fuori e quanto ascosto giace.
28
Segue ch’essendo ormai l’età de l’oro,
de l’argento e del rame ite in disparte,
per dar Giove a’ mortai giusto martoro,
fe’ sommerger la terra in ogni parte,
e che da Pirra e dal consorte foro
le fatal pietre dopo ’l tergo sparte,
onde il genere uman fu ricovrato,
stuol duro, a le fatiche avezzo e nato.
29
Né tacque le tue fiamme, o biondo dio,
né le piaghe ch’Amor ti fe’ profonde,
e qual cangiò lungo il paterno rio
Dafne le braccia e i crin in rami e ’n fronde;
come in giuvenca poi fu convers’Io,
come giunse del Nilo a l’alte sponde;
d’Argo non meno e di Siringa disse
l’aspra sorte che loro il ciel prescrisse.
30
Tai cose ancor, ma con più dolce canto,
ho già, Veniero, a te spiegar sentito,
e visto uscir del salso fondo intanto
i marin pesci ed ingombrare il lito;
e quasi astretti da ben forte incanto
i varii augei, per appagar l’udito,
ne l’impeto maggior frenare il volo
e fermartisi intorno a stuolo a stuolo.
31
Trae, già cenato, de la notte l’ore
Floriana in parlar vario e giocondo,
e non men per l’orrecchie il lungo amore
bee che per gli occhi, e ’l manda al cor profondo.
Molte cose or di Carlo, or del valore
chiede d’Orlando sì famoso al mondo;
de’ propi fatti suoi chiede non meno,
ch’ei l’esser suo l’avea già detto a pieno.
32
Dolce lo prega: «Deh, se non vi pesa,
ditemi quel ch’ancor fanciullo essendo
feste di vostra madre a la difesa,
l’onor quasi perduto a lei rendendo.
Io già sentii parlar di questa impresa,
se pur con la memoria al ver m’apprendo,
anzi il mio genitor, da un cavaliero
ch’allor tornava a noi dal franco impero».
33
Rinaldo a lei: «Benchè non punto sia
di sì degni uditor degno il soggetto,
per me narrato il tutto ora vi fia,
poiché sono a ciò far da voi costretto:
a la mia volontade, a l’età mia
risguardo aggiate voi, non a l’effetto,
ch’assai picciolo fu, ma pur allora
scorsi i tre lustri io non aveva ancora.
34
Ginamo di Baiona il maganzese
già fu rival del mio parente Amone,
ch’ambo avean l’alme per mia madre accese
allor che l’uno e l’altro era garzone.
Costor, dopo diverse altre contese,
vennero insieme a singolar tenzone,
dove Ginamo, da vil tema spinto,
cesse ad Amon l’amata e diessi vinto.
35
Ma l’odio contro Amon serbò rinchiuso
sempre, che al cor gli fu continuo tarlo;
e, com’è di sua stirpe invecchiato uso,
cercò di vita a tradimento trarlo:
pur sempre il suo desir restò deluso.
Alfin dopo gran tempo il magno Carlo
nel suo natal corte bandita tenne,
facendo alcuni dì festa solenne.
36
Il re, mirando la fiorita corte,
un dì ch’a caso a mensa ritrovasse,
a nova voglia aprio del cor le porte,
indi così ver gli altri a parlar mosse:
«O de’ miei fidi schiera invitta e forte,
arme e sostegni miei, mie guarde e posse,
vorrei ch’alcun di voi qui si vantasse
d’alcuna cosa ch’a mio pro tornasse».
37
Ciascun di quei baroni allor si diede
un vanto, altri superbo, altri modesto.
Sorse il mio genitor fra quelli in piede
per sé vantare, e ’l vanto suo fu questo:
d’aver tre figli in cui di già si vede
nobile spirto a fatti eroici desto,
che fian sempre con lui fida difesa
del franco impero e de la santa Chiesa.
38
Fu di mio padre il vanto a Carlo grato,
e bene a tutti il fe’ palese e piano;
ch’il vaso, ov’era ei sol di bere usato,
porse cortese a lui di propria mano.
Da quest’atto sentissi il cor piagato
profondamente il reo cugin di Gano,
Ginamo, ch’in mal far seco concorse,
ch’allor, sendo presente, il tutto scorse.
39
Non può soffrir l’iniquo e fraudolente
ch’ad Amon più ch’a lui si faccia onore,
tal che più cresce e più diviene ardente
per novell’esca il vecchio odio e ’l rancore;
e gli è tanto accecata alfin la mente
(voler di Dio) da l’ira e dal furore,
che con maligno sùbito consiglio
così parla ad Amon, turbato il ciglio:
40
“Amon, non vò ch’altero e glorioso
tu ne vada di quel che non è tuo:
sappi che sempre al mio voler bramoso
ebbe Beatrice ancor conforme il suo,
e diemmo spesso effetto di nascoso
a quel ch’era il voler d’ambo noi duo,
sì ch’indi nacquer poi quei tre garzoni
che miei sono, e tua moglie or mi perdoni.
41
Perdoni a me, se t’ho la cosa aperta,
e di quanto è tra noi narrato il tutto,
e tu perdona a lei, che ben lo merta,
poiché n’è nato così nobil frutto;
e s’unque hai la d’Amor possanza esperta,
sai ch’a tai falli a forza è l’uom condutto.
Ti prego ancor ch’a me tu renda i miei
figli, ché loro omai nutrir non dei.
42
E se non che sin qui m’ha ritenuto
di non turbar altrui giusta cagione,
tu da me stesso avresti ciò saputo
già molto prima in altra occasione;
pur or più d’ogni cosa ha in me potuto
paterno affetto e degna ambizione”.
Così disse egli, e ’l suo dir molto spiacque
al saggio re, che non però si tacque.
43
Ma più ch’ad altro penetrar ne l’imo
petto queste parole al padre mio.
Pur gli rispose irato: “Io falso estimo
quanto tu dici, e te malvagio e rio;
né questo, o conte, è ’l tradimento primo
ch’uscir da’ Maganzesi ho vedut’io,
ed ad oltranza, quanto più t’aggrada,
ciò ti vo’ mantener con questa spada”.
44
“Ah!”, rispose colui, “l’uom saggio deve
ogni cosa tentar prima che l’arme;
e chi non serva ciò, più stolto e lieve
(né credo errar) che coraggioso parme.
Io, benché a te serà noioso e greve,
già non vo’ rimaner di discolparme
e dimostrar che son leale e vero,
qual conviensi a mio pari, a cavaliero”.
45
Così disse, e mostrò poscia al cospetto
di tutti quei baron due ricche anella,
ch’avea fatto a Beatrice (ad altro effetto
credo) involar per una sua donzella;
indi, stendendo quei, con lieto aspetto
guarda il mio genitore e gli favella:
“Amon, conosci questi? Eccoti il segno
che del suo amor mi fa Beatrice degno.
46
Questi, nol puoi negar, già fur tuo dono,
allor che lei malgrado suo sposasti,
e questi chiari testimoni sono
ch’a torto menzonier tu mi chiamasti.
Or l’oltraggio commune io ti perdono,
e credo ben che ciò per pena basti.
Misero! a che riguardi? Eccoli, prendi,
mirali bene, e ’l vero ormai comprendi”.
47
Qual divenisse Amon, quale il suo core
fosse, chi dirà mai? Si parte tosto,
e come ’l tira il sùbito furore
ad uccider la moglie ei va disposto.
Ma da più messi in breve spazio d’ore
di ciò quella avisata è di nascosto,
la qual, noi tre fratei menando seco,
si sottrasse a quel primo impeto cieco.
48
Gissene presso il padre, ove si stesse
dal non giunto furor d’Amon sicura,
finché con chiare prove ella potesse
mostrargli la sua fe’ candida e pura,
e quell’error ch’in lui sì fermo impresse
lingua maligna e perfida natura.
Venne a trovarla Malagigi poi,
ch’era nipote a lei, cugino a noi.
49
La dispose ed indusse egli a mandarmi
co’ miei germani insieme a la reale
corte, a ciò ch’ivi io provocassi a l’armi
Ginamo come falso e disleale.
Ella volse però prima giurarmi
d’esser stata ad Amon sempre leale,
chiamando in testimonio il Re del cielo
e tenendo le man su l’Evangelo.
50
Giunto a la corte, quel fellon sfidai,
che qual figliuol accor già mi volea;
ma lo rispinsi indietro, e gli mostrai
nel volto aperto quel che ’l cor chiudea.
Ei, che mi vide sì fanciullo, omai
de la mia morte dentro si godea,
ma pur sotto diverso e finto volto
l’interno affetto suo teneva occolto.
51
Io, cui troppo spiaceva ogni dimora,
prendo l’ordin dal re di cavaliero,
e similmente i miei fratelli allora
il degno grado da lui dar sì fero.
Indi torno a sfidar Ginamo ancora,
ed a chiamarlo falso e menzognero,
ond’ei, come di me molto gli caglia,
mostra venir sforzato a la battaglia.
52
Drizzò la lancia: a me resse la mano
la ragion che m’empiea d’alto ardimento;
a quel debile il braccio e ’l colpo vano
rese il gran torto e ’l fatto tradimento,
tal che ferito a morte ei va su ’l piano;
resto in sella io, né pur la lancia sento.
Ahi giustizia di Dio, com’opri spesso
ch’il ver si scorga e resti il falso oppresso!
53
Per ucciderlo allor corro veloce,
come lo veggio tal per terra steso,
ma richiede Ginamo in umil voce
d’esser da tutti, anzi che mora, inteso.
Io, poiché l’indugiar nulla mi noce,
in concederli ciò non sto sospeso,
perché inanzi il morir confessi e dica
sé traditor, Beatrice esser pudica.
54
E ’l fece ben, perché ’l suo rio trattato
e modi suoi fur da lui tutti espressi:
la genitrice mia ne l’onorato
suo primo nome allor così rimessi.
Io giurai poi (sendo dal re lodato
che senza brando oprar ciò fatto avessi)
non oprar brando, no ’l togliendo a forza
a guerrier di gran fama e di gran forza».
55
Così dicea Rinaldo, e la donzella
pendea dal suo parlar con dolce affetto;
poi che chiuse le labbra a la favella,
sorse essa in piè, cangiato il vago aspetto,
e da lui pur si svelle alfine, e ’n quella
sentio svellersi il cor da mezzo il petto.
Misera! mentre dal suo ben si parte,
lascia a dietro di sé la miglior parte.
56
Del suo lungo viaggio il terzo almeno
trascorso già l’umida notte avea,
e ’n maggior copia da l’oscuro seno
sonni queti e profondi a noi piovea;
la regina però, cui rio veleno
tacito per le vene ognor serpea,
non dava gli occhi stanchi in preda al sonno,
ché le cure d’amor dormir non ponno.
57
Ma rivolgea ne l’agitata mente
del novo amator suo l’alta beltate,
e ’l valor così raro ed eccellente
in così verde e giovenile etate,
le grazie sì diverse unitamente
per meraviglia giunte ed adunate.
Fra tai pensieri ancor le sovenia
quel che già le predisse una sua zia.
58
Costei, ch’era gran maga e de gli aspetti
del cielo cognoscea tutti i secreti,
prevedendo i maligni e i buoni effetti
che in noi deggiano oprar gli alti pianeti,
le disse già che d’amorosi affetti,
senza che mortal cura unqua ciò vieti,
arder dovea per un baron cristiano
d’alta bellezza e di valor sovrano.
59
E che sarebbe a quel larga e cortese
del suo fior virginal non pria toccato,
sì ch’indi poi, compito il nono mese,
ne saria doppio e nobil parto nato:
duo gemelli, ch’ad alte e nuove imprese
già destinava il lor benigno fato,
maschio l’un, ma viril femina l’altra,
ne l’arte militar perita e scaltra.
60
Mentre priva la mente è di riposo,
prive di quello son le membra ancora:
sempre le tiene in moto, e del noioso
letto cerca ogni parte ad ora ad ora.
Drizza a i balcon sovente il desioso
guardo, onde veggia s’anco appar l’aurora,
e se tra le fissure entra alcun lume,
tanto a noia le son le molli piume.
61
Come il ciel si comincia a colorare
e le ferisce gli occhi il novo giorno,
non vuol gli altrui servigi ella aspettare,
da sé si veste e rende il corpo adorno;
troppo ogni dama sua pigra le pare,
e le fa dolce ma pungente scorno,
e la compagnia loro a pena aspetta,
ch’a ritrovar se ’n va gli ospiti in fretta.
62
Qual parer suol tra le minori piante
ricco di nove spoglie alter cipresso,
ch’alzando sovra quelle il verdeggiante
crine, vagheggia il bel ch’orna se stesso,
tale a lei parve il suo gradito amante,
tra molti in mezzo passeggiando messo,
che col bel volto sovra ognun s’ergea,
e mille rai di gloria indi spargea.
63
Ella dolce il saluta, e ’l mena poi
per Acatana, sua real cittade;
gli mostra i tempii che gli antiqui eroi
ornar di palme ne la prisca etade,
i gran sepolcri de’ maggiori suoi,
i bei palagi e le diritte strade,
le mura, l’alte torri e le fortezze,
e tutto il suo potere e le ricchezze.
64
Ma il cieco mal, nutrito, ognor s’avanza,
tal ch’ella a morte corre e si disface,
né più regger d’Amor l’alta possanza
puote o da lui trovar pur breve pace.
Si cangia d’or in or ne la sembianza,
apre a parlar la bocca e poi si tace,
e la voce troncata a mezzo resta,
gli occhi travolge, e move or piedi or testa.
65
Sovente ancor con interrotto suono
profondamente sin dal cor sospira;
le lacrime talor su gli occhi sono,
ma vergogna le affrena e le ritira;
or quasi fuor di sé col volto prono
stassi, or quasi sdegnosa il ciel rimira;
ma s’induce a la fin quell’infelice
a scoprire il suo male a la nutrice.
66
«Cara Elidonia mia, tu che già desti
a le mie membra il nutrimento primo,
e col tuo sangue aita a me porgesti,
cui, non avendo io madre, in madre estimo,
tu mi soccorri, or che novelli infesti
desir se ’n vanno del mio core a l’imo,
e ’l non ben noto male è in me sì forte
che m’ha condutt’ormai ben presso a morte.
67
Misera! tutto il male in me procede
da l’un de’ duo stranier, ma dal maggiore.
Non vedi tu quanto in bellezza eccede
ciascun mortale, e in grazia ed in valore?
Ahi! come, oimè! di lui l’imagin siede
ed affissa si sta dentro ’l mio core,
come ogn’atto di lui mi sta presente,
come il suo dir mi sona or ne la mente!
68
Sol l’orecchie appagate e gli occhi miei
son dal dolce parlar, dal vago aspetto;
madre, te ’l dirò pur, madre, vorrei
spenger la sete de l’acceso affetto.
Ma che dico io? La terra s’apra, e ’n lei
nel suo fondo maggior mi dia ricetto,
anzi, santa onestà, ch’a te faccia onta;
e se poi morir deggio, eccomi pronta».
69
Qui dà fine al parlar, raffrena il pianto
onde avea pregni i lumi, e ’l viso inchina.
L’antica donna tra sé volge intanto
ciò che già detto fu da l’indovina,
e ben cognosce a varii segni or quanto
immenso sia l’amor de la regina.
Muta e sospesa sta breve ora, e poi
così dolce risponde a i detti suoi:
70
«Figlia e signora mia (ché tal ti tegno),
non puote opporsi al ciel forza mortale
più che de’ venti a l’orgoglioso sdegno
in mezzo il mar pin disarmato e frale;
né d’un sol punto mai passare il segno
che le prescrive il suo destin fatale.
Parlo così, ché ’l variar de’ tempi
di ciò m’ha mostro mille e mille esempi.
71
Quando tu possa de l’amor novello
sveller dal petto il radicato germe,
ed a desir via più leggiadro e bello
volger la mente e le speranze inferme,
fallo, sottratti a questo iniquo e fello
tiranno, ancidi il velenoso verme
che d’attoscar la tua onestà procura,
senza cui di beltà poco si cura.
72
Ma se non puoi, come a più segni
espresso veder già parmi, a che t’affligi invano?
Se di sforzar il ciel non t’è concesso,
questo è difetto del poter umano;
e poiché n’è per un error promesso
da la verace maga un ben sovrano,
non invidiare a te medesma, a noi,
que’ duo che nascer denno illustri eroi».
73
Così diss’ella, e con que’ detti sciolse
a la regina di vergogna il freno,
le diè speranza e di timor la tolse,
crescer la fiamma e ’l duol fe’ venir meno:
onde tosto a pensare allor si volse
di far il suo desir contento a pieno,
e di mandar per alcun modo un poco
nel figliuolo d’Amon del suo gran fuoco.
74
Fa pria tentar, ma con maniere accorte,
di trarre il paladin ne la sua fede,
con promesse di torlo in suo consorte
e di locarlo ne la regia sede,
ché quando giunse il re suo padre a morte
libera autoritate in ciò le diede;
ma poiché ciò colui punto non muove,
cerca novi partiti e strade nove.
75
Cerca d’accrescer con lo studio e l’arte
la natural beltà ch’in lei risplende:
l’auree chiome in vago ordine comparte
ed ad ornarsi il rimanente attende;
poi lieta si contempla a parte a parte
ne l’acciar che l’imago al vivo rende.
Così augellin dopo la pioggia al sole
polirsi i vanni e vagheggiarsi suole.
76
Ella mostra or co’ sguardi, or co i sospiri
al cavalier le piaghe sue profonde,
e quai ferventi Amor caldi desiri
da i belli occhi di lui nel cor le infonde;
onde Rinaldo in amorosi giri
le luci volge e ’n parte a lei risponde,
ché, se ben altro ardor gli accende il petto,
d’amar donna sì bella è pur costretto.
77
Nel palagio reale era un giardino
ove ogni suo tesor Flora spargea;
da le stanze ivi sol del paladino
e da quelle di lei gir si potea.
Quivi sovente il fresco matutino
Floriana soletta si godea;
la porta uscendo e intrand’ognor serrava,
ché star remota a lei molto aggradava.
78
Mentre una volta al crin vaga corona
tesse ella quivi d’odorate rose,
e presso un rio che mormorando suona,
se ’n giace in grembo a l’erbe rugiadose,
e seco intanto e col suo ben ragiona,
dicendo in dolci note affettuose:
«Ahi, quando serà mai, Rinaldo, ch’io
appaghi ne’ tuoi baci il desir mio?»,
79
sorgiunge il paladino, ed ode a punto
i cari detti de la bella amante.
Ahi, come allora in un medesmo punto
cangiar si vede questo e quel sembiante!
Ben ciascun sembra dal disio compunto,
e mira l’altro tacito e tremante:
lampeggia come ’l sol nel chiaro umore,
ne gli umidi occhi un tremulo splendore.
80
L’un nel volto de l’altro i caldi affetti
e l’interno voler lesse e comprese;
rise Venere in cielo, e i suoi diletti
versò piovendo in lor larga e cortese;
e forse del piacer de’ giovinetti
subita e dolce invidia il cor le prese,
tal che quel giorno il suo divino stato
in quel di Floriana avria cangiato.
81
Il paladino in così dolce vita
trasse più dì con la real donzella,
tal che l’antica fiamma era sopita
e sol gli ardea il cor l’altra novella.
Alfin l’astrinse a far quinci partita
strana ventura che gli avenne in quella,
la qual il primo ardor di nuovo accense
ed il secondo quasi afatto spense.
82
L’alma stella d’Amor in ciel spiegava
cinta di rai l’aurata chioma ardente,
e ’l sol di nova luce il crin s’ornava
per mostrarsi più bello in oriente,
quando a Rinaldo, che col sonno dava
dolce ristoro a i membri ed a la mente,
apparve in sogno giovinetta donna,
dogliosa a gli atti e involta in bianca gonna.
83
Ma splendor tal l’ornava il mesto viso,
così la fronte avea vaga e serena,
che ne la prima vista ei fugli aviso
veder l’Aurora che ’l bel dì rimena;
pur dopoi rimirando in lei più fiso,
benché ’l suo lume sostenesse a pena,
esser Clarice sua certo gli parve,
vera e non finta da mentite larve.
84
Crede vederne i rai del viso, e crede
de la favella udir le dolci note:
quel, secondo gli par, la vista fiede,
questa così l’orrecchie a lui percote:
«Ahi, che sincero amor, che pura fede
di cavalier, se tal nomar si puote
chi le parole sue commette al vento,
fraude usando a chi l’ama e tradimento!
85
Dunque, Rinaldo, t’è di mente uscita
chi te sempre ritien fisso nel core?
Dunque hai d’altra beltà l’alma invaghita,
e sprezzi il primo via più degno amore?
Deh! torna, torna a me, dolce mia vita,
ch’io, tua mercè, languisco a tutte l’ore.
Queste lacrime, oimè! questi sospiri
segno ti sian de gli aspri miei martiri.
86
Ma se ’l mio duol non curi e non t’aggrada
l’amor, crudele, il proprio onor ti muova.
Ahi! si dirà: “Rinaldo in Media or bada,
e lascivi pensieri ne l’ocio cova,
e per una pagana, e lancia e spada
posto in non cale, ei preso ha legge nova”».
Così detto, a sua vista ella si tolse
e meschiata ne l’aria si disciolse.
87
Svegliasi il cavaliero, e gli occhi intorno
per veder la sua dama indarno gira;
s’infiamma intanto di vergogna e scorno,
ed apre il petto a nobil sdegno ed ira;
face il desir primiero in lui ritorno,
e quell’altro si fugge e si ritira;
la veste e l’arme insieme in fretta prende,
ed adorno di lor tosto si rende.
88
Di Clarice il ritratto ecco veduto
a caso viene al paladino in questa:
egli lo sguarda, e sta pensoso e muto,
e, come sia di pietra, immobil resta.
Dopo gran spazio alfin, qual rinvenuto
da lunga stordigion l’uomo si desta,
tal con sùbito moto egli si scosse,
e la voce e la mani insieme mosse:
89
«Come, o mio ben, come ho potuto io mai
fare al tuo tanto amor torto cotale?
Deh! poiché in merto io ti cedeva assai,
esser deveati almeno in fede eguale.
Ma ché ’l tuo fallo non punisci omai,
cavalier traditore e disleale?
Ahi! qual pena maggior posso soffrire
che’l duol che nasce in me dal mio pentire?»
90
Così detto, il compagno in fretta chiama,
e fallo armar de la ferrigna spoglia;
indi lo prega che, per quanto ei l’ama,
allor allor con lui quinci si toglia.
Quel, che servirlo e compiacerlo brama,
si mostra obediente a la sua voglia;
ben dolce il prega a dirgli la cagione,
né glien’è scarso il buon figliuol d’Amone.
91
Come accorto nocchiero i dolci accenti
fugge de le Sirene, e tutte sciorre
fa le sue vele dispiegate a i venti,
ed ogni remo appresso in uso porre,
così quei cari preghi e quei lamenti,
che lo potrian dal suo pensier distorre,
schiva Rinaldo, e tacito se n’esce,
ma pur di Floriana assai l’incresce.
92
Ché, benché quell’ardor già spento sia,
non è però ch’egli non l’ami ancora,
e l’alta sua beltà, la cortesia
e l’altre sue virtù pregia ed onora;
e ben quel duolo mitigar vorria
ch’assalir della in breve spazio d’ora;
ma perciò ch’in se stesso ha poca fede,
parte, sì ch’altri allor non se n’avede.