SCENA PRIMA
Elpino, Choro
- Elpino
- Veramente la legge con che Amore1840il suo imperio governa eternamentenon è dura et obliqua, e l’opre sue,piene di providenza e di mistero,altri a torto condanna. Oh con quant’artee per che ignote strade egli conduce1845l’huomo ad esser beato, e fra le gioiedel suo amoroso paradiso il ponequando ei più crede al fondo esser de’ mali!Ecco, precipitando, Aminta ascendeal colmo, al sommo d’ogni contentezza.1850O fortunato Aminta, o te felice,tanto più, quanto misero più fosti!Hor col tuo esempio a me lice sperare,quando che sia, che quella bella et empia,che sotto viso di pietà ricopre1855il mortal ferro di sua feritade,sani le piaghe mie con pietà vera,che con finta pietade al cor mi fece.
- Choro
- (Quel che qui viene è il saggio Elpino, e parlacosì d’Aminta com’e’ vivo fosse,1860chiamandolo felice e fortunato.Dura conditïone de gli amanti!Forse egli stima fortunato amantechi more e morto al fin pietà ritrovanel cor de la sua ninfa? E questo chiama1865paradiso d’Amore e questo spera?Di che lieve mercé l’alato dioi suoi servi contenta!) Elpin, tu dunquein sì misero stato sei, che chiamifortunata la morte miserabile1870de l’infelice Aminta? E un simil finesortir voresti?
- Elpino
- Amici, state allegri,che falso è quel romor ch’a voi pervennede la sua morte.
- Choro
- Oh che ci narri! Oh quantoci raconsoli! E’ non è dunque vero1875ch’ei si precipitasse?
- Elpino
- Anzi, pur vero,ma fu felice il precipitio e sottouna dolente imagine di mortegli recò vita e gioia. Egli hor si giacenel seno accolto de l’amata ninfa,1880quanto spietata già, tant’hor pietosa;e le rasciuga da’ begli occhi il piantocon la sua bocca. Io a trovar ne vadoMontano, di lei padre, et a condurlocolà dov’essi stanno. E solo il suo1885volere è quel che manca e che prolungail concorde voler d’ambo due loro.
- Choro
- Pari l’età, la gentilezza è pari,e concorde il desio: e ’l buon Montanovago è d’haver nepoti e di munire1890di sì dolce presidio la vecchiaia,sì che farà del lor volere il suo.Ma tu, deh, Elpin, narra qual dio, qual sortenel periglioso precipitio Amintahabbia salvato.
- Elpino
- Io son contento. Udite,1895udite quel che con questi occhi ho visto.Io era anzi il mio speco, che si giacepresso la valle e quasi a piè del colle,dove la costa face di sé grembo.Quivi con Tirsi ragionando andava1900pur di colei che nella stessa retelui prima, me dapoi ravolse e strinse,e preponendo alla sua fuga, al suolibero stato il mio dolce servaggioquando ci trasse gli occhi ad alto un grido.1905E ’l veder ruinar un huom dal sommo,e ’l vederlo cader sovr’una macchia,fu tutto un punto. Sporgea fuor del colle,poco di sopra a noi, d’herbe e di spinie d’altri rami strettamente giunti,1910e quasi in un tessuti, un fascio grande.Quivi, prima ch’urtasse in altro luogo,a cader venne. E bench’egli col pesolo sfondasse e più in giuso indi cadesse,quasi su i nostri piedi, quel ritegno1915tanto d’impeto tolse a la caduta,ch’ella non fu mortal. Fu nondimenograve così, ch’ei giacque un’hora o piùstordito affatto e di se stesso fuori.Noi muti di pietade e di stupore1920restammo a lo spettacolo improviso,riconoscendo lui. Ma conoscendoch’egli morto non era e che non eraper morir forse, mitighiam l’affanno.Allhor Tirsi mi diè notitia intiera1925de’ suoi secreti et angosciosi amori.Ma, mentre procuriam di ravivarlocon diversi argomenti, havendo intantogià mandato a chiamare Alfesibeo,a cui Febo insegnò la medic’arte1930allhor che diede a me la cetra e ’l plettro,sopragiunsero insieme Dafne e Silvia:che, come intesi poi, givan cercandoquel corpo che credean di vita privo.Ma, come Silvia il riconobbe, e vide1935le belle guancie tenere d’Amintaiscolorite in sì leggiadri modiche viola non è ch’impallidiscasì dolcemente, e lui languir sì fattoche parea già ne gli ultimi sospiri1940esalar l’alma, in guisa di baccantegridando e percotendosi il bel petto,lasciò cadersi in sul giacente corpoe giunse viso a viso e bocca a bocca.
- Choro
- Hor non ritenne dunque la vergogna1945lei, ch’è tanto severa e schiva tanto?
- Elpino
- La vergogna ritien debil amore,ma debil freno è di potente amore.Poi, sì come ne gli occhi havesse un fonte,innaffiar cominciò col pianto suo1950il colui freddo viso. E fu quell’acquadi cotanta virtù ch’egli rivenne:e gli occhi aprendo, un doloroso «Ohimè»spinse dal petto interno;ma quell’«Ohimè», ch’amaro1955così dal cuor partissi,s’incontrò ne lo spirtode la sua cara Silvia e fu racoltoda la soave bocca, e tutto quivisubito radolcissi.1960Hor chi potrebbe dir come in quel puntorimanessero entrambi, fatto certociascun de l’altrui vita, e fatto certoAminta de l’amor de la sua ninfa,e vistosi con lei congiunto e stretto?1965Chi è servo d’Amor, per sé lo stimi.ma non si può stimar, non che ridire.
- Choro
- Aminta è sano sì ch’egli sia fuoridel rischio de la vita?
- Elpino
- Aminta è sano,se non ch’alquanto pur graffiato ha il viso1970et alquanto dirotta la persona,ma sarà nulla et ei per nulla il tiene.Felice lui, che sì gran segno ha datod’amore, e dell’amore il dolce hor gusta,a cui gli affanni scorsi et i perigli1975fanno soave e caro condimento.Ma restate con Dio, ch’io vuo’ seguireil mio viaggio, e ritrovar Montano.
- Choro
- Non so se ’l molto amaroche provato ha costui servendo, amando,1980piangendo e disperando,radolcito esser puote pienamented’alcun dolce presente.Ma se più caro vienee più si gusta doppo il male il bene,1985io non ti cheggio, Amore,questa beatitudine maggiore.Bea pur gli altri in tal guisa.Me la mia ninfa accogliadoppo brevi preghiere e servir breve:1990e siano i condimentide le nostre dolcezzenon sì gravi tormenti,ma soavi disdegnie soavi repulse,1995risse e guerra cui segua,reintegrando i cuori, o pace o tregua.
IL FINE