SCENA PRIMA

Tirsi, Choro
Tirsi
(O crudeltade estrema, o ingrato core,
o donna ingrata, o tre fïate e quatro
ingratissimo sesso! E tu, Natura,
1185negligente maestra, perché solo
a le donne nel volto e ’n quel di fuori
ponesti quanto in loro è di gentile,
di mansueto e di cortese, e tutte
l’altre parti obliasti? Ahi, miserello,
1190forse ha se stesso ucciso. Ei non appare.
Io l’ho cerco e ricerco homai tre hore
nel luogo ov’io lasciailo e ne’ contorni,
né trovo lui né orma de’ suoi passi.
Ahi, che s’è certo ucciso! Io vo’ novella
1195chiederne a que’ pastor che colà veggio).
Amici, havete visto Aminta, o inteso
novella di lui forse?
Choro
Tu mi pari
così turbato: qual cagion t’affanna?
Ond’è questo sudore e questo ansare?
1200Hacci nulla di mal? Fa’ che ’l sappiamo.
Tirsi
Temo del mal d’Aminta. Havetel visto?
Choro
Noi visto non l’habbiam da poi che teco
buona pezza partì. Ma che ne temi?
Tirsi
Ch’egli non s’habbia ucciso di sua mano.
Choro
1205Ucciso di sua mano? Hor perché questo?
Che ne stimi cagione?
Tirsi
Odio et Amore.
Choro
Duo potenti nemici, insieme aggiunti,
che far non ponno? Ma parla più chiaro.
Tirsi
L’amar troppo una ninfa e l’esser troppo
1210odïato da lei.
Choro
Deh, narra il tutto.
Questo è luogo di passo, e forse intanto
alcun verà che nova di lui rechi.
Forse arrivar potrebbe egli medesmo.
Tirsi
Dirollo volontier, che non è giusto
1215che tanta ingratitudine e sì strana
senza l’infamia debita si resti.
Presentito havea Aminta (et io fui, lasso,
colui che referillo e che ’l condussi:
hor me ne pento) che Silvia devea
1220con Dafne ir a lavarsi ad una fonte.
Là dunque s’inviò dubio et incerto,
mosso non dal suo cuor, ma sol dal mio
stimular importuno; e spesso in forse
fu di tornar indietro et io il sospinsi,
1225pur mal suo grado, inanti. Hor quando homai
c’era il fonte vicino, ecco sentiamo
un feminil lamento e quasi a un tempo
Dafne veggiam, che battea palma a palma;
la qual, come ci vide, alzò la voce:
1230«Accorrete», gridò, «Silvia è sforzata».
L’inamorato Aminta, che ciò intese,
si spiccò come un pardo et io seguillo.
Ecco miriamo a un arbore legata
la giovinetta, ignuda come nacque,
1235et a ligarla fune era il suo crine.
Il suo crine medesmo in mille nodi
a la pianta era avolto; e ’l suo bel cinto,
che del sen virginal fu pria custode,
di quello stupro era ministro, et ambe
1240le mani al duro tronco le stringea.
E la pianta medesma havea prestati
legami contra lei: ch’una ritorta
d’un pieghevole ramo havea a ciascuna
de le tenere gambe. A fronte a fronte
1245un satiro villan noi le vedemmo,
che di ligarla pur allhor finia.
Ella quanto potea facea schermo:
ma che potuto havrebbe a lungo andare?
Aminta, con un dardo che tenea
1250ne la man destra, al satiro aventossi
come un leone, et io fra tanto pieno
m’havea di sassi il grembo: onde fuggissi.
Come la fuga de l’altro concesse
spatio a lui di mirare, egli rivolse
1255i cupidi occhi in quelle membra belle,
che, come suole tremolare il latte
ne’ giunchi, sì parean morbide e bianche;
e tutto il vidi sfavillar nel viso.
Poscia accostossi pianamente a lei
1260tutto modesto e disse: «O bella Silvia,
perdona a queste man, se troppo ardire
è l’appressarsi a le tue dolci membra,
perché necessità dura le sforza,
necessità di scioglier questi nodi;
1265né questa gratia, che fortuna vuole
conceder loro, mal tuo grado sia».
Choro
Parole d’ammollire un cor di sasso.
Ma che rispose allhor?
Tirsi
Nulla rispose
ma disdegnosa e vergognosa a terra
1270chinava il viso, e ’l delicato seno
quanto potea torcendosi celava.
Egli, fattosi inanzi, il biondo crine
cominciò a sviluppare e disse intanto:
«Già di nodi sì bei non era degno
1275così ruvido tronco. Hor, che vantaggio
hanno i servi d’Amor, se lor commune
è con le piante il precïoso laccio?
Pianta crudel, potesti quel bel crine
offender tu, ch’a te feo tanto honore?».
1280Quinci con le sue man le man le sciolse
in modo tal che parea che temesse
pur di toccarle e desiasse insieme.
Si chinò poi per isligarle i piedi:
ma come Silvia in libertà le mani
1285si vide, disse in atto dispettoso:
«Pastor, non mi toccar: son di Dïana;
per me stessa saprò sciogliermi i piedi».
Choro
Hor tant’orgoglio regna in cor di ninfa?
Ahi, d’opra grazïosa ingrato merto!
Tirsi
1290Ei si trasse in disparte riverente,
non alzando pur gli occhi per mirarla,
negando a se medesmo il suo piacere
per tôrre a lei fatica di negarlo.
Io, che m’era nascoso e vedea il tutto
1295et udia il tutto, allhor fui per gridare;
pur mi ritenni. Hor odi strana cosa.
Doppo molta fatica ella si sciolse
e, sciolta a pena, senza dire «A Dio»,
a fuggir cominciò come una cerva;
1300e pur nulla cagione havea di tema,
che l’era noto il rispetto d’Aminta.
Choro
Perché dunque fuggissi?
Tirsi
A la sua fuga
volse l’obligo haver, non all’altrui
modesto amore.
Choro
Et in questo anco è ingrata.
1305Ma che fe’ il miserello allhor? Che disse?
Tirsi
Nol so, ch’io, pien di mal talento, corsi
per arivarla e ritenerla, e ’n vano,
ch’io la smarii; e poi, tornando dove
lasciai Aminta al fonte, nol trovai,
1310ma presago è il mio cuor di qualche male.
So ch’egli era disposto di morire,
prima che ciò avenisse.
Choro
È uso et arte
di ciascun ch’ama minacciarsi morte,
ma rade volte poi segue l’effetto.
Tirsi
1315Dio faccia che non sia fra questi rari.
Choro
Non sarà, no.
Tirsi
Io voglio irmene a l’antro
del saggio Elpino. Ivi, s’è vivo, forse
sarà ridotto, ove sovente suole
radolcir gli amarissimi martiri
1320al dolce suon de la sampogna chiara,
ch’ad udir trae da gli alti monti i sassi,
e correr fa di puro latte i fiumi,
e stilar mele da le dure scorze.