SCENA I
Satiro Solo
- Picciola è l’ape e fa col picciol morso725pur gravi e pur moleste le ferite.Ma qual cosa è più picciola d’Amore,se ’n ogni breve spatio entra e s’ascondein ogni breve spatio, hor sotto l’ombrade le palpebre, or tra ’ minuti rivi730d’un biondo crine, hor dentro a le pozzetteche forma un dolce riso in bella guancia?E pur fa tanto grandi e sì mortalie così immedicabili le piaghe.Ohimè, che tutte piaga e tutte sangue735son le viscere mie e mille spiediha ne gli occhi di Silvia il crudo Amore.Crudel Amor, Silvia crudele ed empiapiù che le selve! O come a te confassital nome e quanto vide chi tel pose!740Celan le selve angui, leoni et orsidentro il lor verde e tu dentro al bel pettonascondi odio, disdegno et impietade,fere peggior ch’angui, leoni et orsi:ché si placano quei, questi placarsi745non possono per prego né per dono.Ohimè, quand’io ti porto i fior novelli,tu li ricusi, ritrosetta, forseperché fior via più belli hai nel bel volto.Ohimè, quand’io ti porgo i vaghi pomi,750tu li rifiuti, disdegnosa, forseperché pomi più vaghi hai nel bel seno.Lasso, quand’io t’offrisco il dolce mele,tu lo disprezzi, dispettosa, forseperché mel via più dolce hai ne le labra.755Ma se mia povertà non può donarticosa che ’n te non sia più vaga e dolce,me medesmo ti dono. Hor, perché, iniqua,scherni et abborri il dono? Non son ioda disprezzar, se ben me stesso vidi760nel liquido del mar, quando l’altr’hieritaceano i venti et ei giacea senz’onda.Questa mia faccia di color sanguigno,queste mie spalle larghe, e queste bracciatorose e nerborute, e questo petto765setoso, e queste mie velute coscieson di virilità, di robustezzainditio: e se nol credi, fanne prova.Che vòi tu far di questi tenerelliche di molle lanugine fiorite770hanno a pena le guancie, e che con artedispongono i capelli in ordinanza?Femine nel sembiante e ne le forzesono costoro. Hor di’ ch’alcun ti seguaper le selve e ne’ monti, e ’ncontra gli orsi775e incontra i cinghiai per te combatta.Non son io brutto, no, né tu mi sprezziperché sì fatto io sia, ma solamenteperché povero sono. Ahi, che le villeseguon l’essempio hor de le gran cittadi,780e veramente il secol d’oro è questo,poiché sol l’oro vince e regna l’oro.O chiunque tu fosti, ch’insegnastiprimo a vender l’amor, sia maledettoil tuo cener sepolto e l’ossa fredde,785e non si trovi mai pastore o ninfache lor dica passando: «Habbiate pace»,ma le bagni la pioggia e mova il vento,e con piè immondo la greggia il calpestie ’l peregrin. Tu prima svergognasti790la nobiltà d’amor, tu le sue lietedolcezze inamaristi. Amor venale,amor servo de l’oro è il maggior mostro,et il più abominevole e ’l più sozzoche produca la terra e ’l mar fra l’onde.795Ma perché in van mi lagno? Usa ciascunoquell’armi che gli ha dato la naturaper sua salute: il cervo adopra il corso,il leone gli artigli et il bavosocinghiale il dente; e son potenza et arme800ne la donna bellezza e leggiadria.Io perché non per mia salute adoprola violenza, se mi fe’ Naturaatto a far violenza et a rapire?Sforzerò, rapirò quel che costei805mi niega, ingrata, in merto de l’amore:che, per quanto un caprar testé m’ha detto,ch’osservato ha suo stile, ell’ha per usod’andar sovente a rinfrescarsi a un fonte;e mostrato m’ha il luogo. Ivi io dissegno810tra i cespugli appiatarmi e tra gli arbusti,et aspettar sin che vi venga: e, comeveggia l’occasïon, correrle adosso.Qual contrasto o col corso o con le bracciapotrà fare una tenera fanciulla815contra me sì veloce e sì possente?Pianga e sospiri pure, usi ogni sforzodi pietà, di bellezza: che, s’io possoquesta mano ravolgerle nel crine,indi non partirà, ch’io pria non tinga820l’arme mie per vendetta nel suo sangue.